Il Conoscente

Il suo progetto è conoscermi sempre di meno, mano a mano che continua, che cresce a dismisura questa conversazione. Eppure mi era parso così cordiale, all’inizio. Mi ha perfino salutato lui per primo, e io quasi non lo riconoscevo. Ed è cordiale anche adesso, intendiamoci, pure troppo, ma di quella cordialità che esonda da se stessa per divenire qualcos’altro. Qualcosa che non riesco a definire, ma ci penso. Ho tempo per pensare, mentre lui parla.

E niente, a Giulio io gliel’ho detto che faceva una cazzata ad accettare, ma è sempre stato uno che non riusciva a dire di no, e infatti non ci riesce mai, e niente: giocavamo a calcio assieme nei campetti qua dietro, hai presente?, sì, sì, qua dietro, lui abitava giusto dietro alla piazza e voleva sempre fare la mezzala ma era scarso, non si rendeva conto che era scarso, solo io potevo dirglielo, a me mi ascoltava, era quello il mio ruolo trent’anni fa e anche adesso gli dico tutto e lui mi ascolta, solo a me, ma comunque fa lo stesso le cazzate…

Come siamo arrivati a parlare di Giulio? Cioè di un neo-ministro della Repubblica, per le cui scelte non nutro un particolare interesse? Mi è difficile ricostruire i passaggi logici, o dialogici. Non più di mezz’ora fa me ne stavo tranquillo, non troppo infelice della mia solitudine, su questa panchina all’aperto, o sedia di sala d’attesa, o in piedi davanti a una vetrina, spostando ogni tanto il peso del corpo da una gamba all’altra – non so. Senza nulla d’ingombrante in transito per la testa, e nessun programma per il pomeriggio o per la sera. A ripensarci adesso, un vero e proprio stato di grazia, che per definizione non poteva durare, e infatti

E allora?

La sua voce. La sua faccia si è imposta all’improvviso a tutto schermo nel mio campo visivo. Familiare, ma non subito identificabile, il che mi avrebbe messo in imbarazzo, se lui non si fosse presto identificato. Era ed è, in effetti, un conoscente. Per questo mi ha preso un po’ in contropiede l’abbraccio con cui ha inglobato la mia timida proposta d’una stretta di mano. Ci conosciamo così bene? – mi sono chiesto. Non mi sembrava che fossimo amici. Ma non solo gli amici o gli amanti si abbracciano, alla mia età dovrei saperlo. Il suo abbraccio è stato tiepido e breve, da Conoscente.

Quanto tempo, eh?

Mi ha chiesto allora il Conoscente, ma non me l’ha chiesto davvero, sapeva lui la risposta. Sa un sacco di risposte, almeno alle domande che continua a farmi, da mezz’ora o forse, a pensarci bene, anche di più. Ma non risulta saccente; mi sta anzi simpatico, pronto com’è ad aiutarmi nei momenti di spiazzamento e vuoto mentale, cioè quasi tutti i momenti di questa conversazione.

Quella sera da Filippa, c’era anche Garandini, no?

E mi ha strizzato l’occhio. O mi è sembrato soltanto? Il movimento delle palpebre a destra è stato rapidissimo. Che cosa voleva far intendere quell’occhiolino proprio mentre diceva

Filippa?

Che poi, certo, di Filippa io mi ricordo benissimo, casa sua l’ho frequentata a lungo, con Filippa sì che ho avuto un’amicizia, e anche qualcosa di più, quand’eravamo giovani però, troppi anni fa – e dunque forse pensava a questo il Conoscente, quando mi ha strizzato l’occhio? Ma come fa a saperlo? Forse è in confidenza con Filippa – una tale confidenza per cui ha più memoria lui, rispetto a me, di ciò che abbiamo lontanamente vissuto assieme? Non ho fatto in tempo a chiederglielo, né a indagare in forma indiretta. Dopo pochi secondi era già passato a un altro argomento. O meglio allo stesso argomento (le nostre conoscenze in comune), passando a un’altra persona. Helmut, mi pare. O forse il prof. Nicolai. O magari –

Un silenzio. Per qualche secondo, ricordo, è stato zitto. Mi ha fissato dilatando lievemente gli occhi acquosi. Respirando attraverso le labbra socchiuse. Manifestando un incipiente stato d’ansia.

Non ti sto disturbando, vero?

Un riflesso condizionato d’educazione mi ha fatto scuotere la testa.

Aspettavi qualcuno?

Devi fare qualcosa?

No, non dovevo fare niente, qui stava il bello prima che arrivasse il Conoscente, ma come spiegarlo senza risultare maleducati? Adesso saprei spiegarlo, non è mica così difficile, ma lì per lì non mi sono venute le parole, ed è stato allora che lui ne ha approfittato per sedersi accanto a me su questa panchina, o di fronte a me in sala d’attesa, o per piazzarsi stabilmente in piedi, a gambe larghe tra me e quella vetrina che tanto m’incuriosiva – prima.

E a quel punto, niente da fare, non sono più riuscito, non riesco a muovermi, invischiato  nell’intreccio sottile di bava delle sue parole, o cosiddetta rete di conoscenze. Helmut. Il prof. Nicolai. La dottoressa Marisi. Ho presto scoperto che lui non frequenta solo Filippa (e l’immagine di Filippa in intimità con lui, intimità confidenziale intendo, torna, mi si ripresenta ogni tre o quattro pensieri, insomma un po’ mi assilla), ma anche miei colleghi, gente del mio ambiente lavorativo piuttosto importante. Quell’ambiente, proprio quell’ambiente da cui credevo di essermi allontanato per una lunga o breve pausa mentale, rilassandomi su questa panchina o sedia, o pigramente occhieggiando vetrine, vacuo. E invece. Il Conoscente a quell’ambiente mi riporta – volente o nolente, che ne faccia lui stesso parte o meno. Ne fa parte? Fa dunque il mio stesso lavoro, o svolge un’attività a esso collegata? Mi pare strano – nell’ambiente ci conosciamo tutti e io sono piuttosto aggiornato, molto attento agli aggiornamenti, e sono molto sicuro di non aver sentito parlare di lui nessuno negli ultimi anni e anche prima, eppure…Dimostra una certa competenza, usa a proposito termini tecnici, collega molti nomi ai loro ruoli effettivi, dall’ultimo degli stagisti su su fino a

Floriana Beobachter

Ho sussultato, a quel nome

Floriana Beobachter

Me lo sono ripetuto in testa mentre lui andava avanti a raccontare di quella volta all’aperitivo esclusivo quando ha incontrato, già quasi ubriaca

Lei

Sì, l’inamovibile direttrice di una Struttura per cui sogno di lavorare da un paio di decenni, oggettivamente e per tacito consenso generale una vera stronza gelidamente assatanata di potere, che stento a immaginare semi-ubriaca mentre posa la fronte su una spalla del Conoscente spifferandogli segreti aziendali come se non ci fosse un domani, sì, stento a immaginarla, sicché il viso mi si contrae in un’espressione di stupore marcata, così prolungata che lui non può fare a meno di notarla.

