Dennis Kelly, Teatro

Dennis Kelly, Teatro (Amore e soldi; D.N.A.; Il mio prof. è un Troll; Orphans), Imola, Cue Press, 2016, pagg. 168, euro 15,99 cartaceo, euro 5,99.

Di Dennis Kelly, drammaturgo inglese sulla cresta dell’onda e affermato sceneggiatore televisivo (ha creato, tra l’altro, la serie Utopia), era pubblicato in traduzione italiana solo After the end; benvenuta dunque l’iniziativa di Cue Press, che presenta quattro suoi testi andati in scena tra il 2006 e il 2009. Questa selezione evidenzia la grande duttilità sul versante strutturale, unita a profonda coerenza tematica, del prolifico autore. Si passa da un complesso meccanismo di esplorazione, a ritroso nel tempo, del passato inquietante dei personaggi (Amore e soldi) a una struttura a quadri, con rapidi slittamenti spazio-temporali (D.N.A., commissionato da Connections, per attori adolescenti); da un racconto a due voci, senza attribuzione preventiva delle battute (la grottesca “fiaba” Il mio prof. è un Troll), a un dramma d’impianto tradizionale, in unità di spazio (Orphans). Ricorre il tema della violenza praticata, ma negata o elusa attraverso il linguaggio; è frequente che con le parole i personaggi di Kelly, tormentosamente, cerchino di allontanare da sé la responsabilità morale per gesti estremi che hanno compiuto o di cui per ignavia o convenienza si sono resi complici. Le situazioni attingono alla quotidianità, ma spingendosi oltre il naturalismo attraverso l’esposizione sistematica dell’eccesso. Le trame tendono a scivolare nell’implausibile, ma non conta: ciò che tiene avvinti è il ritmo sincopato, ricco di sospensioni e controtempi, di un dialogo innervato di humour nero. Siamo di fronte a una scrittura provocatoria, aggressiva, ma animata da una costante preoccupazione di ordine morale. Le valide traduzioni sono di Gian Maria Cervo, Monica Nappo e Francesco Salerno. Peccato per l’assenza di un’introduzione e delle informazioni di base sulla fortuna scenica dei testi.

(pubblicato su “Hystrio” n. 1/2017)

Scritture di scena 2017: il bando

Bando di concorso 2017

Parte la settima edizione del Premio Hystrio-Scritture di Scena, aperto a tutti gli autori di lingua italiana ovunque residenti entro i 35 anni (l’ultimo anno di nascita considerato valido per l’ammissione è il 1982). Il testo vincitore verrà pubblicato sulla rivista trimestrale Hystrio e sarà rappresentato, in forma di lettura scenica, durante una delle tre serate della 27a edizione del Premio Hystrio che avrà luogo a Milano, al Teatro Elfo Puccini, dal 10 al 12 giugno 2017. La premiazione avverrà nello stesso contesto. La presenza del vincitore è condizione necessaria per la consegna del Premio.

 

Regolamento e modalità di iscrizione:

– I testi concorrenti dovranno costituire un lavoro teatrale in prosa di normale durata. Non saranno ammessi al concorso lavori già pubblicati o che abbiano conseguito premi in altri concorsi.

– Non sono ammessi al Premio coloro che sono risultati vincitori di una delle passate edizioni.

– Se, durante lo svolgimento dell’edizione, un testo concorrente venisse premiato in altro concorso, è obbligo dell’autore partecipante segnalarlo alla segreteria del Premio.

– Se la Giuria del Premio, a suo insindacabile giudizio, non ritenesse alcuno dei lavori concorrenti meritevole del Premio, questo non verrà assegnato.

– La quota d’iscrizione, che comprende un abbonamento annuale alla rivista Hystrio, è di euro 40 da versare con causale: Premio Hystrio-Scritture di Scena, sul Conto Corrente Postale n. 000040692204 intestato a Hystrio-Associazione per la diffusione della cultura teatrale, via Olona 17, 20123 Milano; oppure attraverso bonifico bancario sul Conto Corrente Postale n. 000040692204, IBAN IT66Z0760101600000040692204. Le ricevute di pagamento devono essere complete dell’indirizzo postale a cui inviare l’abbonamento annuale alla rivista Hystrio.

I lavori dovranno essere inviati a: Redazione Hystrio, via Olona 17, 20123 Milano, entro e non oltre il 1° marzo 2017 (farà fede il timbro postale). I lavori non verranno restituiti.

– Le opere dovranno pervenire mediante raccomandata in tre copie anonime ben leggibili e opportunamente rilegate: in esse non dovrà comparire il nome dell’autore, ma soltanto il titolo dell’opera. All’interno del plico dovranno essere presenti, in busta chiusa: a) una fotocopia di un documento d’identità; b) un foglio riportante, nell’ordine, nome e cognome dell’autore, titolo dell’opera, indirizzo, recapito telefonico ed email; c) una nota biografica dell’autore (massimo 2.000 caratteri). È inoltre necessario inviare i file dell’opera a premio@hystrio.it (nel nome del file e all’interno di esso dovrà comparire solo il titolo; nell’oggetto dell’e-mail indicare “Iscrizione Scritture di Scena”). Non saranno accettate iscrizioni prive di uno o più dei dati richiesti né opere che contengano informazioni differenti da quelle richieste.

– I nomi del vincitore e di eventuali testi degni di segnalazione saranno comunicati ai concorrenti e agli organi di informazione entro fine maggio 2017. La giuria sarà composta da: Serena Sinigaglia (presidente), Laura Bevione, Fabrizio Caleffi, Roberto Canziani, Sara Chiappori, Claudia Cannella, Renato Gabrielli, Roberto Rizzente, Massimiliano Speziani e Diego Vincenti.

Il Bando completo del Premio può essere scaricato in formato pdf a questo linkoppure richiesto alla segreteria del Premio.

Per informazioni:

Hystrio – redazione e segreteria
via Olona 17, 20123 Milano
tel. 02.40073256
email: segreteria@hystrio.it ; premio@hystrio.it

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“Combattenti” al Pacta Salone

Renato Gabrielli

COMBATTENTI

Dall’11 gennaio la Vetrina Contemporanea apre il nuovo anno al PACTA SALONE

 

Si apre il nuovo anno al PACTA SALONE con la Vetrina contemporanea della stagione di PACTA . dei Teatri che presenta giovani autori e attori di Milano e provincia: dall’11 al 15 gennaio 2017 COMBATTENTI di Renato Gabrielli per la regia di Paola Manfredi con Giorgio Branca e Lilli Valcepina, una produzione Teatro Periferico, la storia di due non-eroi piccolo-borghesi, di quarant’anni e passa, immersi in quotidiani problemi di sopravvivenza in una grande città del Nord, ma uniti dalla boxe.

 

Giudy ha vissuto sul ring momenti di relativa gloria, ma non ha saputo sfruttarli per garantirsi una sicurezza economica. Gestisce ora una palestra periferica, con impegno vanificato da scarse qualità manageriali. Lui, Raffaele, vecchio boxeur amatoriale, divorziato con figlio adolescente, ha da poco perso il suo impiego di giornalista sportivo e s’ingegna a collaborare con una start-up di social media marketing messa in piedi dal figlio di un ricco amico. E’ proprio nelle improbabili vesti di consulente di marketing che si avvicina alla campionessa di un tempo, con una proposta che potrebbe cambiare la vita di entrambi.

 

Il tema del pugilato è affrontato non come veicolo di violenza, pratica di contenimento o sublimazione poetica della violenza, ma con lo sguardo rivolto alle sue regole e alla necessità di costante presenza a se stessi, a contrasto con un mondo fuori dal ring dove i conflitti sono immateriali, sregolati e senza arbitri. “COMBATTENTI – spiega Renato Gabrielli, autore del testo, anche pubblicato sul trimestrale “Hystrio” n.3/2016 – è soprattutto una storia d’odio-amore tra un uomo e una donna lontani dai ruoli convenzionali, irrequieti esemplari di quell’età matura che ancora non si arrende all’evidenza delle delusioni”.

 

Renato Gabrielli – scrive per il teatro e insegna drammaturgia alla “Paolo Grassi” e alla Civica Scuola di Cinema di Milano. È autore della guida Scrivere per il teatro (ed. Carocci). I suoi più recenti lavori rappresentati sono La donna che legge (ed. Cue Press, 2015) e Combattenti (pubblicato su “Hystrio” n.3/2016).

 

L’associazione culturale TEATRO PERIFERICO è una residenza teatrale che fa parte dell’Associazione Être e ha sede a Cassano Valcuvia. Qui organizza una scuola di teatro, una stagione teatrale e il progetto triennale di cittadinanza attiva LIMES, che coinvolge sette comuni dell’Alto Varesotto. La ricerca artistica del gruppo si sviluppa su tre direttrici: la nuova drammaturgia, la pedagogia teatrale e la memoria dei luoghi. Nel 2015 ha vinto il PREMIO RETE CRITICA 2015 nella categoria Progetto/Organizzazione con il progetto Case matte.

 

Vetrina contemporanea

Gli ultimi spettacoli legati a questa vetrina contemporanea saranno verso fine stagione: dal 26 al 28 aprile 2017 NON SU QUESTA TERRA di Francesco Errico e Isabella Perego, produzione PuntoTeatroStudio, la storia di Federico, un ragazzo adolescente, che un giorno decide di allontanarsi dalla società che lo circonda; per finire in prima assoluta due produzioni PACTA . dei Teatri, dal 2 al 7 maggio 2017 STORIE DI INVERTEBRATI, scritto e diretto da Bruno Bigoni, con protagonista Riccardo Magherini, la vita di Lupo piena di desideri e sogni infranti, alla ricerca di una diversità che lo rende vivo e dal 14 al 25 giugno 2017 MARYLIN E LA SIGNORA IN GIALLO di Ileana Alesso e Gianni Clocchiatti, con la regia di Riccardo Magherini, alla riscoperta di due miti.

