E Macao suonò la sveglia

Ci eravamo semi-addormentati, qui a Milano, a forza di dirci tra noi, sottovoce e malvolentieri, che nell’ultimo anno, almeno nel settore delle arti, è cambiato poco o nulla. Il “noi” si riferisce a molti lavoratori dello spettacolo che hanno appoggiato con convinzione la candidatura a sindaco di Pisapia. Certo, in tempi come questi anche solo proteggere cultura e istruzione dai tagli rappresenta uno sforzo politico da non sottovalutare; e sarebbe puro qualunquismo mettere sullo stesso piano la giunta cittadina e l’inqualificabile governo della Lombardia. Però, insomma, non possiamo spacciarci da soli come cambiamento quella che appare con tutta evidenza una semplice limitazione dei danni.

E’ una scossa salutare quella che hanno dato alla città i colleghi, giovani e non, che il 5 maggio hanno occupato la Torre Galfa, fondando  Macao. Si tratta di un’iniziativa che solo superficialmente assomiglia alle occupazioni dei “vecchi” centri sociali. Le persone che hanno investito con generosità tempo ed energia per ridare vita a uno spazio abbandonato suggestivo e altamente simbolico, ma di difficilissima gestione, non sono rappresentanti di una cultura alternativa. E’ gente che, in buona parte, ha già operato con competenza nei circuiti culturali “ufficiali”; circuiti in cui la crisi economica sta aumentando la precarietà di molti e il potere corporativo di pochi. L’apertura di spazi autogestiti, dove vengono azzerate le rendite di posizione, è una reazione vitale, che può parzialmente compensare l’immobilismo non solo della politica, ma della società civile.

Ma ieri mattina è avvenuto lo sgombero della Torre Galfa, chiesto dalla proprietà e rapidamente eseguito della prefettura dopo che il sindaco, con una sconcertante ammissione di debolezza politica, aveva dichiarato la propria incompetenza in materia. La sensazione diffusa è che gli eventi delle ultime due settimane abbiano trovato del tutto impreparata e divisa la giunta comunale. Pisapia alla fine ha provato a metterci una pezza, intervenendo di persona all’assemblea di Macao; però la promessa di mettere a disposizione della cultura e della creatività nuovi spazi, a partire dall’ex-Ansaldo, è parsa a molti tardiva e un po’ forzata. Forse la politica non ha compreso che un movimento di questo tipo – analogamente a molti altri che si stanno sviluppando in tutto il mondo – non pone il problema degli spazi, ma si appropria degli spazi per affrontare problemi.

So che alcuni abitanti di Macao non riconoscono il valore della democrazia rappresentativa. In effetti, ultimamente non sta dando buone prove di sé. Ma io, tutto sommato, ci credo ancora e prendo spunto dalla “sveglia” suonata in via Galvani per dare qualche suggerimento alle persone che ho contribuito a eleggere. Si tratta solo di un paio di proposte, modeste e a costo zero, per aiutare a dare un segno di effettivo cambiamento nel settore in cui lavoro, quello del teatro. Come ho già avuto modo di argomentare altrove, il sistema teatrale milanese presenta alcuni esempi di eccellenza dal punto di vista organizzativo, ma nel suo complesso è molto, molto conservatore. Da quando ho iniziato a lavorare (verso la fine degli anni ottanta) a oggi, ricordo pochissimi cambi al vertice dei più importanti teatri della città; cambi quasi sempre motivati dal decesso dei titolari. Per gli artisti indipendenti, per le compagnie teatrali senza “casa”, o per quelle con una “casa” piccola o decentrata, la sopravvivenza è sempre stata dura. Il problema, a mio avviso, non è tanto la precarietà – in fondo connaturata al mestiere che ci siamo scelti – quanto l’asimmetria nella condizione precaria: il potere insensato di chi è, semplicemente, arrivato prima. Non intendo lamentarmi, né portare avanti una contrapposizione manichea tra realtà produttive piccole e grandi; si trova dell’ottimo e del pessimo in tutte le dimensioni. Basta il che il pessimo non si faccia scudo dell’ottimo, come spesso accade quando nulla cambia. Ma ecco le proposte.

  1. Le convenzioni. E’ noto che Milano ha una bella tradizione di sostegno ai teatri, attraverso un sistema detto di “convenzioni”; mi risulta che sia in corso un lungo processo di revisione di tale sistema. Ebbene, non sarebbe il caso di approfittarne per azzerare o ridurre ai minimi termini il criterio di “storicità” che concorre a determinare l’assegnazione dei contributi? Il teatro avviene nel presente. Venti, trenta, o cent’anni di tradizione sono importanti, solo se messi a frutto, trasformati in energia pulsante ora. Si mettano a confronto risultati artistici, trascorsi gestionali e progettualità guardando all’oggi, senza gerarchie precostituite. Non si tema di togliere a chi ha già, se opportuno – ovviamente spiegandone il motivo. Siano resi trasparenti e accessibili a tutti,  nei dettagli, i bilanci dei teatri sovvenzionati. Non è più tempo di privacy, se si parla di denaro pubblico.

Con questi elementari accorgimenti, Milano darebbe l’esempio al resto d’Italia, magari stimolando all’auto-riforma un establishment teatrale che sta attraversando la crisi con cinismo gattopardesco. Sarà che l’età mi rende malizioso, ma ho l’impressione che perfino la nascita di un circuito di teatri occupati venga tollerata nella prospettiva di rafforzare lo status quo: basta che i bencomunisti di turno stiano lontani dal FUS. Per il resto, sfoghino pure gratis il dissenso e consentano a qualche artista di sinistra altrove lautamente pagato di sciacquarsi la coscienza civile.