Che c’è?

Ti pare strano, eh? Ma guarda che la Flory quando si rilassa fuori dall’ambiente non è la stessa Flory che conosci tu al tavolo programmatico o alle conferenze di scambi… È una persona normalissima, guarda, e niente: molto umana! Che di me si fida molto perché sono bravo a capire l’umanità delle persone e questo non lo dico io, non lo penso io, e niente: me l’ha detto più di una volta Diego Pollini, hai presente? Sì, adesso è vescovo e ha troppo da fare, ma prima (lo conosco da tanto, da prima che andasse in seminario, andavamo a fumare nei giardinetti qua girato l’angolo), eh, mi veniva sempre a cercare, Diego il Drugo, per la mia visione dall’alto: “Tu vedi le cose dall’alto – mi diceva il Drugo – anche se non credi in Dio. Ma come fai?”. E niente. La cosa più curiosa, che sconvolge tutti quando la racconto, è che – tieniti forte! – lui nella nostra squadretta giocava da terzino. E picchiava duro! Falciava caviglie e poi giù bestemmie, come se la caviglia ce l’avesse rotta lui!… E adesso fa il vescovo, pensa un po’. È la vita – e niente. Comunque se pensi che Diego fosse una schiappa a calcio è perché non hai mai visto giocare Giulio, quello era fissato a voler fare la mezzala, hai presente Giulio Cartone, sì – che venerdì scorso l’hanno fatto ministro?

Ed eccoci al ministro. Ci siamo arrivati così, più o meno, a parlare del ministro. E sta continuando a parlarne, gli dedica più tempo rispetto ad altri conoscenti. A me duole il coccige, o mi dolgono le piante dei piedi. Vorrei andarmene, ma sento che non è il momento giusto e temo che non arriverà mai il momento giusto, il che acuisce la mia consapevolezza dei dolorini articolari. Che me ne frega del ministro? – penso. E del vescovo? E di Floriana Beobachter? E invece, se ci ripenso, devo ammettere che me ne frega molto di Floriana, del vescovo e del ministro. Non vorrei essere come loro, o almeno non oso desiderarlo, ma almeno conoscerli come il Conoscente, e invece conosco solo il Conoscente, il quale viceversa più mi parla meno mi conosce, ho come la sensazione che mi cancelli dal suo giro di conoscenze mano a mano che, con andamento spiraliforme, quel giro s’innalza ben oltre, ben al di sopra del governo italiano…

Il governo italiano – diciamoci la verità, dai! – ormai non conta un cazzo. Quando voglio sapere come veramente stanno girando le cose piglio su il telefono e non chiamo mica Giulio, cosa credi? No, no, non ho tempo da perdere. E niente, chiamo Michel, no?, alla Commissione Europea. È così stressato in questo periodo. Ha bisogno di sfogarsi e lo lascio sfogare, sono sempre stato bravo ad ascoltare, perfino nelle lingue straniere che capisco poco, lui per esempio si sfoga in francese per mezz’ora e io gli faccio: “Oui, oui”. Uiuì, hai capito? E pensa che ho capito. Che poi le cose importanti alla fine le capisco: per esempio, lo sapevi che ormai neppure la Commissione Europea conta più un cazzo? E non fare quella faccia sconvolta, dai, avrai sentito parlare anche tu dei movimenti finanziari a livello globale, che al giorno d’oggi contano solo quelli. E niente. È roba difficile, neanch’io sapevo bene cos’era, finché non mi hanno presentato su una pista da sci, eravamo tutti in coda allo skilift, questo banchiere svizzero… No, scusa, scusa ma non posso dirti il suo nome, è top secret. Eppure ti garantisco che sembra un tipo normalissimo, come me e te adesso. A sciare fa abbastanza schifo. Va be’, c’è da non crederci: è lui. Quello che controlla i movimenti globali della finanza, fa girare tutto lui!… Neanch’io ci credevo, finché mi ha fatto vedere quella schermata. Sono cifre, eh? Mica opinioni. Eravamo lì rilassati a chiacchierare davanti al camino del suo chalet in alta quota e mi ha fatto vedere i grafici sul suo tablet… Ho dei testimoni, se vuoi: c’era anche Rebekka Splasch, la campionessa olimpica, e poi Harry, Harry Mandarino, hai presente il futuro Nobel per l’astrofisica?

Un sacco di balle. Te lo dico io. Tu ci credi alla NASA, vero?… Ecco. E invece la NASA ci racconta un sacco di balle e tutto il mondo le crede, ma non è colpa del mondo, non è colpa tua. A questo mondo se non hai le conoscenze giuste ti tocca credere alla tivù, alla NASA, alle balle che la NASA spara in tivù, ma questo non vuol dire che sei un idiota, vuol dire soltanto che non hai avuto la fortuna o magari anche il talento di conoscere Harry Mandarino…

Lo interrompo?

E niente. Mi spiace, ma non ti posso rivelare più di tanto, anche perché francamente i dettagli tecnici non me li ricordo, però non so se hai presenti quei pianetini distanti anni luce che ci hanno detto che un po’ assomigliano alla Terra?…

Adesso gli dico qualcosa…

Tutte balle!

No. Meglio aspettare.

Questa storia dei pianetini è stata inventata dagli storyteller della NASA (tra parentesi: Harry li odia – li odia!) per distrarci da qualcosa di grosso, di molto più grosso che bolle in pentola…

Mi è venuto pure il mal di pancia.