 

 

 

PACTA SALONE

Dall’11 al 15 gennaio 2017                                                        Vetrina contemporanea

COMBATTENTI

Di Renato Gabrielli

Con Giorgio Branca e Lilli Valcepina

Regia Paola Manfredi

Aiuto regia Valentina Malcotti

Scene Salvatore Manzella

Produzione Teatro Periferico

DURATA 80’

 

 

INFO

PACTA SALONE

via Ulisse Dini 7, 20142 Milano

MM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa, tram 3 e 15

Per informazioni: www.pacta.org - mail biglietteria@pacta.orgpromozione@pacta.org – tel. 0236503740 – ufficio scuole: ufficioscuole@pacta.org

Orari biglietteria: via Ulisse Dini 7, 20142 Milano

dal lun al ven dalle ore 16.00 alle ore 19.00

nei giorni di spettacolo: dal mar al sab dalle 16 – dom dalle 15

Biglietti: Intero €24 | Rid. Convenzioni €18 | Under 25/over 60 €12 | CRAL e gruppi €10 (min. 10 persone) | gruppi scuola €9 | Prevendita €1,50 – ABBONAMENTI: ALL YOU CAN SEE ingressi illimitati €130,00 – CARTA AMICI DI PACTA 6 spettacoli €60,00 – CARTA TANDEM 2 ingressi a 2 spettacoli €38,00 – CARTA FAMIGLIA (minimo 3 persone) €24,00

Orari spettacoli da martedì a sabato ore 20.45, domenica ore 17.00, lunedì riposo

 

 

 

 

Il direttore suo malgrado

Il suo progetto è farci sentire in colpa per tutti i danni che ci procura. Morali e materiali, inestricabilmente. Confusione mentale e pratica, depressione, agitazione eccessiva, calo della produttività, impennata delle assenze per malattia, malattie vere, prepensionamenti compulsivi, abbandoni per disperazione o decesso. E ci sta quasi riuscendo. Tanti di noi finiscono per sentirsi in colpa almeno un po’ e ne sappiamo anche il motivo, dal punto di vista psicologico, perché quando la rabbia non ha sbocchi, si finisce per sentirsi in colpa. Così almeno dice lo psicologo. Jacobelli. No. Armenti. Jacobelli è stato cacciato, lui stesso lo ha cacciato, o meglio l’ha fatto andar via tramite pressioni psicologiche; ed era il sesto, o il settimo in due anni. Questi professionisti durano pochissimo, qui da noi. Lui li chiama col preciso mandato di aggravare il nostro senso di colpa, di dare la mazzata finale alla nostra condizione esistenziale già precaria e traballante. Ma questi non ce la fanno, è più forte di loro, forse l’unica cosa che impara lo psicologo quando studia da psicologo è che il senso di colpa non va bene, che il paziente va liberato dal senso di colpa; allora dopo poche sedute cedono all’etica professionale e si mettono ad aiutarci. Appena il nostro direttore se ne accorge, procede a vessarli con una crudeltà sottile e particolare, quella crudeltà senza limiti ch’è alimentata dal perpetuarsi di una delusione. Quanti in tutto ne avrà chiamati e fatti fuori, sempre più velocemente? Abbiamo perso il conto. Ci ricordiamo Poli, Magistrali, la Jeran, la Ruvidotti, Fois, quel polacco strano che è rimasto solo tre giorni, Santagata, la Dedorais, Wuber, Kaiser, la Fuente, o si chiamava Fuentes?, e poi Jacobelli, Armenti…

Anche lui va dallo psicologo. Sostiene di averne bisogno quanto e più di noialtri. Non ha ancora trovato quello giusto – sospira.

Noi ci chiamiamo tutti per cognome, da sempre. Nessuno ci costringe, lo troviamo più semplice e non ci piace cambiare un’abitudine. Siamo uomini e donne, di quattro fasce d’età, italiani e stranieri, in percentuali variabili. Tendenzialmente di numero diminuiamo, del resto tutti ci dicono e ci diciamo da soli che dobbiamo diminuire: la produttività è in calo e il mercato è quello che è. Perciò nella fascia giovani siamo in pochi, increduli d’essere stati accolti, grati senza motivo a chissà chi, concentrati sull’invecchiare qui dentro. Nelle altre fasce d’età, l’energia si tramuta gradualmente in ansia senza lasciare, oltre la soglia dei cinquantacinque, alcuna traccia misurabile di sé. Siamo organizzati – anche se organizzati non è la parola giusta, non ce ne viene in mente una più appropriata – in settori d’intervento rigidamente separati, le cui competenze però si sovrappongono in modo confuso e imprevedibile. Memorabili, per esempio, le incomprensioni e i conflitti tra il Settore Pianificazione e il Settore Progettazione; ma anche all’interno dei singoli settori, naturalmente. Non ci amiamo tra di noi, salvo rare eccezioni malviste, e non amiamo noi stessi.

Ogni tanto veniamo venduti. Nel senso che la proprietà cambia, diventa ancora più lontana, immateriale, implacabile. Ed è del tutto normale, vista la produttività, visto che il mercato è quello che è, eccetera, che parta l’ennesima ristrutturazione. Cioè, il cinque o dieci o venti per cento di noi viene prepensionato, incentivato ad andarsene, o licenziato punto e basta. Cambiano tutti i capi di settore. Ma non cambia lui. Sparisce dal suo ufficio al quarto piano per qualche giorno; poi fatalmente ricompare.

Che palle. Avevo già pronte le valige, oh. Prenotato l’alberghetto sull’isoletta, l’amaca, la Settimana Enigmistica… Ma insomma, com’è possibile che son capace solo io di fare il direttore, in questo posto del cazzo?

-       Già, com’è possibile? Arrigoni, tu ti ricordi da quanto tempo lui fa il direttore?

-       Non saprei, Nicolazzi. So solo che quando sono arrivato io era qui già da un pezzo.

-       Chiediamo alla Feromon.

-       Perché a me?

-       Perché sei in azienda dal ’74 o mi sbaglio?

-       Ti sbagli, Plick, e sei anche un cafone, io nel ’74 ci sono nata.

-       Eh, scusa tanto, me l’ha detto la Lamberti.

-       Quel cesso della Lamberti è soltanto invidiosa perché non le hanno adeguato la qualifica a livello 3B intermedio nella trattativa sindacale del ’92…

-       Guarda che ti sento, cesso sarai tu, lo sanno tutti cos’hai fatto a Wowarcik per salire di tre livelli e mezzo in una sola contrattazione!

-       Cos’ho fatto? Cos’ho fatto, eh?!… Viemmelo a dire qua, brutto cesso di stazione!

-       Ti strappo quella parrucca!

-       Basta, voi due! Lo vedete o no che stiamo lavorando?

-       Ah, sì? E su cosa?

-       Sul Piano A.

Non ne possiamo più del Piano A, vero Bizzardi? Vero, Cuminelli. Confermo – conferma Patruz. E in sequenza scuotiamo la testa, sbuffiamo, ci stropicciamo gli occhi, ci grattiamo nervosamente parti del corpo varie, a seconda delle caratteristiche di ciascuno. Il Piano A sta impegnando a tempo pieno il 94% circa della nostra forza lavoro in tutti i reparti da un anno, otto mesi e ventiquattro giorni, con grado di priorità 1/ROSSO. Per qualcuno che sia estraneo alle nostre dinamiche lavorative, potrebbe risultare difficile la comprensione del Piano A. Lo è anche per noi. Ciononostante, proveremo a riassumerlo in poche righe. No. Sì. Non ne ho voglia. Ma dai. Lo riassume la Florenzi. Io? E chi se no, tua sorella? Sì, mia sorella al Reparto Anticipazioni, che si chiama Florenzi anche lei perché abbiamo lo stesso padre, oltre alla stessa madre, e condivide con me una vera passione, che ci è stata trasmessa dai nostri genitori, si potrebbe dire con il latte ma effettivamente attraverso lunghissime conversazioni obbligatorie, una passione, dicevo, per le spiegazioni molto molto dettagliate che potrebbero sembrare prolisse e inutili, ma in realtà ci avvicinano all’essenza inoppugnabile delle cose con un’accuratezza nemmeno lontanamente paragonabile a un riassunto del Piano A che potrebbe fare, per esempio, Trasecoli, per non parlare di Benvenisti, Florilé, Santazzis, Al-Karan, o di Bilu e della Bilu, che si chiamano così tutti e due perché sono fratelli da parte di padre, ma, diversamente da noi Florenzi, la mamma della Bilu… Allora, ‘sto riassunto?

Non vale la pena riassumerlo, il Piano A. Al profano basti sapere che si tratta di una risposta complessa alle sfide della crisi dei mercati, basata su modelli matematici noti solo alla nostra Centrale Algoritmica Straniera con sede scientifica a Toronto e fiscale a Panama, e su una filosofia aziendale d’impostazione post-nietzschiana, con sfumature di tradizionalismo alla De Maistre in continua evoluzione. Ognuno dei nostri reparti ci lavora secondo le proprie specifiche (ma non chiare) competenze, senza farsi distrarre da un’impossibile visione d’insieme. Ma con un’intensità indomabile. Solo a titolo d’esempio: come fa notare Sgaffuri, nell’Ufficio Sviluppo Rapporti con il Sud-Est Asiatico, che rappresenta il 2.6% della nostra forza lavoro, le e-mail sul topic “Organigramma aggiornato per l’avvio del Piano A” venerdì scorso hanno raggiunto quota 34.128.

Finché arriva lunedì. Cioè, un lunedì diverso da tutti gli altri, un lunedì davvero speciale eppure, in fondo, prevedibile e previsto. Come dovevamo aspettarci e in fondo ci aspettavamo, sugli schermi dei computer di tutti i reparti e uffici compare un freddo, laconico comunicato, in lingua inglese, della proprietà: non si darà alcun seguito al Piano A. Non c’è alcuna motivazione, non è detto che sia colpa di qualcuno, ma ovviamente ci sentiamo in colpa. E abbiamo la fondata preoccupazione che qualcuno di noi sconterà le conseguenze di questo brusco, catastrofico cambio di programma. Infatti già nel primo pomeriggio la proprietà diffonde il Piano B (una paginetta banale elaborata da chissà chi), rimproverando noi che ci siamo affaticati sul Piano A di avere frainteso il briefing, così sprecando preziose risorse aziendali. E come recuperare tali risorse, se non con una dolorosa ma ineluttabile procedura di ristrutturazione, che stavolta non potrà non toccare almeno il trenta per cento del personale? Attendiamo la lista dei licenziati, semi-licenziati, prepensionati, non rinnovati, decurtati, con un sentimento di terrore particolarmente acuto tra coloro che più si sono impegnati ed esposti nell’elaborazione del Piano A, cercando addirittura di chiarirlo. Gente troppo zelante, come Marachioti, la Del Sangue, Mintner, o troppo competente, come la Lauroni (“Io? Competente, io?”), Viginulfi, Muffetta, Sbrodoli, oppure che si annoia troppo a starsene in disparte senza prendere posizione, come la Tarrillo e la Gugu (peraltro una spia e un’arrivista, quest’ultima: leggeremmo tutti con piacere il suo nome in cima all’elenco). Si crea dunque un clima d’odio e paura senza soluzione di continuità, che non s’allenta neppure in pausa pranzo o per il weekend. Cominciamo a implementare affannosamente, ciascun reparto per conto suo, ciascun operatore contro il suo vicino di schermo, in competizione isterica, il Piano B. Sappiamo tutti che il Piano B fa schifo, che è una stupidaggine, ma ci aggrappiamo alla sua impeccabile realizzazione come a una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta. Esso fallisce orrendamente, non raggiungendo alcuno dei suoi trentasette target. La mannaia padronale rischia di abbattersi su ancora più nuche. Dalla paura stiamo scivolando nel panico: e se dal trenta per cento si salisse al quaranta? Al cinquanta? A… (non osiamo pensarlo)?

A questo punto, qualcuno che non conosce l’ambiente, che non è noi, cioè per esempio voi – ecco, a questo punto voi potreste porre una questione un po’ sciocca: e il direttore? Cioè: in un disastro di questo genere, il direttore l’avranno come minimo già licenziato da un pezzo, vero?

Ci dispiace, ma non avete capito niente di come funziona qua dentro.

Qua dentro funziona che due settimane fa – ma lo veniamo a sapere solo ora, da un trafiletto nelle pagine economiche d’un quotidiano ex-prestigioso – al nostro direttore è stato rinnovato il mandato per altri cinque anni, con aumento degli emolumenti secondo una curva ascendente P.I.P. (Proporzionale all’Inverso della Produttività). La cosa non può stupirci: non è il primo rinnovo vantaggioso che ottiene dopo un fallimento, né sarà l’ultimo, più affina le tecniche di sopravvivenza al fallimento, meno sembra invecchiare, anzi, nel ’62 sembrava più vecchio di adesso – vero, Feromon? Vaffanculo, Lamberti! Chiudete il becco, vecchie galline, senti chi parla, il maiale palleflosce, Piraz, che se non eri nipote del senatore Impasta non diventavi mica capo del Settore Elusione Debiti, ma adesso che lo zietto ha tirato le cuoia ti prepensioneranno anche a te, vedrai… Insomma. Basta. Dicevamo. A chi se ne intende è evidente che al direttore non ci sono alternative, è insostituibile e impareggiabile nel suo talento per la leadership ispirata, evasiva ed asfissiante. Se non ne pagassimo le conseguenze, saremmo pieni d’ammirazione (anzi, lo siamo comunque!) per come è riuscito a non prendersi alcuna responsabilità per il Piano A, né per il Piano B, mantenendo una fumosa, infastidita equidistanza. Come se non fosse lui l’artefice d’entrambi. Come se non fosse lui stesso a insistere con la proprietà perché si riduca il personale, a ogni ristrutturazione ci manifesta una solidarietà vibrante, complice, sincera; e giura e spergiura di aver accettato il rinnovo del contratto solo per difenderci da tagli ancor più gravi. E anche stavolta, per questo suo sacrificio, ci farà sentire in colpa.