  1. Expo 2015.  A quanto pare, si farà davvero. Ancora stento a crederci; comunque, va bene così. C’è una grande aspettativa di rilancio economico della città, intorno a questo evento. E’ dunque venuto il momento che gli enti finanziatori di Expo, Comune in testa, rendano noto quali sono le risorse disponibili per le iniziative culturali, e secondo quali criteri verranno assegnate. Se ci saranno dei bandi – com’è avvenuto in passato per iniziative di sensibilizzazione sui temi dell’Expo – mi aspetto che siano diffusi con un anticipo congruo rispetto alla scadenza, e prevedendo una dotazione monetaria dignitosa per i vincitori. Il cammino verso Expo è una grande occasione per affermare e applicare principi di trasparenza; e non solo nel settore delle costruzioni. Cominciamo adesso?

Ecco, lo so, sono proposte un po’ grezze, nemmeno troppo originali, e  tutte da migliorare e raffinare. Ma, insomma, spero che lo spirito con cui le ho buttate giù si sia compreso. Se il vento non cambia quanto vorremmo, bisogna soffiare più forte. E intanto, grazie per la sveglia e lunga vita a Macao.

 

“L’attore civile” di Bigatto e Molinari – presentazione al Salone del libro

Titivillus presenta

Venerdì 11 maggio – ore 16.30

Salone internazionale del libro TORINO

Paola BIGATTO, Renata M. MOLINARI

L’attore civile

Una riflessione fra teatro e storia attraverso un secolo di eventi all’Accademia dei Filodrammatici di Milano

Intervengono:

Paola Bigatto, attrice, regista e docente teatrale

Renata M. Molinari, scrittrice, dramaturg e docente teatrale

Antonia Chiodi, direttrice dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano

Renato Gabrielli, drammaturgo e regista

 

Titivillus Mostre Editoria – Stand G150 H146 – Pad 2

Le recensioni impossibili / 1: Facciamoci il callo

Fare il critico teatrale – lo sappiamo – non ha più molto senso; come tante altre cose – ma ancora meno. Tuttavia, soprattutto per quelli che lo fanno da tanto tempo, smettere può rivelarsi un’impresa disperata. Il loro  mestiere è vischiosamente abitudinario: una specie di droga noiosa, socialmente rispettabile. Non riescono a vedere la luce in fondo al tunnel. Dobbiamo aiutarli. Ciascuno di noi dovrebbe adottare un critico e stargli vicino mentre cerca faticosamente di rifarsi una vita. Io ci sto provando.

Si tratta di un caso difficile, di un uomo disturbato e disturbante, dalla recensione compulsiva, che però mi ha giurato che a fine anno mollerà tutto e andrà a disintossicarsi in un paese dittatoriale di quelli seri, in cui il teatro proprio non si può fare. Mi ha posto una sola condizione: potersi sfogare, prima dell’esilio, su questo blog, pubblicando in forma anonima certe sue “recensioni impossibili” che i media ufficiali non hanno mai accettato. Insomma, come mi ha detto lui stesso con occhi spiritati e voce tremante d’eccitazione: “tutto quello che avreste voluto sapere sul teatro, ma non avete mai osato chiedere”. Sarò sincero: secondo me, questi suoi scritti testimoniano soprattutto i danni permanenti che un lungo esercizio della professione critica può causare all’equilibrio psicologico di una persona. Quest’uomo non sta bene. Perciò, vi chiedo di leggere con benevola pazienza la sua prima “recensione impossibile”, che trascrivo qui sotto. Aiutatemi ad aiutarlo. Grazie.

FACCIAMOCI IL CALLO

di Moliconi & Schnabel

Ma c’era proprio bisogno, in questo momento di crisi, d’inventarsi un nuovo festival teatrale, come “Es/Crescenze”, che la settimana scorsa ha invaso spazi post-industriali, negozi e bar nei quartieri e nei piccoli comuni adiacenti alla Tangenziale Est di Milano? La mia risposta, convinta, è: sì. All’inizio, l’ammetto, era parso anche a me un po’ pretestuoso, se non assurdo, l’obiettivo della manifestazione: esplorare i punti di contatto tra la dermatologia e le arti performative. E destava qualche perplessità l’affidamento della direzione artistica a un farmacista di Crescenzago con precedenti non artistici, ma penali. Però, alla prova dei fatti, l’idea si è rivelata geniale. Bastava farsi un giro di poche ore tra gli eventi intorno alla tangenziale,  per rendersi conto di quanti spunti scenicamente irresistibili ci fornisce tutto ciò che ci es/cresce sull’epidermide: peli, capelli, unghie, bubboni, vesciche, verruche, eczemi, voglie, nèi… Non posso raccontarvi tutto, mi limiterò dunque a trasmettervi le emozioni che ho provato durante la performance di Moliconi & Schnabel nella bottega di pedicure “da Pina”, nei sobborghi orientali di Cologno.

Fulvio Moliconi e Olindo Schnabel non hanno bisogno di presentazioni. E’ dagli anni ottanta che seguo il loro percorso artistico (e non certo, come dice superficialmente qualcuno, perché il cugino di Olindo dà lavoro a mia moglie); non mi hanno mai deluso, ma l’esperienza di Facciamoci il callo è stata veramente speciale. Prima di tutto, non è stata un’esperienza da spettatore. Io e gli altri tre fortunati partecipanti che si sono prenotati per primi siamo stati trattati, fin dall’anticamera, come clienti dello studio di pedicure. E ci è stata fatta la pedicure. Nulla veniva rappresentato. Non era realismo, ma realtà. Realtà consapevolizzante, però, in sommo grado: da quando sono uscito dalla performance, non riesco a guardare i miei piedi allo stesso modo. Nulla sarà più come prima.

