“Sotto un cielo straniero” a Zona K

TEATRO UTILE e MASCHERENERE

Sotto un cielo straniero

frammenti

4 – 5 – 6 maggio ore 21

ZONA K via Spalato 11 – Milano

 

Ingresso: € 13,00 (intero) / € 8,00 (ridotto per Under18, Over60, studenti)

Tessera € 2,00

Posti limitati, prenotazione consigliata

Dal lunedì al venerdì 10.00-19.00

0297378443

393 8767162

biglietti@zonak.it

 

 

Brevi testi di pochi minuti, che insieme compongono un quadro impressionista sull’immigrazione in una grande città, come ad esempio Milano.

 

La drammaturgia lavora sullo sguardo con cui i migranti vedono noi e la città sconosciuta in cui arrivano. La sensazione dominante è lo spaesamento, il non riconoscimento dei luoghi e del linguaggio. L’ironia, spesso rivolta verso se stessi, è corrosiva e non risparmia nessuno.

 

Siamo obbligati a riconoscerci nei comportamenti e nei giudizi stereotipati verso i cosiddetti “extracomunitari”. Questo permette di mettere in campo temi forti con leggerezza.

 

La regia cercando di valorizzare la partecipazione collettiva all’evento scenicoalterna momenti corali e individuali. Il palcoscenico è marcato da cartelli stradali e semplici elementi scenografici realizzati in cartone seguendo lo stile della “street-art”. Il pubblico è seduto in un cerchio, all’interno del quale si svolgono le scene.

 

Lo spettacolo “Sotto un cielo straniero” è nato dal laboratorio di drammaturgia condotto da Renato Gabrielli con la collaborazione di Tiziana Bergamaschi per il progetto “Teatro Utile” di cui l’Accademia dei Filodrammatici di Milano si è fatta promotrice.

Lo spettacolo che va in scena a ZONA K è un’evoluzione e rielaborazione del primo risultato presentato a termine del laboratorio, nel giugno 2014.

 

 

Autori

Marco Di Stefano, RufinDohZéyénouin , Margarita Egorova, Elide La Vecchia, Alfie Nze, Lorenzo Piccolo, Diego Runko

 

Supervisione drammaturgica: Renato Gabrielli

 

Interpretato dagli attori migranti che partecipano al progetto “Teatro Utile” Olivier Elouti, KaluaRodriguez, YordyCagua, YudelCollazo, MateoÇiliMayilGeorgiNieto, NgoneGueye, musicista RachidL.Willy

regia: Tiziana Bergamaschi

aiuto alla regia: Olivier Wangue Elouti

scene: Andrea Finizio

L’autobiografo

Progetta di fare della sua vita un capolavoro, o meglio di abbassare l’idea di capolavoro al livello della sua vita. Come gli sia maturata dentro tale ambizione non saprebbe dirlo. Gli si è manifestata all’improvviso, da ieri a oggi, dall’oggi al domani. Prima di oggi forse era e certamente si sentiva una persona normale. In che senso? In quello generico, indefinito, che si associa all’idea di normalità. Comunque non avvertiva una particolare esigenza di raccontarsi, né tantomeno una vocazione. I suoi colleghi – per dire – si raccontavano più di lui.

Un giorno, per esempio oggi, è tornato a casa dal suo solito lavoro con un’eccitazione insolita. Trova lì ad aspettarlo la donna provvisoriamente della sua vita. Ci sono saluti, contatti  e scambi dialogici di ordinaria intimità. Poi eccoli uno di fronte all’altra, separati da due piatti fumanti di minestra: una situazione non nuova. La minestra per la precisione è una zuppa di legumi. Lui guarda la zuppa, aspetta a mangiarla, ma non perché tema di scottarsi. Guarda la donna.

Devo dirtelo. Non è giusto che ci siano segreti tra noi.

Sospira, torna a guardare la zuppa.

Questa zuppa. Questa zuppa, questi legumi, questo fagiolo borlotto che galleggia. Noi due davanti a questa zuppa. Questa casa intorno alla zuppa e a noi due. Questa città, questo mondo intorno. Capisci?

Lei per il momento non capisce. Si è sempre ritenuta, come lui, una persona normale e le  parole del suo uomo di oggi, pronunciate con ispirata tensione, le suonano strane. Indaga. Lo interroga, con affetto. Vuole saperne di più. L’autobiografo, che è tale solo da pochi istanti, fatica a spiegarsi, non trova le parole giuste, non si è ancora impadronito di un lessico adeguato a imbrigliare, a codificare l’abbacinante evidenza della sua nuova missione. O condizione.

Condividiamo la zuppa, cioè… Non nel senso di mangiarla, ma con altri… Non nel senso di darla ad altri, per piacere non interrompermi – è difficile anche per me! Che svolta, Luisa!… Mi giuri che sarai con me in questa svolta, qualunque cosa succeda?… No, non giurare! Prima devi capire. Mi spiego?

Passa del tempo, la minestra si raffredda, tecnicamente la cena è rovinata. A Luisa è passato l’appetito. Comincia a irritarla il fatto di non riuscire a interloquire. Il suo compagno, diversamente dal solito, è una specie di fiume verbale in piena. Racconta, si racconta. A un certo punto si concentra sul fagiolo borlotto galleggiante, freddo. Lo addita.

Riguarda tutti!

Lo fotografa, lo filma e intanto ne parla, ma non gli basta parlarne: ne scrive, e subito condivide col mondo ciò che sta scrivendo sul fagiolo, sulla zuppa, su Luisa sbigottita, su questa cena. È l’inizio di un’autobiografia tutta al presente che finirà, lui pensa, solo con la fine del suo stesso corpo. Eppure non è mai stato e sa di non essere uno scrittore, un fotografo, un filmaker. La modestia, tratto caratteriale tipico suo e che lo rende così amabile da Luisa e non solo, è rimasta intatta – anzi.  Il capolavoro che ha in testa, che gli preme nel cuore, non vuole avere nulla di artistico: coincide piuttosto con la pura, integrale trasparenza della sua natura consapevolmente insignificante.

Da quella zuppa in poi, l’autobiografo si narra senza limiti, con radicale onestà, instancabilmente. Produce e diffonde ogni giorno, sedici ore su ventiquattro, una quantità impressionante di immagini e parole; e, certo, non è il solo al mondo a farlo… Ma tale produzione non ha nulla ha che vedere col narcisismo insincero e volubile di tanti frequentatori delle reti sociali virtuali. È spoglia di abbellimenti e lusinghe, apatica, piattamente veritiera.

All’inizio perplessa, Luisa col passare del tempo asseconda volentieri la deriva narrativa del suo uomo. Dopo lo spiazzamento e l’agitazione della prima sera e notte, s’abitua alla costante esposizione pubblica delle loro esperienze comuni, che in fondo non impedisce a lei di viverle, e a lui fa tanto piacere. Sarebbe tutto sommato, per inclinazione, una donna riservata, ma ha l’intelligenza per comprendere che i tempi sono cambiati e che al dì d’oggi l’intimità può sopravvivere anche in piena luce, grazie alla prevedibile indifferenza degli sguardi altrui. Amplessi, abluzioni, colazioni, minute discussioni, tragitti in tangenziale, code al centro commerciale, pulizie domestiche, silenzi casuali, l’intero spettro del dimenticabile confluisce nella fluviale autobiografia, senza far danni. Anche perché nessuno o quasi la legge o guarda – di certo nessuno per intero. Finché non interviene Quintino F.

Quintino F. è il nome palesemente falso di una persona reale, che nessuno vorrebbe avere la sfortuna di conoscere, arrogante, vendicativa, vacua e malvagia – un critico, insomma, e per giunta potente. Un uomo totalmente estraneo alla modesta, affidabile cerchia abituale dell’autobiografo: oltre a Luisa, un’anziana madre, una sorella con marito e due figli, due amici dei tempi dell’università e un pugno di colleghi opachi e blandamente solidali. Tutta gente (quella della cerchia) che non prende troppo sul serio l’ossessione narrativa del compagno, figlio, fratello, cognato, zio, amico o collega; e che spera in cuor suo, con affetto, che gli passi presto. Ma Quintino ovviamente non sa cosa sia l’affetto, o ciò che tra noi non-critici si chiama, tanto per intenderci, umanità. Annoiato dalle tante opere bellissime o comunque interessanti che per mestiere gli tocca analizzare, incappa per puro caso nella smisurata autobiografia permanente di cui stiamo parlando e, in un accesso di snobismo aggressivo, le dedica due pagine piene di un quotidiano nazionale a larga tiratura.