Raga

Perché è proprio così che ci chiama, raga, o con altri epiteti ultra-confidenziali (amigo, capo, ué boss, mitica, mitico, abbèlla, zio, simpa, bro, frate, sore, sciùgar) che da tempo abbiamo imparato a non fraintendere come amichevoli. Non si ricorda i nostri nomi, tutto qui. Insomma, dichiara:

Raga, non ce la faccio più, questa è l’ultima volta che accetto, okay? Non posso farmi incastrare qui tutta la vita solo per darti una mano, amigo!… Capito, abbèlla? Ancora cinque anni, zio, e poi me ne vado ai Caraibi con la mia Adelina, sempre se non mi avrà già lasciato, sciùgar, dato che non mi vede mai, dato che la trascuro per il bene di quest’azienda del cazzo, cioè per il tuo bene, frate, sore, ué boss!…

Adelina? – ci chiediamo noi senza fiatare. Ma non si chiamava Marta?

Ehi simpa, tu hai ragione a incazzarti che ti stanno per licenziare, ma almeno nei prossimi anni potrai vedere la tua famiglia, cosa dovrei dire io, che c’ho tre figlie che tra un po’ si butteranno sulla strada per farsi adottare da un vigile urbano, o peggio?

Ma non aveva due figli maschi? La vita personale del nostro direttore rimane per noi misteriosa, non perché ne taccia, anzi, ma perché ci riversa addosso una marea di informazioni strampalate e contraddittorie, su cui non osiamo interrogarlo o comunque indagare. Quel che è certo è la dichiarata avversione al Potere – quale potere? – che trasuda dal crescendo emotivo di ogni discorso che ci rivolge.

È il Potere che ci fotte a tutti, sai, mitico? Perfino una mitica come te si fa fottere dal Potere, bro! Ma io ci metto il mio grosso culo perché a voi vi fotta un po’ meno ed è così che me l’ha fatto come un colabrodo, per ognuno di voi c’ho un buco in più nel culo che il fottuto Potere mi sfonda, raga!…

Durante queste tirata si altera a tal punto, ma veramente, che ci dimentichiamo di essere noi a rischiare il posto di lavoro e che è lui, proprio lui, ad avere appena ricevuto un aumento. Faremmo di tutto pur di alleviare la sua palese e reale sofferenza psicologica, le cui radici né Jacobelli né tantomeno la Fuentes, con le loro triple lauree, sono riuscite a individuare. C’è una disperazione giovanile in quella faccia segnata dagli anni ma non dall’esperienza, un’energia indomabile in quel corpo tozzo e deformato da innominabili stravizi. C’è qualcosa di indicibile che ci spaventa e ci fa pena. Nel bene e nel male, soprattutto nel male, ma non importa, lui è qui per noi, fa così per noi, tutto e solo per noi. E non possiamo non sentirci in colpa. Tutti, tranne Rinaldi.

Ah, Rinaldi!… Nessuno riesce a spiegarsi perché mai sia stato assunto. L’anomalia era evidente già dal suo primo giorno. Era parente di qualcuno di importante? O c’era una quota “capelloni di mezz’età” da rispettare? Non è mai riuscito a diventare uno di noi, non ci ha provato nemmeno. Sempre per conto suo, assorto, distaccato, vestito male, pettinato peggio, come a volerci dimostrare un’impossibile, arrogante autonomia. Lo sapevamo che sarebbe finito male, vero, Bagatti? Io l’ho detto subito, Magonzu, tu invece all’inizio lo difendevi… Io? A Rinaldi? Sì. Ma no, chiedi pure a Calli Pratti, io lo volevo deferire al Reparto Ritardi già a maggio… Ma non l’hai fatto! Me l’ha sconsigliato la Vanvy per ragioni legali. E da quando la Vanvy fa l’avvocato e non la parrucchiera? Insomma, basta! Parlavamo di Rinaldi e della sua anomalia, che non poteva non esplodere nel momento meno opportuno, cioè proprio adesso, all’apice retorico del discorso del nostro direttore. Gli si avvicina ciondolando, gli arriva a due centimetri dal naso e di fatto così, incredibilmente, lo interrompe, perché il direttore letteralmente non riesce a crederci, che qualcuno di noi gli si pianti davanti, occhi negli occhi, fiato pesante, mentre sta parlando – e si blocca. Nell’alito di Rinaldi c’è traccia forse d’alcool, di cattiva digestione, certamente di qualcosa che ha fumato. Ma la sua voce risuona piana, fredda, asciutta, nel nostro silenzio sbigottito:

Perché ci prendi per il culo? Non hai bisogno di prenderci per il culo, ti obbediremmo lo stesso.  Il Potere sei tu! Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu…

E va avanti con quel seitù fiatato in bocca al nostro direttore, che non fa una piega, sostiene freddamente lo sguardo allucinato di Rinaldi, aspetta con ogni evidenza che siamo noi a intervenire, perché spetta a noi porre rimedio a questa violazione intollerabile dell’ordine aziendale, reprimere il delirio di verità del nostro collega prima che ci trascini tutti nel gorgo abissale dell’ipnotico seitù, condannandoci a successive imponderabili rappresaglie, ma siamo come paralizzati dallo spettacolo mai visto, mai pensato, di quello scandaloso faccia a faccia.

Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu…

Vai tu, Wowarcik? O ci pensa Nicolazzi?… I due si lanciano un’occhiata d’intesa, muovendosi a tenaglia in direzione del ribelle. Wowarcik e Nicolazzi sono senza discussioni i più robusti e potenti di tutti noi. Il primo ha dei trascorsi nel wrestling, il secondo nel football americano semi-dilettantistico. Non si vedono di buon occhio e spesso si mettono reciprocamente a dura prova le forze, provocandosi alla rissa per futili motivi. In quelle circostanze, tutti gli altri si allontanano dall’epicentro nella misura di almeno due/tre uffici. Ma questa volta i loro interessi, insieme ai nostri, convergono e l’alleanza scatta immediata. Sollevano il gracile Rinaldi in un soffio, una spalla a testa, Wowarcik a destra, Nicolazzi a sinistra, e in men che non si dica lo fanno sparire e sappiamo bene che non lo rivedremo mai più e in effetti non lo rivedremo mai più.

Il direttore sospira, profondamente.

Senza degnarci di una parola o di uno sguardo, va dritto all’ascensore, per salire al trentesimo piano, ai trecento metri quadri del suo terrazzo riservato a meditazione e relax. C’è del dolore, forse, di certo una gran delusione in questo suo voltarci le spalle. E noi ci sentiamo in colpa. Più che mai. No, non è timore reverenziale, non è paura del licenziamento, è senso di colpa, colpa, colpa, e ci spiace per gli psicologi, ma non c’è cura per questo grumo nero sanguinante piantato in mezzo al petto, c’è solo espiazione e forse – speriamo, preghiamo – il perdono del nostro direttore.

Sì, ma chi andrà a chiedergli perdono, a nome di tutti? Chi oserà varcare la soglia del mega-terrazzo e con quali parole proverà a commuoverlo? Ci sono al mondo le parole giuste per ricucire una simile ferita? Mormoriamo, parlottiamo, preoccupati borbottiamo. Finché il borbottìo si stabilizza e prende la forma di un nome; anzi, di un cognome: bu-bu-bu-Burani. Eh, già! Perché non ci abbiamo pensato subito? Burani è l’unico che può, che deve provarci! Io, ancora io? Affidiamo sempre missioni di questo tipo a Burani, che ha studiato scrittura creativa a Youngstown. Sì, ma è stato tanti anni fa, solo per tre mesi, e poi… Niente scuse, forza, sei tutti noi!

Io, che sono Burani, mi rassegno al consueto e perciò inevitabile e prendo l’ascensore. Premo il tasto 30 con il cuore che mi batte all’impazzata. Mi terrorizza l’ipotesi che il direttore stia usando il terrazzo a scopo di relax e di disturbarlo dunque mentre si dedica ad attività erotiche spinte con giovinette e/o giovinetti bellissime/i, o assorbe cognac aspirando fumo da un siluro di sigaro cubano, o riceve massaggi multipli ed esotici nella sauna gigante: tutte situazioni in cui fervidamente lo immaginiamo, senza che nessuno di noi ne sia mai stato spettatore. Invece, con grande sollievo, esco dall’ascensore in un grande spiazzo vuoto e assolato. Lui c’è, ma lontano, ritto in piedi e fermo quasi sul bordo esterno che dà, a precipizio, sulla nostra città. Che sta facendo? Quali sono le sue intenzioni? Cammino veloce, ma mi sembra di metterci un’eternità per arrivargli a fianco. Non registra in alcun modo la mia presenza. Sta forse meditando sulla la nostra città? Una città brulicante di storie che aspettano solo di essere raccontate, come avrebbe detto J. Peep, il mio docente di scrittura creativa. Ma no, il direttore non pensa alle storie, forse non pensa nemmeno alla città. Infatti non la guarda. Guarda il cielo saturo di nulla davanti a sé, davanti a noi, con uno sguardo fisso e opaco. Non so cosa fare. Tossicchio. Niente, nessuna reazione. Allora mi metto anch’io a guardare il vuoto – è da tanto che non lo facevo. E penso anch’io, a modo mio, come facevo soprattutto una volta, prima di essere assunto qui. E mi viene in mente che ci sentiamo in colpa verso il direttore perché lui è immortale, vive nello strazio imploso d’essere immortale, e lo fa per noi. Poi mi viene in mente che questo sarebbe il momento giusto per buttarmi nel vuoto. Scriverei così col mio, col nostro corpo un bel finale, coerente con il resto del racconto; un finale che piacerebbe molto a J. Peep. Lui ci insegnava che per una bella storia ci vuole sempre un bel finale, coerente. Ma io tanti anni fa me ne sono andato da Youngstown proprio perché ‘sta storia dei finali coerenti non mi ha mai convinto. Dove sono in natura i finali? Dove sono le storie?

Dunque, ho deciso: non mi butto. Faccio un sospiro profondo, mi giro sulla mia sinistra, verso il nostro direttore e a nome di noi tutti gli dico:

Incontro a Lecce sulla scrittura teatrale

Teatro Paisiello di Lecce

25 novembre 2016

ore 19

SCRIVERE IL TEATRO
Renato Gabrielli

Come si scrive un testo teatrale?
Renato Gabrielli, drammaturgo, coordinatore del corso per autori teatrali alla Paolo Grassi di Milano e docente alla Scuola di Cinema e Televisione di Milano, propone strumenti pratici e spunti analitici, servendosi di esempi tratti dalla migliore drammaturgia moderna e contemporanea.