Come raccontare un’esperienza così intensa, ma fatta quasi di nulla? Fulvio Moliconi, in camice bianco, altissimo, magro più che mai, un po’ curvo, impeccabilmente si prendeva cura dei nostri otto piedi, compiendo a ritmo uniforme le stesse semplici e delicate operazioni, passando senza fretta e con grande attenzione da una poltrona all’altra. Nel suo modo di sciacquare, massaggiare, limare, eliminare le pellicine non c’era recitazione, mai. Chi non sapeva che si tratta di uno degli artisti più premiati dalla critica europea, l’avrà di certo preso per un bravo collega venuto a sostituire Pina, l’estetista di Cologno sovente malaticcia. Quanta verità, nel silenzio di Fulvio! Lungi dalle convenzioni più stantie, niente inutili parole, solo il sottile ronzio della fresatrice di diamante a forma di rullo mentre rifila i bordi delle unghie. E intanto, Olindo?

Intanto, Olindo Schnabel, senza nessun rapporto narrativo o banalmente di senso con l’azione del suo compagno di sempre, transitava tra le nostre poltrone, uscendo e rientrando nella bottega pedicuriale ogni volta in una mise diversa, portata con eleganza pari soltanto alla sua enorme stazza: Cleopatra, Wanda Osiris, Marilyn, Margaret Thatcher, Heidi… E questo potrebbe sembrare un tradimento, un modo di snaturare la coerenza e il rigore del progetto inserendo elementi di stucchevole teatralità. Ma chi conosce Olindo ed è andato, come me, a più di una delle sue famose feste, sa che lui si comporta così anche nella vita. E’ una persona assolutamente incontrollabile, gira sempre col suo baule ed è capace di travestirsi in un battibaleno quando meno te l’aspetti. Anzi, io non escludo che perfino Moliconi, durante la performance, non si aspettasse dal suo amico una serie di defilé così insistiti e stranianti. A un certo punto, infatti, nei gesti di Fulvio ha cominciato ad affiorare una certa irritazione; sbuffava, un po’ deconcentrato, e magari interrompeva un massaggio per gettare occhiate di esasperazione, in particolare a Heidi, una figura con cui dai tempi dell’infanzia non è mai riuscito a riconciliarsi… Finché, all’improvviso – uno strillo: la signora circa settantenne seduta nella poltrona di fronte alla mia indica inorridita un taglio profondo alla base dell’alluce del suo piede destro. Cola sangue sul pavimento. Sangue vero!

Non so come descrivervi la bellezza di questa svolta non drammaturgica, ma esistenziale. Fulvio prova a chiedere scusa, la signora non accetta le scuse e anzi minaccia conseguenze legali se non sarà ripristinata l’integrità del suo piede, Fulvio trova questa sua reazione insopportabilmente borghese e urlando “vecchia puttana!” conficca la fresatrice tra le labbra aperte della ferita, il sangue schizza sulla spettatrice vicina, che fugge terrorizzata lasciando lì le scarpe, mentre quello seduto accanto a me si attacca al cellulare e chiama la polizia; allora Olindo ancora vestito da Frida Kahlo raccatta il suo baule ed esce teatralmente da una finestra (per fortuna siamo a pianterreno), e Fulvio, non prima di avermi strizzato un occhio in segno di lusinghiera complicità intellettuale, lo segue di gran corsa. La bottega di Pina è devastata. L’anziana signora piange. La pozza di sangue si allarga sulle piastrelle bianche del pavimento. In lontananza, sentiamo le sirene della polizia. Realtà? Finzione? I poliziotti arrivati dopo per la denuncia erano veri, o magari complici, insieme alla signora, di una geniale congiura post-drammatica ordita da Moliconi & Schnabel? E se non era tutto vero, perché quei due si sono resi irreperibili e non rispondono più nemmeno ai miei sms?

Ecco, questo è il tipo di domande stimolanti con cui si vorrebbe sempre uscire da una serata teatrale. Purtroppo però ci cono ancora artisti che si ostinano ad annoiarci mettendo in scena pedissequamente  dei testi molto lunghi e (diciamolo con coraggio, finalmente!) un po’ datati, come quello di cui vi parlerò nella mia prossima recensione impossibile: Amleto.

 

 

“Hystrio”, tutto su Strindberg

HYSTRIO

trimestrale di teatro e spettacolo

È uscito il numero di aprile-giugno 2012!

 

Interamente dedicato ad August Strindberg, a cento anni dalla morte, il dossier pubblicato su Hystrio 2.2012, con il sostegno dell’Ambasciata di Svezia. Il secolo passato da quel 14 maggio 1912, diviene occasione ideale per ripensare ruolo e importanza dell’autore, sia come drammaturgo che come personalità d’artista profondamente radicato nello spirito del suo tempo, a stretto contatto con avanguardie e talenti d’inizio secolo, europeista ante litteram, innamorato di filosofia e psicanalisi. Dall’uomo all’arte il passo è breve: una scrittura spietata nell’analisi delle dinamiche di coppia e familiari, ma, soprattutto, un autore modernissimo, capace di ispirazioni curiose e, alla prova del tempo, molto più contemporaneo di tanti altri scandinavi (a cura di Laura Bevione e Diego Vincenti , con interventi di Franco Perrelli, Jorgen Stender Clausen, Roberto Alonge , Björn Meidal, Giuseppe Liotta , Domenico Rigotti , Massimo Ciaravolo e Maurizio Porro).