Il successo arriva dunque come un evento meteorologico inatteso, inevitabile, da cui non è previsto riparo. All’articolo di Quintino ne seguono altri, per lo più favorevoli per servile emulazione, in minima parte avanzanti caute riserve. Ma soprattutto si moltiplicano esponenzialmente i lettori e spettatori dell’autobiografia, che riversano nella rete virtuale universale centinaia, migliaia di commenti. I pochi carichi d’odio e disprezzo provengono da veri scrittori e filmaker in varia misura falliti e frustrati. Ma l’autobiografo non se ne cura, poiché non ha mai voluto essere un artista. Non si cura neppure, per lo stesso motivo, dei ben più numerosi ammiratori. Non concede interviste, non rilascia dichiarazioni. Rimane concentrato, con spontanea coerenza, sul ritmo ordinario del suo capolavoro.

Questo ritmo, questa ordinarietà vengono però sempre più disturbati da un’imprevista trasformazione dell’ambiente che lo circonda. Una parte degli appassionati fruitori dell’autobiografia comincia infatti a organizzarsi in gruppi d’interesse, o addirittura di pressione – delle vere e proprie lobby narrative. Se ne formano a decine. Ce ne sono di molto serie e impegnate, come “Siamo tutte Luisa”, che giunge a raccogliere più di trentamila adesioni. Non mancano i gruppi che discutono di cucina, in particolare di minestre, inondando la coppia di competenti e inascoltati consigli. Ci sono pure combriccole anarcoidi e un po’ goliardiche, come il fan club “Cambia farfallino, Prinetti!”. Prinetti è un collega dell’autobiografo, che ogni mattina ne descrive piattamente l’abbigliamento, in cui spicca sempre un inappuntabile farfallino color bordeaux. I fan burloni suggeriscono a Prinetti farfallini alternativi: verdi, neri, a strisce, a pois, con disegnini buffi. E lui legge i commenti dei fan. E un bel mattino, forse non così bello, si presenta in ufficio con un farfallino a pois.

L’autobiografo subito percepisce che c’è qualcosa di strano. Che quello non è il Prinetti vero. E ripensa al panettiere sotto casa, al suo comportamento peculiare negli ultimi giorni, alla sua cortesia sopra le righe, a certi sconti inconsueti sulla focaccia: come se gli fosse giunta eco della fama dell’affezionato cliente e volesse apparire in buona luce nell’autobiografia. Sono le avvisaglie di una catastrofica per quanto ben intenzionata falsificazione delle condotte pure nella ristretta cerchia di chi più gli è caro. La madre assume atteggiamenti tipicamente materni in senso protettivo che non le sono mai stati propri. La cognata diventa una perfetta cognata. I nipoti, nipoti vivaci ma simpaticamente affettuosi. Il fratello, assurdamente, gli fa dei regali. E perfino Luisa, Luisa assume tutto un piglio non suo, senza ammetterlo si mette a seguire i consigli delle sue migliaia di fan, si evolve con velocità innaturale, gli appare in un certo senso più autonoma e sexy, ma quel senso gli sfugge: come se all’improvviso li separasse una lunare estraneità.

Cerca di reagire facendo finta di niente, imperturbabile, con rigorosa fedeltà al progetto. Registra senza commenti o giudizi ciò che suo malgrado gli muta intorno. Ma non funziona. La gente ci prende gusto a comportarsi in modo interessante per lui, a suo particolare beneficio, sicché la sua autobiografia si fa ogni giorno più avvincente e più fasulla. Comincia a incombergli addosso una sensazione di fallimento mai provata prima. Scrive meno, filma di meno, ma non riesce a smettere. D’altra parte, non riesce a chiedere a Luisa e agli altri suoi cari di tornare a comportarsi in modo spontaneo, perché istintivamente si rende conto che non potrebbero, che il processo deleterio avviatosi con l’articolo di Quintino è irreversibile. Si rifugia allora nei sogni. Concepisce cioè l’idea, ispirata da vaghe conoscenze psicanalitiche, che un maggior grado di verità autobiografica possa risiedere nei sogni.

Per alcune notti consecutive quasi si avventa sui propri sogni, svegliandosi più volte per annotarli, per così dire, in diretta, com’è abituato a fare con gli eventi della sua vita cosciente. L’esito di tale pratica risulta però bizzarro e insoddisfacente: benché le sue immagini oniriche per molti aspetti riflettano fedelmente il tran tran della veglia – concatenandosi  in sequenze d’azioni anodine ambientate nella sua stanza da letto, nel suo ufficio, nelle strade quiete del suo quartiere semi-periferico – una volta trascritte esse rivelano vuoti insidiosi, ambiguità intollerabili, ellissi narrative non giustificate. Oltretutto, e soprattutto, l’inevitabile distanza temporale e di stato mentale tra sogno e racconto rende quest’ultimo inaffidabile, minando alla base i presupposti morali dell’autobiografia. Cerca dunque di sognare a occhi aperti, di scrivere sognando, ma un simile tentativo, di notte in notte reiterato e frustrato, gli procura un’insonnia patologica da cui in passato è sempre stato esente e che ora gli dà l’impressione d’impazzire.

Diventa irritabile e impaziente con parenti e colleghi; si distrae troppo spesso sul lavoro; litiga con Luisa per i più futili motivi. Incalzato dall’insonnia, prende l’abitudine di  girovagare a notte fonda, quando ritiene più probabile incrociare persone cui non sia giunta notizia della sua autobiografia e quindi passabilmente spontanee, vere. Per fortuna il suo  è un tranquillo quartiere residenziale, sicché non fa incontri pericolosi. Né li cerca, a dir la verità. È sempre stato e rimane un uomo prudente, perfino pavido all’occorrenza. Finché una volta, ormai stremato nelle facoltà mentali dalla cronica astensione dal sonno, si smarrisce in una periferia estrema, che non riconosce. Si ritrova a camminare come un automa su uno stretto marciapiede lungo un viale senz’alberi con carreggiata a tre corsie in entrambi i sensi di marcia, fiancheggiato da enormi condomini semispenti a perdita d’occhio fino all’orizzonte. Pioviggina.

Anche questo lo devo raccontare.

Pensa – e si ferma a frugare nelle tasche dell’umido cappotto.

Solo ora si accorge di non aver portato nulla per scrivere o filmare. Prova una sorta di estenuato sollievo, e al tempo una contrazione alla bocca dello stomaco, una voglia di piangere atavica, infantile. Solleva la faccia verso il cielo, si lascia piovere addosso, ora la pioggia è più forte. Nel cielo non ci sono stelle, non c’è luce, non c’è nulla; e così nel suo cervello. Non vorrebbe tornare più indietro, a casa, alla vita, ma tornerà. Intanto respira, libero da sé per qualche istante, senza storie.

“Combattenti” a Milano

4 e 5 Marzo 2016
 ore 21.00
COMBATTENTI

di Renato Gabrielli
regia Paola Manfredi
con Giorgio Branca e Lilli Valcepina
produzione Teatro Periferico

Un uomo e una donna, nell’età di mezzo. una comune passione per la boxe. Lei ex campionessa. Lui dilettante di lungo corso, senza talento. Entrambi soli, segnati dai rispettivi fallimenti. Ma sorretti da una viscerale voglia di combattere ogni giorno, per sentirsi vivi.

A SEGUIRE BRINDISI CON GLI ARTISTI!
€13+2 di tessasa associativa- ridotto €10
prenotazione obbligatoria…

AltaLuceTeatro
Alzaia Naviglio Grande 192
3487076093-alt@altaluceteatro.com

 

Teatro Utile 2016: il bando

                                                                     

PROGETTO “TEATRO UTILE 2016”

Laboratori di drammaturgia

In questo quarto anno il progetto “Teatro Utile (Arte e sviluppo)”, organizzato dall’Accademia dei Filodrammatici, propone due laboratori di drammaturgia nei quali si lavorerà a partire da immagini riferite all’esperienza di viaggio dei migranti  dalle coste nord africane alla Sicilia. Si prenderanno in esame: fotografie, bigliettini lasciati nei vestiti, oggetti personali, scritte su materiali di fortuna, interviste, tutto quanto possa costituire una traccia emotiva del vissuto di ognuno. Compito del laboratorio: accompagnare i partecipanti nella scrittura di testi che attingano a questi indizi di percorso e ne rendano testimonianza con mezzi specificamente teatrali.