Progetto in residenza di Astràgali Teatro al Teatro Paisiello sostenuto da Regione Puglia, Mibact, Teatro Pubblico Pugliese, Comune di Lecce

INGRESSO LIBERO
ORE 19:00

Info e prenotazione: teatro@astragali.org – 0832.306194 / 320.9168440

è parte del “PROGRAMMA REGIONALE DI SPETTACOLO DAL VIVO PER
LA VALORIZZAZIONE DELLE RISORSE CULTURALI ED AMBIENTALI DELLA PUGLIA – 2016″
finanziato dal Fondo di sviluppo e coesione FSC 2007-2013 – APQ rafforzato “Beni ed attività
culturali” e in attuazione dell’articolo 45 del D.M. 1° luglio 2014 del Ministero per i Beni e per le
Attività Culturali e per il Turismo come definito dall’intesa sancita il 18/12/2014 tra il Governo, le
Regioni e le Province autonome.

Come restare svegli

Prima di ricevere un diploma honoris causa da parte dell’Accademia dei Filodrammatici, che compie in ottima forma 220 anni (auguri!), il regista Declan Donnellan, stimolato dalle domande di Bruno Fornasari e Tommaso Amadio, ha offerto al pubblico numerosi spunti di riflessione tutt’altro che banali sulla pratica teatrale, sul mestiere dell’attore, ma anche sui rapporti tra arte, cultura e politica.

Donnellan è con ogni evidenza amante della buona conversazione, arguto, facondo, incline all’aneddoto fulminante e alla storiella esemplare. Ha una sorta di piacevolezza tagliente, o di garbo spietato, con cui smaschera luoghi comuni e narcisistiche indulgenze che infettano il linguaggio del teatro contemporaneo. Il suo bersaglio polemico primario sembra essere il soggettivismo, la pretesa d’espressione e controllo della propria interiorità da parte dell’attore/soggetto; che trova il suo corrispettivo, uscendo dalle mura teatrali, in un antropocentrismo irresponsabile. L’attore di Donnellan è dunque, al contrario, in perenne ascolto dello spazio che lo circonda e costruisce il percorso del personaggio sulla base non solo della volontà, ma anche e soprattutto delle paure del medesimo. Con intuizione psicologica meritevole d’approfondimento, Donnellan sostiene infatti che gran parte delle nostre azioni sono determinate, più che da una volontà vera e propria, dal timore delle conseguenze del non compierle. Ha detto proprio così? Non ho preso appunti, e comunque mi sarebbe impossibile riassumere fedelmente quell’ora circa di pertinenti divagazioni. Peccato per chi non c’era, lunedì sera ai Filodrammatici di Milano.

Mi aggancio piuttosto a un’osservazione in apparenza marginale del regista premiato, perché va a toccare un tema su cui ho già scritto inutilmente, ma che non riesco a togliermi dalla testa. Racconta Donnellan che dopo un devastante attentato terroristico ha ascoltato alla radio un dibattito tra un laburista e un conservatore, atrocemente uniti nell’individuare la soluzione in una sola parola: education. Come se fosse in primo luogo e semplicemente una supposta mancanza d’istruzione nei terroristi a poterci fornire una spiegazione tollerabile dei loro atti; e l’indicazione di una strada per estirparne le radici. Idea, questa, che non regge a un minimo confronto con la realtà fattuale. E’ come se all’interno del discorso pubblico fosse impronunciabile, perché troppo disturbante, il puro odio, la volontà di distruzione dell’altro come movente dell’azione politica. Ecco allora che il teatro diventa, o permane quel luogo in cui si possono ancora fare i conti, pericolosamente, con il fondo magmatico, irrazionale, distruttivo che la civiltà umana con alterne fortune cerca di reprimere o dissimulare. Fin qui Donnellan, per come me lo ricordo. Da qui continuo a modo del tutto mio.

Seguendo un processo logico simile a quello dei due politici inglesi alla radio, nei giorni successivi agli ultimi attentati di Parigi il nostro presidente del consiglio ha ripetutamente dichiarato che la risposta italiana si sarebbe anche sostanziata in maggiori investimenti nella cultura. Ad allora risale l’invenzione del “bonus cultura” per i diciottenni, attualmente in corso di faticosa distribuzione; una misura che ritengo iniqua, volgarmente paternalistica e inefficace. Ma non mi soffermerei sulla discrepanza tra proclami politici e risultati; abbiamo fatto l’abitudine a sconnessioni perfino abissali. Ciò su cui mi interrogo, da persona che lavora nel cosiddetto settore culturale, è l’uso sempre più spregiudicato che viene fatto del termine “cultura” nel dibattito pubblico.

C’è come un’esasperazione in parodia d’una storia vecchia e un tempo seria: quella del predominio, ideologico e di micro-potere, della sinistra in quest’ambito. Persa la bussola di una progettualità politica praticabile e ben distinta, la fu-sinistra trova nella difesa (retorica) della “cultura” un’ultima bandiera identitaria; mentre una destra sempre più illiberale vi si contrappone senza residuo ritegno. In mezzo a questo gran chiasso strumentale, diventa sempre più difficile fare semplicemente il proprio lavoro – di teatrante, per esempio – in piena autonomia. La pessima riforma del teatro elaborata e poi imposta per decreto da due governi di fu-sinistra, con l’unica buona argomentazione che la si attendeva da decenni, ha tra i suoi effetti più prevedibili una riduzione degli spazi di autonomia e libertà per gli artisti. A quanto pare, però, è già in cantiere una riforma della riforma. E così via, riformando. I veri creativi sono al potere, e giocano con algoritmi.

D’altra parte, è una sfida interessante, che si rinnova sempre diversamente, con sempre maggiori difficoltà, quella di un’autonomia profonda, radicale, del teatro dalla politica. Io non so se ce la faccio, ma ci sono tanti colleghi in gamba che possono e vogliono praticarla. Ciò che davvero mi preoccupa è il problema inverso: la scarsa autonomia della politica dal cattivo teatro. Perché proviene proprio dal teatro, pur rifrangendosi e propagandosi attraverso i mezzi di comunicazione dell’era digitale, lo storytelling ipnotico e compiacente che trasforma il cittadino in spettatore, lo spettatore in cliente che ha sempre ragione. Ritroviamo una degradata teatralità nel rivolgersi al popolo/pubblico in apparenza da pari a pari, sempre a conferma dei suoi supposti gusti o pregiudizi, facendo leva sull’emozione contro il ragionamento, servendosi di narrazioni suggestive per imporre indiscutibili interpretazioni della realtà.

E già, le narrazioni. Le storie. In una domanda a Donnellan, Fornasari citava il drammaturgo Simon Stephens a proposito della necessità avvertita dal pubblico, in questi anni di crisi, di sentirsi raccontare delle storie. E come non essere d’accordo con Stephens? Ma c’è storia e storia. Ci sono storie che ci aiutano ad addormentarci e storie che ci costringono a stare svegli. E’ solo di queste ultime che personalmente sento il bisogno; e di un teatro che non si limiti a raccontarle, ma ne faccia scaturire relazioni vitali, nel tempo presente. Non per distrarmi dall’oscurità che avanza, né per condannarla, ma perché possiamo attraversarla assieme, a occhi aperti.

 

Le lingue del teatro – una risposta

Nell’ultimo numero di “Hystrio” (4/2016) c’è un ricco dossier sulle lingue del teatro, a cura di Claudia Cannella e Sara Chiappori.

Sono tra gli autori interpellati con la domanda: “Esiste una lingua del italiana del teatro o esistono tante lingue diverse?”

Riporto qui sotto la mia risposta.

Malgrado la forte spinta all’omologazione da parte di M & M (Mercato & Ministero), la drammaturgia italiana contemporanea presenta ancora uno spiccato pluralismo sui piani di lingua, registro e stile. Ciò deriva – credo – dalla necessità per autori e compagnie d’elaborare soluzioni originali, sebbene effimere, al noto problema storico della debolezza dell’italiano come lingua per la scena. Ci si ritrova così a costruire degli idiomi bastardi e vitali, attingendo non solo a dialetti, ma a lingue straniere, gerghi sub-culturali, codici appartenenti ai media elettronici, mescolando alto e basso, registri letterari e legati alla quotidianità. La scrittura teatrale che trovo più interessante è difficile da tradurre in altre lingue e trasporre in forma narrativa o cinematografica. Amo scoprire negli spettacoli cui assisto una poetica irriducibile; un punto di vista specificamente teatrale sulla realtà. Non mi basta una storia “raccontata bene”, che si potrebbe raccontare più o meno allo stesso modo sulla pagina o sullo schermo. Non perché non mi piacciano le storie; d’altronde, nei miei stessi testi l’elemento narrativo è sempre presente. Ma l’enfasi che negli ultimi anni si pone su questo aspetto mi dà la nausea. È nel come si racconta, rappresenta, evoca o evita una storia che acquista senso fare teatro e si esercita la nostra libertà. La molteplicità di approcci, anche eccentrici, al problema della lingua mi pare dunque sintomo e garanzia di libertà intellettuale. Penso che il giorno in cui dovessimo constatare l’esistenza di una sola lingua italiana del teatro non sarebbe un buon giorno. Perché sarebbe probabilmente la lingua dello storytelling di regime. Il regime, già oggi soffocante, dello storytelling.

Teatro Utile 2017 – Il bando

 

 Accademia dei Filodrammatici

PROGETTO “TEATRO UTILE 2017”

Nel suo quinto anno, il progetto “Teatro Utile (Arte e sviluppo)” organizzato dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano, propone un laboratorio per drammaturghi, registi ed attori professionistifinalizzato alla creazione di uno spettacolo che sarà presentato nel mese di luglio 2017.

Il laboratorio prosegue e approfondisce l’indagine, avviata negli anni precedenti, su come il teatro possa esplorare, con piena autonomia di linguaggio, le contraddizioni e i conflitti causati nella nostra società dalleattuali migrazioni; con una particolare attenzione al tema dell’empatia, del “mettersi nei panni dell’altro” in un contesto dominato dalla rappresentazione mediatica.

Docente del laboratorio di drammaturgia: Renato Gabrielli

Docente assistente e coordinatrice dei corsi: Tiziana Bergamaschi

Programma del laboratorio

Il laboratorio si svolgerà presso l’Accademia dei Filodrammatici, in via Filodrammatici 1, Milano

da gennaio a luglio 2017.

Il calendario degli incontri sarà:

 

21/22 gennaio:drammaturghi,registi eattori

11/12 febbraio: drammaturghi

11/12 marzo: drammaturghi

mese di aprile: registi e attori, in date da stabilire

15/19 maggio:drammaturghi

20 maggio:drammaturghi e registi

16/18 giugno: drammaturghi, registi e attori

luglio: prove spettacolo

 

Il laboratorio è aperto a:

1)     Diplomati dell’Accademia dei Filodrammatici o altre strutture equivalenti

2)     Drammaturghi, registi e attori, italiani o stranieri.

 

Il costo del laboratorio è a carico dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano.

 

Saranno ammessi: 6 drammaturghi – 3 registi – 6 attori

 

Ammissione:

Le domande di  partecipazione al concorso di selezione, corredate di curriculum artistico, fotografia e lettera motivazionale, devono essere inviate all’indirizzo:filodram@accademiadeifilodrammatici.it

entro  e non oltre il 10  gennaio 2017.