 

Ad aprire il nuovo numero, un omaggio a Gianrico Tedeschi e alla sua lunga carriera d’attore, nonché all’utopia del Teatro Nazionale Popolare di Jean Vilar. Alcuni focus si concentrano sulla Compagnia sarda Cada Die Teatro, che compie trent’anni di attività, sulla Compagnia Cuocolo-Bosetti e sul Premio My Dream, per teatro e disabilità. Segue l’incontro-intervista con la “giovane mattatrice” Federica Fracassi (di Roberto Canziani , Gianni Poli , Renzo Francabandera , Laura Bevione , Fausto Malcovati ).

Le corrispondenze dall’estero toccano, questa volta, Londra, Berlino, Parigi, Copenhagen, Mosca, Montréal (di Sergio Lo Gatto , Margherita Laera , Elena Basteri , Giuseppe Montemagno , Giulia Capodieci, Fausto Malcovati ), mentre tre approfondimenti riguardano il Teatro di figura di Duda Paiva, il Teatro Ragazzi ( Emma Dante , Babilonia Teatri, Teatro Sotterraneo) e la “giovane compagnia” Muta Imago.

Completano il numero i Bandi del Premio Hystrio 2012 , un ricordo di Carmelo Bene, a 10 anni dalla scomparsa, e le consuete rubriche sulle recensioni di teatro, danza e lirica (oltre 80), le novità editoriali (a cura di Albarosa Camaldo ) e il notiziario (a cura di Roberto Rizzente ). Infine, il testo: La palestra di Giorgio Scianna, che è stato messo in scena da Veronica Cruciani, a Castiglioncello nel luglio 2011 e sarà ripreso a Roma a maggio 2012.

La copertina e l’immagine di apertura del dossier sono state appositamente realizzate per noi da  Massimo Dezzani.

“Giulio Cesare” al Piccolo

Debutta questa sera al Teatro Strehler di Milano Giulio Cesare di William Shakespeare, con la regia di Carmelo Rifici; per questo spettacolo ho curato l’adattamento drammaturgico della traduzione di Agostino Lombardo.

Riporto qui sotto il breve saggio che ho scritto per il programma di sala.

 

La lingua del potere e lo spettacolo della violenza

Per chi fa teatro oggi è molto difficile mettere credibilmente in scena il potere politico, rappresentandone con efficacia le contraddizioni. In primo luogo, si fa fatica a individuare chi davvero siano i detentori di tale potere; a dare loro nomi, volti, sostanza e dignità di personaggi. In secondo luogo, il teatro stesso si ritrova ai margini dei circuiti d’influenza economica e politica, in una sostanziale condizione di irrilevanza nel dibattito pubblico (a meno che certi suoi contenuti non “rimbalzino” su altri mezzi di comunicazione); e come si fa a parlare di un mondo da cui si è di fatto esiliati? Dobbiamo capolavori della drammaturgia come il Giulio Cesare di Shakespeare, oltre che al genio dei loro autori, all’importanza del teatro nel contesto economico e sociale in cui sono stati concepiti. Anche per questo, “attualizzarli” è un delitto inutile. Si può semmai indagarli nella speranza che la loro complessità getti qualche squarcio di luce sul nostro presente frammentario e confuso.

Rome is a room. L’intraducibile gioco di parole che ricorre nel testo, mettendo in corto circuito la grandezza di Roma con l’angustia di una stanza, assume un valore peculiare nel progetto registico di Carmelo Rifici. I numerosi ambienti esterni evocati nel copione shakespeariano vengono ricondotti  all’interno di un sistema di stanze che si scompongono e ricompongono,  incastrando inesorabilmente i personaggi, guidandone i percorsi, limitandone la libertà. Non c’è pubblica piazza, non c’è campo aperto di battaglia. Questo senso di chiusura, di fatalità opprimente, mi pare un punto in comune tra il nostro spettacolo e il bel film dei fratelli Taviani, Cesare non deve morire: penso alla significativa incombenza delle mura di Rebibbia entro cui gli attori/detenuti provano il loro Shakespeare. Roma – lo sappiamo già – non è grande. Che si svolga in un carcere o in un palazzo, la lotta per il potere si confonde con il crimine e segue una sua logica implacabile, senza vie d’uscita.

L’adattamento che ho realizzato insieme a Rifici ha comportato dunque soprattutto un lavoro di taglio e nuovo montaggio della traduzione di Agostino Lombardo su misura di una precisa drammaturgia dello spazio. Abbiamo scelto di “asciugare” drasticamente  le battute dei personaggi principali (in particolare di Bruto, Cassio e Antonio), per  poter dare anche rilievo a figure in apparenza minori, conservando scene o spezzoni di scena che nella maggior parte degli allestimenti vengono tagliati. In ciò si asseconda l’intento registico di dare vita in primo luogo a un ambiente: quello di una Roma/stanza inquieta, contraddittoria, avida e timorosa al tempo stesso di uno sconvolgimento epocale che tutti, dall’irridente calzolaio che appare solo nella prima scena a Cesare stesso, avvertono come inevitabile.

