Destinazione raggiunta

Tra il 4 e il 9 luglio ho partecipato alla residenza drammaturgica WRITE, diretta da Tino Caspanello, a Mandanici (ME): una preziosa occasione per scambiare idee sul teatro con autrici e autori provenienti da Italia, Catalogna, Grecia e Francia. Il dibattito si sviluppava non in astratto, ma a partire da concreti esercizi di scrittura. Ciascuno di noi è stato chiamato a contribuire a un testo collettivo (in via di ulteriore elaborazione) e a scrivere individualmente, a turno, una brevissima pièce – buttata giù di mattina, provata di pomeriggio, presentata al pubblico di sera.

Riporto qui la mia “Destinazione raggiunta”, ringraziando ancora i tre ottimi interpreti che le hanno dato vita a Mandanici: Francesco Bernava, Alice Ferlito e Alice Sgroi.

 

Destinazione raggiunta

 

Anna

Narratrice

Navigatore

 

ANNA -  Mi sembra già di essere lì. Insieme a te.

NARRATRICE -  Pensa Anna.

ANNA -  Se chiudo gli occhi –

NARRATRICE -  Ma non chiude gli occhi –

ANNA -  Ti vedo, lì, che mi aspetti.

NARRATRICE -  Anna non chiude gli occhi, perché sta guidando in autostrada. Guida bene, sicura, alla velocità costante di 115 chilometri all’ora. Di sottofondo ha una musica morbida che le ricorda qualcosa, o qualcuno.

ANNA -  Questa volta è quella giusta.

NARRATRICE –  Sorride Anna –

ANNA -  Questa volta non possiamo sbagliare. Ho l’indirizzo giusto, infallibile, preciso: stato, regione, città, via o piazza, numero civico, codice di avviamento postale…

NARRATRICE -  Ma un indirizzo non basta. Un indirizzo, lo sappiamo, non ci indirizza a nulla, se non viene inserito.

NAVIGATORE -  Inserire l’indirizzo. Inserire l’indirizzo.

ANNA -  Un attimo.

NAVIGATORE -  Inserire… (Breve pausa.)  Indirizzo inserito. Calcolo del percorso.

ANNA -  Non importa quanto tempo ci vorrà. Ho tutto il tempo del mondo.

NAVIGATORE -  Calcolo del percorso.

ANNA -  Il tempo senza di te non conta nulla.

NAVIGATORE -  Chilometri all’arrivo: 404.

ANNA -  Lo spazio è un’autostrada senza curve, piatta.

NAVIGATORE -  Tempo fino all’arrivo: tre ore e 34 minuti.

ANNA -  Questa musica mi fa pensare – questa canzone… E’ la stessa di un’altra volta, che viaggiavamo insieme, e forse guidavi tu? Su un’autostrada diversa, però, e a un certo punto ti ho appoggiato la mano su una gamba e tenevo il ritmo, così… Ma forse era un’altra canzone e guidavo io e intanto…

NAVIGATORE -  Prosegui sull’autostrada.

NARRATRICE -  Intanto lei prosegue sull’autostrada.

NAVIGATORE -  Prosegui per 288 chilometri.

NARRATRICE -  L’autostrada comincia a fare curve, a scendere, a salire.

NAVIGATORE -  Prosegui per 197 chilometri.

NARRATRICE -  Ma il pensiero di lei tira dritto, lei pensa solo a una persona.

NAVIGATORE -  Prosegui per 84 chilometri.

NARRATRICE -  E ogni tanto ha una faccia che piange, ogni tanto una faccia che ride, ma nessuno se ne accorge, perché è da sola dentro alla sua automobile rossa, bella, silenziosa.

NAVIGATORE -  Prosegui per 32 chilometri. Prosegui per 14 chilometri. Prosegui per 7 chilometri, tenendo leggermente la destra. Tra 4 chilometri, svolta a destra sulla strada provinciale. Tra duecento metri, svolta a destra. Svolta a destra. Svolta a destra.  (Pausa. Più forte)  Svolta a destra!

ANNA -  Oh, cazzo!… Per un pelo.

NARRATRICE -  Stava per mancare l’uscita.

ANNA -  Non posso sbagliare, stavolta.

NARRATRICE -  Anna respira a fondo.

ANNA -  Non posso sbagliare a uno svincolo, a una rotonda, a un bivio, a nessun incrocio, questa volta, perché è quella giusta, stavolta l’indirizzo è giusto e soprattutto l’ho inserito e tu sei inserito in quell’indirizzo, sei già lì che mi aspetti.

NARRATRICE -  E intanto la strada provinciale sale, si restringe, a due corsie, una corsia, con curve strette, sempre più strette.

NAVIGATORE -  Tempo fino all’arrivo: 34 minuti.

ANNA -  Mi aspetti, vero?

NAVIGATORE -  Tempo fino all’arrivo: 12 minuti.

ANNA -  Vero che mi aspetti?

NAVIGATORE -  Gira a destra. Gira a sinistra. Gira a destra. Gira a sinistra. A sinistra. A sinistra.

ANNA -  Tutte le volte che ci siamo persi. Tutti gli appuntamenti mancati. Tutti gli incroci sbagliati, i ponti sul vuoto, le strade senza uscita. Ma io non mi arrendo. Non penserai che mi arrendo. Tu mi conosci. Conosci la mia faccia, le mie mani.

Breve silenzio.

NAVIGATORE -  Assenza di segnale.

ANNA -  Cosa?

NAVIGATORE -  Ricalcolo del percorso. Assenza di segnale. Ricalcolo del percorso.

NARRATRICE -  La macchina di Anna rallenta, frena, si è fermata in uno spiazzo ai piedi di un piccolo paese. Non conosce quel paese. Potrebbe essere un paesino del sud.

NAVIGATORE -  Chilometri all’arrivo: sconosciuti.

NARRATRICE -  E intanto, si è fatta sera.

NAVIGATORE -  Tempo all’arrivo: sconosciuto. Assenza di segnale. Assenza di segnale.

ANNA -  Basta!

NARRATRICE -  Anna scende dalla sua macchina, sbatte dietro di sé la portiera. Prosegue a piedi, salendo, per le vie di quel paese.

ANNA -  Tu lo sai che non mi arrendo. Salgo per le vie di questo paese che non conosco e non importa se anche questa volta l’indirizzo è sbagliato, se nessuno mi guida, non importa se non c’è nessun indirizzo, l’importante è che mi stai aspettando.  (Pausa.)  Sai, mi piace qui. Non sono mai stata in questo posto, o almeno non me lo ricordo, ma se l’hai scelto ci dev’essere un motivo. Forse sarà questa pace apparente, questo vento che sa di buono, la notte che avanza con tutta questa calma. Il profumo?  (Pausa.)  Mi sembra di sentire un profumo. Dal cortile di una villetta di cemento, bassa, spuntano dei rami di gelsomino in fiore. Ti piaceva il gelsomino? Non me lo ricordo. Stacco due fiori, li annuso, me li infilo tra i capelli. Così, perché mi va. Per farti una sorpresa. Ma forse –  ( Pausa.)  Sono ridicola. Mi troverai ridicola, coi fiorellini tra i capelli? No. Non tu.  (Pausa.)  I fiorellini però li butto, mentre salgo ancora, poi c’è una piccola discesa, giro un angolo a sinistra – e sento di essere arrivata.  (Pausa.)  C’è una piazza piccola, bella. Una vecchia chiesa illuminata. Salgo i gradini del sagrato come per entrarci, poi mi giro e guardo il cielo. Mi rendo conto che è questo il posto. L’indirizzo. Giusto, preciso, nessun altro al mondo.  (Pausa.)  Lo vedi anche tu questo cielo. Non è perfetto, da far male? Come tutte le cose perfette, che prima o poi ci faranno male.  (Pausa.)  Non ho fretta. Non ho neanche bisogno di vederti. Io ti conosco. Conosco la tua faccia, le tue mani. Basta che mi tocchi sulla spalla, qui, piano, come facevi, tu lo sai il punto preciso e il modo, basta che lo fai una volta, una volta sola, appena chiudo gli occhi.

NAVIGATORE -  Destinazione raggiunta.

NARRATRICE -  Anna chiude gli occhi e scompare.