Docenti dei due laboratori: José Sanchis Sinisterra e Renato Gabrielli

Docente assistente e coordinatrice dei corsi: Tiziana Bergamaschi

Primo laboratorio – Docente: José Sanchis Sinisterra

lunedì 18 – sabato 23 aprile 2016

Il laboratorio di scrittura si svolgerà presso l’Accademia dei Filodrammatici.

Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 18.

Frequenza obbligatoria. Saranno ammessi otto allievi.

Secondo laboratorio – Docente: Renato Gabrielli

lunedì 2 – mercoledì 11 maggio 2016

Il laboratorio di scrittura si svolgerà presso l’Accademia dei Filodrammatici.

Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 18.

Frequenza obbligatoria. Saranno ammessi otto allievi.

I laboratori sono rivolti a drammaturghi, registi e attori, italiani o stranieri (di prima e seconda generazione)

 

La domanda va presentata per un solo Laboratorio.

Per potervi accedere è necessario inviare, entro il 31 marzo 2016,  all’indirizzo mail filodram@accademiadeifilodrammatici.it:

 

1) Curriculum formativo (citare i testi scritti ed eventualmente rappresentati)

2) Indicazione del laboratorio per il quale si intende presentare la propria candidatura e motivazione della scelta.

 

Il costo dei laboratori è a carico dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano.

 

Per informazioni telefonare: 02  86460849

Il nuovo bando del Premio Hystrio – Scritture di Scena

Bando di concorso 2016

Parte la sesta edizione del Premio Hystrio-Scritture di Scena, aperto a tutti gli autori di lingua italiana ovunque residenti entro i 35 anni (l’ultimo anno di nascita considerato valido per l’ammissione è il 1981). Il testo vincitore verrà pubblicato sulla rivista trimestrale Hystrio e sarà rappresentato, in forma di lettura scenica, durante una delle tre serate della 26a edizione del Premio Hystrio che avrà luogo a Milano, al Teatro Elfo Puccini, dal 16 al 18 giugno 2016. La premiazione avverrà nello stesso contesto. La presenza del vincitore è condizione necessaria per la consegna del Premio.

Regolamento e modalità di iscrizione:
– I testi concorrenti dovranno costituire un lavoro teatrale in prosa di normale durata. Non saranno ammessi al concorso lavori già pubblicati o che abbiano conseguito premi in altri concorsi.
– Non sono ammessi al Premio coloro che sono risultati vincitori di una delle passate edizioni.
– Se, durante lo svolgimento dell’edizione, un testo concorrente venisse premiato in altro concorso, è obbligo dell’autore partecipante segnalarlo alla segreteria del Premio.
– Se la Giuria del Premio, a suo insindacabile giudizio, non ritenesse alcuno dei lavori concorrenti meritevole del Premio, questo non verrà assegnato.
– La quota d’iscrizione, che comprende un abbonamento annuale alla rivista Hystrio, è di euro 40 da versare con causale: Premio Hystrio-Scritture di Scena, sul Conto Corrente Postale n. 000040692204 intestato a Hystrio-Associazione per la diffusione della cultura teatrale, via De Castillia 8, 20124 Milano; oppure attraverso bonifico bancario sul Conto Corrente Postale n. 000040692204, IBAN IT66Z0760101600000040692204. Le ricevute di pagamento devono essere complete dell’indirizzo postale a cui inviare l’abbonamento annuale alla rivista Hystrio.
I lavori dovranno essere inviati a: Redazione Hystrio, via Olona 17, 20123 Milano, entro e non oltre il 21 marzo 2016 (farà fede il timbro postale). I lavori non verranno restituiti.
– Le opere dovranno pervenire mediante raccomandata in tre copie anonime ben leggibili e opportunamente rilegate: in esse non dovrà comparire il nome dell’autore, ma soltanto il titolo dell’opera. All’interno del plico dovranno essere presenti, in busta chiusa: a) una fotocopia di un documento d’identità; b) un foglio riportante, nell’ordine, nome e cognome dell’autore, titolo dell’opera, indirizzo, recapito telefonico ed email; c) una nota biografica dell’autore (massimo 2.000 caratteri). È inoltre necessario inviare i file dell’opera a premio@hystrio.it (nel nome del file e all’interno di esso dovrà comparire solo il titolo; nell’oggetto dell’e-mail indicare “Iscrizione Scritture di Scena”). Non saranno accettate iscrizioni prive di uno o più dei dati richiesti né opere che contengano informazioni differenti da quelle richieste.
– I nomi del vincitore e di eventuali testi degni di segnalazione saranno comunicati ai concorrenti e agli organi di informazione entro fine maggio 2016. La giuria sarà composta da: Laura Curino (presidente), Laura Bevione, Fabrizio Caleffi, Roberto Canziani, Sara Chiappori, Claudia Cannella, Renato Gabrielli, Roberto Rizzente, Massimiliano Speziani e Diego Vincenti.

Il bando completo può essere scaricato cliccando qui o richiesto alla Segreteria del Premio Hystrio.

INFO:
Segreteria del Premio Hystrio
presso la redazione di Hystrio-trimestrale di teatro e spettacolo
via Olona 17 – 20123 Milano
tel. 02.400.73.256 – fax 02.45.40.94.83 – premio@hystrio.it.
www.hystrio.it – www.premiohystrio.org

Ma cos’è ‘sta cultura?

Se il cosiddetto Bonus Cultura – elargizione governativa ai diciottenni di 500 euro da spendere una tantum in libri, spettacoli, mostre eccetera – fosse solamente una mancia elettorale, non metterebbe conto parlarne. Ma si tratta anche di una misura simbolica, inserita, tanto per cambiare, dentro a una narrazione; e mi pare sintomo di una visione del termine “cultura” quantomeno discutibile.

Aleatorio (nel suo escludere, per esempio, i diciannovenni), iniquo (perché offerto anche ai giovani benestanti) e stolidamente paternalistico (non contemplando per i neo-cittadini votanti la libera scelta di spendere i soldi in altro modo), il Bonus però, accidenti, si fa notare. Un altro provvedimento più banalmente sensato, come dare un po’ d’ossigeno alle disastrate biblioteche pubbliche, non darebbe alcuna propulsione al racconto. Quale racconto? Qui si narra – ricorderete quei giorni – né più né meno che la reazione dello Stato italiano agli attacchi terroristici a Parigi. È allora che qualcuno viene folgorato dall’idea del Bonus, mentre il Presidente del Consiglio ripete in varie sedi un nuovo, interessante slogan: “per ogni euro alla sicurezza, un euro alla cultura”. Oppure, con un’affascinante promessa di precisione: “per ogni centesimo alla sicurezza, un centesimo alla cultura”. Concetto davvero rivoluzionario, se applicato all’intero bilancio statale. Ma ovviamente riguarda soltanto due piccoli bonus paralleli; quello per la sicurezza consiste in 80 euro mensili alle forze dell’ordine. Ma perché è così importante, sia pure con espedienti drammaturgici a basso costo, rimettere la cultura al centro del discorso pubblico? E soprattutto: che cos’è ‘sta cultura?

Spesso abbinata al termine “identità”, secondo questa narrazione la cultura è in primo luogo ciò che ci distingue dai terroristi che ci attaccano; copre il variegato e piacevole campo dei cosiddetti consumi culturali; s’intreccia ministerialmente con il turismo e commercialmente con la ristorazione; nutre il vago culto di un’idea a-storica e astratta di bellezza. Passano in secondo piano o decisamente sullo sfondo il conflitto tra estetiche contrastanti, il pluralismo, il dubbio, il dissenso, l’autonomia intellettuale. Viviamo in una zona del mondo ancora esente da forme brutali e dirette di censura; ma in cui gli spazi di libertà vengono sempre più erosi da una classe dirigente riformista a parole, che di fatto prepara il terreno alla peggiore reazione.

In Italia stiamo assistendo alla fase terminale accelerata di un processo di concentrazione in poche mani del potere in ambito televisivo, cinematografico, teatrale, editoriale. E poco importa che quelle mani siano pubbliche o private, giacché nella gestione pubblica degli enti culturali dilagano gli interessi privati, in quella privata le compromissioni politiche. Questo fenomeno non appare adeguatamente controbilanciato dal moltiplicarsi di chance auto-produttive e di espressione individuale favorite da Internet: il semi-dilettantismo di massa alimenta e giustifica un sistema professionistico sempre più chiuso e oligarchico.