Ma la cosa più pazzesca è che tutti pensano a Harry Mandarino come al classico scienziato nerd un po’ gay e un po’ autistico e invece a vederlo da vicino ti assicuro che non è gay e fa degli scherzi da caserma stupendi, certi gavettoni!, e delle battute sessuali da scompisciarsi e quella notte nello chalet dopo la gara di rutti ha tirato fuori la sua scorta di raudi e bombette: un arsenale! E niente. E allora anche se Capodanno era passato da due mesi siamo usciti in mezzo alla neve e fiuuuu… bim! E fiuuuu… bam! Bum!

Basta!

E i fuochi d’artificio di Harry si confondevano con le stelle in quel cielo pulitissimo, svizzero e di lusso…

-       Ma insomma…

Ce l’ho fatta. L’ho interrotto. Ho osato interromperlo.

Ma adesso devo dire qualcosa. Ci provo. Quasi balbetto.

-       Allora… Cosa dice Harry? C’è vita nello spazio?

Il Conoscente sussulta come se mi vedesse per la prima volta in vita sua. Nello sguardo fulminante che mi scarica in fondo agli occhi non c’è solo disprezzo – o disprezzo non è la parola giusta. C’è un disconoscimento ormai compiuto, radicale. Sono inondato da un senso di vergogna. Mi vergogno di aver disturbato il Conoscente, ma anche, più oscuramente, confusamente, d’esistere. Non faccio a tempo a rantolare qualche mono e bisillabo di scusa: senza degnarmi, com’è ovvio, di alcuna risposta, lui ha girato i tacchi, oppure si è alzato dalla sedia o dalla panchina ed è già altrove, fuori portata, in un altro ambiente per me irraggiungibile.

Rimango solo, ma non come ero solo prima di incontrarlo. Umiliato. Dolorante in più punti del corpo e nella mente che pulsa. Sporco dentro. Condannato a portarmi in giro questa solitudine insozzata, contaminata dalla confidenza transitoria del Conoscente. Mi rimetto in moto attraverso la città. Cammino senza meta, sospinto da un’inquietudine perversa e contagiosa. Ripenso a Filippa.

I suoi capelli, il suo sorriso, quella mezza frase che una volta…

Ma era lei?

È passato tanto tempo. Potrebbe essere un falso ricordo, o il ricordo di un’altra persona.

Perché questo dubbio mi fa soffrire tanto? Mi dà come una fitta acuta dietro lo sterno – un  coltello sottile vibra nel mio centro vuoto. Mi manca il fiato. Devo fermarmi, o perderò l’equilibrio. Quando mi fermo mi rimbalza nella testa un senso di vertigine.

Cosa sono, chi sono senza i miei ricordi?

Chi mi darà conferma che sono davvero miei?

Comincio a girare su me stesso, con cautela e molta lentezza, per guardarmi intorno a trecentosessanta gradi.

C’è sempre, intorno, la mia città, la gente della mia città. Tanta gente. Penso, chissà perché:

È una fortuna.

Sorrido. Respiro a fondo.

Gente, gente, città. Voi mi salverete.

E finalmente vedo, di spalle, un tizio che forse conosco (si chiama Pino, mi pare) – sta guardando una vetrina. O forse è seduto su una panchina, o su una sedia in una qualche  sala d’attesa in cui mi sono infilato senza dover attendere nulla in particolare.

Quatto quatto

M’avvicino.

Ma non è Pino, Pino me lo ricordo calvo, questo qui c’ha i riccioli biondi. Mi sa che si chiama Ambrogio? Comunque lo conosco.

Decido che lo conosco.

La voce mi esce squillante, sicura:

E allora?

Prendersi una pausa

4 e 5 marzo 2017
ARMUNIA
Castello Pasquini, Piazza della Vittoria, 57016 Rosignano Marittimo

Seminario TEMPO
“Prendersi una pausa” – Con Renato Gabrielli (Drammaturgo)

TEMPO (5 nuove variazioni): “Altri cinque incontri. Ancora una volta intorno al tema TEMPO. Tema inestinguibile, spunto speciale per arti, scienze e mestieri.Dopo la bellissima esperienza della scorsa stagione, sarà un onore per me, curare un nuovo ciclo di incontri.
Incontrare persone, persone che si stimano, persone che si amano. Ascoltar parole, silenzi, timbri, colori, come veicoli volanti, portatori di concetti. Concetti nuovi, oppure detti con nuova musica, risuonando inevitabilmente di nuova luce. Il canto di chi parla è un canto bianco. Porta con sé gli spettri. L’intero spettro armonico e l’intero spettro visuale. E poi è come nuotare. Andar contro la corrente.
La corrente comune che considera lo spettacolo come bastante a se stesso, sganciato da pratiche di studio e conoscenza che possano accompagnarlo e farlo crescere.
Ma le correnti retrograde vanno risalite, in barba alle contrarie forze.
Auspichiamo un’intelligenza di ritorno, l’amore per la conoscenza, quella cosa di cui sappiamo l’esistenza ma che ora pare vada svanendo.”
Claudio Morganti

INFORMAZIONI Orario seminario: sabato dalle ore 15.00 alle ore 19.00, domenica dalle ore 10.00 alle ore 13.00
Quota di iscrizione 20,00 euro a persona comprensiva di cena del sabato e pranzo della domenica.
La quota dovrà essere saldata la mattina stessa alla registrazione al seminario.
Spese di alloggio a carico degli iscritti. I Seminari sono a numero chiuso previa iscrizione, le iscrizioni terminano due giorni prima dell’inizio.

“La donna che legge” ai Filodrammatici

Milano – Teatro Filodrammatici

 

14 – 19 febbraio 2017

 

LA DONNA CHE LEGGE

 

di Renato Gabrielli | con Massimiliano Speziani, Cinzia Spanò, Alessia Giangiuliani | regia, scene e costumi Lorenzo Loris | produzione Teatro Out Off

Mirco, un attempato ex avvocato di successo e aspirante poeta, è misteriosamente attratto da Giada, una giovane intravista a leggere in solitudine un libro sulla spiaggia. Coinvolgendo un’altra donna, alla quale lo lega da tempo un rapporto di intenso affetto e complicità, l’uomo riesce a mettersi in contatto con la lettrice facendole pervenire un’anomala proposta: soldi, pur di poterla contemplare da lontano mentre si dedica alla lettura. C’è un conflitto tra sessi, che non deflagra mai veramente. C’è un conflitto generazionale, più dichiarato che vissuto. C’è voglia di fuggire, ma anche l’ipnotico richiamo casalingo di un mare che assomiglia a una palude. Si parla di soldi e ci si pensa parecchio; e le persone sono infelici. Ma questo non perché il denaro generi infelicità: al contrario, è per disperazione che ci si affanna a far soldi.