Write II – residenza di drammaturgia

Mandanici, 9 luglio 2017
Si è conclusa la II edizione di Write all’insegna del “dialogo”. «C’è una parola che, da sola, può spiegare l’essenza di WRITE: dialogo. Dialogo autentico tra autori, tra operatori, con il luogo, con il pubblico. La seconda edizione della residenza internazionale di drammaturgia, che quest’anno ha coinvolto autori provenienti dall’Italia, dalla Grecia, dalla Francia e dalla Spagna, ha suscitato relazioni, approfondito il dibattito sulle scritture, sulla loro genesi, sulla lingua, sulle poetiche e sulle politiche che animano le parole, i testi e la scena.» Con queste parole Tino Caspanello, ideatore e direttore artistico della prima residenza drammaturgica internazionale siciliana, giunta alla sua II edizione, racconta i lavori di un evento che ha coinvolto molti spettatori e la partecipatissima presenza degli abitanti di Mandanici, rappresentati dal sindaco Armando Carpo e da Anna Misiti, presidente del consiglio comunale.
L’organizzazione della manifestazione è stata affidata alla direzione di Gigi Spedale per Latitudini, rete siciliana di drammaturgia contemporanea. Il progetto grafico è di Cinzia Muscolino. A ospitare gli otto autori dal 4 al 9 luglio 2017 è stato, anche quest’anno, il Monastero S. Maria Annunziata di Mandanici, grazie al patrocinio del Comune di Mandanici e all’Assessorato regionale Turismo, Sport e Spettacolo.
Quattro le giornate di lavoro, che si sono concluse con due misés en espace. Ecco i testi coinvolti con i rispettivi autori: 5 luglio, Anche dopo una festa c’è sempre qualcuno che deve pulire di Mario Gelardi e L’uomo con la capra sulla testa di Margherita Ortolani; 6 luglio La città di Konstantinos Bouras (Grecia) e R.I.P. di Sabrina Petyx; 7 luglio, Mi manda Nici di Niccolò Matcovich e Il ragazzo della fotografia di Josep Maria Mirò (Spagna); 8 luglio, Destinazione raggiunta di Renato Gabrielli e Ci vorrebbe il sole della Sicilia per asciugare la pioggia di Parigi di Grégory Pluym (Francia). Sono stati coinvolti i seguenti attori, dopo un’attenta selezione e un bando: Mario Aversa, Milena Bartolone, Francesco Bernava, Tino Calabrò, Roberta Catanese, Marielide Colicchia, Domenico Cucinotta, Angelo D’Agosta, Mauro Failla, Alice Ferlito, Giovanna Manetto, Lelio Naccari, Alice Sgroi. Le interpreti impegnate quotidianamente sono state: Antonella Babbone, Giorgia Karvounaki, Renata Salvadore. Il Prof. Haun Saussy dell’Università di Chicago, con cui Caspanello ha già avviato all’estero uno scambio propizio e decisivo, ha tenuto un seminario sulla traduzione l’8 luglio alle 14.30. Tre degli autori presenti alla trascorsa e prima edizione del 2016: Rosario Palazzolo, Turi Zinna e Saverio Tavano hanno rielaborato il testo comune sul tema del “naufragio” e lo hanno messo in scena giovedì 6 luglio. Il 7 luglio alla fine dei lavori, Caspanello ha letto un commovente contributo scritto lo scorso anno, quale epilogo del testo comune. L’ultima sera è stata invece allestita una prima messa in scena del tema di quest’anno “il complotto”, che ha coinvolto Gelardi, Matcovitch e Ortolani.
Adriana Frassica, Giusyrene Pellegriti, Marco Sergi sono i tre studenti del Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Università degli Studi di Messina, che grazie alla collaborazione della Dott. ssa Assunta Penna e con il sostegno dell’E.R.S.U. Ente Regionale per il diritto allo studio sono stati selezionati da Vincenza Di Vita, responsabile dell’osservatorio critico partecipato quest’anno anche da Lorenzo Donati, che ha tenuto un diario della residenza.
L’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro ha rinnovato anche quest’anno il suo patrocinio all’iniziativa. Il 7 luglio, il Teatro Mediterraneo Occupato, Caspanello, Palazzolo e il critico teatrale Filippa Ilardo hanno presentato il progetto formativo Opificio Incanto.

Il bando

IL BANDO

Poemetto notturno

L’essere è.

Il non essere non è.

L’ente fa un bando.

1

2:43 a.m.

mare torbido dell’incoscienza

sono io che ci nuoto

oppure affondo nulla di nulla

ricorderò di questo buio di questo

sapore agro contro il palato

piccole esplosioni

in parti remote del mio corpo

fanno vuoti profondi

verticali velocissimi inattesi

gorghi si direbbe

si direbbe che è il cuore

a tradirmi balzando

da pieno a vuoto in controtempo

come sempre quando

è questione di vita o di morte

IL BANDO

spalanco gli occhi su un pensiero

che mi fissa allucinato

dal buio della stanza la scadenza

forse è scaduta

mentre dormivo e io

oppure

scade tra poco è questione

di giorni ore minuti e io

tachicardico sudato schiena ritta

dolente seduto sul bordo

del letto in totale confusione

non me lo posso permettere lo so

lo so lo so

d’ignorare il bando o peggio

rispondergli in ritardo

quando il bando chiama

uno come me non può

non agitarsi fare di tutto

brancolare cercando ciabatte

coi piedi e con le mani

un interruttore della luce

che m’illumini anche dentro

e mi faccia ricordare

cosa manca cosa manca

ai materiali da inviare all’ente

che promuove il bando

c’era tutto c’era tutto eppure

oppure

L’ALLEGATO

ma certo certo l’allegato 27c

come ho fatto a non

ma certo che ci vuole

in fondo è soltanto

un’autocertificazione dei requisiti ai fini di

a norma di

ai sensi di

che ci vuole è un gioco da ragazzi

coraggio compiliamo

redigiamo

insomma

 

2

requisiti

come comprovato

dal documento scansionato

e vidimato dalle autorità competenti

in materia d’identità io

sono proprio io

nel pieno possesso delle mie facoltà

e requisiti

sesso età stato civile residenza cittadinanza colore dei capelli degli occhi segni particolari anche se non richiesti

tutto

c’è tutto

titolo di studio ovviamente

gruppo sanguigno

tutto quanto serve a inserirmi e mantenermi nella fascia

degli aventi diritto e dovere

d’essere ammessi alla speranza

all’esclusivo rito di compilazione

delle quarantatré pagine di domanda

di partecipazione

più ovviamente gli allegati

in numero variabile misteriosamente

crescente prendi ad esempio

il 99 ter

ricevuta del bonifico a parziale copertura delle spese di segreteria dell’ente

è giusto è giusto

anche se

però ‘sta segreteria quanto costa

però in fondo si capisce

anche se non facesse niente

per un ente così grande

già l’essere in sé è una spesa pazzesca

e io

contribuisco volentieri

il bonifico l’avrei già mandato

se sul mio conto ci fossero dei soldi

ma per fortuna ecco l’opzione

versamento alternativo

come un serpentello tra le lenzuola sfatte

striscia s’arrampica un tubicino

prima ch’io mi possa alzare un laccio

elastico mi s’annoda intorno

al bicipite un ago

guidato da mano ferma invisibile professionale

mi penetra il braccio

quante once di sangue vorrà l’ente

a parziale copertura

delle sue spese di

me lo chiedo mentre perdo le forze

e sento l’ago affondare

dentro fino all’osso

non basta il sangue

va per il

mi

dol

lo

è gius /

 

3

un attimo che mi collego

adesso che è tutto in regola

mi collego un attimo

tramite i quattro dispositivi

socio-elettronici che tengo accesi

anche di notte per ogni evenienza

tipo quella di essere sveglio

e non sapere cosa fare

i muscoli contratti gli occhi sbarrati

per la tensione da bando in scadenza

allora mi rilasso frantumando

l’attenzione

dispositivo numero uno puntata sette

stagione quattro d’una serie intricata

intelligente d’argomento zombie

dispositivo numero due notiziari

da tutto il mondo le stesse notizie

in più lingue in gara d’anticipo l’una sull’altra

così vince un’ansia senza nome

dispositivo numero tre musica

di sottofondo che si confonde

col rumore degli altri dispositivi

rincoglionendomi dolcemente

dispositivo numero quattro messaggistica

d’auto-aiuto per soggetti dipendenti

dallo stress bandistico

o bàndico bandòrico bandogenico

insomma eh sì

il bando ci dà lo stress ma in fondo

ci piace questo stress

banditico anzi non ne possiamo fare a meno

e ce lo confessiamo a vicenda

condividendo collegando connettendo

abisso con abisso

i nostri cuori così soli così soli che

non mi bastano le dita

per sfiorare le vostre lacrime amici

lacrime d’attesa incertezza vergogna

tanto simili alle mie

mentre sfioro con le dita

i vostri nomi i vostri messaggi sullo schermo

amici amici o forse

non tanto amici se com’è naturale

qualcuno di voi sta partecipando

al mio stesso bando

e magari qualcuno chiacchierando

così casualmente con nonchalance

rivela o carpisce segreti

info riservate o infallibili trucchi

per vincere il bando

del resto è normale

mia vita tua morte mio bando

tuo bando tua vita mia morte

ma io sono cauto

credo

io non rivelo

non ho rivelato mi pare

anche se

non si sa mai chiacchierando

messaggiando

spengo gli altri schermi e mi concentro

freneticamente rileggo

i 1743 miei messaggi già inviati

notte dopo notte ai compagni

di bando

no

no

no

tutto a posto credo

l’ho scampata bella però mai più

un rischio del genere e nel dubbio

permanente su me stesso

diffidenza vigilanza assoluta

mi sconnetto

da tutto e spengo

 