 

Per informazioni telefonare: 02  86460849

Un fantasma

 Il suo progetto è sparire per sempre, senza tracce o residui, nulla in sospeso, ma da tempo gli è chiaro che essere morto non basta. Non che sia morto apposta: la teatralità implicita in qualunque suicidio quand’era ancora in vita lo infastidiva. Certo, al momento buono non si è opposto alla morte con particolare veemenza. E dava per scontato, comunque, di venire dimenticato piuttosto in fretta. Di amici ne aveva pochi, e a pensarci bene si sarebbero dovuti definire conoscenti; quanto ai conoscenti, non lo conoscevano davvero. Parenti: lontani. Era stato sposato, ma troppi anni addietro, e troppo in breve perché la moglie d’un tempo ne possa sentire la mancanza. Ha lavorato, in generale, con un certo scrupolo, ma senza mai ottenere alcun risultato eccezionale, neppure in negativo, niente di memorabile, tutt’altro. Ogni tanto esprimeva, senza darle troppo peso, per così dire di straforo, una specie di visione del mondo al ribasso, riduttiva, disforica, attraverso formule proverbiali distorte, frasi fatte lasciate a metà, aforismi sbuffati e monchi. Per esempio:

Puoi buttare la televisione dalla finestra, ma non la finestra dalla televisione. E allora? Tanto vale…

Salutami tua sorella, ma solo se non ce l’hai: questo è il terreno comune tra le fedi.

Il mattino ha il nulla in bocca, il pomeriggio in pancia – e la sera?…

Anch’io sono stato innamorato, è come starnutire mentre scorreggi, soltanto dopo un po’ ti rendi conto.

Non voleva essere davvero capito, anzi traeva un certo piacere dalla perplessità o dal lieve imbarazzo d’amici e conoscenti di fronte a certe sue affermazioni; insieme alla conferma che non valesse la pena spiegarsi fino in fondo. Per qualche giorno dopo il decesso tutto gli era filato liscio. Nessuna particolare commozione o agitazione. Certo, un funerale c’era stato, ma laico e scarsamente affollato, senza discorsi. Era perfino apparso un necrologio sulla pagina locale d’un importante quotidiano; come d’obbligo, per l’azienda in cui aveva lavorato per ventidue anni. Però nulla dava a far temere un prolungarsi indebito della memoria. S’aggiunga che lui aveva accuratamente evitato, in vita, di iscriversi ad alcuno dei cosiddetti social network. E’ a questo punto che entra in campo, con conseguenze deleterie, Carletto.

Carletto si è fatto sempre chiamare così, col diminutivo, ma senza mai sentirsi diminuito – anzi. Lo si può definire un tipo sicuro di sé, espansivo al limite dell’invadenza; l’opposto di Aurelio, in apparenza. E dato che qualche volta in effetti gli opposti si attraggono, Carletto è stato, tra tutti i suoi conoscenti, quello più vicino a diventargli amico. Gli si era sinceramente affezionato e gli mancava, davvero, quella scorbutica compagnia occasionale. Aveva intravisto in lui una sorta di calore umano, di ritrosia in fondo accogliente e, sulla base di un clamoroso fraintendimento, si doleva che la sua  esistenza fosse così presto dimenticata. Povero Aurelio! Continuava a risuonargli in testa l’ennesima battuta stramba che gli aveva buttato là l’ultima volta che s’erano visti, e non si poteva certo immaginare… Com’era? Precisamente?

Partire è un atto di presunzione, io preferisco andarmene. Ciao, eh, pirla.

Che cos’avrà voluto dire?… Aleggia sulla memoria di queste frasette un che d’indefinito e misterioso, una possibilità di saggezza che turba e spiazza. Incapace di tenersi per sé turbamenti e spiazzamenti, Carletto le condivide coi suoi numerosi amici virtuali, su diverse reti sociali elettroniche. Il successo è immediato. Si moltiplicano le approvazioni, simboleggiate da cuoricini e sorrisi, e le ulteriori condivisioni. Le parole di Aurelio sembrano spiritose o profonde, a seconda di chi la legge, anche se il suo autore, completamente privo di senso dell’umorismo o della profondità, non le intendeva come tali.

“Ragazzi” –  precisa  dopo un po’ Carletto, con grande correttezza – “Grazie x i like, ma la genialata non è mia è di un grande amico che ci ha lasciato [cuore rosso spezzato]”.

E dopo ventiquattro secondi aggiunge: “R.I.P. mitico Aure”.

“KI È AURE?” – commenta d’impulso l’amica a distanza Valez.

“Uno che quando gli chiedevi Chi sei? rispondeva Sono mio fratello gemello, quello che non risponde alle domande del kaiser”

“Forte” – interviene Alibubù ’61.

“Ma mica tanto simpa” – chiosa Il Brillantyna.

“Era simpa a modo molllllllto suo…” – ribatte Carletto, a cui subito viene in mente un aneddoto che possa mettere in buona luce, o comunque in luce, l’amico scomparso e dunque digita in dettaglio e diffonde la storia di quella volta che l’Aure versò di nascosto del lassativo nell’acqua minerale del docente del corso sulla sicurezza obbligatorio per tutti i dipendenti della sua azienda: lui infatti odiava ogni corso sulla sicurezza, soprattutto quello antincendio, ed era contrario alla sicurezza in generale. Spesso si scagliava pure contro la prevenzione sanitaria, che costringerebbe la gente a morire da vecchia e stanca: che senso ha?

Segue dibattito.

Un dibattito forse adolescenziale nei toni e nel lessico, benché l’età media dei partecipanti online sia di 53 anni e mezzo, ma acceso e necessario. Quella gente di mezz’età spesso così distratta da mille impegni pratici si ritrova, dopo tanto tempo o forse per la prima volta, a ragionare sul senso della vita. Tutto per merito di Aurelio. Carletto non vuole che questa esperienza di vera condivisione sia solo una parentesi. Ma per conseguire tale difficile obiettivo ha bisogno del suo amico, come se fosse vivo; di tener viva e attiva la memoria del suo amico. Perciò – forte delle sue competenze informatiche e comunicative – costruisce in pochi giorni e poi mette online, con successo crescente, il sito/portale Imottidellaure.com. Recupera dalla ex-moglie una foto di Aurelio quasi giovane (giovane del tutto pare che non lo sia mai stato) e la usa come sfondo della home page. Integra le sue memorie personali con quelle di altri amici, conoscenti, parenti del morto, raccogliendo e ordinando in breve tempo un numero imprevisto di episodi divertenti e/o significativi, aforismi più o meno ermetici, vere e proprie parabole. Ma la cosa più sorprendente è la clamorosa pertinenza, il collegamento evidente tra ogni singolo evento d’attualità, rimbalzante sui social network, e uno o più motti dell’Aurelio. Politica, Religione, Sport, Tempo Libero (ovvero Libertà dal Tempo), Love & Not Only: questi i titoli delle sezioni in cui Carletto suddivide il portale; e non bastano. Le visite al sito si moltiplicano di giorno in giorno, dalle decine alle centinaia alle migliaia. Esce perfino un trafiletto su un quotidiano a diffusione nazionale, in pagina Cultura. È solo a questo punto che l’unica persona davvero scontenta di tal fervore – Aurelio stesso – decide di reagire.

Per qualcuno che in vita sua non ha mai creduto in nulla, tantomeno nei fantasmi, constatare di essere un fantasma è già di per sé una seccatura. Non si parla qui, beninteso, di un ingenuo fantasma/lenzuolo, fatto d’aria o di spirito, all’antica, démodé; ma di un composito ectoplasma postmoderno, coacervo mutante di milioni di bit misteriosamente dotato di una coscienza unitaria minimale, concentrata su un solo pensiero, o idea fissa: “Voglio sparire”.

Sì, ma come?

Dal suo limbo di notorietà postuma involontaria e immeritata Aurelio prova a infilarsi nell’unico varco di debolezza a lui noto in Carletto – uomo per il resto felice e realizzato, vedovo iperattivo e padre di una quindicenne incredibilmente equilibrata di nome Gaia: le sue terribili emicranie. Per rendere credibile la sua prima intrusione spettrale, Aurelio si manifesta sullo schermo del computer portatile di Carletto all’inizio di un attacco di emicrania,  sovrapponendo alle immagini lì presenti il profilo scontento, disgustato della propria faccia, più volte, a flash, ogni volta per pochi secondi. Spera forse così di spaventare e scoraggiare l’amico con un messaggio semplice e chiaro, che però purtroppo viene completamente frainteso.

“Sto sbagliando tutto…” – mormora lui sdraiato al buio, rivolgendosi alla figlia che lo accudisce nel pomeriggio di dolore al picco.

“Cosa, papà?”

“Ho visto Aurelio.”

“Il tuo amico suonato? Ma non era morto?”

“Il suo fantasma.”

“Non stai bene, papà.”

“Era lui.”

“Era un’allucinazione.”

“Ma identica a lui! E non era contenta.”

“Riposati, dai.”

“Sto sbagliando tutto… Devo fare di più. Di più. Di più.”

“Non ti alzare! Vado a prenderti le pastiglie.”

Seguendo uno di quei percorsi mentali ingannevoli e complicati che causano la rovina di certe persone semplici solo in apparenza, Carletto si è convinto di non aver abbastanza valorizzato la personalità dell’amico morto. Trae un’appagante notorietà dal diffondere il suo pensiero, senza avere finora investito un solo euro nell’impresa. Non c’è da sorprendersi che l’Aure si affacci dall’oltretomba – o dall’inconscio, non importa – inferocito! Decide dunque di potenziare il sito con una sezione video, per cui mette sotto contratto un giovane regista cinematografico attivo nella Capitale e un attore caratterista di media fama, più volte visto in fiction televisive dimenticabili, di nome Furio Peretti. Costui, a giudizio di Carletto, può vantare una certa somiglianza fisica e affinità umoristica con il filosofo che è chiamato a interpretare nelle brevi clip dirette da Papà Gallo (nome d’arte). Si comincia con semplici riprese di Peretti a leggìo che declama ammiccante i più popolari motti d’Aurelio; ma i video successivi, man mano che il team creativo prende confidenza con la materia, si fanno più arditi: ricostruzioni di episodi di vita quotidiana con Aurelio, così come le ricorda o immagina di ricordarle Carletto; inserimenti a collage della figura d’Aurelio/Peretti in video storici o di cronaca, da lui commentati fuori campo con aforismi sarcastici, o enigmatici, il più delle volte apocrifi; esperimenti ancor più radicalmente d’avanguardia, come tentativi dall’esito discutibile di messa in musica hip-hop delle parole del maestro, in un contesto visivo contrassegnato da un’estetica da videoclip non supportata da mezzi tecnici adeguati. Ci sono tutti gli elementi perché nasca un fenomeno multimediale “di culto”. E in effetti nasce. La popolarità postuma di quel misantropo post-moderno cresce a tal punto che i suoi tre auto-nominati apostoli ricevono un irrestibile invito a partecipare a una trasmissione televisiva di chiacchiere della domenica pomeriggio. Sull’opportunità d’accettare Peretti e Papà Gallo non nutrono dubbi. Carletto esita, ponendosi in tutta coscienza la questione se l’amico sarebbe d’accordo o meno. Certo, Aurelio non era tipo  da apprezzare quel genere di show. Non per nulla così suonava uno dei suoi motti storicamente accertati:

Senti chi parla, ascolta chi tace, taci ch’è meglio.

