I sopravvissuti / 7. Il profeta fuori tempo

Il profeta fuori tempo

Trascura il suo aspetto fisico con premeditazione, avendo ben fisso in mente l’obiettivo di apparire per quello che è, un profeta di vecchio e solido stampo, dotato di un talento infallibile nella predizione di sventure, discutibile dono pervenutogli non saprebbe se da un singolo dio, o da più dei, o da una condizione di forte stress, tuttavia la barba lunga, gli abiti lisi e lo sguardo allucinato non sortiscono un buon effetto, suscitando compatimento e fastidio piuttosto che, come lui insiste a sperare, angoscia e rispetto, pur essendo veramente un profeta ha insomma un problema di credibilità, e non limitato alla sola immagine, sono i modi e i ritmi stessi della nostra civiltà a rendergli il mestiere così difficile, non comunica cioè coi tempi giusti, adeguati alla frenesia con cui condividiamo le notizie, né francamente lo aiuta quel suo stile antiquato, simbolico, inadatto a catturare l’attenzione, e da ciò consegue che il più delle volte le sue profezie comincino a circolare ben dopo l’essersi realizzate, a sventura già compiuta, come per esempio quando ci fu il distacco del Grande Ghiacciaio, o il crollo della penultima democrazia, o la congiunzione apocalittica tra nubi di zanzare, o l’epidemia psicosomatica, o il rimescolamento casuale dell’ordine delle puntate delle serie televisive, in tutti quei casi ebbe un bel dire io ve l’avevo detto, nessuno l’aveva sentito, o se aveva sentito non aveva capito, o se aveva sentito e capito non aveva voglia di testimoniarlo, per cui a malincuore decide di rivolgersi a un cosiddetto esperto del web, il noto consulente anonimo @Kamillo, che gli apre e gestisce dei profetici account su tutti i social, non senza avergli prima imposto un radicale cambio di look, all’insegna di una modernità nerd di stampo californiano, da lui non compresa ma esteriormente accettata, come dimostrano il suo nuovo elegante pizzetto e la montatura techno-chic degli occhiali, e la consulenza di @Kamillo porta subito a una rapida moltiplicazione dei contatti e dei seguaci, soprattutto grazie al lancio del megatrend #megliosaperlo, a prezzo però di una radicale semplificazione del messaggio, mai infatti il profeta avrebbe immaginato di rivolgersi ai popoli di tutto il mondo con frasette come

OKKIO a Laspezia periferia est oggi alle 21.13 alluvione & frana :-( #megliosaperlo

imminente GOLPE in paese sud europa nel weekend dissidenti non uscite di casa per precauzione :-( :-( !!! #megliosaperlo

copellotti giorgio attento il mese prossimo evita girare in bicicletta ;-(  #megliosaperlo

sta per succedere QUALCOSA DI BRUTTO a nati sotto segno bilancia ascendente vergine tranquilli dopo vi riscrivo per dettagli #megliosaperlo

nubi NERE si addensano sull’umanità catastrofi immani e non c’è niente da fare ma comunque #megliosaperlo

slogan che col passare del tempo diventano generici, con previsioni sempre più vaghe, inverificabili e imprecise, generando nell’ex-profeta la consapevolezza di avere ormai perso, forse irrevocabilmente, il proprio dono psicotico o divino per colpa della superficialità di @Kamillo, si fa ricrescere perciò la barba incolta, getta nelle fiamme gli occhiali techno-chic, ripristina il suo originario sguardo da pazzo, picchia selvaggiamente il consulente e gli fa cancellare ogni traccia  della propria presenza online, prima di sprofondare nell’emarginazione sociale e in un silenzio dolente e morboso, rotto solo quando grida ai suoi poveri compagni di dormitorio non ci sarà futuro! non ci sarà futuro!, ma quelli scrollano le spalle e si tappano le orecchie, ben sapendo che il futuro non c’è più già da un pezzo.