4

una raccomandazione

dal buio dal silenzio al cesso

violentato da un freddo biancore

il passo è breve

ci sono dentro e fisso

la tazza spalancata come se mi aspettassi qualcosa

di ricevere qualcosa

dopo avere dato tanto

che qualcosa qualcuno

si manifesti dal profondo

risalga e mi soccorra

dall’inconscio di questa città

labirinto di tubature incrostate

di sogni da lì vien su

lui come se nulla

fosse disinvolto

sammy

è già seduto sulla tazza

accavalla le gambe s’annoia

il viscido sammy

che malgrado tutto

nonostante le sue origini sostanzialmente

fognarie non puzza affatto

non è sporco semmai

shabby chic

studiatamente trascurato

trasuda artificio nella sciatteria

quella giacchetta floscia

quel morbido mocassino sul piede ignudo

caviglia pelosa a vista

o sammy

qual buon vento

a cosa devo l’onore

domande sceme sono io

che l’ho chiamato

mi sbadiglia in faccia si gratta

l’inguine con ironia

ostentata poi si pulisce

l’interstizio tra due molari

con un mignolo dall’unghia lunga e bigia

strizzando l’occhio a un pubblico

immaginario può non piacere

sammy

ma è viscido per un motivo

o forse molti

in quell’ambiente

lì sotto

c’è tanta roba

da farsi scivolare addosso

e lui conosce uno a uno

e non gli mordono la viscida mano

i topi di fogna del potere

per cui lo so lo so che lui all’ente

conosce qualcuno

o più di qualcuno potente

all’ennesima potenza

plenipotenziaria sul bando

o sammy ti prego

mettici tu una buona

viscida parola

io lo so l’ho imparato dalla vita

che avere i requisiti non basta

e che l’eccellenza nuoce

sicché faccio quel che farebbero tutti

o forse già lo stanno facendo

ciascuno nel biancore disperante

del suo cesso

sammy non fa una piega

non si sbilancia non si scompone non mi considera

eleganza esistenziale della sua noia

auto-schifata

con languido gesto srotola

due rettangoli d’igienica

carta e me li porge

non posso fare niente

odio quei qualcuno dell’ente

disprezzo i topi di fogna

del potere comunque

scrivi qua non si sa mai

sintesi mi raccomando

il tuo progetto in breve in brief

un pitch

che faccia colpo

in che senso

cos’è un pitch

non glielo chiedo nemmeno

non mi risponderebbe

risprofonda assorto nella contemplazione

dei germi tra le piastrelle

con infinita delicatezza

tra indice e pollice reggendo

quel velo di carta sottile e fragile

come la mia speranza

m’allontano

dalla sua viscida presenza

aspettami sammy

scrivo e torno

ma cosa scrivo

 

5

preghiera all’ente

ma come faccio

in così poco spazio

un progetto così complesso

culturalmente

socialmente

finanziariamente

il lucido sogno d’una vita

quattrocentosette pagine trentaquattro file

allegati esclusi

come lo riassumo

in due rettangolini di carta

anzi uno

dato che il primo è già

fini /

………………….

oh tu che ci sei

perché se non ci fossi

cosa mai ci sarebbe

tremo a pensarlo

ENTE

ho paura

mi fa paura quest’idea e non solo

e infatti

il mio progetto

finanziariamente

socialmente

culturalmente

ha come oggetto

nient’altro che la /

……………….

finita la carta

me lo scrivo sulla mano

PAURA

con un taglierino m’incido

sulla pelle il testo

di questa preghiera

che ti manderò più tardi

a pezzi

di corpo via via amputati

e affidati a sammy

finanzia finanzia finanziami ti scongiuro

dammi dammi dammi ti imploro

punteggio

un bonus per ogni centimetro di tagli

in questa carne fedele

ai dettami del tuo bando

solo io solo il mio progetto

ridurrà globalmente la paura

con azioni culturali mirate

finanziarie sostenibili

sociali encomiabili

obiettivo due per cento

di decremento della paura mondiale

in cinque anni sembra poco

è un’enormità

ma insieme ce la possiamo fare

due per cento due per cento

tanto per cominciare

prova a immaginare

come sarebbe il mondo

non dico senza paura eh

basterebbe un po’ meno e

vivremmo decisamente meglio

più leggeri e perfino tu

ente

potresti risparmiarti la fatica

d’esserci per sempre

 

6

2:45 a.m.

un senso di vuoto sopra

la tazza l’aleggiare di un’assenza

ma sammy dov’è

sarà già tornato di sotto

son bastati due minuti

giusto il tempo di

vergarlo col sangue

degli incubi e

il mio messaggio non sarà mai consegnato

giù giù scruto

il buco il passaggio la soglia che gorgoglia

con occhio lento però inquieto

d’indagatore insonne

mai e poi mai arriverà la mia preghiera

alle bassissime altissime sfere

dell’ente

anche stavolta

lo so lo so già che non vincerò

il bando

e potrei rilassarmi

dunque tornare a letto

nel disfatto conforto

delle lenzuola senonché

non dormo non ci riesco

mi spalanca a forza le palpebre

nel buio l’ovvio pensiero

la domanda a quando

il prossimo

tra un anno sei mesi due

minuti un lustro un evo

è la scadenza la scadenza

di un bando nuovo

che mi terrà ancora desto e vivo

appeso a un filo

di terrore nel respiro

 

Mendìco mutante

Il suo progetto non è svuotarti il portafoglio, ma l’anima.

A questo scopo ti aspetta dove te l’aspetti, come davanti alla chiesa o all’angolo del supermercato o nel bel mezzo del vagone della metropolitana (e suona o canta o cantilena o si trascina su arti tronchi), oppure no. Da un’altra parte, imprevedibile – e non è detto che aspetti proprio te, o te soltanto.

Potrebbe ad esempio fare finta di aspettare qualcun altro.

In linea teorica, diciamo.

O di non aspettare nessuno.

Ma lui, o lei, lo sappiamo benissimo, aspetta sempre qualcuno. Te.

Consideriamo il suo berretto, dato che non puoi fare a meno di pensare al suo berretto, ne sei lievemente ossessionato, e con qualche ragione, siccome parecchie volte, circa due su tre, c’è di mezzo il suo berretto. Blu o nero o bianco panna sporco, di solito, ed estivo, leggero, dalla visiera lunga. Te lo porge, te lo allunga, se lo pone di lato o davanti, lo lascia penzolare stanco tra due dita mentre appoggia la schiena al muro nel tratto di via Nitti tra la tintoria e il negozio di biciclette, guardando altrove, ma sempre a tuo beneficio, per così dire, per te…

Il berretto, insomma, quel berretto. Chi porge il berretto è di carnagione scura, il che lo fa somigliare ad altri della sua razza, sia detto senza razzismo. Perché? – ti chiedi in modo lievemente ossessivo, senza ottenere altro che una reiterazione della domanda. Nel tempo, col ripercorrere al mattino la stessa strada, ti è venuto perfino il sospetto che non sia lo stesso individuo di carnagione scura a porgerti o farsi penzolare davanti il berretto, ma un altro come lui o lei – o forse è lui o lei che si traveste o impercettibilmente si trasforma?