Noi teatranti abbiamo molto scritto e parlato in modo piuttosto autoreferenziale della riforma per decreto che ha di recente colpito il nostro settore. Ma è solo inserendola in un contesto più ampio che emerge la limpida coerenza dei suoi intenti illiberali. Il governo aumenta il proprio controllo sulla RAI con una legge autoritaria che solleva solo qualche timida reazione sindacale. La fu-sinistra al potere non alza un dito contro il monopolio editoriale Mondadori/Rizzoli; come del resto nulla fa né ha fatto, malgrado reiterate e vuote promesse, riguardo a conflitti d’interesse e monopoli nel settore cinetelevisivo. Il teatro è certo marginale, ma non può sfuggire a questa logica. Perciò due governi guidati dal PD – partito di riferimento per larga parte dei vertici del teatro sovvenzionato italiano – hanno partorito una riforma che soffoca le produzioni autonome, costringe diversi teatri ad accorpamenti innaturali, aumenta il potere dei soliti pochi, moltiplica  l’offerta di formazione in un periodo di contrazione del mercato del lavoro, accorcia le briglie del controllo politico attraverso il ricatto delle sue stesse assurde imposizioni burocratiche.

Mi fa una certa impressione lo spettacolo di un capo di governo che ama il teatro, sostiene che c’è bisogno di “più teatri” per contrastare il terrorismo e tiene importanti discorsi politici in teatri sovvenzionati come il Piccolo e la Pergola – da cui starebbe lontano, o in cui entrerebbe solo come spettatore, se ne amasse la libertà. Ma la simpatica sfacciataggine del cosiddetto renzismo, con il suo sentore di Signoria senza Rinascimento, è utile a ricordarmi che c’è teatro e teatro: non c’è alcun bisogno di difendere quello che rielabora e diffonde narrazioni funzionali al potere. Si difende benissimo da sé.

Lo stesso vale, più in generale, per ciò che chiamiamo “cultura”. A mio avviso, nulla di buono deriva dall’accettare la retorica che la vuole ecumenica e pacificante. Quella che m’interessa è terreno di conflitto, scardinamento delle visioni, lucidità critica. Ed è la sua libertà che va quotidianamente protetta, senza temere l’ancora-peggio che potrebbe arrivare domani, dall’ammorbante ipocrisia dei parassiti del meno-peggio.

Sangue nel cappuccino

… E questa, senza alcun nesso col prima o col dopo, col sopra e col sotto, è un’altra impresa di Orazio, intellettuale apocalittico sovrappeso.

Vi ho già parlato di Orazio?

No, non ce n’era bisogno, perché Orazio basta e avanza nel parlare di sé.

Ma per questa sua impresa eccezionale compiuta in tempi eccezionali dovrò fare, appunto, un’eccezione.

I tempi sono i nostri.

Il luogo è Decandenzya, una repubblica il cui nome non lascia spazio all’immaginazione e soprattutto alla speranza.

L’impresa inizia a mezzogiorno, perché prima di quell’ora Orazio, che deve compierla, non si alza. Si rigira solitario nell’ampio letto. Il suo dormiveglia è inquieto, rumoroso; ma quei suoi ronfi, soffi, sbadigli, sospiri e altro nessuno li sente. Nessuno ne è disturbato.

La sera, la notte prima ha bevuto, mangiato troppo. Lo sa. Ma non è questo il problema. Il problema è l’eccessiva velocità del suo pensiero, che nessuna zavorra di cibo e alcool può controbilanciare. Un pensiero lucido, apocalittico, incalzante il suo, e che non ha tempo di soffermarsi ancora sull’Ottavia. Su una banale vicenda privata.

Sì, l’Ottavia l’ha piantato – e non per colpa dei soffi, ronfi e altri rumori notturni. L’Ottavia, la sola donna insieme alla quale si era avvicinato all’ideale di un’anima in due, non reggeva più lo sfrenato rigore filosofico con cui Orazio meditava, medita sempre intorno alla sua prossima opera di 924 pagine: Il Tramonto dell’Occidente Remix.

Scriveva, scrive non più di una pagina al giorno. Ma quanto pensiero, prima e dopo! Quale intensità!

Si alza, dicevamo, a mezzogiorno, rumoreggiando barcolla da una stanza all’altra dell’ampia casa. Si sciacqua la faccia, eccetera. Presto si ricorda di essere sostanzialmente incapace di farsi la colazione da sé. Con fulmineo rovesciamento dialettico, trasforma l’handicap in opportunità di relazione sociale stimolante; cioè, in parole povere, esce a farsi un cappuccino.

Indossa una tuta che assomiglia vagamente a un pigiama, o viceversa; il che, assieme a un velo di mancata rasatura sulle guance, gli dà un’aria trasandata, o meglio, per dirla con lui stesso, informale. Perché è giusto dietro l’angolo e perché gli dà modo di “sentire il polso” del più autentico popolo di Decadenzya, Orazio va sempre a farsi il cappuccino al bar Nerazzurri No Limits.

Non sa nulla di calcio.

Jack, il gestore di Nerazzurri No Limits, non sa nulla di tramonto dell’Occidente.

Sembrerebbe un dialogo impossibile, ma quei due dialogano tutti i giorni; pure oggi, che sarà il giorno dell’impresa. Orazio non ha bisogno di ordinare il cappuccio: basta il suo ingresso impacciato e sbatacchiante perché Jack metta mano alla macchinetta. Ci sono altri cinque clienti. Orazio si fa largo, molto largo, sul bancone. Ripulisce la piccola vetrina di tre brioche residue, avidamente le ingoia – muto, ma per poco.

C’è un amico di Jack nerazzurro sfegatato. C’è una signora per bene di una certa età e vestita bene. Ci sono due circa venticinquenni appartati che si guardano spesso negli occhi. C’è Valentina, la parrucchiera in pausa caffè. Fino all’intervento dell’intellettuale apocalittico, la conversazione è da ritenersi irrilevante e perciò non la riportiamo.

ORAZIO -  (masticando)  Eh… Uhm… Mmmmf… Come la vedi, Jack?

JACK -  (rivolgendosi all’amico sfegatato)  Quest’anno come minimo arriviamo in Champions…

LO SFEGATATO -  Ma che Champions e Champions… (urlando)  E SCUDETTO SARÀ!

ORAZIO -  Non ci sarà nessuno scudetto.

Silenzio di tomba. Tutti si girano verso Orazio, che con calma si lecca le ultime briciole via dai baffi.

ORAZIO -  E nessuna Champions.

LO SFEGATATO -  (tesissimo, a Jack)  Ma cos’è, un milanista?

JACK -  (diplomatico, con ampi gesti allusivi a problematiche psicologiche non di sua competenza)  No, no, è un cliente… Un po’ così…

ORAZIO -  È tutta la notte che ci penso, la nostra civiltà sta finendo, tu dal tuo osservatorio popolare come la vedi, Jack?

JACK -  Io, be’… Certo.

ORAZIO -  Più schiuma sul cappuccino!

JACK -  Okay, boss.

ORAZIO -  Bisogna goderseli, i cappuccini, perché gli avversari della nostra civiltà…

LO SFEGATATO -  (nervoso, a Jack)  Secondo me è milanista.

VALENTINA -  (impaziente, a Jack)  Me lo passi, ‘sto latte di soia?

La situazione si fa abbastanza tesa, perché sotto effetto della caffeina Orazio diventa provocatorio. La provocazione, del resto, è la sua principale missione intellettuale – e in questa chiave va letta la battuta che lancia ai due venticinquenni che si guardano molto.

ORAZIO -  E voi, là?… Perché non vi baciate in bocca? Sì, voi due, giovani d’Occidente. Perché non vi baciate in bocca facendo ruotare la lingua? Di cosa avete paura? Di qualche fanatico dalla pelle olivastra?…

IL VENTICINQUENNE -  Ma sei scemo?

LA VENTICINQUENNE -  Fatti i cazzi tuoi.

IL VENTICINQUENNE -  E comunque lei è mia sorella.

ORAZIO -  Cosa c’entra? Avete paura lo stesso, vi inventate qualunque scusa buonista per non affrontare la realtà.

VALENTINA -  Che realtà?

ORAZIO -  Ci sarà sangue nel cappuccino.

LA SIGNORA PER BENE -  (schifata)  Uh!  (Esce senza pagare.)

JACK -  (a Orazio)  Adesso basta, mi hai rotto i coglioni…

LO SFEGATATO -  … MALEDETTO JUVENTINO!