Sotto il velo di una retorica che raggiunge nei versi shakespeariani vette altissime, ribollono spinte irrazionali, invidie appassionate e inconfessabili, deliri di superstizione. Giulio Cesare è una tragedia di presagi che si avverano e di eroi che soccombono ai propri fantasmi, rinunciando di fatto all’autonomia etica che si ostinano a rivendicare. I potenti usano l’occultismo a scopo di manipolazione, ma sono a loro volta sedotti, fuorviati, ipnotizzati. Non si dimostrano poi sostanzialmente diversi da quel popolo che disprezzano a parole, o che, con la forza delle parole, inducono a scatenare un’incontrollabile violenza. E infatti gli artigiani sostenitori di Cesare nella scena iniziale – da noi rielaborata per evidenziare l’aspetto sinistro, più minaccioso che comico, dei giochi di parole – si contrappongono da pari a pari, senza palesare alcun tipo d’inferiorità, ai nobili Flavio e Marullo.

Non dobbiamo poi dimenticare che Giulio Cesare ci chiama in causa – e già faceva lo stesso con il pubblico dei tempi di Shakespeare – come spettatori della violenza. Dichiara Cassio, invitando gli altri congiurati a immergere le mani nel sangue di Cesare appena ucciso: “In quante età future questa nostra scena sublime verrà recitata, in stati ancora non nati e con accenti ancora sconosciuti!”. L’aspettativa di Bruto e Cassio è che ogni membro del pubblico che assista alla rappresentazione del loro atto omicida ne riconosca e convalidi il carattere sacrificale e salvifico per un’intera comunità; ma lo sviluppo della tragedia smentisce nettamente questa loro pretesa. Parimenti, ai giorni nostri lo spettacolo della morte violenta dei tiranni, non rappresentata ma riprodotta a volontà in televisione e su internet, magari con intento pedagogico o catartico, ci riduce in uno stato di complice voyeurismo.

Omicidi. Suicidi. Saccheggi. Incendi. Battaglie. Nel copione di Shakespeare non mancano certo le scene d’azione, e il sangue si sparge senza risparmio. Si è scelto di immergere queste scene in un’atmosfera rarefatta e allucinatoria, come se anche colui che perpetra la violenza ne fosse al tempo stesso spettatore impotente. E’ una specie di dilatarsi, anche nel culmine degli scontri, del tormentoso interim attraversato da Bruto nel secondo atto: “Tra l’attuazione d’una cosa spaventosa e il primo impulso, l’intervallo è come un’allucinazione o un sogno odioso”. Beninteso, il clima onirico non depotenzia i conflitti, né li rende irreali, ma accentua una scissione interna ai personaggi in cui una sensibilità contemporanea non può non rispecchiarsi. La violenza è sempre altrove, goduta come uno spettacolo, contemplata a distanza, perfino se siamo noi stessi a compierla, o se viene compiuta in nostro nome.  Coerentemente con questa impostazione, della battaglia di Filippi, che occupa tutto il quinto atto del Giulio Cesare, nulla appare in scena; la si evoca nel susseguirsi incalzante dei dispacci che i comandanti ricevono nei loro asettici quartieri generali.

Lavorare su un “classico” sul versante drammaturgico significa, il più delle volte, risolversi a tagliare ampi brani di testo di qualità infinitamente superiore a quanto mai si riuscirà a scrivere in proprio. E’, insomma, una faccenda piuttosto dolorosa, che genera sensi di inadeguatezza e di colpa.  Ma spero di averla sbrigata in modo ragionevole, in armonia con un disegno registico originale e rigoroso. E sono lieto in particolare perché abbiamo risparmiato le forbici a una breve scena, che sovente in passato ne è stata vittima: quella in cui il poeta Cinna, omonimo di un congiurato, viene scambiato per quest’ultimo e aggredito dalla folla. Intellettuale anti-eroico, forse un po’ con la testa tra le nuvole, è per coraggio o per sciocca leggerezza che mette il naso fuori casa in un momento per lui così poco opportuno? Di questo Cinna sarebbe bello sapere molto di più; e pare che anche lui, come Rosencrantz e Guildestern, gli sfortunati amici di Amleto riscattati da Tom Stoppard, abbia trovato un valido autore capace di confezionargli intorno una commedia intera. Dovrebbe debuttare a Londra nei prossimi mesi I, Cinna (the Poet) di Tim Crouch.  Vedremo se il nuovo testo gli renderà compiutamente onore. Ma, nel frattempo, non lasciamoci troppo condizionare, o intimidire, dalla disavventura di questo nostro antenato. Anche se il cielo è minaccioso e i presagi non sono buoni, vale sempre la pena uscire di casa.

 

 

Paladini della cultura? I “grandi” giornali alla prova dei fatti

Molto spesso, in Italia, chi propone soluzioni è parte del problema. Ma in questo non c’è nulla di grave. Grave è piuttosto non ammettere, o nemmeno accorgersi, di essere parte del problema. Prendiamo, per esempio, i giornali più diffusi della buona borghesia italiana: “Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Sole 24 Ore”, “Stampa”. Io, da buon borghese, li leggo di frequente; e mi fa molto piacere trovarci denunce sempre più autorevoli e accorate dello stato in cui versa la nostra cultura (come in questi due brillanti articoli di Gian Antonio Stella e di Francesco Merlo), nonché proposte concrete per risalire la china, a partire dal manifesto promosso dal “Sole” (di cui ho già parlato qui). Tuttavia, trovo legittimo ricordare, non tanto ai quasi inappuntabili giornalisti, quanto ai loro direttori e – soprattutto – ai loro editori, che il modo in cui la cultura viene da anni trattata sulle pagine dei grandi quotidiani ha senz’altro contribuito al suo degrado.