Dov’è, com’è, chi è quel, quella mendicante quando non ti molesta, esplicitamente o con subdola noncuranza, tramite il suo berretto? Non potendo saperlo, non puoi che fare, non puoi non fare tormentose congetture. Sarà stato forse lo stesso, la stessa diventata bianca per l’occasione, troppo bianca, e con un neonato al collo invece del berretto, nel vicolo dietro la banca, quando te la sei vista emergere dalla penombra, faccia a faccia all’improvviso, ma con la faccia per un istante preceduta dall’odore primitivo e insinuante di povertà e d’infanzia? Te n’è rimasto ancora qualche granello nel naso, di quel fetore ricattatorio. Il mendicante ti ricatta sempre, è chiaro, sia detto senza correttezza politica, ma spingersi fino a diventare una donna, una donna con bambino, o bambina… Latte, piscio, sudore. Una puzza che ricatta e non si toglie dalle narici.

Allora cerchi di non pensarci e ti rechi in luoghi caratterizzati da forti odori piacevoli, come un ristorante orientale di alto profilo sotto i portici di via Marconi. Ci vai con tua moglie, o tuo marito, perché un marito o una moglie tu ce l’hai, per fortuna, e una casa, o persino due. Una situazione fortunata, ma anche meritata, perché ci vuole un po’ di fortuna per meritarsi le cose belle, e viceversa. E tu fortunatamente ti meriti tua moglie o tuo marito, e viceversa. Il rapporto si è un po’ allentato negli ultimi tempi, tempi lunghi, come accade per tutti o quasi i rapporti lunghi. Cosa di meglio, per stringere i bulloni del rapporto, per così dire, di una cena di coppia al ristorante orientale di alto profilo? E dunque vi vestite bene, separatamente, per stupirvi un minimo a vicenda, come ai tempi che nemmeno ricordate, e camminate a braccetto, piano, assaporando il contatto nella sua qualità inconsueta. Non potete sapere cosa, chi vi aspetta sulla strada, a pochi passi da quel paradiso di profumi, sapori, rinnovati sguardi. O meglio: potreste saperlo, immaginarlo, ma le vostre menti sono distratte dalla magia sospesa degli avambracci intrecciati.

È sempre lui, o forse lei, ma in questo caso direi lui, che, steso sul marciapiede sotto il portico all’altezza del bar/latteria da Rossella, grasso, ronfante, ti tende un agguato involontario. Inciampando nel grottesco fagotto che gli funge da armadio, quasi finisci disteso in avanti, a faccia in giù. Il tuo consorte ti trattiene e sorregge, ma l’incanto è rotto, l’aura di fetore e degrado in cui per fatale distrazione siete penetrati vi rovina la serata. Irrevocabilmente. Basta un cenno d’intesa (quell’intesa che tra voi non è mai mancata ed è indispensabile, se non per la vita, per la sopravvivenza) e fate marcia indietro, inseguiti dal rantolo analfabeta del mendicante che, essendosi svegliato, ne approfitta per implorare o rampognare. Tornando a casa, non vi toccate più. Avete perso ogni appetito. Questa sera vi farete andar bene una tisana.

Di notte, dopo un’esperienza così, non riesci a dormire. E come potresti?

Ripensi, o pensi per la prima volta a te stessa, a te stesso, e ciò ti spinge ai margini del letto, lontano dal corpo di chi lo condivide, poi fuori dal conforto della camera, in sala da pranzo o in cucina, su una sedia, con la testa tra le mani. Troppe immagini attraversano la testa perché tu possa anche solo sperare di prendere sonno. Immagini della tua vita vista da fuori, come un brutto film già finito, ma che si proietta ancora e poi ancora, si ripete insieme alla tua condanna ad assistervi. Nulla può essere cambiato, come se tu fossi saldamente nelle mani della morte, ma cosciente in pieno, respirando. Perfino un incubo, in queste circostanze, ti sarebbe di sollievo. Oppure sapere almeno – poter attribuire a qualcuno la colpa di una tale ingiusta sofferenza.

Per esempio, a quel mendicante.

Cosa c’entra, il mendicante? Razionalmente, logicamente non lo sapresti spiegare, ma in qualche maniera c’entra, sottopelle lo senti, non può essere un caso che proprio stanotte, dopo l’incidente sotto i portici… Proprio tu, che hai sempre dormito il sonno roccioso del giusto… No, non può essere un caso. Tra le tempie premute, scariche improvvise di lucidità febbrile ti rendono chiaro quel che dovresti aver capito fin dall’inizio, anni, decenni fa, cioè che non si mira al tuo portafoglio, bensì alla tua anima. E in effetti ti senti l’anima risucchiata fuori, in questo assaggio notturno di morte in vita: un’anima a cui non avevi mai fatto caso, ma ora ti accorgi di averla avuta, adesso che è lontana, rubata da lei o lui – il mendicante.

La tua rabbia è più che legittima, e cresce insieme al giustificato senso d’impotenza. Non sai come difenderti, come nasconderti, come sfuggirgli o sfuggirle, data la sua diabolica capacità di travestirsi o mimetizzarsi. Allora, fantasticando sempre di più man mano che t’inoltri nell’insonnia, immagini gesti estremi, azioni non da te, di cui ti pentiresti – e in effetti ti pentirai di averle anche solo pensate. Certo, l’eliminazione fisica del nemico questuante, sotto qualunque forma si presenti la prossima volta, sarebbe una soluzione, forse l’unica, perché in un colpo li liquideresti tutti e saresti sicuro, sicura che ti tornerebbe l’anima: sì, ma in quale stato? No, non è da te l’ammazzare. Respiri a fondo, ti stropicci il volto, s’è fatta mattina. Provi a iniziare la nuova giornata con un pensiero positivo. Ti auguri di cuore di non incontrarlo più, che sparisca dalla tua vita per sempre, il mendicante, ma non perché morto in circostanze misteriose e sospette, atrocemente. Quanto sarebbe bello sapere che lei, o lui, se ne sta tranquilla e distante a casa sua, in una casa bella quasi come la tua.

E in effetti…

Intercettati da divinità beffarde, certi desideri si avverano, con modalità miracolose e paradossali.

In effetti, il pensiero positivo sembra funzionare. Ti lavi e vesti in fretta, ingolli mezzo caffè, cerchi di trasformare l’agitazione sonnolenta in dinamismo. Sulla soglia baci il consorte, velocemente ma sulla bocca. Riprendi un ritmo, ti affidi alla normalità rassicurante del ritmo mattutino, meccanico, delle solite azioni. Dunque esci per andare al lavoro, camminando fino al metrò lungo il percorso che incrocia viale Nitti e ti aspetti il mendicante all’angolo Nitti – Europa, vuoi che non ci sia ma te l’aspetti – ed ecco, non c’è.

Non c’è, in nessuna forma, di nessun sesso. Per lo stupore rallenti, quasi ti blocchi, ma non vuoi dare nell’occhio, allora prosegui, aspettandoti che di certo sia piazzato a due passi dall’edicola di piazza Fonte, però nemmeno lì c’è. Dove sarà finito? – ti domandi, con una punta d’ansia nuova, perché non ci puoi credere, che sia scomparso sul serio. Cominci a sospettare che si sia mescolato alla folla che cammina nella tua stessa direzione, verso la fermata della metro. Scruti a destra e sinistra, inquieto. Niente, nessuno, solo gente come te, per così dire normale. Ma non puoi escludere che in questa mattina così diversa dalle altre, e in apparenza così uguale, stia avvenendo un salto di qualità, sofisticato e surreale, nella tattica d’accattonaggio: che lui, lei si sia travestita da persona normale. Ma perché? Non ha senso. Cerchi di non pensarci. Poi, scendendo le scale della fermata della metropolitana, torni a pensarci. Intorno a te, a pensarci bene, c’è parecchia gente che non ti convince affatto. Forse non sono davvero normali. Può darsi che nascondano qualcosa, qualcuno d’imprevisto, sotto quella bella giacca alla moda, sotto quell’impermeabile immacolato. Probabilmente lì sotto, da qualche parte, c’è povertà, puzza, contagio, il tremito di una richiesta d’aiuto imminente.

Ma tu – per dirla senza  benigna ipocrisia – non ne puoi più di richieste d’aiuto. Hai già dato: non soldi ma occhio, orecchio, attesa, pensieri a frammenti, pezzi d’anima, la tua anima a pezzi. Non ci cascherai, in quest’ultima trappola, in quest’inganno contorto ed estremo. Pur di non sbagliare, non avrai più pietà, o anche solo attenzione, per nessuno.