La donna che legge prende spunto dal ricordo di ambienti e persone di una città italiana di provincia, sul mare, dall’analisi di un capitolo dell’Ulisse di Joyce, “Nausicaa” e dalla lettura dello stimolante saggio di Francesca Serra Le brave ragazze non leggono romanzi.

durata spettacolo: 80′

DATE E ORARI DI RAPPRESENTAZIONE
martedì 14, giovedì 16 e sabato 18 febbraio 21.00
mercoledì 15 e venerdì 17 febbraio 19.30
domenica 19 febbraio 16.00

PER INFO E PRENOTAZIONI: http://www.teatrofilodrammatici.eu/spettacoli/la-donna-che-legge

 

Dennis Kelly, Teatro

Dennis Kelly, Teatro (Amore e soldi; D.N.A.; Il mio prof. è un Troll; Orphans), Imola, Cue Press, 2016, pagg. 168, euro 15,99 cartaceo, euro 5,99.

Di Dennis Kelly, drammaturgo inglese sulla cresta dell’onda e affermato sceneggiatore televisivo (ha creato, tra l’altro, la serie Utopia), era pubblicato in traduzione italiana solo After the end; benvenuta dunque l’iniziativa di Cue Press, che presenta quattro suoi testi andati in scena tra il 2006 e il 2009. Questa selezione evidenzia la grande duttilità sul versante strutturale, unita a profonda coerenza tematica, del prolifico autore. Si passa da un complesso meccanismo di esplorazione, a ritroso nel tempo, del passato inquietante dei personaggi (Amore e soldi) a una struttura a quadri, con rapidi slittamenti spazio-temporali (D.N.A., commissionato da Connections, per attori adolescenti); da un racconto a due voci, senza attribuzione preventiva delle battute (la grottesca “fiaba” Il mio prof. è un Troll), a un dramma d’impianto tradizionale, in unità di spazio (Orphans). Ricorre il tema della violenza praticata, ma negata o elusa attraverso il linguaggio; è frequente che con le parole i personaggi di Kelly, tormentosamente, cerchino di allontanare da sé la responsabilità morale per gesti estremi che hanno compiuto o di cui per ignavia o convenienza si sono resi complici. Le situazioni attingono alla quotidianità, ma spingendosi oltre il naturalismo attraverso l’esposizione sistematica dell’eccesso. Le trame tendono a scivolare nell’implausibile, ma non conta: ciò che tiene avvinti è il ritmo sincopato, ricco di sospensioni e controtempi, di un dialogo innervato di humour nero. Siamo di fronte a una scrittura provocatoria, aggressiva, ma animata da una costante preoccupazione di ordine morale. Le valide traduzioni sono di Gian Maria Cervo, Monica Nappo e Francesco Salerno. Peccato per l’assenza di un’introduzione e delle informazioni di base sulla fortuna scenica dei testi.

(pubblicato su “Hystrio” n. 1/2017)

Scritture di scena 2017: il bando

Bando di concorso 2017

Parte la settima edizione del Premio Hystrio-Scritture di Scena, aperto a tutti gli autori di lingua italiana ovunque residenti entro i 35 anni (l’ultimo anno di nascita considerato valido per l’ammissione è il 1982). Il testo vincitore verrà pubblicato sulla rivista trimestrale Hystrio e sarà rappresentato, in forma di lettura scenica, durante una delle tre serate della 27a edizione del Premio Hystrio che avrà luogo a Milano, al Teatro Elfo Puccini, dal 10 al 12 giugno 2017. La premiazione avverrà nello stesso contesto. La presenza del vincitore è condizione necessaria per la consegna del Premio.

 

Regolamento e modalità di iscrizione:

– I testi concorrenti dovranno costituire un lavoro teatrale in prosa di normale durata. Non saranno ammessi al concorso lavori già pubblicati o che abbiano conseguito premi in altri concorsi.

– Non sono ammessi al Premio coloro che sono risultati vincitori di una delle passate edizioni.

– Se, durante lo svolgimento dell’edizione, un testo concorrente venisse premiato in altro concorso, è obbligo dell’autore partecipante segnalarlo alla segreteria del Premio.

– Se la Giuria del Premio, a suo insindacabile giudizio, non ritenesse alcuno dei lavori concorrenti meritevole del Premio, questo non verrà assegnato.

– La quota d’iscrizione, che comprende un abbonamento annuale alla rivista Hystrio, è di euro 40 da versare con causale: Premio Hystrio-Scritture di Scena, sul Conto Corrente Postale n. 000040692204 intestato a Hystrio-Associazione per la diffusione della cultura teatrale, via Olona 17, 20123 Milano; oppure attraverso bonifico bancario sul Conto Corrente Postale n. 000040692204, IBAN IT66Z0760101600000040692204. Le ricevute di pagamento devono essere complete dell’indirizzo postale a cui inviare l’abbonamento annuale alla rivista Hystrio.

I lavori dovranno essere inviati a: Redazione Hystrio, via Olona 17, 20123 Milano, entro e non oltre il 1° marzo 2017 (farà fede il timbro postale). I lavori non verranno restituiti.

– Le opere dovranno pervenire mediante raccomandata in tre copie anonime ben leggibili e opportunamente rilegate: in esse non dovrà comparire il nome dell’autore, ma soltanto il titolo dell’opera. All’interno del plico dovranno essere presenti, in busta chiusa: a) una fotocopia di un documento d’identità; b) un foglio riportante, nell’ordine, nome e cognome dell’autore, titolo dell’opera, indirizzo, recapito telefonico ed email; c) una nota biografica dell’autore (massimo 2.000 caratteri). È inoltre necessario inviare i file dell’opera a premio@hystrio.it (nel nome del file e all’interno di esso dovrà comparire solo il titolo; nell’oggetto dell’e-mail indicare “Iscrizione Scritture di Scena”). Non saranno accettate iscrizioni prive di uno o più dei dati richiesti né opere che contengano informazioni differenti da quelle richieste.

– I nomi del vincitore e di eventuali testi degni di segnalazione saranno comunicati ai concorrenti e agli organi di informazione entro fine maggio 2017. La giuria sarà composta da: Serena Sinigaglia (presidente), Laura Bevione, Fabrizio Caleffi, Roberto Canziani, Sara Chiappori, Claudia Cannella, Renato Gabrielli, Roberto Rizzente, Massimiliano Speziani e Diego Vincenti.