Del resto, è importante (e di certo l’Aure l’apprezzerebbe) che la diffusione popolare del suo messaggio sia corretta, non strumentalizzata e commercializzata; e questo lo può garantire solo lui, Carletto. Sarebbe vile da parte sua tirarsi indietro proprio adesso, lasciando l’immagine d’Aurelio alla mercé d’imprevedibili speculazioni. Insomma, malgrado la contrarietà della figlia adolescente e protettiva, preoccupata per un potenziale stress da eccessiva esposizione, si convince e va in onda, in diretta. L’emozione è enorme. L’esito, in termini di gradimento del pubblico e risonanza sub-culturale, strepitoso. Carletto deve aumentare gli investimenti nel sito, assumere part-time un assistente, trascurare il lavoro con cui mantiene se stesso e Gaia, sempre più perplessa e inquieta. Mai in vita sua si è sentito così coinvolto, investito di una vera e propria missione; e ciò gli dà un’energia inebriante, giovanile senza gioventù. Gli giungono numerose e allettanti offerte d’inserzione pubblicitaria, ma lui le rifiuta bruscamente, quasi fossero offensive. Non ha mai agito per interesse in questo campo, né ha intenzione di farlo. La sua stella polare (dice a se stesso e agli altri) è e sempre sarà il massimo rispetto per la memoria dell’amico.

Ovviamente Aurelio non si sente per nulla rispettato – anzi! L’iniziale fastidio per l’improvvida iniziativa dell’ex-amico si trasforma in rabbia e viscerale avversione. Viscere infinite di fantasma, le sue, dalla cui contorsione si sprigiona un odio senza limiti. Non gli pesa tanto l’imitazione infedele e nazionalpopolare a opera di un attore mediocre, né che gran parte dei suoi “motti” siano mal ricordati o travisati. È, anzi, il fatto che qualcosa di vero, d’intimamente suo permanga ciò che gli disturba l’eterno riposo. Lo scivolamento nel nulla cui tanto ambiva già da vivo  è costantemente interrotto da beep di notifica della sua esistenza sugli schermi d’ormai tutto il mondo. Lo allarma e imbufalisce in particolare proprio il fatto di venir nominato a sproposito da utenti di altre lingue, in paesi lontani. Teme di non venir più fuori dalla spirale globalmente perversa della memoria. Passa al contrattacco, stavolta togliendosi, per così dire, i guantoni. Non attende la prossima emicrania di Carletto: gli si presenta con la sua faccia d’un tempo in contemporanea su computer, smartphone e tablet, intimando:

Chiudi questo sito o sarò io a chiudere te!

E scompare, convinto d’essere stato spaventoso abbastanza. E invece…

CARLETTO -  Era lui! Ma non era lui. Sembrava lui…

GAIA -  Lui chi?

CARLETTO -  L’Aure.

GAIA -  Ma – tipo un altro argomento?

CARLETTO -  Degli hacker russi, o bielorussi, hanno clonato e animato in 3D una foto dell’Aure da vivo e gli hanno fatto dire delle cose orribili con la sua voce che anche quella sembrava vera, ma come hanno fatto, eh? Secondo te?

GAIA -  Uhu?

CARLETTO -  Ma vuoi piantarla di fare i compiti? Ti sto parlando di una cosa seria!…

GAIA -  Dimmi, pa’.

CARLETTO -  O magari ho avuto un’allucinazione, ma non sembrava un’allucinazione, e poi non avevo l’emicrania, è da un po’ che sto benissimo /

GAIA -  A me non pare /

CARLETTO -  Cosa?

GAIA -  Che stai bene. Praticamente non vai più a lavorare /

CARLETTO -  Appunto, sto benissimo.

GAIA -  Senti, pa’, perché non ti prendi una pausa da ‘sti social, sei sempre davanti a uno schermo, guarda che c’è un mondo là fuori…

CARLETTO -  Bla, bla, bla…

GAIA -  Hai bisogno di amici veri. Vivi!

CARLETTO -  Sei noiosa! Noiosa, noiosa, noiosa /

GAIA -  E fatti una fidanzata, cazzo!

Breve silenzio.

CARLETTO -  Ma guarda un po’. Mi ha taggato NonSonoUgo 63.

Insomma, niente da fare: anche questo ammonimento viene bellamente ignorato. Ma il fantasma non si dà per vinto. E come potrebbe? Di giorno in giorno la sua notorietà cresce e rischia di mantenerlo sospeso in quel limbo per un tempo indeterminato. A mali estremi, estremi rimedi. Il mattino seguente tra le numerose nuove e-mail di Carletto spicca, contrassegnandosi come URGENTE, il seguente messaggio (indirizzo del mittente: eternonulla@veramorte.org):

Se stai leggendo questa mail vuol dire che sei uno dei tanti, troppi invadenti rompicoglioni che traggono piacere dal ricordare a tutti i costi chi trae piacere esclusivamente dal non essere ricordato, cioè per esempio me. Magari sei il primo della banda, quello che ha avuto la brillante idea di rompermi i coglioni e l’ha diffusa come un contagio d’imbecillità pestilenziale. Magari sei solo un, comunque colpevole, contagiato. In ogni caso con la presente ti diffido dal continuare la tua opera di disturbo scrivendo, pronunciando, o anche solo pensando il nome di me sottoscritto, a scanso di pesanti conseguenze sul tuo sistema nervoso ed equilibrio mentale, di cui la ricezione di questa mail è la prima avvisaglia. Dovrai anche inoltrare questo mio messaggio ad almeno altri 10 rompicoglioni di tua conoscenza – e almeno 10 ne conosci, non ci sono scuse! Oppure ai tormenti psicologici ne aggiungerò anche di fisici, che noi fantasmi sappiamo perfettamente infliggere, malgrado gl’ignoranti pensino il contrario. Ti beccherai, quando voglio io e nell’ordine da me insindacabilmente stabilito:

la scabbia norvegese

la pediculosi

la dermatofitosi o dermatofizia

la poliformalicosi detta anche TBC

la micobatteriosi non tubercolare detta anche MOTT

il morbo di Hansen detto anche lebbra

una semplice malaria

la tularemia o febbre dei conigli

l’infezione da batterio Treponema pallidum volgarmente nota come sifilide

la salmonellosi non tifoidea

la rickettsiosi, che come forse sai è diversa dal tifo esantematico

il tifo esantematico

la meningite menigococcica

la listeriosi da batterio Gram+

la leptospirosi

la leishmaniosi viscerale

la legionellosi

l’epatite virale NANB

una serie di diarree infettive non da salmonella

la brucellosi

la blenorragia meglio nota come gonorrea

la trichinellosi

il botulismo

il tifo dei pidocchi

la malattia di Marburg

la febbre ricorrente epidemica

il colera

e contemporaneamente per non perdere tempo il morbillo, la rosolia, la scarlattina, la varicella e la parotite, che tu chiami “orecchioni”.

Non dire poi che non ti avevo avvertito. La prevenzione, come dice la tivù, è fondamentale. Leggi qui sotto la mia firma che si  auto-cancella e dimenticala per sempre.

A non A

u non u

r non r

e non e

l non l

i non i

o non o

Stavolta Carletto si spaventa davvero. Si rende conto che il suo sito sta dando sul serio fastidio a qualcuno; a qualcuno di molto potente, o almeno dotato di mezzi informatici sofisticati. Non riesce infatti a risalire, nonostante l’aiuto di un amico agente scelto della polizia postale, al server da cui è partita la missiva. La sua tendenza leggermente paranoica a interpretare l’opaca realtà alla luce d’improbabili complotti s’intensifica, facendogli esplorare mille ipotesi, ma non quella più ovvia e giusta: cioè che la mail provenga in effetti dall’oltretomba. Sarà un’azione di disturbo anti-occidentale di hacker che agiscono da un satellite segreto della Repubblica Popolare Cinese, o piuttosto un’intimidazione da parte dei servizi segreti di certe multinazionali alimentari infastidite dai numerosi strali lanciati da Aurelio contro le bevande gassate?… Insonne, agitato oltremodo, si chiude a chiave nel suo studiolo per due giorni e due notti ignorando i richiami della figlia in ansia che continua a bussare e minaccia di chiamare il 118. Ne esce infine stravolto, ma risoluto. Ha preso coscienza della propria fede profonda nella democrazia, di cui in tutta la sua vita precedente non s’era manco accorto, dato che non veniva messa alla prova. E la democrazia liberale esige trasparenza. No, lui non cederà ad alcun ricatto, anzi denuncerà senza paura la manovra delle multinazionali cinesi e non solo…

“Tutti devono sapere!” – urla a Gaia, che non osa contraddirlo né fargli domande, finché lo vede in queste condizioni. Si precipita a scrivere un post infuocato, indignato, in cui giura che il sito d’Aurelio resisterà a ogni vile attacco dei poteri forti, come la vergognosa e-mail minatoria, che ricopia integralmente – dandole così massima diffusione.

Ed è proprio quello che il fantasma, fattosi astuto dopo i primi tentativi fallimentari, s’aspettava e sperava. Il testo da lui inviato è infatti il lungo codice di innesco di un virus informatico di complessità disumana, che in diciassette minuti e otto secondi  blocca internet in tutto il mondo. I tecnici delle grandi potenze, per una volta tra loro alleati, non riescono a venirne a capo; e comunque dopo un’altra mezz’ora pure le comunicazioni telefoniche tra di loro e tra i loro leader supremi piombano nel più nero dei black-out. Come in un castello di carte, crollano l’uno sull’altro economia, trasporti, cultura, acqua, luce, gas. Buio, siamo tutti al buio, senza che nessuno ne capisca il motivo. Nessuno, tranne Carletto, angosciato più di noi, perché solo ora, alle prese oltretutto con l’aura che annuncia un nuovo attacco d’emicrania, si accorge del suo tragico errore, delle sue responsabilità nella catastrofe globale.

Ma il fantasma di Aurelio non vuole certo far finire il mondo. Non perché glie ne importi granché – diciamo che sarebbe una reazione troppo clamorosa, contraria al suo caratteristico understatement. Ha dovuto esagerare, per farsi una volta per tutte intendere da quell’ottuso del Carletto. Prima che l’interruzione universale dell’energia abbia conseguenze irreversibili per l’umanità, a mezzanotte e zero quattro in punto, un unico computer sulla superficie terrestre s’accende da solo, come per magia. Avete già compreso di chi è quello schermo, e chi vi appare.

CARLETTO -  Aaaaahaaaah!…

AURELIO -  Zitto, scemo.

CARLETTO -  Sei tu! Sei proprio tu!…

AURELIO -  Io chi?

CARLETTO -  Tu…

AURELIO -  Io chi?

CARLETTO -  Nessuno.

AURELIO -  Bravo, finalmente l’hai capita.

CARLETTO -  Cosa vuoi?

AURELIO -  Lo sai già. Quel che voglio da mesi /

CARLETTO -  Sparire? E allora sparisci, cosa ci vuole, scusa tanto se ho creduto in te, tutto ‘sto casino solo perché ti ho voluto bene, sei sempre il solito, non lo sarai più, e va bene, ti farò sparire se ci tieni tanto a fare l’asociale, dai, su, forza e SPARISCI, PER DIO!…

GAIA -  Papà, che succede?… Stai bene?

A partire da mezzanotte, undici minuti e ventiquattro secondi gradualmente ma ovunque gas, luce, acqua, cultura, trasporti, economia e soprattutto internet si rimettono a funzionare come e meglio di prima. Nella rete globale manca però il sito dedicato ai motti di Aurelio, che il suo curatore ha prontamente rimosso.