Ed ecco che il tizio alto e un po’ curvo seduto di fronte a te, che stai in piedi, nella carrozza piuttosto affollata della metropolitana, solleva lo sguardo dallo smartphone… Perché? Vuole qualcosa? Da te? In un codice silenzioso che starebbe a te decifrare? Nel dubbio ti chiudi in te stesso di più, per così dire a doppia mandata, serri le labbra, ti stringi nelle spalle, fissi gli occhi nello squallore del soffitto illuminato a neon. In compenso l’avversità ti ha reso tanto scaltro da non pensare più che il mendicante si travisi, banalmente, da mendicante. Non credi, per esempio, al tizio mutilato che si trascina sul pavimento lercio della vettura, alla cantante gitana stonata che amplifica con una cassa portatile il suo strazio musicale. Non è lui, non è lei.

Chi, allora? Dove?

Sulla strada per l’ufficio (dato che, sia detto senza troppe certezze, hai ancora un ufficio, ben arredato) segui o precedi o t’affiancano sfioradoti o ti vengono incontro decine d’insospettabili inquietanti – troppi. Troppe informazioni ambigue intasano il tuo apparato sensoriale eccitato ed estenuato dall’insonnia. Tra l’uscita del metrò e la grande vetrata con porte scorrevole a pianoterra acceleri a scatti e scarti, occhi al marciapiede, fin quasi alla corsa. Ti senti in salvo per qualche respiro. Ti dirigi verso gli ascensori. Ti giunge, come ovattato, il suono del tuo cognome. A sinistra, dalla reception, il portiere, che conosci bene, alla reception da dodici anni e due mesi, ti richiama col movimento di un braccio. Scarti di lato e lo raggiungi. Ti porge una busta formato A4 e nel fatto in sé parrebbe non esserci nulla di strano – sono anni e anni che ti allunga pacchi o buste, di svariate dimensioni. Il problema non è certo la busta, ma il come te la porge. C’è una falsa umiltà che non riconosci, mai vista in Oreste, nell’inclinazione obliqua, viscida, del collo, del gomito, del polso che regge la busta: ogni articolazione tra le ossa di quell’uomo un tempo fin troppo compatto pare farti un inchino. E gli occhi. Non avevi mai notato che i suoi occhi fossero tanto acquosi e spalancati all’interno su un dolore. La busta penzola a novanta gradi, quasi fosse un berretto. Uno di quei berretti.

Cosa ti sta chiedendo Oreste, cosa vuole da te?

E chi è Oreste, davvero?

È molto tempo, troppo secondo gli standard aziendali, che stai lì impalato davanti a lui, che non prendi la maledetta busta. Ma è un tempo sufficiente per capire fin dove e dentro a chi si è insinuato il tuo avversario, contro le cui manovre senti che ti stanno per mancare le forze. Senti che potrebbe essere il momento della resa. Del tentativo (comunque inutile, comunque impotente) di levartelo dai piedi dandogli dei soldi. Non hai mai fatto la carità, non per scelta ma perché troppo impegnato a farti domande. Stavolta, però, con mano tremante, estrai da una tasca posteriore dei calzoni il portafoglio. L’Oreste-non-Oreste ti guarda stupito. Com’è bravo a fingere stupore!

Non sai come comportarti.

Il portafoglio ti cade per terra. Non lo raccogli; neppure lui lo raccoglie, come bloccato nel fermo immagine della sua innocenza artefatta. Giri sui tacchi e scappi, con impeto disperato e giovanile, come ringiovanendo per la disperazione, senza mai voltarti indietro: non hai mai corso così veloce in vita tua.

È passato del tempo, oggettivamente non molto, ma ti sembra una vita e la vita non ti sembra più tua. Ti ritrovi a casa ad aspettare tua moglie, o tuo marito. Conti sul ricordo vago, remoto di un conforto di coppia, della coppia come legame di conforto, e a cosa serve, se no? – ti chiedi. Stare in coppia. Non ti rispondi, ma speri. E quando, per un istante, smetti di pensarci, lui o lei, diciamo lei, è già lì, forse era a casa già da un pezzo.

Da quand’è che sei qui?

Vorresti chiederle, ma ti rendi conto che la domanda suonerebbe strana; invece protendi le dita fino a sfiorarle una guancia, poi il collo, per sentire se è la sua, quella di sempre, quella che ti ha fatto innamorare, la morbida consistenza della pelle – sì. Sì, pure la dolce piega delle occhiaie, la peluria trasparente sopra il labbro, la bocca sovente semichiusa, il suono intermittente e leggero del respiro – è tutto suo.

Un’imitazione perfetta!

Pensi – poi ti chiedi perché l’hai pensato. Se l’hai pensato, ci dev’essere un motivo, che ha a che vedere con una sensazione inequivocabile, anzi con la certezza sottopelle che, malgrado una somiglianza fisica che si spinge fino ai minimi dettagli, questa non è tua moglie. Non la riconosci. Cioè: riconosci tutto del corpo, della voce, ma qualcosa d’indefinibile, da dentro, è stato espropriato. Manca. E’ diventato altro.

E allora –

Cosa vuole da te, diciamo tua moglie (ma potrebbe essere tuo marito)? Perché ti accarezza il volto, ti chiede cosa c’è che non va, come se non sapesse perfettamente che è lei che non va? Le sue carezze, i suoi sospiri, come rimbocca le lenzuola, come t’aggiusta il colletto, come si siede accanto a te, coscia contro coscia, sul divano: ogni suo piccolo gesto lo scomponi, rallenti, analizzi, ci scopri dentro il respiro buio di una domanda illimitata.

Cosa vuole, cosa, da te?

Non riesci più a nascondere la rabbia e il terrore.

Con una spinta brutale l’allontani.

Stai urlando, non riesci a smettere di urlare.

Le rivolgi (non a lei! al mendìco!) parole tremende e irrevocabili, definitive.

Si chiude a chiave in camera da letto, piangendo. Per la prima volta nella storia del vostro matrimonio (non più vostro! non più lei!) dormirete separati. A te tocca sdraiarti sul divano, ma la scomodità non ti dispiace. Almeno adesso è tutto chiaro. Non appena allunghi le gambe, rilassando la nuca su un morbido bracciolo, ecco la spasmodica tensione di questi ultimi giorni d’un colpo ti abbandona, ti s’abbassano le palpebre come un sipario polveroso e sei già dall’altra parte, nel mondo reale dei sogni.

Nello specchio reale di un sogno che si interpreta da solo vedi come tua la faccia grassa, tuoi i capelli ricci e sporchi dello zingaro ubriaco che s’apposta di frequente davanti all’ingresso del grande supermercato di viale Pannonia; ma il petto – quando scendi con lo sguardo lungo la tua immagine riflessa – il petto non è dello zingaro, è più gonfio, di donna, fragile, esposto, ferito.

Attraverso lo specchio cerchi di venderti un fiore, con insistenza molesta te lo porgi nel vuoto – cadrà lentamente nel tuo buio senza fondo.

Ce li hai venti centesimi?

Cinque? Due?

Per il latte. Per un pezzo di pane. L’ultima immagine è quella di un bambino e se volessi descriverla (ma non vuoi) ti mancherebbero le parole.

Ti risvegli con la violenza di un infarto imminente, ti sei già alzato dal divano, premi entrambe le mani contro il cuore, è il tuo cuore, sbattendo le caviglie contro ostacoli domestici ti precipiti in bagno a controllarti la faccia, nello specchio del bagno c’è la tua faccia, quella di prima, senza falsa modestia ancora presentabile, insomma.

Respiri a fondo. Il battito del cuore rallenta. La tua faccia è ancora lì, nello specchio del bagno. Ma l’odore –

Lo respiri –

Quell’odore d’infanzia e di bisogno del mendìco ti è rimasto addosso e nulla, da oggi all’ultimo dei tuoi puliti giorni, te ne potrà liberare.

“La donna che legge” – lettura a New York

IN SCENA – ITALIAN THEATER FESTIVAL NY

 

MAY 8, 6PM– South Oxford Space, Brooklyn, NY

 

La donna che legge
The Woman Who Reads
by Renato Gabrielli, directed by Laura Caparrotti with Laura
Caparrotti, Alice Lussiana Parente, Mark Lanham
translated by Maggie Rose
produced by Kairos Italy Theater

Reading in English

Il Conoscente

Il suo progetto è conoscermi sempre di meno, mano a mano che continua, che cresce a dismisura questa conversazione. Eppure mi era parso così cordiale, all’inizio. Mi ha perfino salutato lui per primo, e io quasi non lo riconoscevo. Ed è cordiale anche adesso, intendiamoci, pure troppo, ma di quella cordialità che esonda da se stessa per divenire qualcos’altro. Qualcosa che non riesco a definire, ma ci penso. Ho tempo per pensare, mentre lui parla.