Il Bando completo del Premio può essere scaricato in formato pdf a questo linkoppure richiesto alla segreteria del Premio.

Per informazioni:

Hystrio – redazione e segreteria
via Olona 17, 20123 Milano
tel. 02.40073256
email: segreteria@hystrio.it ; premio@hystrio.it

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“Combattenti” al Pacta Salone

Renato Gabrielli

COMBATTENTI

Dall’11 gennaio la Vetrina Contemporanea apre il nuovo anno al PACTA SALONE

 

Si apre il nuovo anno al PACTA SALONE con la Vetrina contemporanea della stagione di PACTA . dei Teatri che presenta giovani autori e attori di Milano e provincia: dall’11 al 15 gennaio 2017 COMBATTENTI di Renato Gabrielli per la regia di Paola Manfredi con Giorgio Branca e Lilli Valcepina, una produzione Teatro Periferico, la storia di due non-eroi piccolo-borghesi, di quarant’anni e passa, immersi in quotidiani problemi di sopravvivenza in una grande città del Nord, ma uniti dalla boxe.

 

Giudy ha vissuto sul ring momenti di relativa gloria, ma non ha saputo sfruttarli per garantirsi una sicurezza economica. Gestisce ora una palestra periferica, con impegno vanificato da scarse qualità manageriali. Lui, Raffaele, vecchio boxeur amatoriale, divorziato con figlio adolescente, ha da poco perso il suo impiego di giornalista sportivo e s’ingegna a collaborare con una start-up di social media marketing messa in piedi dal figlio di un ricco amico. E’ proprio nelle improbabili vesti di consulente di marketing che si avvicina alla campionessa di un tempo, con una proposta che potrebbe cambiare la vita di entrambi.

 

Il tema del pugilato è affrontato non come veicolo di violenza, pratica di contenimento o sublimazione poetica della violenza, ma con lo sguardo rivolto alle sue regole e alla necessità di costante presenza a se stessi, a contrasto con un mondo fuori dal ring dove i conflitti sono immateriali, sregolati e senza arbitri. “COMBATTENTI – spiega Renato Gabrielli, autore del testo, anche pubblicato sul trimestrale “Hystrio” n.3/2016 – è soprattutto una storia d’odio-amore tra un uomo e una donna lontani dai ruoli convenzionali, irrequieti esemplari di quell’età matura che ancora non si arrende all’evidenza delle delusioni”.

 

Renato Gabrielli – scrive per il teatro e insegna drammaturgia alla “Paolo Grassi” e alla Civica Scuola di Cinema di Milano. È autore della guida Scrivere per il teatro (ed. Carocci). I suoi più recenti lavori rappresentati sono La donna che legge (ed. Cue Press, 2015) e Combattenti (pubblicato su “Hystrio” n.3/2016).

 

L’associazione culturale TEATRO PERIFERICO è una residenza teatrale che fa parte dell’Associazione Être e ha sede a Cassano Valcuvia. Qui organizza una scuola di teatro, una stagione teatrale e il progetto triennale di cittadinanza attiva LIMES, che coinvolge sette comuni dell’Alto Varesotto. La ricerca artistica del gruppo si sviluppa su tre direttrici: la nuova drammaturgia, la pedagogia teatrale e la memoria dei luoghi. Nel 2015 ha vinto il PREMIO RETE CRITICA 2015 nella categoria Progetto/Organizzazione con il progetto Case matte.

 

Vetrina contemporanea

Gli ultimi spettacoli legati a questa vetrina contemporanea saranno verso fine stagione: dal 26 al 28 aprile 2017 NON SU QUESTA TERRA di Francesco Errico e Isabella Perego, produzione PuntoTeatroStudio, la storia di Federico, un ragazzo adolescente, che un giorno decide di allontanarsi dalla società che lo circonda; per finire in prima assoluta due produzioni PACTA . dei Teatri, dal 2 al 7 maggio 2017 STORIE DI INVERTEBRATI, scritto e diretto da Bruno Bigoni, con protagonista Riccardo Magherini, la vita di Lupo piena di desideri e sogni infranti, alla ricerca di una diversità che lo rende vivo e dal 14 al 25 giugno 2017 MARYLIN E LA SIGNORA IN GIALLO di Ileana Alesso e Gianni Clocchiatti, con la regia di Riccardo Magherini, alla riscoperta di due miti.

 

 

 

PACTA SALONE

Dall’11 al 15 gennaio 2017                                                        Vetrina contemporanea

COMBATTENTI

Di Renato Gabrielli

Con Giorgio Branca e Lilli Valcepina

Regia Paola Manfredi

Aiuto regia Valentina Malcotti

Scene Salvatore Manzella

Produzione Teatro Periferico

DURATA 80’

 

 

INFO

PACTA SALONE

via Ulisse Dini 7, 20142 Milano

MM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa, tram 3 e 15

Per informazioni: www.pacta.org - mail biglietteria@pacta.orgpromozione@pacta.org – tel. 0236503740 – ufficio scuole: ufficioscuole@pacta.org

Orari biglietteria: via Ulisse Dini 7, 20142 Milano

dal lun al ven dalle ore 16.00 alle ore 19.00

nei giorni di spettacolo: dal mar al sab dalle 16 – dom dalle 15

Biglietti: Intero €24 | Rid. Convenzioni €18 | Under 25/over 60 €12 | CRAL e gruppi €10 (min. 10 persone) | gruppi scuola €9 | Prevendita €1,50 – ABBONAMENTI: ALL YOU CAN SEE ingressi illimitati €130,00 – CARTA AMICI DI PACTA 6 spettacoli €60,00 – CARTA TANDEM 2 ingressi a 2 spettacoli €38,00 – CARTA FAMIGLIA (minimo 3 persone) €24,00

Orari spettacoli da martedì a sabato ore 20.45, domenica ore 17.00, lunedì riposo

 

 

 

 