Tempo (seconda parte)

Festival Inequilibrio XXI – Castiglioncello

SABATO 7 LUGLIO – ORE 11.00

 

La Limonaia – Parco Castello Pasquini

 

Presentazione del secondo volume della collana editoriale Quaderni

 

di Armunia

 

TEMPO (Seconda parte)

 

10 variazioni sul tema

 

Introduce Vincenzo Brogi, Presidente di Armunia
Coordina Attilio Scarpellini Curatore del volume
Partecipano
Claudio Morganti, Coordinatore dei seminari TEMPO
Alessandra Cristiani, Patrizio Esposito, Bruna Filippi, Renato Gabrielli,
Piergiorgio Giacchè, Fabio Masi, Enrico Piergiacomi

L’amplificazione della paura tramite fake news

lunedì 2 luglio

Accademia dei Filodrammatici – Milano

presentazione degli esiti del laboratorio

L’amplificazione della paura tramite fake news

 

ore 20,30: Incontro con Renato Gabrielli, drammaturgo e docente

ore 21,00: Reading conclusivo del laboratorio L’amplificazione della paura tramite FAKE NEWS condotto da Renato Gabrielli, nell’ambito del progetto dell’Accademia dei Filodrammatici Teatro Utile 2018.
Attori del progetto “Teatro Utile” e ex allievi dell’Accademia interpreteranno, coordinati da Tiziana Bergamaschi, i brevi testi che i partecipanti al laboratorio hanno scritto sotto la guida di Renato Gabrielli.

Gli spettacoli sono a ingresso libero con prenotazione obbligatoria:
telefono: 02 86460849
mail: filodram@accademiadeifilodrammatici.it
- Ingresso da via Filodrammatici 1

A questo link tutto il programma del ciclo di incontri e spettacoli Teatro Utile. http://bit.ly/INCONTRITeatroUtile2018

SPIN a “Da vicino nessuno è normale”

 

SPIN

Anteprima di teatro sonoro autopromozionale

testo Renato Gabrielli
musica Gaetano Cappa
spazio Luigi Mattiazzi
con Emiliano Masala, Massimiliano Speziani e Gaetano Cappa

produzione Proxima Res in collaborazione con The Spin Masters

Può la narrazione del proprio fallimento trasformarsi in formidabile arma di autopromozione?

Sì, nel mondo parallelo alla realtà, ma dalla realtà non così dissimile, abitato da Dany e Ferdy, due estrosi spin doctor, esperti di comunicazione politica. Eternamente complici e rivali, hanno contribuito alla rapida ascesa del movimento La Svolta. Pochi mesi dopo la sua elezione a sindaco, il leader del movimento finisce però in galera per una brutta storia di corruzione, lasciando i suoi preziosi comunicatori avviliti e disoccupati. Ma nell’universo di Spin chi sa manipolare la percezione dei fatti attraverso le parole non può rimanere disoccupato a lungo.

L’inflazione d’immagini a cui siamo quotidianamente sottoposti ci fa spesso dimenticare il potere del linguaggio verbale – e sottovalutare la retorica del potere. Spin mette al centro dell’attenzione le parole. E’ un esperimento di teatro sonoro: lettura e musica danno vita alla trasformazione di un sogno di cambiamento nell’incubo di una disfatta morale.


Data / Ora
Data – 23/06/2018
Ora – 21:45
Luogo
TeatroLaCucina ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini

 

Prenotazione Necessaria:

02 662 006 46
olinda@olinda.org

 

I sopravvissuti / 6. Quei due

Quei due

Che ci fanno sempre assieme, o almeno spesso, con quell’aria sinceramente felice, anche dove la felicità non è plausibile né prevista, per esempio in coda alle poste, o in coda dal dottore o nel traffico o in qualunque altro luogo in cui spiacevolmente possa formarsi una coda, per non parlare delle rovine di terremoto, delle periferie desolate e inquietanti, del recesso più squallido di un ufficio illuminato da neon, quei due potrebbero andare a Venezia, nulla impedisce loro di andare a Venezia o nelle zone più romantiche di Parigi, Roma, Verona, Lisbona e così via, aree preposte a generare nella coppia, omosessuale o eterosessuale in qualsivoglia forma e combinazione, sensazioni di levità indicibile e comunione con il mondo, invece con apparente arroganza insistono nel volerci dare l’impressione che quella beatitudine intima, terrena e sfaccettata promani da loro e loro soltanto, o meglio dal loro stare assieme, cosa che tra veri esseri umani sappiamo essere impossibile, cosicché abbiamo ipotizzato che si tratti di ologrammi, o più realisticamente di robot performativi di quinta generazione prodotti a scopo educativo dal nostro governo riformista, solo che non ci sentiamo affatto educati o edificati dalla vista di quei due, proviamo anzi una fastidiosa invidia, che va a riattivare e complicare aspetti caratteriali patologici tra noi piuttosto diffusi, questo si sa, per cui non deve provocare stupore né indignazione il rapimento di lui, o di lei, mentre l’altro o l’altra andava dal tabaccaio, sì, siamo stati noi a rapirlo o rapirla, per vedere l’effetto che avrebbe fatto sull’altra o sull’altro, insomma, un effetto che alla fine ci ha depresso, dopo che per mesi e mesi siamo stati testimoni della costanza appassionata, inflessibile con cui si cercavano e aspettavano, una cieca fede nella reciproca presenza sempre e comunque, tale da rendere inutile ammazzare uno dei due, idea che a qualcuno di noi era pure venuta in mente, ma l’abbiamo scartata, rassegnandoci a liberare l’ostaggio, tagliuzzato in più punti per verificare che in effetti non si trattasse di un robot, e con quanta sollecitudine l’amata o l’amato ha medicato quelle ferite, è evidente che andranno avanti così fino alla morte e magari oltre, in qualunque circostanza il nostro sadismo o quello del caso li voglia collocare, tanto vale dunque ignorarli, ignorare l’astratta possibilità di essere mai felici come loro, girandoci dall’altra parte, abbassando lo sguardo su uno schermo dove scorrono le immagini di un videogioco, di una competizione gastronomica, di una partita di calcio, di una pubblicità d’automobili, di un filmino di famiglia, di un pezzo di corpo nudo, di un animale domestico, di una scena di guerra, di quattro cifre d’orologio che scandiscono l’avanzamento di una perpetua distrazione.