E niente, a Giulio io gliel’ho detto che faceva una cazzata ad accettare, ma è sempre stato uno che non riusciva a dire di no, e infatti non ci riesce mai, e niente: giocavamo a calcio assieme nei campetti qua dietro, hai presente?, sì, sì, qua dietro, lui abitava giusto dietro alla piazza e voleva sempre fare la mezzala ma era scarso, non si rendeva conto che era scarso, solo io potevo dirglielo, a me mi ascoltava, era quello il mio ruolo trent’anni fa e anche adesso gli dico tutto e lui mi ascolta, solo a me, ma comunque fa lo stesso le cazzate…

Come siamo arrivati a parlare di Giulio? Cioè di un neo-ministro della Repubblica, per le cui scelte non nutro un particolare interesse? Mi è difficile ricostruire i passaggi logici, o dialogici. Non più di mezz’ora fa me ne stavo tranquillo, non troppo infelice della mia solitudine, su questa panchina all’aperto, o sedia di sala d’attesa, o in piedi davanti a una vetrina, spostando ogni tanto il peso del corpo da una gamba all’altra – non so. Senza nulla d’ingombrante in transito per la testa, e nessun programma per il pomeriggio o per la sera. A ripensarci adesso, un vero e proprio stato di grazia, che per definizione non poteva durare, e infatti

E allora?

La sua voce. La sua faccia si è imposta all’improvviso a tutto schermo nel mio campo visivo. Familiare, ma non subito identificabile, il che mi avrebbe messo in imbarazzo, se lui non si fosse presto identificato. Era ed è, in effetti, un conoscente. Per questo mi ha preso un po’ in contropiede l’abbraccio con cui ha inglobato la mia timida proposta d’una stretta di mano. Ci conosciamo così bene? – mi sono chiesto. Non mi sembrava che fossimo amici. Ma non solo gli amici o gli amanti si abbracciano, alla mia età dovrei saperlo. Il suo abbraccio è stato tiepido e breve, da Conoscente.

Quanto tempo, eh?

Mi ha chiesto allora il Conoscente, ma non me l’ha chiesto davvero, sapeva lui la risposta. Sa un sacco di risposte, almeno alle domande che continua a farmi, da mezz’ora o forse, a pensarci bene, anche di più. Ma non risulta saccente; mi sta anzi simpatico, pronto com’è ad aiutarmi nei momenti di spiazzamento e vuoto mentale, cioè quasi tutti i momenti di questa conversazione.

Quella sera da Filippa, c’era anche Garandini, no?

E mi ha strizzato l’occhio. O mi è sembrato soltanto? Il movimento delle palpebre a destra è stato rapidissimo. Che cosa voleva far intendere quell’occhiolino proprio mentre diceva

Filippa?

Che poi, certo, di Filippa io mi ricordo benissimo, casa sua l’ho frequentata a lungo, con Filippa sì che ho avuto un’amicizia, e anche qualcosa di più, quand’eravamo giovani però, troppi anni fa – e dunque forse pensava a questo il Conoscente, quando mi ha strizzato l’occhio? Ma come fa a saperlo? Forse è in confidenza con Filippa – una tale confidenza per cui ha più memoria lui, rispetto a me, di ciò che abbiamo lontanamente vissuto assieme? Non ho fatto in tempo a chiederglielo, né a indagare in forma indiretta. Dopo pochi secondi era già passato a un altro argomento. O meglio allo stesso argomento (le nostre conoscenze in comune), passando a un’altra persona. Helmut, mi pare. O forse il prof. Nicolai. O magari –

Un silenzio. Per qualche secondo, ricordo, è stato zitto. Mi ha fissato dilatando lievemente gli occhi acquosi. Respirando attraverso le labbra socchiuse. Manifestando un incipiente stato d’ansia.

Non ti sto disturbando, vero?

Un riflesso condizionato d’educazione mi ha fatto scuotere la testa.

Aspettavi qualcuno?

Devi fare qualcosa?

No, non dovevo fare niente, qui stava il bello prima che arrivasse il Conoscente, ma come spiegarlo senza risultare maleducati? Adesso saprei spiegarlo, non è mica così difficile, ma lì per lì non mi sono venute le parole, ed è stato allora che lui ne ha approfittato per sedersi accanto a me su questa panchina, o di fronte a me in sala d’attesa, o per piazzarsi stabilmente in piedi, a gambe larghe tra me e quella vetrina che tanto m’incuriosiva – prima.

E a quel punto, niente da fare, non sono più riuscito, non riesco a muovermi, invischiato  nell’intreccio sottile di bava delle sue parole, o cosiddetta rete di conoscenze. Helmut. Il prof. Nicolai. La dottoressa Marisi. Ho presto scoperto che lui non frequenta solo Filippa (e l’immagine di Filippa in intimità con lui, intimità confidenziale intendo, torna, mi si ripresenta ogni tre o quattro pensieri, insomma un po’ mi assilla), ma anche miei colleghi, gente del mio ambiente lavorativo piuttosto importante. Quell’ambiente, proprio quell’ambiente da cui credevo di essermi allontanato per una lunga o breve pausa mentale, rilassandomi su questa panchina o sedia, o pigramente occhieggiando vetrine, vacuo. E invece. Il Conoscente a quell’ambiente mi riporta – volente o nolente, che ne faccia lui stesso parte o meno. Ne fa parte? Fa dunque il mio stesso lavoro, o svolge un’attività a esso collegata? Mi pare strano – nell’ambiente ci conosciamo tutti e io sono piuttosto aggiornato, molto attento agli aggiornamenti, e sono molto sicuro di non aver sentito parlare di lui nessuno negli ultimi anni e anche prima, eppure…Dimostra una certa competenza, usa a proposito termini tecnici, collega molti nomi ai loro ruoli effettivi, dall’ultimo degli stagisti su su fino a

Floriana Beobachter

Ho sussultato, a quel nome

Floriana Beobachter

Me lo sono ripetuto in testa mentre lui andava avanti a raccontare di quella volta all’aperitivo esclusivo quando ha incontrato, già quasi ubriaca

Lei

Sì, l’inamovibile direttrice di una Struttura per cui sogno di lavorare da un paio di decenni, oggettivamente e per tacito consenso generale una vera stronza gelidamente assatanata di potere, che stento a immaginare semi-ubriaca mentre posa la fronte su una spalla del Conoscente spifferandogli segreti aziendali come se non ci fosse un domani, sì, stento a immaginarla, sicché il viso mi si contrae in un’espressione di stupore marcata, così prolungata che lui non può fare a meno di notarla.

Che c’è?

Ti pare strano, eh? Ma guarda che la Flory quando si rilassa fuori dall’ambiente non è la stessa Flory che conosci tu al tavolo programmatico o alle conferenze di scambi… È una persona normalissima, guarda, e niente: molto umana! Che di me si fida molto perché sono bravo a capire l’umanità delle persone e questo non lo dico io, non lo penso io, e niente: me l’ha detto più di una volta Diego Pollini, hai presente? Sì, adesso è vescovo e ha troppo da fare, ma prima (lo conosco da tanto, da prima che andasse in seminario, andavamo a fumare nei giardinetti qua girato l’angolo), eh, mi veniva sempre a cercare, Diego il Drugo, per la mia visione dall’alto: “Tu vedi le cose dall’alto – mi diceva il Drugo – anche se non credi in Dio. Ma come fai?”. E niente. La cosa più curiosa, che sconvolge tutti quando la racconto, è che – tieniti forte! – lui nella nostra squadretta giocava da terzino. E picchiava duro! Falciava caviglie e poi giù bestemmie, come se la caviglia ce l’avesse rotta lui!… E adesso fa il vescovo, pensa un po’. È la vita – e niente. Comunque se pensi che Diego fosse una schiappa a calcio è perché non hai mai visto giocare Giulio, quello era fissato a voler fare la mezzala, hai presente Giulio Cartone, sì – che venerdì scorso l’hanno fatto ministro?