Nei giorni successivi, interrogato in proposito dai numerosi seguaci e amici virtuali, Carletto ignora sfacciatamente le domande. Anzi, si prende la vacanza che la saggia figlia da tempo gli raccomandava, non portandosi appresso alcuno strumento di comunicazione elettronica. Al suo ritorno, l’interesse per il fantasma è già svanito, con la stessa rapidità con cui era montato fino all’inverosimile poche settimane prima. Soltanto Papà Gallo e Furio Peretti, comprensibilmente turbati dallo sfumare d’un facile e redditizio lavoro, insistono nel chiedere spiegazioni a Carletto. E lui risponde di essersi inventato tutto. Che cioè Aurelio non sarebbe mai esistito: versione di comodo a cui, per stanchezza o noia, i pochi interessati finiscono per credere; tant’è vero che alla maggior parte di voi il fedele resoconto che state leggendo parrà un racconto di pura fantasia. Meglio così, comunque. Non voglio certo essere io a richiamare dal nulla in cui riposa quello spirito ostile e rancoroso. Né certo lo farà di nuovo il suo ex amico, che nel frattempo si è fidanzato, ha ottenuto una promozione sul lavoro e usa il personal computer di casa solo come vassoio per la colazione. Si è dimenticato quella terribile notte del black-out, come noi tutti, dall’equatore ai poli, abbiamo voluto dimenticarla. E ci siamo riusciti, nevvero? Come il fantasma d’Aurelio è riuscito a sparire per sempre. Ma non facciamoci illusioni. La cattiva abitudine di rompere i coglioni ai morti non è sparita ed esporrà il mondo, finché mondo ci sarà, a pericoli spaventosi e incessanti.

Ragazza alta, straniera

Progetta di girare il mondo e restare sempre ragazza. In realtà si vede benissimo che non è più una ragazza, è una giovane donna, ritenuta bella. Per via di questa opinione diffusa ha la possibilità, in effetti, di girare il mondo; o almeno quelle città del mondo in cui sono presenti agenzie fotografiche e sfilate di moda. Le piacciono le mappe delle città, si orienta con mappe di carta, non quelle virtuali sul telefonino, e le colleziona, perfino. È già stata in undici città non sue, per lavoro, brevemente, senza indugiare al di fuori di tragitti ben definiti, funzionali. Per la terza volta si trova nella nostra città, dunque la mappa che ha sulle ginocchia è un po’ sgualcita, perché è così che lei maneggia le mappe, con dita sottili ma non delicate, nervose, sgualcendole. Non si sente bella, nient’affatto. La collega, quasi amica, al suo fianco seduta nel tram, pure lei alta e straniera, lei sì che si sente bella, anche se dall’esterno nessuno nota tra le due differenze rilevanti. Entrambe ridono, per una battuta straniera che l’una ha bisbigliato all’altra, o l’altra all’una, in un orecchio. È una risata troppo acuta, che suona innaturale. Ma forse la battuta era buona davvero.

Una certa magrezza, preservare la magrezza le consente di girare il mondo e lei ci sta attenta, come tutte le sue colleghe, dunque chi l’ha vista sul tram sbocconcellare una mela intuisce che si tratta di gran parte della sua colazione. Indossa scarponcini alla moda volutamente slacciati, lunghe calze nere, una gonna colorata corta ma non troppo, una t-shirt di marca, una giacchetta che non ha l’aria di tener caldo più di tanto; però lei il freddo non lo patisce, quello intenso del suo paese l’ha, per così dire, forgiata. I lunghi capelli castano chiari non sono raccolti. È ovvio che si senta osservata. In effetti viene osservata molto di più rispetto all’utente medio del nostro servizio di trasporto pubblico: con desiderio, con invidia, con ammirazione, quasi mai con empatia. Ha imparato a farsi scivolare addosso gli sguardi, ci ha fatto l’abitudine, senza trarne piacere, professionalmente. Il problema è che non può ricambiarli senza essere in vario modo fraintesa e ciò le dà fastidio, perché in realtà le piace osservare. In linea di massima le piace la gente, o forse è soltanto curiosa.

Gli approcci maschili non sono poi così frequenti, c’è qualcosa di scoraggiante – pare – in quella sua, loro bellezza troppo universalmente riconosciuta come tale. Il più delle volte li respinge senza imbarazzo e con calma. Rare volte non li ha respinti. A quest’ora del giorno, su questo tram, sono altamente improbabili. Lei e la sua amica sanno dove andare, ci sono già state, in quello studio fotografico, un anno e due mesi fa, ricordano vagamente pure a quale fermata scendere. Sono più rilassate del solito, scherzano con umorismo ibrido, dato che provengono da due paesi diversi, entrambi lontani. La ragazza non più ragazza si sente abbastanza a suo agio da guardarsi intorno, da guardare senza timidezza, seppure non fissandole, le persone, e così nota un uomo maturo, nel senso di avente una certa età, sulla fila di sedili di fronte, un po’ spostato a destra; e lo nota per l’abbigliamento umile, pulito ma consunto, le mani da operaio, la voce forte e dall’accento peculiare, il comportamento inusuale nella nostra città, sui nostri mezzi pubblici, cioè sinceramente espansivo.

L’uomo sta parlando da qualche minuto, nella nostra lingua ma con un’inflessione che lo denuncia inequivocabilmente come straniero, a una signora formalmente vestita seduta al suo fianco. La signora quasi non risponde; è evidente che i due non si conoscono; ogni tanto annuisce o interviene con monosillabi. Anche qualcun altro ascolta, incuriosito, il vivace sebbene probabilmente sgrammaticato racconto dell’uomo. Le due modelle non capiscono che qualche parola sparsa; ma la più alta, quella coi capelli lunghi castano chiari, è così interessata da sporgersi d’istinto in direzione di chi parla. Lui coglie quello sguardo al volo e l’apostrofa cordialmente, come riconoscendo una vecchia amica. Cerca di coinvolgerla in quei discorsi; e appena si rende conto che, straniera pure lei, non capisce, subito passa a una lingua franca, declinata in modo ancora più strambo, escludendo di fatto dalla comunicazione i precedenti ascoltatori. Le chiede da dove viene. Le spiega da dove viene lui. Riprende da dove l’aveva lasciato prima un racconto che riguarda il suo paese d’origine anni fa, negli anni in cui ha lasciato il suo paese.

La giovane fatica ad afferare il filo della storia sospeso a mezz’aria, ma non si scoraggia, in qualche modo viene catturata, se non dal contenuto, dal tono della narrazione, diversamente dalla sua quasi amica, che volge lo sguardo di lato, in leggero imbarazzo, e non ride più. L’uomo ha molta voglia di parlare e il fatto che qualcuno lo ascolti lo rende all’apparenza allegro, intenso, intensamente cordiale. Ma col passare delle fermate si chiarisce che il suo argomento non è allegro; lei comprende senza equivoci che si sta parlando di una guerra. Di un conflitto nel paese dell’uomo, ora finito, forse, ma a cui lui ha partecipato, almeno marginalmente, prima di fuggire, o comunque andarsene qui da noi. Con ampi gesti, concitati, che compensano la povertà lessicale, rievoca un episodio cruento, che ha forse visto, forse vissuto. Si parla di un’esplosione, forse di una serie d’esplosioni, a ciò fa pensare l’apertura violenta improvvisa delle braccia, poi fatte ricadere lungo i fianchi, più volte. Di certo qualcuno aveva fame, nel racconto dell’uomo, perché la parola “fame” in lingua franca risuona distinta e lui la ripete. E c’erano file lunghe di gente in lunghissima attesa, non è chiaro di cosa. Protagonista del racconto è la morte; sebbene lui ometta numeri e sorvoli sui dettagli, non si può non percepire che è stato diretto testimone di una quantità di morti violente impensabile da sopportare per chiunque altro su questo tram – soprattutto se si pensa alla morte di persone care. Sono morte, o soltanto lontane, le persone a lui care? Oppure è riuscito a portarle fin qua, per così dire al sicuro? Appare in filigrana sul suo volto, mentre parla di sua madre, la faccia della madre, un’espressione materna inconfondibile; ma è viva o morta?

La madre della ragazza non è ancora morta, sta bene, il suo paese non è in guerra. È un po’ che lei non pensava ai suoi genitori, ora le viene da farlo, le riaffiora con impeto un ricordo d’infanzia. Un ricordo ordinario di festa in campagna, con nulla di drammatico nei contenuti, ma carico di violenta nostalgia e inquietudine mortale. Cerca di tornare a concentrarsi su quanto dice l’uomo, il che richiede impegno, dato il modo così diverso dal suo in cui distorce la lingua franca. Aggrotta la fronte, strizza un po’ gli occhi, annuisce lievemente per incoraggiarlo a continuare. Ciò che la affascina – supponiamo – nella sua narrazione è qualcosa di radicalmente primitivo e non giudicante, una felicità d’essere ancora in vita che lei non ha mai provato. Gli sorride. Lui allora tace, smette di parlare per la prima volta dopo un quarto d’ora, più o meno, come in attesa di una risposta. Le ha fatto una domanda? Lei sente che, a prescindere dalla domanda, vorrebbe raccontargli qualcosa di sé, ma non le vengono le parole, neppure nella propria lingua, esita, mormora un suono indistinto. Non si è accorta di come è volato il tempo, mutato lo spazio attorno. L’altra modella le assesta un colpetto di gomito su un fianco. Sì, è questa la fermata giusta. E non possono certo permettersi di arrivare in ritardo. Si alza, senza togliere gli occhi di dosso dall’uomo, ancora silenzioso, sul cui viso le pare di cogliere una delusione sconfinata. Si aprono le porte. Mentre si avvia all’uscita, lo saluta con cordialità esagerata, a voce alta e non sua, o per una volta veramente sua.

Durante il casting fotografico è distratta, ripensa all’incontro sul tram e quel pensiero, associato a emozioni indefinite e tra di loro contrastanti, riduce il suo controllo professionale sui muscoli facciali e sulla postura. Affiorano minuscole smorfie, piccoli scatti convulsi, bagliori di sincerità febbrile nello sguardo. Nessuno glielo dice, ma il provino va male, ne è sicura. Alla fine rifiuta un paio d’inviti per la serata e si congeda freddamente dalla sua quasi amica, per la quale si rende conto di non provare, di non avere mai provato alcuna simpatia. Ha bisogno di stare da sola e camminare, sicché si mette a camminare da sola per le vie della nostra città, senza davvero osservare la nostra città, assorta, senza meta. Di solito non fa così, non in una città straniera. Di solito si ferma a consultare la mappa cartacea a ogni isolato, o quasi. Ma stavolta non ha paura di perdersi, né d’altra parte lo desidera; è come se i quartieri che attraversa fossero mero sfondo. La stanchezza sopravviene dopo alcune ore, insieme al tramonto. Ha mangiato assai poco, come sempre, e camminato piuttosto rapidamente, oltre che a lungo, con passo rigido e ignorando le altrui occhiate. Ferma un taxi. Dice al tassista il nome del suo albergo.

Il mattino dopo si alza molto presto, avendo poco dormito. Anziché fare il check-out, come previsto, prolunga a proprie spese di una notte la sua permanenza. La perdita economica è notevole, non solo perché l’albergo è piuttosto caro, ma soprattutto perché così rinuncia a un volo già prenotato per il primo pomeriggio in direzione di un’altra città e di un’altra sessione di fotografie. Non saprebbe motivare con precisione un comportamento così irrazionale, che le sembra tuttavia inevitabile, privo di alternative. Non può, insomma, negarsi la possibilità di riprendere il discorso, di parlare ancora con l’uomo del tram. Mentre non dormiva, nel letto d’albergo, si è chiesta, tra le mille altre cose, se ne sia in qualche modo fisicamente attratta. Si è risposta di no. Non c’è nulla di erotico o romantico in ciò che prova per lui. Anche se per nessun fidanzato o amante ha mai compiuto simili sciocchezze. Mandare a monte un lavoro. Perdere il sonno. Calcolare l’ora esatta in cui è salita sul tram ieri, per riprenderlo esattamente alla stessa ora oggi, nella speranza che che egli compia abitualmente quel tragitto. Una speranza che presto si rivela infondata.