Per abitudine o compulsione, leggo fin troppo spesso le cronache teatrali; dunque partirò da questo punto dolente. Lo spazio dedicato alle recensioni, o comunque all’approfondimento critico, si è inesorabilmente ridotto ovunque – perfino sull’unico supplemento culturale di livello europeo, il domenicale del “Sole”. Abbondano invece, in particolare nelle pagine nazionali sugli spettacoli di “Corriere” e “Repubblica”, segnalazioni semi-promozionali e interviste relative all’andata in scena di figure famose per meriti cinematografici o televisivi. Perché si parli diffusamente e davvero di teatro, sono necessari gli scandali; il più recente, quello sull’abbozzata censura a un’opera di Romeo Castellucci. A confronto con i loro omologhi europei, i nostri quotidiani “seri” danno una rilevanza spropositata alla televisione di bassa qualità e al gossip, dimostrando disprezzo per il livello culturale dei propri lettori, o comunque facendo del proprio meglio per abbassarlo. Si assumano dunque la loro piccola parte di responsabilità per la deriva del sistema teatrale italiano, in cui ormai la maggioranza delle grandi produzioni vengono costruite, senza un chiaro progetto artistico, intorno a “nomi” della tivù.

Se facessero lo sforzo di dare più respiro alla critica teatrale (non solo nelle edizioni online, ma anche e soprattutto in quelle cartacee), i direttori dei quotidiani potrebbero al contempo rimediare a un altro annoso problema: la scarsa varietà di voci. Infatti i recensori teatrali sono pochi, e sempre gli stessi. Non si tratta di favorire a tutti i costi un ricambio generazionale, anche perché sul versante critico una lunga esperienza può rivestire grande valore; ma, insomma, sarebbe bene offrire una gamma un po’ più ampia di punti di vista. Gli uffici stampa dei teatri di tutt’Italia inseguono e corteggiano da lustri un pugno di esperti, sempre quelli – tutte degnissime persone, costrette a fare grandi sforzi di autocontrollo per non montarsi la testa. Sarebbe non solo giusto, ma umano concedere loro qualche turno di riposo.

Mi rendo conto che, essendo il teatro percepito purtroppo come marginale, queste mie osservazioni possono risultare quasi irrilevanti. Ma, a mio avviso, lascia a desiderare anche il modo in cui si trattano, nei quotidiani, quelle discipline artistiche cui viene dedicato molto più spazio. Il problema fondamentale risiede in una confusa sovrapposizione tra riflessione critica, informazione culturale e pubblicità: i giornali, in quanto parte di gruppi editoriali dagli interessi ramificati, promuovono i loro stessi prodotti senza soluzione di continuità con tutto il resto; e, viceversa, danno volentieri rilievo alle proposte di soggetti “forti”, con cui sviluppare relazioni di mutuo tornaconto economico. Non inseguo il mito dell’imparzialità giornalistica; mi piacerebbe però un po’ più di trasparenza. Per esempio, quelle coppie di paginoni o quegli inserti scritti su commissione per celebrare “grandi eventi”, “grandi mostre”, festival, ecc., sarebbero accettabili e persino decenti se vi si apponesse la classica piccola avvertenza “informazione pubblicitaria”.

Ecco, è proprio la perdita di confine tra informazione e pubblicità, poetica e auto-promozione,  progetto culturale e marketing, il retaggio più nefasto di quest’ultimo ventennio. Un ventennio segnato non a caso dal protagonismo di un genio della réclame, il cui gigantesco conflitto d’interessi ha fatto ombra a una miriade di conflitti analoghi, sminuendoli, giustificandoli, consentendo insomma una sbornia collettiva di falsa coscienza da cui non ci siamo ancora ripresi. Ora, a quanto pare, il genio della réclame non è più protagonista; ma, per dimostrare che quel ventennio  è  finito davvero, ci vorrebbe anche una grande stampa più credibile, coerente e capace di autocritica.

Premio Hystrio Scritture di Scena_35 – Edizione 2012

Giunto alla seconda edizione, il concorso Premio Hystrio-Scritture di Scena_35 è aperto a tutti gli autori di lingua italiana ovunque residenti, entro i 35 anni (l’ultimo anno valido per l’iscrizione è il 1977). Il testo vincitore verrà pubblicato sulla rivista trimestrale Hystrio e sarà rappresentato, in forma di lettura scenica, durante la prima delle tre serate della 14a edizione del Premio Hystrio che avrà luogo a Milano nel giugno 2012. La premiazione avverrà nello stesso contesto. La presenza del vincitore è condizione necessaria per la consegna del Premio. Le iscrizioni vanno effettuate entro il 31 marzo 2012.

Regolamento e modalità di iscrizione:

- I testi concorrenti dovranno costituire un lavoro teatrale in prosa di normale durata. Non saranno ammessi al concorso lavori già pubblicati o che abbiano conseguito premi in altri concorsi.

- Se, durante lo svolgimento dell’edizione, un testo concorrente venisse premiato in altro concorso, è obbligo dell’autore partecipante segnalarlo alla segreteria del Premio.

- Se la Giuria del Premio, a suo insindacabile giudizio, non ritenesse alcuno dei lavori concorrenti meritevole del Premio, questo non verrà assegnato.

- La quota d’iscrizione è la sottoscrizione di un abbonamento annuale alla rivista Hystrio (euro 35) da versare, con causale: Premio Hystrio- Scritture di Scena_35, sul Conto Corrente Postale n. 40692204 intestato a Hystrio-Associazione per la diffusione della cultura teatrale, via De Castillia 8, 20124 Milano; oppure attraverso bonifico bancario sul Conto Corrente Postale n. 000040692204, IBAN IT66Z0760101600000040692204. Le ricevute di pagamento devono essere complete dell’indirizzo postale a cui inviare l’abbonamento annuale alla rivista Hystrio. I lavori dovranno essere inviati a Redazione Hystrio, via Olona 17, 20123 Milano, entro e non oltre il 31 marzo 2012 (farà fede il timbro postale). I lavori non verranno restituiti.