Mi correggo

Due giorni fa la “rivista fuor d’acqua (volando)” Il pesce tra le nuvole  ha ospitato un mio breve mono-dialogo.

Ecco il link:

MI CORREGGO

Grazie alle brillanti ideatrici della rivista, anche per avermi avviato alla pratica del podcast audio autogestito, che spero di portare avanti prossimamente su questo blog.

I sopravvissuti / 5. Come posso aiutarla

Come posso aiutarla

Ogni tanto si veste come una centralinista degli anni trenta, ma non di questo secolo, di quello prima, lo fa di nascosto, perché le amiche troverebbero la cosa bizzarra, per non parlare del fidanzato, e in quei giorni ha deciso di chiamarsi Ada, un nome che le suona novecentesco e adeguato al mestiere, modesto, di contenuta eleganza, dignitoso, come il cappellino che ha scelto con cura in una sartoria teatrale e indossa vezzosamente inclinato sulla tempia destra quando entra nella stanza segreta, arredata con gusto retrò, impreziosita da telefoni fissi d’antiquariato, ovviamente fissati a nulla, dato che da decenni è stata disattivata la rete fissa, ma che al suo ingresso cominciano a squillare, essendo in realtà i terminali di un sofisticato sistema d’intercettazione delle nostre chiamate immateriali, roba costosa e proibita che si è di recente procurata grazie a una relazione intima insincera con un funzionario dei servizi d’intelligence riformisti, un adulterio a fin di bene, almeno dal suo punto di vista, il punto di vista di una persona ostinatamente interessata al nostro bene e disposta a tutto pur di perseguirlo, del resto Ada è così, benigna con violenza, coriacea nelle sue poche certezze, come quella che ci faccia male comunicare senza filtri o barriere, ciascuno con ciascun altro a qualunque ora e per ogni luogo, semplicemente sfiorando con un dito il lobo dell’orecchio in cui abbiamo scelto di farci impiantare il microchip relazionale e sbattendo le palpebre da una a cinque volte in sequenza, insomma tutta questa apparente semplificazione, sostiene Ada, non ci semplifica affatto la vita, né comunque la migliora, se guardiamo alle statistiche su risse stupri omicidi in crescita esponenziale, no, no, la soluzione per lei è tornare ai vecchi tempi, quando c’era qualcuno a smistare le chiamate, che ci aiutava a chiamare qualcun altro, dandoci intanto il tempo per pensare se volevamo chiamarlo davvero, e quel qualcuno altri non era che l’affascinante centralinista degli anni trenta, con la sua voce dolce e un po’ rauca, impreziosita dal lieve fruscìo della linea fissa, che ora Ada cerca d’imitare, come posso aiutarla, questa formalità, questa frase d’altri tempi, questa cortesia fuori luogo ci sorprende e zittisce, sicché lei può aggiungere attenda in linea prego, oppure favorisca il nominativo del cliente a cui inoltrare la chiamata prego, oppure perfino fa bel tempo a Torino?, città che non esiste più, e più Ada ci interroga più cresce lo sconcerto, noi volevamo comunicare all’istante col nostro gruppo di amici o nemici o seguaci, con un amante, con un collega, con un parente, e invece una voce estranea si è intromessa e ci rallenta, dev’essere un disservizio o magari un guasto, ci pizzichiamo e poi torciamo il lobo dell’orecchio strabuzzando gli occhi, per tentare di porvi rimedio, ma lei continua mi ripeta il suo nome prego, l’indirizzo non mi risulta, l’utente cercato potrebbe essere defunto nel qual caso la preghiamo di accettare le condoglianze della Compagnia Telefonica, insomma non fa apposta ma ci esaspera, il suo tentativo di aiutarci viene del tutto frainteso e anzi sortisce effetti paradossali,  diventiamo infatti violenti, su un marciapiede o a casa o al ristorante o sul posto di lavoro diamo in escandescenze, urlandole epiteti osceni, minacciandola di morte o peggio se non si toglie subito di mezzo all’etere, cosa che alla fine si rassegna a fare, lasciando cadere la linea con un clic d’antan, delusa sempre o magari quasi, perché in rarissimi casi, a quanto si racconta, le cose vanno diversamente, ci sarebbero alcuni di noi che stanno al gioco, ma pochissimi, forse soltanto uno, Piero, l’ultimo gentiluomo sopravvissuto alla Riforma, si dice che non vedesse l’ora di pacatamente pronunciare frasi come buongiorno signorina, sì mi lasci verificare ma credo proprio che le ultime tre cifre fossero 4 0 7, bella giornata anche lì da voi non è vero, la musica che mi ha messo per l’attesa è il mio Mozart preferito, lo sapeva, non lo sapeva, che gradevole coincidenza e comunque grazie, e così via, e durante la comunicazione, durata metà pomeriggio e impeccabilmente vuota di contenuti, pare che Piero si immaginasse dettagli della mise anni trenta di Ada, il cappellino, certo, ma soprattutto le calze scure che sbucano dalla gonna sotto il ginocchio e danno forma perentoria alle caviglie mentre si insinuano in quelle scarpe alte un po’ scollate, dettagli seducenti che si immagina ancora, di giorno, di notte, da solo, ricordando la morbida voce anni trenta di Ada, che con ogni probabilità non ascolterà mai più, dato che le sue intercettazioni sono sparute e occasionali, qualche decina al mese su miliardi di nostre chiamate, eppure lui spera, vive nella speranza che il miracolo si ripeta e gli sia concesso di tornare almeno per un po’ in quella bolla di magico distacco, di galanteria antiquata, sconnessa dal quotidiano inferno di essere, noi tutti, così vicini.