Scende dal tram ed entra in un modesto, odoroso locale di spaccio di hamburger. Senza pensarci su, dimenticando l’ora incongrua e consolidate abitudini dietetiche, ordina uno dei panini più strabordanti e spessi. Se lo gusta insieme a una birra. Dopo un paio di bocconi qualcosa dentro di lei si rilassa e le consente di ragionare. Non basta certo salire su un mezzo pubblico per vari giorni di seguito alla stessa ora, per ritrovare qualcuno che lì si è incontrato. Deve estendere il raggio della sua ricerca. Ma come, secondo quali criteri? Dal ricordo dei tratti somatici e dell’accento, deduce che l’uomo abbia una determinata nazionalità, e dunque faccia parte di una determinata comunità straniera. Non le resta che scoprire in quale zona tale comunità si concentri, per approfondire lì la sua indagine. Squilla il suo telefono portatile; ha squillato già più volte. E di nuovo lei non risponde, né lo farà per il resto della giornata, né per molte giornate a seguire. Chiamate di lavoro, chiamate di famiglia, chiamate d’amicizia, amore, sesso. In passato si è fatta sempre trovare pronta. Le piaceva essere e soprattutto sembrare una persona affidabile. Una persona su cui si può contare, moderatamente altruista, non barricata dentro alla sua bellezza. Ma oggi di ciò non si cura; anzi, trae una sorta di ipnotico piacere nel fissare sullo schermo l’immagine di chi via via la sta chiamando, finché il suono si esaurisce. Solo quando sono apparsi il nome e la foto di un uomo giovane e molto bello, con cui ha avuto mesi fa una breve relazione, non indugia e spegne lei di colpo.

Parla invece volentieri con persone in carne e ossa. Non si è sentita mai così disinvolta nell’approcciare le persone, per ricavarne informazioni. Capisce così in breve tempo in quale zona si concentri la comunità di stranieri che le interessa, e come arrivarci. È dalla parte opposta della città, nella periferia nord. Senza esitare vi si reca, cambiando tre mezzi pubblici e camminando parecchio, chiedendo spesso indicazioni, ogni volta storpiando le poche parole da lei conosciute nella nostra lingua, sottilmente euforica e determinata. Si è fatta ormai sera quando giunge a destinazione – ma quale destinazione? Tra le strade squallide e semibuie si aggirano in effetti figure dall’aspetto non dissimile da quello dell’uomo sul tram; si rende conto però che le chance di incontrare proprio lui restano molto basse. Eppure non si scoraggia, né si impaurisce per la netta predominanza maschile tra i passanti. È contenta anche solo del fatto di trovarsi in quel quartiere, le sembra di averlo desiderato da una vita. Entra in un grande bar visibilmente non pulito, che emana un odore acre, spesso, non invitante, percepibile fin sul lato opposto della strada. Ha l’intuizione, sbagliata, che l’uomo del tram possa esserne un frequentatore. Intanto ordina da bere e mangiare: alcool forte e cibo pesante. È l’unica donna. Indifferente all’avido stupore di chi la circonda. Un’irrealistica sensazione di sicurezza, tutta interiore, sembra farle da scudo. Finalmente un cretino le fa una avance piuttosto volgare. Gli risponde con ruvida disinvoltura; quello desiste sbalordito e nessuno più la importuna, finché riaccende il cellulare per chiamare un taxi. Rientra in albergo ancora totalmente, freddamente ubriaca.

Il mattino dopo porta nella stessa zona periferica il suo trolley da viaggiatrice frequente e la ripercorre in lungo e in largo, cercando una stanza in affitto abbordabile – data la relativa modestia dei risparmi accumulati nella giovane carriera – e piuttosto pulita. Paga tre mesi d’anticipo all’incredula padrona di casa, ma la sua idea è di fermarsi lì a tempo indeterminato – fino a che ritroverà l’uomo del tram, o finirà i soldi, o le affiorerà alla mente un desiderio diverso da quello negativo di non essere più, mai più come prima. Butta via i pochi bei vestiti che aveva stipato nel trolley; ne compra di nuovi, larghi, un po’ sformati, in un grande mercato all’aperto che ogni sabato riempie di folla una piazza vicino a casa. Spende i risparmi con giudizio, per vivere ha bisogno di poco. Oltre a girare e osservare la gente, impara la nostra lingua per come è parlata da altri stranieri, quelli della comunità di zona. Dai nostri pochi connazionali, soprattutto anziani, rimasti nel quartiere apprende  soprattutto espressioni proverbiali, parolacce e bestemmie. Cambia dieta, frequenta trattorie alla buona mangiando pesante. Ingrassa parecchio, si accorcia i capelli. Non ha voglia di lavorare, né saprebbe dove e come chiedere lavoro: immagina di non saper fare nulla e di ciò non si dispiace. Nelle prime settimane viene percepita come un tipo strano; poi, dato che alla stranezza ci si abitua come e più che alla cosiddetta normalità, finisce per non suscitare più interesse. Con qualche donna, a cominciare dalla padrona di casa, chiacchiera senza mai entrare in confidenza. Gli uomini, che colgono qualcosa d’inquietante nella sua sistematica rinuncia al fascino, si mantengono a distanza di sicurezza. Quello del tram, ormai l’ha quasi dimenticato.

Ma le sembra di ricordare, come fossero suoi, frammenti di vita d’una violenza insopportabile, raccontati da quell’uomo, forse, o da chiunque abbia vissuto in guerra. Le sembrano così reali quando emergono, quei ricordi altrui, le fanno così male che non resiste alla tentazione di richiamare al telefono l’unica persona della sua vita precedente con cui è rimasta in contatto. Ogni volta che si sentono, la madre cerca di convincerla a tornare a casa. Ogni volta lei cerca di spiegarle i motivi di quel bizzarro autoesilio, ma non ci riesce, non trova le parole, la sua lingua madre le suona straniera quasi come la nostra. Passano dei mesi. Benché li consumi per così dire con il contagocce, i suoi risparmi stanno finendo. Ogni due settimane va dal parrucchiere; è il suo unico lusso, le piace mantenere in ordine i capelli tagliati corti, fini, d’un castano chiaro. Chiude gli occhi, si fa manipolare la testa gradualmente sempre più vuota di pensieri, non parla, non ascolta, s’abbandona. Ma un sabato pomeriggio qualcosa, un’immagine la colpisce, una faccia, un corpo noti, alla periferia dello sguardo. In cima alla pila di riviste poggiata alla destra della sua poltrona, ecco una foto della sua amica, o quasi amica, o non amica, della ex collega che le stava accanto sul tram. Allunga la mano per afferrare la rivista. Non la sfoglia, si limita a fissare negli occhi, neutri, professionali, quell’immagine remota e fredda. Nemmeno muove la testa dentro il casco. Una piccola onda di violenza le scorre attraverso le braccia, fino alle mani. Strappa la rivista, che pure ha un certo spessore, in quattro parti uguali, che lascia cadere a terra. Si stupisce per la reazione indignata della parrucchiera, poi le risponde per le rime, urla, bestemmia con perfetta proprietà di nostro linguaggio, si ritrova in mezzo alla strada coi capelli bagnati e insaponati, preda di una rabbia senza nome, che non riesce a spiegare o giustificare davanti a se stessa, che può solo placare con razioni crescenti di cibo e alcool.

Comincia a fare piccoli debiti, a frequentare gente cosiddetta poco raccomandabile, a stare sveglia fino a notte fonda in compagnia presto dimenticata al mattino. Tutte abitudini abbastanza pericolose, delle cui conseguenze non si preoccupa affatto, e proprio questa mancanza di preoccupazione sembra, magicamente e precariamente, proteggerla. Scopre un’insospettabile affinità con certa fauna di strada, piccoli delinquenti stranieri ma anche e soprattutto nostrani, di cui apprende gergo e atteggiamenti con rapidità e precisione, come se fossero ricordi di una vita precedente. Ozia spesso nel grande bar di quartiere dov’era approdata la prima sera. È diventata amica di uno dei gestori, lo aiuta in traffici illegali di scarsa entità, ripianando così di volta in volta il passivo del conto sempre riaperto. Tutti sono impressionati da come regge l’alcool, è una qualità naturale che sente molto più  propria, rispetto alla passata bellezza. Intorno alle due del mattino il bar chiude e lei ripiega nella stanza, sua o di qualcuno degli avventori. Sono le ore più oscure, che scivolano nell’oblio man mano che vengono vissute, lungo un filo che vibra tra sonno e veglia, allucinazioni di guerra e incubi a sfondo sessuale in cui il suo corpo viene lentamente dilaniato.

Oggi però non torna cosciente nella sua stanza, o in quella di chiunque. È rimasta – non ricorda come e perché – distesa sul pavimento sporco di quel bar. Forse è proprio il disgusto per l’odore a farle trovare l’energia per alzarsi in piedi. Si sente ancora molto debole, barcolla un po’, si appoggia con una mano al bancone. Dall’altra parte c’è una donna alta, massiccia, dai corti capelli castani, a cui chiede un bicchiere d’acqua. Un bicchiere d’acqua, per favore. Nessuna risposta. Si gira del tutto per guardarla negli occhi, ripete la richiesta, quella muove le labbra ma non si sente una risposta, allora la insulta, col medesimo effetto. Chinano il capo assieme e ciò le dà l’impressione che lei e la donna dietro al bancone siano la stessa persona; del resto, in quella posizione c’è sempre stato un lungo specchio. La osserva meglio, incuriosita. Quant’è bianca e opaca la sua faccia, il collo s’è come ingrossato. E le occhiaie stanno già per diventare rughe.

Non sono più una ragazza.

Pensa, nella sua lingua straniera. O forse gliel’ha detto quell’altra, al di là del bancone. Le è parso proprio di udirla, quella frase, e le ha fatto piacere – non il contenuto, ma il suono; per la prima volta dopo molti mesi sente nostalgia per il suono della sua lingua. Perciò nemmeno mezz’ora dopo chiama sua madre e si fa pagare un biglietto d’aereo, per tornare a casa. Costa molto il biglietto d’aereo e i suoi genitori non sono ricchi, ma sono felici d’investirci i risparmi. Pure lei è felice di tornare a casa. Non saluta nessuno, non si fa più rivedere al bar, non risponde al telefono. Qualche mattina più avanti, la mattina del volo, rispolvera il trolley con cui era giunta tra noi, ci butta dentro pochi vestiti da quattro soldi e si avvia verso un autobus. Il suo cuore è leggero, il passo deciso, la mente vuota o quasi. Alla fermata due uomini di mezz’età, vestiti da lavoro manuale, stanno fumando. Uno dei due le guarda il didietro e pronuncia un commento a bassa voce. La donna li ignora, ma se si voltasse a osservarli noterebbe che l’altro uomo, quello che fuma in silenzio, è lo stesso conosciuto sul tram ormai un anno fa, lo stesso dei ricordi di guerra. Veri o inventati – chi può dirlo? A lei non interessa più, né lui li racconta, non ora. Senza smettere di fumare dà un’occhiata di sbieco a quella tizia biondiccia, straniera a lui come a noi, mentre col suo  trolley sale e si fa largo nell’autobus affollato e presto sparisce, già lontana dalla nostra città per sempre, e dalla sua età di ragazza.

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