JACK -  Non puoi infamarmi il cappuccino davanti agli altri clienti.

ORAZIO -  Ma era una metafora…

JACK -  FUORI!

Orazio, offeso, esce senza pagare. Ma è proprio questa umiliazione, questa perdita di contatto con la base popolare di Decadenzya, che lo stimola a riscattarsi attraverso un’impresa.

Malgrado il sovrappeso e la mezz’età, sente di doversi mettere in gioco e a rischio anche fisicamente. Se gli intellettuali impegnati del primo Novecento andavano al fronte, il fronte per quelli come Orazio, nei nostri giorni di guerra permanente, è ogni via, ogni piazza, ogni incrocio di Decadenzya. I diversamente civili, nemici della nostra cultura, forestieri dalla pelle olivastra e non solo, si annidano ovunque, in piena luce. È giunta l’ora di affrontarli di petto, di pancia. A partire da chi?

La scelta del primo avversario non è affatto semplice. Orazio (l’avrete ormai capito) è un tipo sofisticato, mica un razzista da suburra. Simpatizza coi bassi istinti del popolo, ma volando alto. Non ci pensa nemmeno a prendersela con un forestiero di quelli palesemente poveracci, un po’ sozzi, fanatici o mendìchi. Vuole qualcuno all’altezza della sua sfida. E lo cerca, ciabattando e ansimando per le strade del suo quartiere, che è un bel quartiere residenziale in cui può permettersi d’abitare grazie all’eredità di zia Cesira e alle prospettive d’incasso dei diritti d’autore su Il Tramonto dell’Occidente Remix… L’Ottavia avrebbe voluto cambiare casa, o almeno sgombrare l’appartamento dai vecchi mobili della Cesira, in effetti brutti, ma carichi di un lascito culturale di cui l’Ottavia – frivola, frivola, frivola! – se ne sbatteva allegramente – pensa Orazio. E al pensiero dell’Ottavia gli viene una fitta al cuore, organo già provato da tassi incalcolabili di colesterolo. Si ferma. Respira a fondo. Da un negozio di gioielleria e oggettistica di cristallo vede uscire un uomo alto, sottile, elegante, con una valigetta ventiquattrore in mano. Nera. Orazio lo fissa. Il suo colorito è olivastro. L’uomo si guarda intorno.

Ventiquattrore nera, ventiquattrore nera – pensa Orazio.

L’uomo scarta di netto a destra, come se avesse appena preso una decisione irrevocabile. Punta dritto, a falcate ampie e regolari, sulla più vicina fermata della metropolitana. Orazio non esita, lo segue, a distanza di sicurezza, poi pensa: al diavolo la sicurezza! – e, letteralmente, lo tallona. Vuol fargli sentire alle spalle una sorta di presenza vigilante: così immagina possa venire percepito lo sconnesso rantolare tipico di quando cammina troppo veloce. Nel caso si apprestasse a sferrare un attacco contro Decadenzya, il forestiero è avvertito. Orazio tiene e terrà sott’occhio la sua inquietante valigetta. Ma non basta. La sua sfida è soprattutto intellettuale, culturale. Per questo, prima che l’uomo s’infili svelto giù per le scale del metrò, esclama in un buffo grammelot:

-       Hassùd valah lecalech zammadàn!…

L’olivastro si volta, con aria sorpresa e infastidita. Squadra Orazio interrogativamente, sbrigativamente; il suo piglio è da businessman che non ha tempo da perdere, ma di fronte ha un avversario che sa come fargli cadere la maschera, prendendolo in contropiede.

Orazio fa un saltello a gambe larghe, si gratta il didietro e poi si annusa la mano, fa una smorfia di disgusto e una linguaccia; dà la caccia a una mosca e se la mangia, risucchiando rumorosamente e con gusto; infine, dopo qualche altro lazzo irresistibile, si profonde in un impeccabile inchino settecentesco, come in attesa di un applauso.

Lo straniero è allibito. Per forza. La Commedia dell’Arte, di cui Orazio gli ha appena offerto un piccolo saggio in versione postmoderna, remix, non appartiene alla sua cultura.

L’OLIVASTRO -  What the fuck?…

ORAZIO -  (ricomponendosi)  Lo sapevo, non ti è piaciuto, non sei culturalmente capace di farti due risate, perché vi manca dal punto di vista storico quell’evoluzione carnascialesca di cui parlava Bachtin, hai presente?

L’OLIVASTRO -  Sorry Sir, I am afraid I can do nothing for you right now – I am in a hurry…

ORAZIO -  Cazzo parli saraceno? Lo vedi o no che siamo a Decadenzya? Che cosa faresti tu se io mi mettessi a parlare decadente a casa tua, in Saracinia?…

A metà battuta di Orazio, quell’altro è già in basso, in fondo alle scale della metropolitana. Appena se ne accorge, l’intellettuale carnascialesco si lancia, quasi rotola all’inseguimento. Malgrado non sia ora di punta, c’è un certo movimento, purtroppo. È alto il rischio di perdere di vista l’individuo sospetto. Orazio pesta piedi, sgomita su fianchi, goffamente scavalca (l’impresa in corso gliene dà licenza etica) i tornelli, si precipita giù per altre scale, entra per il rotto della cuffia nel convoglio diretto a est, verso la zona più tecnologica e trendy della città. L’avversario è salito sullo stesso vagone; siede all’estremità opposta, cuffiette alle orecchie, ventiquattrore in mano, sguardo assente. Fa finta di nulla. Fa finta di non essersi accorto dell’inseguimento di Orazio, che solo ora, col cuore in gola, comprende appieno di avere a che fare con un serio professionista dell’anti-civiltà, seriamente pericoloso, e di avere bisogno, per tenerlo sotto controllo, almeno di un alleato. O di un’alleata. Si guarda intorno. C’è una varia umanità indubbiamente inconsapevole e imbelle. Ma c’è anche lei.

Bionda, molto caucasica, una pallida e spietata creatura delle steppe – pensa Orazio.

Una modella vestita poco – diremmo noi, che non siamo intellettuali apocalittici sovrappeso.

Una nipotina d’Attila, superba cavallerizza unna dagli occhi di ghiaccio – pensa Orazio, che ce l’ha di fronte; lui in piedi, lei seduta, impettita, asciutta. Nell’interesse di Orazio, dobbiamo precisarlo, non c’è niente di lubrico, come testimonia il fatto che l’Ottavia non sia in nulla, ma proprio nulla simile a una modella così attraente. No, no, l’attrazione non è sensuale, bensì culturale: nelle poche pagine già scritte del Tramonto dell’Occidente Remix, l’autore sottolinea più volte che solo un’alleanza con gli eredi degli unni slavati e feroci può salvare Decadenzya da un’imminente estinzione. E, per colmo di fortuna, ecco lì proprio davanti ai suoi occhi un superbo esemplare… Ma non c’è tempo. Bisogna stabilire l’intesa in fretta, silenziosamente e senza destare sospetti.

Orazio punta sull’eloquenza dello sguardo, sull’inevitabile scoccare di una complice intensità visiva che telepaticamente le recapiti il messaggio: “Hey, fantastica! C’è un malvagio in questo vagone. Ha una valigetta e, dunque, un piano. Dai, dai, sventiamo il piano! Facciamolo insieme, tu e io, io e te, te e me, io, io, io, tu, tu, tu…” Per rafforzare la telepatia in corso, accompagna il pensiero con una lieve, ritmica oscillazione del bacino, avanti e indietro. Il tempo passa, le fermate anche. Tre, quattro, cinque. La prossima sarà il tecno-centro direzionale cool, probabile target dell’olivastro. La guerriera unna rimane impassibile. “Coalizione!” – pensa con urgenza Orazio – “Io e te dobbiamo fare coalizione!”; e per trasmetterle forte questo concetto unisce e sfrega mano su mano, ficca più volte il pollice della destra tra indice e pollice della sinistra e viceversa, in segno d’intima alleanza, poi l’alleanza s’allarga alle braccia, con una mano che si posa nell’incavo del gomito opposto, disegnando nell’aria un protettivo ombrello…

Tragica incomprensione culturale: senza nemmeno degnarlo d’uno sguardo, né cambiare posizione, la cosacca impenetrabile gli sferra un micidiale calcio negli stinchi, proprio un istante prima che il loro comune nemico esca veloce e disinvolto dal vagone. Non c’è tempo per chiarire, spiegarsi. Zoppicando, ululando, Orazio si gira per seguirlo, ma le porte automatiche gli si chiudono in faccia, dolorosamente. Un ragazzino brufoloso gli sghignazza a lato. Lui d’istinto tenta di colpirlo con una manata, ma quello lo schiva facendogli perdere l’equilibrio e cadere a pancia in giù sul pavimento lercio.