Il direttore suo malgrado

Il suo progetto è farci sentire in colpa per tutti i danni che ci procura. Morali e materiali, inestricabilmente. Confusione mentale e pratica, depressione, agitazione eccessiva, calo della produttività, impennata delle assenze per malattia, malattie vere, prepensionamenti compulsivi, abbandoni per disperazione o decesso. E ci sta quasi riuscendo. Tanti di noi finiscono per sentirsi in colpa almeno un po’ e ne sappiamo anche il motivo, dal punto di vista psicologico, perché quando la rabbia non ha sbocchi, si finisce per sentirsi in colpa. Così almeno dice lo psicologo. Jacobelli. No. Armenti. Jacobelli è stato cacciato, lui stesso lo ha cacciato, o meglio l’ha fatto andar via tramite pressioni psicologiche; ed era il sesto, o il settimo in due anni. Questi professionisti durano pochissimo, qui da noi. Lui li chiama col preciso mandato di aggravare il nostro senso di colpa, di dare la mazzata finale alla nostra condizione esistenziale già precaria e traballante. Ma questi non ce la fanno, è più forte di loro, forse l’unica cosa che impara lo psicologo quando studia da psicologo è che il senso di colpa non va bene, che il paziente va liberato dal senso di colpa; allora dopo poche sedute cedono all’etica professionale e si mettono ad aiutarci. Appena il nostro direttore se ne accorge, procede a vessarli con una crudeltà sottile e particolare, quella crudeltà senza limiti ch’è alimentata dal perpetuarsi di una delusione. Quanti in tutto ne avrà chiamati e fatti fuori, sempre più velocemente? Abbiamo perso il conto. Ci ricordiamo Poli, Magistrali, la Jeran, la Ruvidotti, Fois, quel polacco strano che è rimasto solo tre giorni, Santagata, la Dedorais, Wuber, Kaiser, la Fuente, o si chiamava Fuentes?, e poi Jacobelli, Armenti…

Anche lui va dallo psicologo. Sostiene di averne bisogno quanto e più di noialtri. Non ha ancora trovato quello giusto – sospira.

Noi ci chiamiamo tutti per cognome, da sempre. Nessuno ci costringe, lo troviamo più semplice e non ci piace cambiare un’abitudine. Siamo uomini e donne, di quattro fasce d’età, italiani e stranieri, in percentuali variabili. Tendenzialmente di numero diminuiamo, del resto tutti ci dicono e ci diciamo da soli che dobbiamo diminuire: la produttività è in calo e il mercato è quello che è. Perciò nella fascia giovani siamo in pochi, increduli d’essere stati accolti, grati senza motivo a chissà chi, concentrati sull’invecchiare qui dentro. Nelle altre fasce d’età, l’energia si tramuta gradualmente in ansia senza lasciare, oltre la soglia dei cinquantacinque, alcuna traccia misurabile di sé. Siamo organizzati – anche se organizzati non è la parola giusta, non ce ne viene in mente una più appropriata – in settori d’intervento rigidamente separati, le cui competenze però si sovrappongono in modo confuso e imprevedibile. Memorabili, per esempio, le incomprensioni e i conflitti tra il Settore Pianificazione e il Settore Progettazione; ma anche all’interno dei singoli settori, naturalmente. Non ci amiamo tra di noi, salvo rare eccezioni malviste, e non amiamo noi stessi.

Ogni tanto veniamo venduti. Nel senso che la proprietà cambia, diventa ancora più lontana, immateriale, implacabile. Ed è del tutto normale, vista la produttività, visto che il mercato è quello che è, eccetera, che parta l’ennesima ristrutturazione. Cioè, il cinque o dieci o venti per cento di noi viene prepensionato, incentivato ad andarsene, o licenziato punto e basta. Cambiano tutti i capi di settore. Ma non cambia lui. Sparisce dal suo ufficio al quarto piano per qualche giorno; poi fatalmente ricompare.

Che palle. Avevo già pronte le valige, oh. Prenotato l’alberghetto sull’isoletta, l’amaca, la Settimana Enigmistica… Ma insomma, com’è possibile che son capace solo io di fare il direttore, in questo posto del cazzo?

-       Già, com’è possibile? Arrigoni, tu ti ricordi da quanto tempo lui fa il direttore?

-       Non saprei, Nicolazzi. So solo che quando sono arrivato io era qui già da un pezzo.

-       Chiediamo alla Feromon.

-       Perché a me?

-       Perché sei in azienda dal ’74 o mi sbaglio?

-       Ti sbagli, Plick, e sei anche un cafone, io nel ’74 ci sono nata.

-       Eh, scusa tanto, me l’ha detto la Lamberti.

-       Quel cesso della Lamberti è soltanto invidiosa perché non le hanno adeguato la qualifica a livello 3B intermedio nella trattativa sindacale del ’92…

-       Guarda che ti sento, cesso sarai tu, lo sanno tutti cos’hai fatto a Wowarcik per salire di tre livelli e mezzo in una sola contrattazione!

-       Cos’ho fatto? Cos’ho fatto, eh?!… Viemmelo a dire qua, brutto cesso di stazione!

-       Ti strappo quella parrucca!

-       Basta, voi due! Lo vedete o no che stiamo lavorando?

-       Ah, sì? E su cosa?

-       Sul Piano A.

Non ne possiamo più del Piano A, vero Bizzardi? Vero, Cuminelli. Confermo – conferma Patruz. E in sequenza scuotiamo la testa, sbuffiamo, ci stropicciamo gli occhi, ci grattiamo nervosamente parti del corpo varie, a seconda delle caratteristiche di ciascuno. Il Piano A sta impegnando a tempo pieno il 94% circa della nostra forza lavoro in tutti i reparti da un anno, otto mesi e ventiquattro giorni, con grado di priorità 1/ROSSO. Per qualcuno che sia estraneo alle nostre dinamiche lavorative, potrebbe risultare difficile la comprensione del Piano A. Lo è anche per noi. Ciononostante, proveremo a riassumerlo in poche righe. No. Sì. Non ne ho voglia. Ma dai. Lo riassume la Florenzi. Io? E chi se no, tua sorella? Sì, mia sorella al Reparto Anticipazioni, che si chiama Florenzi anche lei perché abbiamo lo stesso padre, oltre alla stessa madre, e condivide con me una vera passione, che ci è stata trasmessa dai nostri genitori, si potrebbe dire con il latte ma effettivamente attraverso lunghissime conversazioni obbligatorie, una passione, dicevo, per le spiegazioni molto molto dettagliate che potrebbero sembrare prolisse e inutili, ma in realtà ci avvicinano all’essenza inoppugnabile delle cose con un’accuratezza nemmeno lontanamente paragonabile a un riassunto del Piano A che potrebbe fare, per esempio, Trasecoli, per non parlare di Benvenisti, Florilé, Santazzis, Al-Karan, o di Bilu e della Bilu, che si chiamano così tutti e due perché sono fratelli da parte di padre, ma, diversamente da noi Florenzi, la mamma della Bilu… Allora, ‘sto riassunto?