I sopravvissuti / 4. L’allieva perfetta

L’allieva perfetta

Non ha più niente da imparare e del resto a cosa le servirebbe, a questo punto, il punto del futuro in cui sapere e realtà avranno perso ogni ombra di contatto e sarà rimasta soltanto, a testimonianza di una civiltà estinta, l’ostinata imprecisa memoria delle parole dei maestri, dei silenzi dei maestri, della presenza generosa e sferzante dei maestri, almeno per chi ha avuto la fortuna di averlo, un maestro, come lei, che avanza lentamente, cautamente tra le sale irriconoscibili di quella che un tempo fu la biblioteca, da suoi calcoli accurati dovrebbe infatti trovarsi proprio qui ciò che resta della biblioteca, benché le sue rovine non siano distinguibili da quelle degli edifici circostanti, né le ceneri spesse e soffici sul terreno riconducibili con certezza alle migliaia di libri un tempo qui ospitati, o alle ossa dei loro lettori, tra cui lo studioso libero e schivo che lei tra sé e sé ha sempre chiamato maestro e ora, succube di una nostalgia superstiziosa che lui avrebbe disapprovato, vorrebbe rievocare a mo’ di spettro, ma la distruzione è penetrata così a fondo che questo luogo non evoca più nulla, nemmeno se le macerie in quell’angolo fossero proprio nel punto esatto dei loro incontri ricorrenti e il più del tempo silenziosi, il maestro nemmeno in forma transitoria e trasparente tornerebbe a farsi vivo, con quel suo sorriso mite per esempio con cui apriva un libro e poi ogni riga, ogni frase, ogni parola di quel libro, trasmettendole il vuoto di ogni apertura, vuoto su vuoto un’eredità sconfinata che lei però non potrà trasmettere a nessuno, imprigionata com’è nella sua perfezione d’allieva, perché l’hai fatto, maestro, lei pensa, perché mi hai detto di scappare, volevi salvarmi o condannarmi o entrambe le cose, gli chiede, si chiede, finché le viene un sospetto, l’irrealtà apocalittica del paesaggio le fa ipotizzare di star camminando non sulla terra ma nella mente del maestro, pochi minuti prima della catastrofe o Riforma che ha da tempo previsto senza potervisi opporre, l’allieva si sfiora un braccio, si tocca la pancia e capisce che i confini del suo corpo sono troppo ben delineati per essere reali, la sua sagoma di donna un po’ troppo giovane, un po’ troppo bella si staglia con eccessivo nitore contro uno sfondo plumbeo indefinito, ah dunque è così, è questo che speri, con le mani tra i capelli radi, chino sul ripiano della tua grande scrivania, nella tua testa giovane e vecchia, mio maestro carogna precoce, tu speri di lasciarmi il tuo vuoto e una bellezza aliena, dice l’allieva mentre nel suo corpo immaginario matura il germe reale di una risata, tu speri, speri che qualcuno, io, perché io, ma no, ma va’, ti ricordi, ti rimpianga, torni a cercarti, ti abbia amato in fondo e questa è la cosa che più mi fa, scusa eh, scusa, e ride, ride e le onde eccentriche di quel riso squassano i contorni eleganti dell’allieva, la sua silhouette impeccabile si sbriciola e dissolve nell’ampio quadro desolato della morta biblioteca, il suono della sua voce persiste e si confonde con quello del vento, il vento è forse un piccolo dolore nella testa di qualcuno, questo cielo di piombo il residuo di un sogno abbandonato, alla deriva, senza più padrone.