- Le opere dovranno pervenire mediante raccomandata in tre copie anonime ben leggibili e opportunamente rilegate: in esse non dovrà comparire il nome dell’autore, ma soltanto il titolo dell’opera. All’interno del plico dovrà essere presente, in busta chiusa, una fotocopia di un documento d’identità e un foglio riportante, nell’ordine, nome e cognome dell’autore, titolo dell’opera, indirizzo, recapito telefonico ed email. È inoltre necessario inviare i file dell’opera a premio@hystrio.it (nel nome del file e all’interno di esso dovrà comparire solo il titolo; nell’oggetto dell’e-mail indicare “Iscrizione Scritture di Scena_35″). Non saranno accettate iscrizioni prive di uno o più dei dati richiesti né opere che contengano informazioni differenti da quelle richieste.

- I nomi del vincitore e di eventuali testi degni di segnalazione saranno comunicati ai concorrenti e agli organi di informazione entro il 15 maggio 2011.

La giuria sarà composta da: Marco Bernardi (presidente), Fabrizio Caleffi, Claudia Cannella, Renato Gabrielli, Roberto Rizzente, Diego Vincenti,  Giorgio Finamore.

INFO: il bando completo può essere scaricato dal sito www.hystrio.it, segreteria@hystrio.it, tel. 02.400.73.256.

La cultura senza nemici

L’epidemia di buon senso che da qualche mese ha colpito l’Italia a me pare buffa e, per certi versi, un po’ sospetta. Sarà forse perché i toni esasperati del dibattito pubblico del passato ventennio, smorzandosi all’improvviso, fanno risaltare come oracoli di saggezza le più scontate ovvietà.

“Niente cultura, niente sviluppo” afferma perentorio il manifesto pubblicato circa una settimana  fa dal “Sole 24Ore”. Davvero? Chi l’avrebbe mai detto? Questa è una scoperta sconvolgente; ci metteremo un bel po’ ad abituarci all’idea. Ben venga comunque la “rivoluzione copernicana” proposta nel manifesto, col suo lancio di una costituente per la cultura e i suoi cinque punti programmatici ampiamente condivisibili – e molto condivisi, a giudicare dalla quantità e qualità di firme già raccolte. Aggiungo la mia modesta adesione, ma con un piccolo appunto agli estensori del manifesto: il paragone delle “macerie” di questi nostri giorni con quelle dell’Italia del secondo dopoguerra suona un po’ sopra le righe, anche perché la guerra civile da cui si usciva allora era reale, non di cartapesta, ed era abbastanza chiaro chi fosse vincitore e chi sconfitto. Dettagli, per carità. Fa piacere leggere sul quotidiano della Confindustria che dobbiamo “ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo” e che “la cultura deve tornare al centro dell’azione del governo”. Tra i punti programmatici del manifesto c’è la cooperazione tra diversi ministeri a sostegno della cultura; ed ecco, come per incanto, che ben tre ministri – Ornaghi (Beni culturali), Passera (Sviluppo economico) e Profumo (Istruzione) – si siedono intorno a un tavolo per scrivere assieme un’incoraggiante lettera di risposta. Sembra un altro paese, rispetto a quello del tremontiano “la cultura non si mangia”, in cui le arti, l’istruzione e la ricerca erano campo di battaglia tra retoriche contrapposte. Ora la cultura pare non avere più nemici, mentre fino a pochi mesi fa ne contava davvero troppi: quelli chiassosi, gli aggressivi e pittoreschi esponenti della pornocrazia berlusconiana; e quelli occulti, spesso addirittura inconsapevoli, i chierici monologanti di una borghesia di sinistra in larga parte velleitaria e incapace di coerenza. E, sì, la guerra civile senz’armi di cui costoro sono stati protagonisti ha lasciato delle virtuali macerie. Ma a chi tocca gestire la ricostruzione? Rispetto all’anno scorso, le classi dirigenti non sono cambiate, a nessun livello. Neanche nelle istituzioni culturali. Perciò il moto d’entusiasmo con cui accoglierei la lettera dei tre ministri è temperato da un po’ di sana diffidenza.

Di innegabilmente molto positivo e concreto, nella missiva di cui sopra, c’è l’esplicito impegno a opporsi a ulteriori tagli a cultura e istruzione, pur nel minaccioso contesto della cosiddetta spending review. Il resto risulta ben intenzionato e un po’ vago. Facciamo un esempio:

“La nuova conoscenza si genera anche attraverso i cortocircuiti che avvengono nella rete sociale, si alimenta nelle interazioni che si sviluppano tra le persone, le piattaforme che mettono in comunicazione. Questa creazione di valore è libera e non imposta, è bottom-up e non top-down. Un Governo non può produrla dall’alto ma può generare le condizioni perché emerga: siamo chiamati a garantire che le reti funzionino, abbiamo la responsabilità di eliminare gli ostacoli all’espressione della creatività.”