Ed eccoci al ministro. Ci siamo arrivati così, più o meno, a parlare del ministro. E sta continuando a parlarne, gli dedica più tempo rispetto ad altri conoscenti. A me duole il coccige, o mi dolgono le piante dei piedi. Vorrei andarmene, ma sento che non è il momento giusto e temo che non arriverà mai il momento giusto, il che acuisce la mia consapevolezza dei dolorini articolari. Che me ne frega del ministro? – penso. E del vescovo? E di Floriana Beobachter? E invece, se ci ripenso, devo ammettere che me ne frega molto di Floriana, del vescovo e del ministro. Non vorrei essere come loro, o almeno non oso desiderarlo, ma almeno conoscerli come il Conoscente, e invece conosco solo il Conoscente, il quale viceversa più mi parla meno mi conosce, ho come la sensazione che mi cancelli dal suo giro di conoscenze mano a mano che, con andamento spiraliforme, quel giro s’innalza ben oltre, ben al di sopra del governo italiano…

Il governo italiano – diciamoci la verità, dai! – ormai non conta un cazzo. Quando voglio sapere come veramente stanno girando le cose piglio su il telefono e non chiamo mica Giulio, cosa credi? No, no, non ho tempo da perdere. E niente, chiamo Michel, no?, alla Commissione Europea. È così stressato in questo periodo. Ha bisogno di sfogarsi e lo lascio sfogare, sono sempre stato bravo ad ascoltare, perfino nelle lingue straniere che capisco poco, lui per esempio si sfoga in francese per mezz’ora e io gli faccio: “Oui, oui”. Uiuì, hai capito? E pensa che ho capito. Che poi le cose importanti alla fine le capisco: per esempio, lo sapevi che ormai neppure la Commissione Europea conta più un cazzo? E non fare quella faccia sconvolta, dai, avrai sentito parlare anche tu dei movimenti finanziari a livello globale, che al giorno d’oggi contano solo quelli. E niente. È roba difficile, neanch’io sapevo bene cos’era, finché non mi hanno presentato su una pista da sci, eravamo tutti in coda allo skilift, questo banchiere svizzero… No, scusa, scusa ma non posso dirti il suo nome, è top secret. Eppure ti garantisco che sembra un tipo normalissimo, come me e te adesso. A sciare fa abbastanza schifo. Va be’, c’è da non crederci: è lui. Quello che controlla i movimenti globali della finanza, fa girare tutto lui!… Neanch’io ci credevo, finché mi ha fatto vedere quella schermata. Sono cifre, eh? Mica opinioni. Eravamo lì rilassati a chiacchierare davanti al camino del suo chalet in alta quota e mi ha fatto vedere i grafici sul suo tablet… Ho dei testimoni, se vuoi: c’era anche Rebekka Splasch, la campionessa olimpica, e poi Harry, Harry Mandarino, hai presente il futuro Nobel per l’astrofisica?

Un sacco di balle. Te lo dico io. Tu ci credi alla NASA, vero?… Ecco. E invece la NASA ci racconta un sacco di balle e tutto il mondo le crede, ma non è colpa del mondo, non è colpa tua. A questo mondo se non hai le conoscenze giuste ti tocca credere alla tivù, alla NASA, alle balle che la NASA spara in tivù, ma questo non vuol dire che sei un idiota, vuol dire soltanto che non hai avuto la fortuna o magari anche il talento di conoscere Harry Mandarino…

Lo interrompo?

E niente. Mi spiace, ma non ti posso rivelare più di tanto, anche perché francamente i dettagli tecnici non me li ricordo, però non so se hai presenti quei pianetini distanti anni luce che ci hanno detto che un po’ assomigliano alla Terra?…

Adesso gli dico qualcosa…

Tutte balle!

No. Meglio aspettare.

Questa storia dei pianetini è stata inventata dagli storyteller della NASA (tra parentesi: Harry li odia – li odia!) per distrarci da qualcosa di grosso, di molto più grosso che bolle in pentola…

Mi è venuto pure il mal di pancia.

Ma la cosa più pazzesca è che tutti pensano a Harry Mandarino come al classico scienziato nerd un po’ gay e un po’ autistico e invece a vederlo da vicino ti assicuro che non è gay e fa degli scherzi da caserma stupendi, certi gavettoni!, e delle battute sessuali da scompisciarsi e quella notte nello chalet dopo la gara di rutti ha tirato fuori la sua scorta di raudi e bombette: un arsenale! E niente. E allora anche se Capodanno era passato da due mesi siamo usciti in mezzo alla neve e fiuuuu… bim! E fiuuuu… bam! Bum!

Basta!

E i fuochi d’artificio di Harry si confondevano con le stelle in quel cielo pulitissimo, svizzero e di lusso…

-       Ma insomma…

Ce l’ho fatta. L’ho interrotto. Ho osato interromperlo.

Ma adesso devo dire qualcosa. Ci provo. Quasi balbetto.

-       Allora… Cosa dice Harry? C’è vita nello spazio?

Il Conoscente sussulta come se mi vedesse per la prima volta in vita sua. Nello sguardo fulminante che mi scarica in fondo agli occhi non c’è solo disprezzo – o disprezzo non è la parola giusta. C’è un disconoscimento ormai compiuto, radicale. Sono inondato da un senso di vergogna. Mi vergogno di aver disturbato il Conoscente, ma anche, più oscuramente, confusamente, d’esistere. Non faccio a tempo a rantolare qualche mono e bisillabo di scusa: senza degnarmi, com’è ovvio, di alcuna risposta, lui ha girato i tacchi, oppure si è alzato dalla sedia o dalla panchina ed è già altrove, fuori portata, in un altro ambiente per me irraggiungibile.

Rimango solo, ma non come ero solo prima di incontrarlo. Umiliato. Dolorante in più punti del corpo e nella mente che pulsa. Sporco dentro. Condannato a portarmi in giro questa solitudine insozzata, contaminata dalla confidenza transitoria del Conoscente. Mi rimetto in moto attraverso la città. Cammino senza meta, sospinto da un’inquietudine perversa e contagiosa. Ripenso a Filippa.

I suoi capelli, il suo sorriso, quella mezza frase che una volta…

Ma era lei?

È passato tanto tempo. Potrebbe essere un falso ricordo, o il ricordo di un’altra persona.

Perché questo dubbio mi fa soffrire tanto? Mi dà come una fitta acuta dietro lo sterno – un  coltello sottile vibra nel mio centro vuoto. Mi manca il fiato. Devo fermarmi, o perderò l’equilibrio. Quando mi fermo mi rimbalza nella testa un senso di vertigine.

Cosa sono, chi sono senza i miei ricordi?

Chi mi darà conferma che sono davvero miei?

Comincio a girare su me stesso, con cautela e molta lentezza, per guardarmi intorno a trecentosessanta gradi.

C’è sempre, intorno, la mia città, la gente della mia città. Tanta gente. Penso, chissà perché:

È una fortuna.

Sorrido. Respiro a fondo.

Gente, gente, città. Voi mi salverete.

E finalmente vedo, di spalle, un tizio che forse conosco (si chiama Pino, mi pare) – sta guardando una vetrina. O forse è seduto su una panchina, o su una sedia in una qualche  sala d’attesa in cui mi sono infilato senza dover attendere nulla in particolare.

Quatto quatto

M’avvicino.

Ma non è Pino, Pino me lo ricordo calvo, questo qui c’ha i riccioli biondi. Mi sa che si chiama Ambrogio? Comunque lo conosco.

Decido che lo conosco.

La voce mi esce squillante, sicura:

E allora?

Prendersi una pausa

4 e 5 marzo 2017
ARMUNIA
Castello Pasquini, Piazza della Vittoria, 57016 Rosignano Marittimo

Seminario TEMPO
“Prendersi una pausa” – Con Renato Gabrielli (Drammaturgo)

TEMPO (5 nuove variazioni): “Altri cinque incontri. Ancora una volta intorno al tema TEMPO. Tema inestinguibile, spunto speciale per arti, scienze e mestieri.Dopo la bellissima esperienza della scorsa stagione, sarà un onore per me, curare un nuovo ciclo di incontri.
Incontrare persone, persone che si stimano, persone che si amano. Ascoltar parole, silenzi, timbri, colori, come veicoli volanti, portatori di concetti. Concetti nuovi, oppure detti con nuova musica, risuonando inevitabilmente di nuova luce. Il canto di chi parla è un canto bianco. Porta con sé gli spettri. L’intero spettro armonico e l’intero spettro visuale. E poi è come nuotare. Andar contro la corrente.
La corrente comune che considera lo spettacolo come bastante a se stesso, sganciato da pratiche di studio e conoscenza che possano accompagnarlo e farlo crescere.
Ma le correnti retrograde vanno risalite, in barba alle contrarie forze.
Auspichiamo un’intelligenza di ritorno, l’amore per la conoscenza, quella cosa di cui sappiamo l’esistenza ma che ora pare vada svanendo.”
Claudio Morganti

INFORMAZIONI Orario seminario: sabato dalle ore 15.00 alle ore 19.00, domenica dalle ore 10.00 alle ore 13.00
Quota di iscrizione 20,00 euro a persona comprensiva di cena del sabato e pranzo della domenica.
La quota dovrà essere saldata la mattina stessa alla registrazione al seminario.
Spese di alloggio a carico degli iscritti. I Seminari sono a numero chiuso previa iscrizione, le iscrizioni terminano due giorni prima dell’inizio.