Non vale la pena riassumerlo, il Piano A. Al profano basti sapere che si tratta di una risposta complessa alle sfide della crisi dei mercati, basata su modelli matematici noti solo alla nostra Centrale Algoritmica Straniera con sede scientifica a Toronto e fiscale a Panama, e su una filosofia aziendale d’impostazione post-nietzschiana, con sfumature di tradizionalismo alla De Maistre in continua evoluzione. Ognuno dei nostri reparti ci lavora secondo le proprie specifiche (ma non chiare) competenze, senza farsi distrarre da un’impossibile visione d’insieme. Ma con un’intensità indomabile. Solo a titolo d’esempio: come fa notare Sgaffuri, nell’Ufficio Sviluppo Rapporti con il Sud-Est Asiatico, che rappresenta il 2.6% della nostra forza lavoro, le e-mail sul topic “Organigramma aggiornato per l’avvio del Piano A” venerdì scorso hanno raggiunto quota 34.128.

Finché arriva lunedì. Cioè, un lunedì diverso da tutti gli altri, un lunedì davvero speciale eppure, in fondo, prevedibile e previsto. Come dovevamo aspettarci e in fondo ci aspettavamo, sugli schermi dei computer di tutti i reparti e uffici compare un freddo, laconico comunicato, in lingua inglese, della proprietà: non si darà alcun seguito al Piano A. Non c’è alcuna motivazione, non è detto che sia colpa di qualcuno, ma ovviamente ci sentiamo in colpa. E abbiamo la fondata preoccupazione che qualcuno di noi sconterà le conseguenze di questo brusco, catastrofico cambio di programma. Infatti già nel primo pomeriggio la proprietà diffonde il Piano B (una paginetta banale elaborata da chissà chi), rimproverando noi che ci siamo affaticati sul Piano A di avere frainteso il briefing, così sprecando preziose risorse aziendali. E come recuperare tali risorse, se non con una dolorosa ma ineluttabile procedura di ristrutturazione, che stavolta non potrà non toccare almeno il trenta per cento del personale? Attendiamo la lista dei licenziati, semi-licenziati, prepensionati, non rinnovati, decurtati, con un sentimento di terrore particolarmente acuto tra coloro che più si sono impegnati ed esposti nell’elaborazione del Piano A, cercando addirittura di chiarirlo. Gente troppo zelante, come Marachioti, la Del Sangue, Mintner, o troppo competente, come la Lauroni (“Io? Competente, io?”), Viginulfi, Muffetta, Sbrodoli, oppure che si annoia troppo a starsene in disparte senza prendere posizione, come la Tarrillo e la Gugu (peraltro una spia e un’arrivista, quest’ultima: leggeremmo tutti con piacere il suo nome in cima all’elenco). Si crea dunque un clima d’odio e paura senza soluzione di continuità, che non s’allenta neppure in pausa pranzo o per il weekend. Cominciamo a implementare affannosamente, ciascun reparto per conto suo, ciascun operatore contro il suo vicino di schermo, in competizione isterica, il Piano B. Sappiamo tutti che il Piano B fa schifo, che è una stupidaggine, ma ci aggrappiamo alla sua impeccabile realizzazione come a una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta. Esso fallisce orrendamente, non raggiungendo alcuno dei suoi trentasette target. La mannaia padronale rischia di abbattersi su ancora più nuche. Dalla paura stiamo scivolando nel panico: e se dal trenta per cento si salisse al quaranta? Al cinquanta? A… (non osiamo pensarlo)?

A questo punto, qualcuno che non conosce l’ambiente, che non è noi, cioè per esempio voi – ecco, a questo punto voi potreste porre una questione un po’ sciocca: e il direttore? Cioè: in un disastro di questo genere, il direttore l’avranno come minimo già licenziato da un pezzo, vero?

Ci dispiace, ma non avete capito niente di come funziona qua dentro.

Qua dentro funziona che due settimane fa – ma lo veniamo a sapere solo ora, da un trafiletto nelle pagine economiche d’un quotidiano ex-prestigioso – al nostro direttore è stato rinnovato il mandato per altri cinque anni, con aumento degli emolumenti secondo una curva ascendente P.I.P. (Proporzionale all’Inverso della Produttività). La cosa non può stupirci: non è il primo rinnovo vantaggioso che ottiene dopo un fallimento, né sarà l’ultimo, più affina le tecniche di sopravvivenza al fallimento, meno sembra invecchiare, anzi, nel ’62 sembrava più vecchio di adesso – vero, Feromon? Vaffanculo, Lamberti! Chiudete il becco, vecchie galline, senti chi parla, il maiale palleflosce, Piraz, che se non eri nipote del senatore Impasta non diventavi mica capo del Settore Elusione Debiti, ma adesso che lo zietto ha tirato le cuoia ti prepensioneranno anche a te, vedrai… Insomma. Basta. Dicevamo. A chi se ne intende è evidente che al direttore non ci sono alternative, è insostituibile e impareggiabile nel suo talento per la leadership ispirata, evasiva ed asfissiante. Se non ne pagassimo le conseguenze, saremmo pieni d’ammirazione (anzi, lo siamo comunque!) per come è riuscito a non prendersi alcuna responsabilità per il Piano A, né per il Piano B, mantenendo una fumosa, infastidita equidistanza. Come se non fosse lui l’artefice d’entrambi. Come se non fosse lui stesso a insistere con la proprietà perché si riduca il personale, a ogni ristrutturazione ci manifesta una solidarietà vibrante, complice, sincera; e giura e spergiura di aver accettato il rinnovo del contratto solo per difenderci da tagli ancor più gravi. E anche stavolta, per questo suo sacrificio, ci farà sentire in colpa.