Non si capisce bene quali sarebbero questi “ostacoli all’espressione della creatività”. Secondo me, in Italia, la creatività si esprime a go-go; è la possibilità di costruire un percorso professionale sulla base del proprio talento creativo che è messa a rischio grave (come già ho cercato di argomentare qui). Per questo, sarebbe importante garantire un welfare affidabile e decente ai lavoratori della conoscenza e dello spettacolo; ma le prime mosse di questo governo non sembrano andare in tale direzione. Quanto alle benedette “reti” che si formano dal basso – e che ogni amministrazione politica a corto di quattrini si ripromette di aiutare a costo zero – teniamo presente uno spiacevole dato di fatto: non si può offrire loro uno spazio di crescita reale senza intaccare le rendite di posizione di chi gestisce il potere nei teatri pubblici, nella televisione di stato, nelle università, ecc.  E’ questo che si appresta a osare il nostro intrepido governo tecnico? Io, nel mio piccolo, dal basso, anzi bottom-up, esprimo questa speranza. Chissà, magari top-down faranno qualcosa di buono. Incrocio le dita, o meglio, tecnicamente parlando, I keep my fingers crossed.

Non è un mestiere per poveri – English version

Sul blog teatrale del “Guardian” si può leggere un articolo recente, a firma di Theo Bosanquet, che esprime riguardo al teatro inglese la stessa preoccupazione presente, riguardo a quello italiano, nel mio post del 6 febbraio. Posh performing arts: is theatre becoming a club for upper-class actors?: il titolo dice già quasi tutto. L’articolo prende spunto da alcuni casi individuali di attori provenienti dalla prestigiosa università di Eton per segnalare il rischio dell’accentuarsi di un privilegio di classe nell’accesso alle professioni del teatro. Naturalmente le differenze tra Italia e Inghilterra sono molte, soprattutto nel settore della formazione e dell’educazione universitaria, ma appaiono analoghe le conseguenze dei tagli alla cultura e all’istruzione. Molto interessante e ricco di ulteriori informazioni il dibattito che si è sviluppato nei commenti al post di Bosanquet.

Non è un mestiere per poveri

Nel passaggio dal governo dissoluto a quello sobrio, sta cambiando qualcosa per il teatro italiano? Forse per un eccesso di pacata riservatezza, il ministro della cultura Ornaghi non ha rivelato granché sulle sue intenzioni. Non mi risulta che progredisca in parlamento la “legge-quadro” sul teatro, attesa da decenni, su cui pare si sia trovata tempo fa un’intesa bipartisan: una legge conservatrice, che fotografa lo status quo, ma che almeno garantirebbe al settore un minimo di dignità e facoltà di programmazione a medio termine. L’emorragia del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) era stata provvisoriamente arrestata dal precedente ministro, Galan; ma i danni peggiori li hanno fatti le ricadute sulla spesa culturale dei drastici tagli agli enti locali, che hanno penalizzato soprattutto le compagnie e i teatri indipendenti, o comunque non ancora riconosciuti dal ministero.

Ancora più della riduzione di risorse pubbliche agli enti teatrali peserà, negli anni a venire, lo smantellamento delle già scarse tutele assicurative e previdenziali per i lavoratori dello spettacolo. Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’abolizione del diritto al sussidio di disoccupazione per gli attori e per tutto il personale artistico; all’incorporazione dell’ENPALS da parte dell’INPS; alla soppressione del fondo di solidarietà della SIAE. Simili provvedimenti contribuiranno a rendere ancora più difficile ed esposto al fallimento il percorso professionale di gente che certo non ha scelto il teatro inseguendo il sogno di un posto fisso e di una perpetua vicinanza a mammà. Per portare all’attenzione dell’opinione pubblica questo problema, non ci sono solo legittime ragioni di autodifesa delle categorie (che, non adeguatamente rappresentate dai sindacati tradizionali, trovano voce in movimenti “dal basso”, anche molto diversi tra loro, come quello del Valle Occupato e il Centro Nazionale Drammaturgia Italiana Contemporanea); ciò che bisogna chiedere con molta chiarezza, pure a questo governo, è: vogliamo davvero che in un prossimo futuro l’accesso alle professioni artistiche sia esclusivo appannaggio dei rampolli di famiglie benestanti? Al di là di ogni antiquata preoccupazione di equità sociale, uno sviluppo del genere non sarebbe deleterio per la qualità della cultura del nostro paese?

Beninteso, già adesso gli ambienti del teatro, del cinema, della televisione, ecc., non pullulano di figli di operai. Ma, almeno per quel che posso testimoniare, c’è una certa varietà nella provenienza sociale di chi pratica i mestieri dello spettacolo – e ciò si riflette positivamente nella capacità degli artisti di mettersi in relazione con la realtà che li circonda. Non sarà più così, e in breve tempo, se andiamo avanti di questo passo. Il rischio di non raggiungere mai, o di perdere presto, una minima autonomia economica spingerà molti – li sta già spingendo – a  rinunciare a una carriera artistica, o a ripiegare sul teatro come secondo lavoro, spesso gratuito. E non inganni la proliferazione di spettacoli di piccole dimensioni, in spazi “alternativi”. Come il self-publishing nel settore editoriale, l’auto-produzione teatrale ha costi relativamente abbordabili ma scarse chance di arrivare a un vero pubblico; le eccezioni fanno notizia, la regola è l’emarginazione dai circuiti sempre più ristretti in cui il lavoro viene retribuito. Si alimenta un’illusoria partecipazione, una sorta di dilettantismo di massa, per cui ciascuno si potrà sentire un po’ artista, nei ritagli di tempo, ma la possibilità di studiare seriamente, approfondire, dedicarsi pienamente a un lavoro creativo sarà riservata a chi è già ricco.

Non so se questa deriva culturale, che va di pari passo con l’inesorabile impoverimento della  classe media, possa essere almeno rallentata. Comunque, date le sue caratteristiche illiberali e dannose per l’Italia, anche su questo la retorica liberale e patriottica di chi ci governa verrà messa alla prova.