Secondo voi, simili contrattempi possono scoraggiare un’apocalisse d’intellettuale come lui?

Risposta giusta.

Alla fermata dopo, Orazio è già in piedi, scatta fuori dal treno, dalla stazione; eccolo per strada, che corre a gambe moderatamente levate verso il centro direzionale cool, cercando di recuperare lo svantaggio rispetto all’avversario, uscito direttamente dal metrò in un’enorme piazza circondata da traslucidi grattacieli.

In questa zona, costruita negli ultimi anni e in via d’ulteriore brillante sviluppo, si concentrano le più avanzate sperimentazioni architettoniche, artistiche e commerciali di Decadenzya. Civilmente avanzatissimo tra gli avanzati è senz’altro il concetto di uno store che si affaccia con quattro grandi vetrate sulla piazza principale: SDQP. E perciò, d’istinto, Orazio si precipita proprio lì, davanti a quel seducente luogo-non-luogo, negozio-post-negozio, tempio-fuori-tempo dell’ultra-modernità. Si fa presto a dire StorieDiQuestoPesce. Ma definirlo? Sì, è una pescheria, fornita ogni giorno di materia prima fresca dai mari e dai fiumi di tutto il mondo; ma non solo. Sì, è un raffinatissimo ristorante, in cui dodici top chef fanno a gara nel riproporre o reinventare ricette di pesce dai cinque continenti; ma non solo. Sì, è un bistrot di fascia media, dove la clientela meno benestante può gustare a prezzo accessibile e rotazione continua le specialità appena avanzate dal ristorante top; e ai proprietari di gatti si offre un innovativo Spazio Lische Fresche e Teste Tranciate, roba da leccarsi i baffi felini; ma non solo. Sì, è un supermercato ittico fashion, che promuove la cultura del gusto del pesce, il gusto della cultura del pesce, il pesce dal gusto di cultura, ibridando letteratura, performance e mangiare sano in una nuova disciplina che è anche stile di vita: lo storyfishing; ma non solo. Ogni pesce in SDQP ha una sua storia e qualcuno che la racconta a chi ha orecchie per ascoltare, oltre che bocca per mangiarlo. Ciò è straordinariamente civile e non può che generare odio nei nemici della nostra civiltà – pensa Orazio – come l’olivastro in borghese di cui ha perso le tracce.

E infatti.

Il fiuto investigativo apocalittico non lo tradisce neppure questa volta.

Quell’inquietante personaggio è in coda alle casse dello store. Con la massima disinvoltura, come se niente fosse, tiene in mano una confezione regalo di sushi narrativo, costosissimo, avvolto rotolo per rotolo in carta velina istoriata d’autobiografie manoscritte in giapponese di tonni e salmoni. Nell’altra mano, c’è la solita ventiquattrore nera. Ansimante, col cuore aritmico in gola, col naso quasi spiaccicato sull’esterno di una vetrata di SDQP, Orazio lo tiene d’occhio.

Il nemico arriva a una cassa. Porge una carta di credito dai riflessi dorati abbacinanti. Firma la ricevuta con una massiccia penna stilografica altrettanto luminosa. Si avvia verso l’uscita…

No, non esce. Si è fermato. Si guarda intorno. Perché non esce? – è tutto molto strano, pensa angosciato Orazio.

All’improvviso, si ficca sotto un braccio la scatola di sushi. Con grande rapidità, solleva a due mani la valigetta, furtivamente cincischia intorno all’apertura, armeggia…

NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!…

L’urlo disperato di Orazio squarcia il brusio cool della grande piazza. Molta gente si gira verso di lui, e lui stesso deve riconoscere che non offre un bello spettacolo. Ma intanto è riuscito nell’impresa di bloccare il gesto dell’olivastro, qualunque fosse la sua intenzione. C’è tra i due uno sguardo fugace ma intenso, che lascia il nostro paladino senza dubbi: è stato riconosciuto. Perciò quello là smette di armeggiare con la ventiquattrore e fila via dal negozio veloce, senza dare nell’occhio. Cammina spedito verso l’estremità opposta della piazza; intanto estrae un cellulare ultrapiatto aerodinamico da una tasca interna della giacca. Fa una telefonata, chissà a chi, chissà perché, mentre Orazio gli è di nuovo alle calcagna, stillando sudore e feroce vigilanza. Sbuffa. Ringhia. Bestemmia. Quell’altro accelera il passo. Sembra dirigersi verso i quarantaquattro piani di cristallo degli uffici della multinazionale Vampire Ass. H. Ora basta! È giunto per Orazio il momento d’intervenire, di tuffarsi in corsa e placcare quel pericolo pubblico alle gambe. Prende lo slancio…

Poi c’è buio.

Cioè, lui ricorda solo quattro mani potenti che l’afferrano, e poi il buio.

Torna alla luce in una saletta del commissariato di zona del Decadenzya Police Department. A quanto pare, l’hanno depositato lì due brutali agenti della security privata della Vampire Ass. H.; rischia una denuncia per molestie da parte di un potente manager saraceno della multinazionale: lo avrebbe seguito e più volte importunato mentre quello si concedeva un’oretta di shopping di lusso tra una riunione e l’altra.

Incredibile – pensa la testa ancora dolente d’Orazio – che a Decadenzya abbia problemi con le forze dell’ordine solo chi si dà da fare in difesa della nostra cultura!

Comunque, per fortuna, la denuncia non viene sporta e dopo un paio d’ore l’innocente accusato torna a piede libero, per strada.

Ma forse non è fortuna.

Orazio, infatti, ha un cugino al Ministero dell’Interno.

Riflette un po’ su questa circostanza. Sospira.

Cosa può fare di questi tempi un intellettuale apocalittico sovrappeso, quale impresa potrebbe mai compiere, senza un cugino al Ministero, a qualunque Ministero? Qualunque cugino?…

È senz’altro un argomento da approfondire e lui si ripromette di farlo presto, scrivendoci sopra un intero capitolo del Tramonto dell’Occidente Remix. Ma non adesso. Adesso ha fame. Siamo a metà pomeriggio e non ha ancora pranzato.

Il fiuto lo conduce di corsa davanti a un negozietto con l’insegna “Pizza al trancio – Kebab – Da Ahmed”.

C’è profumo di pizza. Ma anche, forse – e noi lo speriamo, mentre entra e punta il dito verso un trancio con salsiccia e patatine – profumo di una nuova impresa.

 

STORYTELLING – Una storia vera / 8

Capitolo ottavo. Ricolmo della sensazione di essere esperto

[Previously on Storytelling: Immerso in un flusso di lavoratori cognitivi ipnotizzati dal proprio tablet, tra i quali un’intrigante Giovane Donna, Gino scopre, quasi involontariamente, di avere innumerevoli interessi.]

Subito mi è spuntato nella metà destra dello schermo un video tutorial sugli ultimi dieci anni della politica ungherese (l’audio, in inglese, mi giungeva da un minuscolo chip impiantatomi chissà come e quando in un orecchio), mentre nella metà sinistra scorrevano i commenti degli altri lavoratori cognitivi connessi al gruppo HP. Mai stato in Ungheria, a quanto ricordavo – anche se, bisogna ribadirlo, della mia vita in Superficie ricordavo assai poco, quasi nulla. Non avevo comunque la benché minima nozione sulla storia remota e recente di quel paese; solo una vaga idea della collocazione geografica e il corretto ricordo del nome della sua capitale. Eppure, in una decina di minuti circa mi sono ritrovato esperto – o almeno ricolmo della sensazione di essere esperto – di politica, economia ed etica magiara, e prontissimo a rispondere a un sondaggio online a risposta multipla:

QUALE ATTEGGIAMENTO DOVREBBE ASSUMERE IL NOSTRO GOVERNO DI FRONTE ALLA SVOLTA PROTEZIONISTA DELLE AUTORITÀ DI BUDAPEST?