“Combattenti” all’ Arci Bellezza / Palestra Visconti

Al Bellezza torna il Teatro!

Giovedì 1 marzo alle 21 nella Palestra Visconti

Via Bellezza 16/a – Milano

“COMBATTENTI”

di Renato Gabrielli
regia di Paola Manfredi
con Lilli Valcepina e Giorgio Branca
assistente alla regia Valentina Malcotti
scene Salvatore Manzella
produzione Teatro Periferico

Qui non si racconta una vicenda di boxe eroica e proletaria, con tanto di riscatto sociale, ascesa e caduta dell’eroe o dell’eroina protagonista. Né si vuole rappresentare o imitare con mezzi teatrali il pugilato. Certo, per le due figure che porteremo in scena, quella disciplina sportiva è importante. Grazie alla boxe si trovano, si piacciono e dispiacciono, cercano insieme una via d’uscita da annosi vicoli ciechi. Ma si tratta di due non-eroi piccoloborghesi, di quarant’anni e passa, immersi in quotidiani problemi di sopravvivenza. Ai nostri personaggi – e anche a noi – non
interessa il tema del pugilato come veicolo di violenza, o viceversa pratica di contenimento, o di sublimazione poetica della violenza. Paradossalmente, è nelle sue regole, nonché nell’obbligo di costante presenza a se stessi, nel corpo, che risiede il suo fascino, a contrasto con un mondo fuori dal ring in cui i conflitti appaiono sempre più immateriali, sregolati, affidati a nessun arbitro. Ma Combattenti è anche e soprattutto una storia d’odio-amore per nulla romantica tra un uomo e una donna lontani dai ruoli convenzionali, irrequieti esemplari di quell’età matura che ancora non si arrende all’evidenza delle delusioni.

per info e prenotazioni:

Arci Bellezza

Telefono:
02 58319492
Email:
info@arcibellezza.it
pagina facebook: Combattenti

I sopravvissuti / 3. Gli scissionisti

Gli scissionisti

Non perché sia vietato, ma perché nessuno o quasi ne sente il bisogno, è dall’ultima Riforma che non vengono più, o quasi, fondati movimenti politici, per non parlare dei partiti, con pochissime irrilevanti eccezioni, tutte riconducibili a Fredo e Jack, nomi di fantasia per tutelare una privacy cui peraltro non sono interessati, due anziani signori affetti da un’inguaribile passione civile contratta in gioventù, quando i movimenti erano grandi movimenti e i partiti veri partiti ed era facile per loro ritrovarsi dalla stessa o dall’opposta parte di una barricata, metaforica o reale, senza nemmeno farci caso, bei tempi!, pian piano però, mano a mano che le masse si riducevano a gruppi e i gruppi a gruppuscoli, la reciproca frequentazione è divenuta inevitabile e anche un po’ tediosa, negli incontri al vertice, nei pubblici dibattiti o nelle conversazioni riservate cui la condizione di residui leader di sparute fazioni li costringeva, finché la crisi di vocazioni non ha azzerato i seguaci d’entrambi e di Lisetta, una loro combattiva coetanea, idealista e restia ai compromessi, forse anche per via di certi suoi cronici problemi all’udito, la pasionaria dei diritti, così si auto-definiva, scomparsa purtroppo un anno e mezzo fa in circostanze misteriose e sospette secondo Fredo e Jack, per un normalissimo e coerente suicidio secondo chiunque altro, fatto sta che in occasione del suo deserto funerale i due rivali si sono solennemente ripromessi d’unire le forze sotto una bandiera comune, di quale colore la bandiera, quale la sigla del movimento, quale il programma, quale il portavoce, erano tutte questioni che avrebbero discusso a un tavolo di trattative predisposto in campo neutro, in un’umida saletta riservata del Bar Briscola & Bocce, pensando di risolverle nel giro di una settimana al massimo, e invece quante spume rosse, quanti amari, quanti caffè corretti sambuca, quante sigarette nervosamente fumate nel gelido cortile durante le pause tattiche, prima dell’estenuante nottata di colloqui da cui sono emerse le centoventotto pagine fitte fitte di piattaforma programmatica, oltre all’accordo tra gentiluomini d’alternarsi nel ruolo di portavoce con cadenza bimestrale ed estrazione a sorte di chi l’avrebbe fatto per primo, estrazione avvenuta all’alba su sette turni di testa-o-croce arbitrati dal vecchio Eugenio, barista insonne, con risultato quattro a tre a favore di Jack, sul cui mandato tuttavia ha poi pesato l’ombra di un sospetto riguardo all’imparzialità di Eugenio, in gioventù suo sodale di sfide a flipper, no, no, figuriamoci, mi fido, dichiarava Fredo, ma esprimeva col linguaggio non verbale l’esatto contrario, l’importante non è chi fa il portavoce, ma che il portavoce esegua subito il programma, soprattutto i punti quattordici, ventidue e trentaquattro bis, particolarmente cari alla componente Fredo del movimento, mentre Jack fin dai primi giorni, con la sua insistenza forse un po’ arrogante sui punti due, nove e addirittura sul diciassette, ha minato – sempre secondo Fredo – le basi di un’unità così faticosamente costruita, accusa ribaltata con veemenza da quest’ultimo con riferimento alle continue lamentele della minoranza interna, insomma in men che non si dica c’era già aria di scissione, ma di chi da cosa, di cosa da chi non era per niente chiaro, né l’uno né l’altro volevano assumersi la responsabilità di una rottura già evidente nei comunicati stampa separati e contraddittorii, nei tristi comitati solitari in cui si irridevano a vicenda dandosi dello scissionista, ma con ogni evidenza erano scissionisti entrambi, condizione insopportabile, disonorevole che li induceva, malgrado l’odio reciproco, a ritrovarsi da Eugenio per gettare le basi di un movimento nuovo, che però in cuor loro sapevano si sarebbe scisso in pochi giorni, in poche ore, con un aumento progressivo del ritmo di fusioni e scissioni capace di mettere a dura prova la loro salute già precaria e soprattutto la pazienza del vecchio barista, che l’altroieri, esasperato dalle continue urla, dalla rottura di suppellettili e dai troppi conti non pagati, in effetti li ha espulsi per sempre dal locale, così Fredo e Jack devono darsi appuntamento all’aperto, al freddo, in luoghi appartati per non dare nell’occhio con la loro accesa conversazione, poi tornano nelle rispettive case per mettere a punto documenti programmatici e strategie negoziali, poi convergono in un altro luogo appartato, e così via, avanti e indietro, incuranti di fatica e malattie, ma stamattina ci dev’essere stato un equivoco, pensa Jack stringendo le spalle dentro al suo vecchio cappotto, mentre cammina avanti e indietro davanti all’ingresso della discarica nord, l’appuntamento era un’ora fa e Fredo non arriva e non risponde al telefono, strano, molto strano, di Fredo Jack pensa tutto il peggio, ma non può dire che non sia sempre stato puntuale alle riunioni politiche, anzi in anticipo, non se n’è mai persa una, e dunque adesso perché, non vuole pensare al perché, intanto passano le ore ma lui non vuole tornare a casa, non si rassegna, aspetta rabbrividendo seduto per terra, con la vecchia schiena appoggiata a un alto cancello, finché gli esce di bocca un sospiro, quasi suo malgrado, è finita, ripete a nessuno è finita, è finita, col patetismo inutile di chi si rende conto che è, appunto, finita, quando il resto del mondo l’ha capito da un pezzo.

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