“La donna che legge” ai Filodrammatici

Milano – Teatro Filodrammatici

 

14 – 19 febbraio 2017

 

LA DONNA CHE LEGGE

 

di Renato Gabrielli | con Massimiliano Speziani, Cinzia Spanò, Alessia Giangiuliani | regia, scene e costumi Lorenzo Loris | produzione Teatro Out Off

Mirco, un attempato ex avvocato di successo e aspirante poeta, è misteriosamente attratto da Giada, una giovane intravista a leggere in solitudine un libro sulla spiaggia. Coinvolgendo un’altra donna, alla quale lo lega da tempo un rapporto di intenso affetto e complicità, l’uomo riesce a mettersi in contatto con la lettrice facendole pervenire un’anomala proposta: soldi, pur di poterla contemplare da lontano mentre si dedica alla lettura. C’è un conflitto tra sessi, che non deflagra mai veramente. C’è un conflitto generazionale, più dichiarato che vissuto. C’è voglia di fuggire, ma anche l’ipnotico richiamo casalingo di un mare che assomiglia a una palude. Si parla di soldi e ci si pensa parecchio; e le persone sono infelici. Ma questo non perché il denaro generi infelicità: al contrario, è per disperazione che ci si affanna a far soldi.

La donna che legge prende spunto dal ricordo di ambienti e persone di una città italiana di provincia, sul mare, dall’analisi di un capitolo dell’Ulisse di Joyce, “Nausicaa” e dalla lettura dello stimolante saggio di Francesca Serra Le brave ragazze non leggono romanzi.

durata spettacolo: 80′

DATE E ORARI DI RAPPRESENTAZIONE
martedì 14, giovedì 16 e sabato 18 febbraio 21.00
mercoledì 15 e venerdì 17 febbraio 19.30
domenica 19 febbraio 16.00

PER INFO E PRENOTAZIONI: http://www.teatrofilodrammatici.eu/spettacoli/la-donna-che-legge

 

Dennis Kelly, Teatro

Dennis Kelly, Teatro (Amore e soldi; D.N.A.; Il mio prof. è un Troll; Orphans), Imola, Cue Press, 2016, pagg. 168, euro 15,99 cartaceo, euro 5,99.

Di Dennis Kelly, drammaturgo inglese sulla cresta dell’onda e affermato sceneggiatore televisivo (ha creato, tra l’altro, la serie Utopia), era pubblicato in traduzione italiana solo After the end; benvenuta dunque l’iniziativa di Cue Press, che presenta quattro suoi testi andati in scena tra il 2006 e il 2009. Questa selezione evidenzia la grande duttilità sul versante strutturale, unita a profonda coerenza tematica, del prolifico autore. Si passa da un complesso meccanismo di esplorazione, a ritroso nel tempo, del passato inquietante dei personaggi (Amore e soldi) a una struttura a quadri, con rapidi slittamenti spazio-temporali (D.N.A., commissionato da Connections, per attori adolescenti); da un racconto a due voci, senza attribuzione preventiva delle battute (la grottesca “fiaba” Il mio prof. è un Troll), a un dramma d’impianto tradizionale, in unità di spazio (Orphans). Ricorre il tema della violenza praticata, ma negata o elusa attraverso il linguaggio; è frequente che con le parole i personaggi di Kelly, tormentosamente, cerchino di allontanare da sé la responsabilità morale per gesti estremi che hanno compiuto o di cui per ignavia o convenienza si sono resi complici. Le situazioni attingono alla quotidianità, ma spingendosi oltre il naturalismo attraverso l’esposizione sistematica dell’eccesso. Le trame tendono a scivolare nell’implausibile, ma non conta: ciò che tiene avvinti è il ritmo sincopato, ricco di sospensioni e controtempi, di un dialogo innervato di humour nero. Siamo di fronte a una scrittura provocatoria, aggressiva, ma animata da una costante preoccupazione di ordine morale. Le valide traduzioni sono di Gian Maria Cervo, Monica Nappo e Francesco Salerno. Peccato per l’assenza di un’introduzione e delle informazioni di base sulla fortuna scenica dei testi.

(pubblicato su “Hystrio” n. 1/2017)

Scritture di scena 2017: il bando

Bando di concorso 2017

Parte la settima edizione del Premio Hystrio-Scritture di Scena, aperto a tutti gli autori di lingua italiana ovunque residenti entro i 35 anni (l’ultimo anno di nascita considerato valido per l’ammissione è il 1982). Il testo vincitore verrà pubblicato sulla rivista trimestrale Hystrio e sarà rappresentato, in forma di lettura scenica, durante una delle tre serate della 27a edizione del Premio Hystrio che avrà luogo a Milano, al Teatro Elfo Puccini, dal 10 al 12 giugno 2017. La premiazione avverrà nello stesso contesto. La presenza del vincitore è condizione necessaria per la consegna del Premio.

 

Regolamento e modalità di iscrizione:

– I testi concorrenti dovranno costituire un lavoro teatrale in prosa di normale durata. Non saranno ammessi al concorso lavori già pubblicati o che abbiano conseguito premi in altri concorsi.

– Non sono ammessi al Premio coloro che sono risultati vincitori di una delle passate edizioni.

– Se, durante lo svolgimento dell’edizione, un testo concorrente venisse premiato in altro concorso, è obbligo dell’autore partecipante segnalarlo alla segreteria del Premio.

– Se la Giuria del Premio, a suo insindacabile giudizio, non ritenesse alcuno dei lavori concorrenti meritevole del Premio, questo non verrà assegnato.

– La quota d’iscrizione, che comprende un abbonamento annuale alla rivista Hystrio, è di euro 40 da versare con causale: Premio Hystrio-Scritture di Scena, sul Conto Corrente Postale n. 000040692204 intestato a Hystrio-Associazione per la diffusione della cultura teatrale, via Olona 17, 20123 Milano; oppure attraverso bonifico bancario sul Conto Corrente Postale n. 000040692204, IBAN IT66Z0760101600000040692204. Le ricevute di pagamento devono essere complete dell’indirizzo postale a cui inviare l’abbonamento annuale alla rivista Hystrio.

I lavori dovranno essere inviati a: Redazione Hystrio, via Olona 17, 20123 Milano, entro e non oltre il 1° marzo 2017 (farà fede il timbro postale). I lavori non verranno restituiti.

– Le opere dovranno pervenire mediante raccomandata in tre copie anonime ben leggibili e opportunamente rilegate: in esse non dovrà comparire il nome dell’autore, ma soltanto il titolo dell’opera. All’interno del plico dovranno essere presenti, in busta chiusa: a) una fotocopia di un documento d’identità; b) un foglio riportante, nell’ordine, nome e cognome dell’autore, titolo dell’opera, indirizzo, recapito telefonico ed email; c) una nota biografica dell’autore (massimo 2.000 caratteri). È inoltre necessario inviare i file dell’opera a premio@hystrio.it (nel nome del file e all’interno di esso dovrà comparire solo il titolo; nell’oggetto dell’e-mail indicare “Iscrizione Scritture di Scena”). Non saranno accettate iscrizioni prive di uno o più dei dati richiesti né opere che contengano informazioni differenti da quelle richieste.

– I nomi del vincitore e di eventuali testi degni di segnalazione saranno comunicati ai concorrenti e agli organi di informazione entro fine maggio 2017. La giuria sarà composta da: Serena Sinigaglia (presidente), Laura Bevione, Fabrizio Caleffi, Roberto Canziani, Sara Chiappori, Claudia Cannella, Renato Gabrielli, Roberto Rizzente, Massimiliano Speziani e Diego Vincenti.

Il Bando completo del Premio può essere scaricato in formato pdf a questo linkoppure richiesto alla segreteria del Premio.

Per informazioni:

Hystrio – redazione e segreteria
via Olona 17, 20123 Milano
tel. 02.40073256
email: segreteria@hystrio.it ; premio@hystrio.it

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