Mentre cliccavo con convinzione sulla risposta numero 3, non accorgendomi della fine del tapis roulant son quasi finito disteso a terra. Scampate le conseguenze più imbarazzanti dell’inciampo, dopo qualche passo con la coda dell’occhio ho percepito che parte della fila dietro di me – inclusa la Giovane Donna – anziché proseguire camminando nella stessa direzione aveva scartato a destra, verso una ripida scala mobile ascendente. Senza pudore sono tornato indietro e ho inseguito i devianti. Sgomitando tra colleghi indifferenti, sempre assorti nei loro tablet, sono riuscito a piazzarmi immediatamente alle spalle di lei, proprio un istante prima che prendessimo la scala mobile. Tale posizione privilegiata mi ha consentito di alternare a competenti clic e commenti sul protezionismo ungherese molti sguardi rapidi e discreti alla Giovane Donna nel suo complesso posteriore. Capelli castani raccolti, ordinati ma non troppo. Camicetta bianca a mezza manica inappuntabile e fresca, ben inserita in pantaloni lunghi azzurri, aderenti ma non troppo. Piedi nudi in calzature deliziosamente aperte, con tacchi alti tre centimetri circa. È forse inopportuno, bizzarro o volgare coniare l’espressione “didietro acqua-e-sapone”? Non importa. Conscio della mia buona fede e dell’accezione ampia, a figura intera, che sto dando al termine “didietro”, io quell’espressione la conio lo stesso, e affermo che la G.D. aveva, ha e sempre avrà un perfetto didietro acqua-e-sapone. Con le mie occhiate furtive cercavo anche di intravedere, con scarso successo, di quale argomento si stesse occupando sul suo tablet. Avrei potuto, in teoria, chiederglielo direttamente, a voce, dopo aver richiamato la sua attenzione con un lieve e cortese doppio tocco sulla parte superiore del didietro. Ma, in pratica, una sorta di timidezza mi frenava, oltre alla constatazione che tra le centinaia di esseri umani che mi circondavano nessuno comunicava con nessun altro – se non forse via schermo. Allora ho mollato gli ungheresi e virato sul subject VOTA LA CALZATURA, covando la segreta intenzione di esprimere, se possibile, una preferenza proprio per le belle scarpe della G.D. che avevo lì sotto gli occhi, e l’irrazionale speranza che lei, in qualche modo informatico/virtuale, se ne accorgesse. Nulla di tutto ciò. Le calzature di cui rapidamente sono diventato esperto e le cui immagini lampeggiavano invitanti a ogni mio clic, o anche senza bisogno di clic, erano da uomo. E da basket. Nuovissime scarpe da pallacanestro, costose, stylish e professionali. Come giocatore di basket, sia pure dilettante, sia pure ex, ero totalmente improbabile: un solo sguardo consapevole sul mio stesso corpo non lasciava spazio a equivoci o dubbi. Eppure, dicevo la mia sulle caratteristiche tecniche del plantare e il rapporto qualità/prezzo con la solida disinvoltura di un veterano. A un certo punto mi sono messo a battibeccare in chat con un certo Skiaccia04 (probabilmente un ragazzino) sulla maggiore o minore aerodinamicità del modello Power Jo Kill World Cup rispetto al Jump Heaven Experience 3.0. Il dibattito stava degenerando a tal punto in rissa adolescenziale che quasi non mi sono accorto di un nuovo cambio di direzione della G.D. Ho votato una calzatura a casaccio e l’ho inseguita in un dedalo di corridoi dalle pareti bianche. Il ritmo dei suoi passi, come quello dei passi di noi tutti, era spontaneamente aumentato. E lo stesso si poteva dire sulla frequenza delle scritte luminose che apparivano e svanivano sulle pareti e – con uno sfasamento che variava dai decimi di secondo a qualche minuto – sui nostri tablet:

TUTORIAL UOVO IN CAMICIA

E guardavo il tutorial, e capivo tutto sull’uovo in camicia, ed ero pronto a dare un mio contributo di pensiero originale alla community dell’uovo in camicia; ma al tempo stesso e con lo stesso cervello m’impegnavo e interagivo in pari grado su un altro subject, tipo

RESILIENZA

oppure

VACANZE CHEAP & CHIC,

anzi m’impegnavo e interagivo su tutti e tre, per non dire quattro; dopo mezz’ora di cammino svelto ero in grado di tener d’occhio otto finestrelle aperte e attive sul mio tablet, oltre naturalmente al didietro acqua-e-sapone di voi sapete chi.

Sì, ma a cosa o a chi serviva tutto ciò?

(prosegue, tra qualche mese, su e-book)

STORYTELLING – Una storia vera / 7

Capitolo settimo. Il mio improvviso interesse per la politica ungherese

[Previously on Storytelling: Colui che prima o poi comprenderà di chiamarsi Gino si aggira, smemorato e smarrito, in un mondo sotterraneo dominato dalla logica in apparenza folle ma rigorosa dello storytelling. Dopo gli spiazzanti incontri con un Tecnico laconico e un barbone logorroico, si mette all’inseguimento di un’anonima folla di giovani borghesi dall’aria efficiente.]

Io ho sveltito il passo per raggiungere la retroguardia dell’esercito informale di “schiavetti” e ritrovarmi infine, dopo una marcia di almeno mezz’ora, tra migliaia di loro in quello che lì per lì mi è parso come lo smisurato, affollato terminal di un aeroporto senza arrivi né partenze, illuminato a giorno da luce artificiale e brulicante di schermi. La marcia uniforme era finita, ma continuavamo a muoverci tutti, a piccoli gruppi o file indiane che mi parevano casualmente sciogliersi e ricomporsi, ancora camminando o trasportati da scale mobili o lunghissimi tapis roulant. Come nei duty free dei grandi aeroporti, si passava accanto a grandi spazi algidi e luminosi, sovrastati da insegne sgargianti – senz’alcun prodotto esposto, però. Lasciandomi trascinare chissà dove da una delle molte tecnologiche pedane, superato sovente a sinistra da qualche collega frettoloso e chino di testa sul proprio tablet, indugiavo con lo sguardo sui nomi per me enigmatici di quella sorta di negozi vuoti. Per esempio:

HOTTEST VIDEOS ABOUT CATS

HUNGARIAN POLITICS

CHAMPIONS LEAGUE PRONOSTICI

IL SENSO DELLA VITA

YOGA VS. PORN

LA MUSICA CLASSICA HA ROTTO IL K?

CAMPAGNE UMANITARIE COOL

PENA DI MORTE E CRITICA TEATRALE

DAL SOCIALISMO AL SOCIAL

VOTA LA CALZATURA

TERRORISMO QUIZ

SIMPATICI SLOGAN CONTRO GLI STRANIERI

SCOPRI LO ZINGARO CHE C’È IN TE

PAPEROGA O MOTOTOPO?

SUPEREGOTRIP!

DOMANDE A SCELTA

LA DONNA DELLA TUA VITA…

All’improvviso, sussultando di stupore, ho sentito qualcosa vibrarmi tra le mani. Era un tablet di ultima generazione. Avevo un tablet anch’io! Come tutti gli altri. Ma quand’era successo? Quando l’avevo ricevuto? Perché non me ne ero accorto? Sullo schermo del tablet, lampeggiava un messaggio:

Keffai? Nn klikki? L

Perplesso e preoccupato, mi sono guardato un po’ attorno. Ma ecco subito una nuova vibrazione, un nuovo messaggio:

Noi klikkiamo tutti!… Kecè, 6 nuovo??? J

E poi:

Sono dietro a te. Nn guardare!  ;-)

D’istinto, non ho potuto fare a meno di girarmi a sbirciare chi c’era in fila a dietro di me: diversi uomini ma soprattutto una giovane donna, che da questo punto della mia narrazione in poi, per motivi che diverranno evidenti, chiamerò la Giovane Donna. Di media statura, non appariscente ma indiscutibilmente graziosa, dal fare nervosetto e concentrata, molto concentrata, quasi troppo, a digitare sul touchscreen.  Non ha sollevato gli occhi in mia direzione nemmeno per un istante e ciò mi ha confermato nell’intuitiva convinzione che fosse stata proprio lei, e assolutamente non uno dei borghesucci maschi che la precedevano o seguivano, a contattarmi. Ho facilmente capito come far comparire una tastiera sul mio schermo e tramite quella ho scritto:

Klikkare kosa? J J J Komunque ciao eh

A mo’ di risposta, è comparso sul tablet un menu con parecchi degli stessi nomi che ci sfilavano accanto, sgargianti insegne sul nulla. Ne ho dedotto (correttamente) che si dovesse scegliere cliccando uno di quegli argomenti e poi in qualche modo, chissà, interagire. A mio gusto superficiale, non mi sarebbe dispiaciuto tentare YOGA VS. PORN, ma mi ha preso il timore che la Giovane Donna se ne accorgesse, facendosi subito di me un’idea sbagliata, o comunque riduttiva. Ho deciso così, per darmi un tono e nella speranza di condividere un interesse sofisticato con lei, HUNGARIAN POLITICS.

(prosegue…)

STORYTELLING – Una storia vera / 6

Capitolo sesto. Effetti collaterali del neo-liberismo narrativo

[Previously on Storytelling: Un barbone stonato dai remoti trascorsi di sedicente comunista, Prince, inizia a raccontare a Gino la triste vicenda del suo folle invaghimento per la diva del riformismo Chantal Bini.]

Eravamo fermi da ormai dieci minuti. Senza che nessuno ci degnasse di uno sguardo, intorno a noi il flusso di borghesucci un po’ alienati continuava regolarmente. Io quasi non me ne curavo più, rapito com’ero dal racconto delle patetiche disavventure del poeta chantaliano; un racconto a tratti inverosimile, ma – ve lo posso garantire – snocciolato con un pathos e una sincerità davvero commoventi. Dopo la prima folgorazione davanti al teleschermo, Prince si era bulimicamente informato, tramite qualunque mezzo di comunicazione di massa, sulla vita pubblica e privata di quella giovane donna politica così abissalmente lontana dai suoi ideali di un tempo. Ideali traditi senza pietà – non da lui stesso, ma per l’appunto, dal tempo. Non era rimasto in campo altro che miseria e neo-liberismo, lassù in Superficie, mi ha detto Prince (ma io non ho capito bene che cosa fosse ‘sto neo-liberismo). Il cosiddetto riformismo, ha cercato di spiegarmi Prince, altro non era che neo-liberismo mascherato (qui l’ho capito ancora meno), e la deputata Bini ne era una delle principali esponenti – anzi, sirene. Un’irresistibile sirena del riformismo neo-liberista, o del neo-liberismo pseudo-riformista! Ma come fai a non ricordartela?… – mi ha chiesto Prince quasi urlando, con gli occhi sbarrati. Gli ho risposto che c’erano cosa ben più importanti che avevo dimenticato, eventi fondamentali della mia stessa vita… Ma lui più che alla mia vita era interessato a raccontarmi il disfacimento della sua. Sicché mi ha interrotto e si è messo a parlare degli Angeli del Cambiamento, un movimento politico/culturale con tratti inequivocabilmente settari cui si era iscritto pochi giorni dopo aver composto il poemetto Per Chantal #8. Si era convinto di essere entrato in contatto con una cerchia ristretta di fedelissimi sostenitori della sua musa, e tramite loro di poterla prima o poi (ma presto!) incontrare personalmente, guardare negli occhi, magari sfiorare… Era forse del tutto rincoglionito?… (domanda retorica questa, che Prince si è posto in mia presenza). No, non del tutto – si è risposto Prince. Una parte di lui era rimasta lucida e si rendeva conto che le riforme-tra-virgolette proposte in tivù da Chantal e propagandate con astuzia dai suoi Angeli erano cambiamenti sì, ma in peggio per il 90% della cittadinanza, cioè di quello che una volta ai bei tempi avrebbe chiamato popolo. Ma si trattava di una lucidità impotente, soffocata dal fascino della sirena – fascino non solo fisico, s’intende, anche se… Ma come fai a non ricordartela? – mi ha ripetuto, incredulo, allucinato. No, no, era anche fascino della voce (per forza – una sirena!) e soprattutto, sì, delle parole!… Vertiginosamente ingannevoli e vuote, a ripensarci dopo un po’, ma seducenti come un antico e caldo racconto. Racconto di che? – gli ho chiesto ingenuamente, da vero sprovveduto. Prince ha per un attimo taciuto, aprendo le braccia in un ampio gesto vago e onnicomprensivo. Poi si è messo a ridere d’una risata pazza e a raccontarmi i test psico-narrativi cui era stato sottoposto per poter aderire agli Angeli, le prime sessioni di brainstorming riformista, i ritiri di storytelling nei monasteri buddisti, e infine la proposta… L’irresistibile proposta che l’aveva spinto qui sotto e condannato a una perpetua sconfitta. Lavorare in segreto per Chantal e gli altri leader riformisti. Essere, per sempre,  motore occulto del Cambiamento. In quegli anni si gettavano le fondamenta, alla periferia occidentale di una nostra grande città, di quell’Esposizione Universale la cui piantina era l’unica reliquia della mia passata esistenza. L’ovvia inefficienza generalizzata e la consueta necessità di alimentare la corruzione avevano portato a enormi ritardi nei lavori; con improvvisa e lucrosa accelerazione dei medesimi a ridosso della scadenza. Ogni mattina alle sei, decine di furgoni, camioni e pulmini scaricavano frotte d’operai regolari e non, impegnati negli scavi. A questo traffico spettacolare d’umani e macchinari se ne mescolava subdolamente un altro, secondo Prince: borghesucci clandestini trasportati senza dare nell’occhio, una dozzina alla volta, nel retro soffocante di complici TIR, dentro all’area della futura Esposizione. Erano gli Angeli!… Dopo un periodo di indottrinamento – o “lavaggio del cervello”, per dirla con Prince – variabile tra le cinque settimane e i sei mesi, con verifica delle capacità cognitivo/narrative di ciascuno, dell’effettiva dedizione alla Causa Riformista e della volontà di recidere tutti i legami stabiliti durante esistenze borghesucciamente semi-fallimentari, gli Angeli venivano scaricati nel mondo di sotto, una specie di cielo al contrario da tempo scavato in segreto sotto l’Expo: quella Fabbrica delle Storie in cui ero sprofondato anch’io – sia pure, probabilmente, per altre strade e più misteriosi motivi… E Chantal?

In che senso “e Chantal”?

Voglio dire: e Chantal, che fine ha fatto? Ci sei riuscito, a incontrarla?…

Qui sotto?

Qui sotto –

Non ci verrà mai, è chiaro, lo capisce anche uno scemo, ma come fai a non capire?… Scusa, scusa eh, non volevo darti dello scemo, tra l’altro io sono stato molto più scemo, demente, tordo e gino di te, io che ho lasciato tutto per lei… Che ho scritto una lettera a mio figlio e alla mia ex spiegando i motivi del mio suicidio… E loro sicuramente ci hanno creduto, che ormai c’ho le ossa spolpate dai pesci, e mi pensano ogni giorno di meno, ogni giorno più sereni… Scemo, idiota, rincitrullito che ero, appena sceso quaggiù ero convinto di entrare subito – che so io, in una sala riunioni faccia a faccia con Chantal, per una sfilza meeting operativi riformisti! E invece…

E invece?

Dove stanno andando, secondo te, tutti questi schiavetti del neo-liberismo narrativo? Eh?… Eh già, sì, lo so che non puoi saperlo… E neanche lo puoi immaginare! Vacci dietro, su, che poi mi dirai… Mi saprai dire se aveva ragione o no ‘sto vecchio pazzo, che sarei io, che non sono pazzo, ma faccio finta per non essere eliminato dagli spioni della lobby riformista globalizzata!… Perché è meglio diventare un barbone che carne da macello intellettuale, rimacellata in eterno per il profitto di pochi… No? Non trovi? Non sei d’accordo? Lo sarai! Tu non sei come gli altri, amico, te lo leggo in faccia. Ma adesso vai, vai, che sennò fai tardi all’appello… No, un attimo, aspetta!

E simulando un fulmineo abbraccio mi ha ficcato nella tasca interna della giacca qualcosa, un piccolo cartoccio scricchiolante, che poco più tardi avrei riconosciuto come brioche a cornetto confezionata. Vera. Reale. Ma scaduta il 24 giugno del 1996. Vicino all’ampiamente sorpassata data entro cui consumare la brioche, Prince aveva scarabocchiato una sequenza di cifre che avrebbe potuto essere il suo numero di telefono, o forse di conto in banca – anche se mi pareva improbabile che fosse dotato sia del primo che del secondo.

I know from righteous, I know from sin

I got two sides and they’re both friends

Don’t try to clock’em, they’re much too fast

If you try to stop ‘em they kick that ass…

Schitarrando senza corde e stonando, quel disadattato conturbante eppure amichevole si allontanava da me con una scomposta danza semicircolare.

(prosegue…)

porno porno izle porno film izle