Raga

Perché è proprio così che ci chiama, raga, o con altri epiteti ultra-confidenziali (amigo, capo, ué boss, mitica, mitico, abbèlla, zio, simpa, bro, frate, sore, sciùgar) che da tempo abbiamo imparato a non fraintendere come amichevoli. Non si ricorda i nostri nomi, tutto qui. Insomma, dichiara:

Raga, non ce la faccio più, questa è l’ultima volta che accetto, okay? Non posso farmi incastrare qui tutta la vita solo per darti una mano, amigo!… Capito, abbèlla? Ancora cinque anni, zio, e poi me ne vado ai Caraibi con la mia Adelina, sempre se non mi avrà già lasciato, sciùgar, dato che non mi vede mai, dato che la trascuro per il bene di quest’azienda del cazzo, cioè per il tuo bene, frate, sore, ué boss!…

Adelina? – ci chiediamo noi senza fiatare. Ma non si chiamava Marta?

Ehi simpa, tu hai ragione a incazzarti che ti stanno per licenziare, ma almeno nei prossimi anni potrai vedere la tua famiglia, cosa dovrei dire io, che c’ho tre figlie che tra un po’ si butteranno sulla strada per farsi adottare da un vigile urbano, o peggio?

Ma non aveva due figli maschi? La vita personale del nostro direttore rimane per noi misteriosa, non perché ne taccia, anzi, ma perché ci riversa addosso una marea di informazioni strampalate e contraddittorie, su cui non osiamo interrogarlo o comunque indagare. Quel che è certo è la dichiarata avversione al Potere – quale potere? – che trasuda dal crescendo emotivo di ogni discorso che ci rivolge.

È il Potere che ci fotte a tutti, sai, mitico? Perfino una mitica come te si fa fottere dal Potere, bro! Ma io ci metto il mio grosso culo perché a voi vi fotta un po’ meno ed è così che me l’ha fatto come un colabrodo, per ognuno di voi c’ho un buco in più nel culo che il fottuto Potere mi sfonda, raga!…

Durante queste tirata si altera a tal punto, ma veramente, che ci dimentichiamo di essere noi a rischiare il posto di lavoro e che è lui, proprio lui, ad avere appena ricevuto un aumento. Faremmo di tutto pur di alleviare la sua palese e reale sofferenza psicologica, le cui radici né Jacobelli né tantomeno la Fuentes, con le loro triple lauree, sono riuscite a individuare. C’è una disperazione giovanile in quella faccia segnata dagli anni ma non dall’esperienza, un’energia indomabile in quel corpo tozzo e deformato da innominabili stravizi. C’è qualcosa di indicibile che ci spaventa e ci fa pena. Nel bene e nel male, soprattutto nel male, ma non importa, lui è qui per noi, fa così per noi, tutto e solo per noi. E non possiamo non sentirci in colpa. Tutti, tranne Rinaldi.

Ah, Rinaldi!… Nessuno riesce a spiegarsi perché mai sia stato assunto. L’anomalia era evidente già dal suo primo giorno. Era parente di qualcuno di importante? O c’era una quota “capelloni di mezz’età” da rispettare? Non è mai riuscito a diventare uno di noi, non ci ha provato nemmeno. Sempre per conto suo, assorto, distaccato, vestito male, pettinato peggio, come a volerci dimostrare un’impossibile, arrogante autonomia. Lo sapevamo che sarebbe finito male, vero, Bagatti? Io l’ho detto subito, Magonzu, tu invece all’inizio lo difendevi… Io? A Rinaldi? Sì. Ma no, chiedi pure a Calli Pratti, io lo volevo deferire al Reparto Ritardi già a maggio… Ma non l’hai fatto! Me l’ha sconsigliato la Vanvy per ragioni legali. E da quando la Vanvy fa l’avvocato e non la parrucchiera? Insomma, basta! Parlavamo di Rinaldi e della sua anomalia, che non poteva non esplodere nel momento meno opportuno, cioè proprio adesso, all’apice retorico del discorso del nostro direttore. Gli si avvicina ciondolando, gli arriva a due centimetri dal naso e di fatto così, incredibilmente, lo interrompe, perché il direttore letteralmente non riesce a crederci, che qualcuno di noi gli si pianti davanti, occhi negli occhi, fiato pesante, mentre sta parlando – e si blocca. Nell’alito di Rinaldi c’è traccia forse d’alcool, di cattiva digestione, certamente di qualcosa che ha fumato. Ma la sua voce risuona piana, fredda, asciutta, nel nostro silenzio sbigottito:

Perché ci prendi per il culo? Non hai bisogno di prenderci per il culo, ti obbediremmo lo stesso.  Il Potere sei tu! Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu…

E va avanti con quel seitù fiatato in bocca al nostro direttore, che non fa una piega, sostiene freddamente lo sguardo allucinato di Rinaldi, aspetta con ogni evidenza che siamo noi a intervenire, perché spetta a noi porre rimedio a questa violazione intollerabile dell’ordine aziendale, reprimere il delirio di verità del nostro collega prima che ci trascini tutti nel gorgo abissale dell’ipnotico seitù, condannandoci a successive imponderabili rappresaglie, ma siamo come paralizzati dallo spettacolo mai visto, mai pensato, di quello scandaloso faccia a faccia.

Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu…

Vai tu, Wowarcik? O ci pensa Nicolazzi?… I due si lanciano un’occhiata d’intesa, muovendosi a tenaglia in direzione del ribelle. Wowarcik e Nicolazzi sono senza discussioni i più robusti e potenti di tutti noi. Il primo ha dei trascorsi nel wrestling, il secondo nel football americano semi-dilettantistico. Non si vedono di buon occhio e spesso si mettono reciprocamente a dura prova le forze, provocandosi alla rissa per futili motivi. In quelle circostanze, tutti gli altri si allontanano dall’epicentro nella misura di almeno due/tre uffici. Ma questa volta i loro interessi, insieme ai nostri, convergono e l’alleanza scatta immediata. Sollevano il gracile Rinaldi in un soffio, una spalla a testa, Wowarcik a destra, Nicolazzi a sinistra, e in men che non si dica lo fanno sparire e sappiamo bene che non lo rivedremo mai più e in effetti non lo rivedremo mai più.

Il direttore sospira, profondamente.

Senza degnarci di una parola o di uno sguardo, va dritto all’ascensore, per salire al trentesimo piano, ai trecento metri quadri del suo terrazzo riservato a meditazione e relax. C’è del dolore, forse, di certo una gran delusione in questo suo voltarci le spalle. E noi ci sentiamo in colpa. Più che mai. No, non è timore reverenziale, non è paura del licenziamento, è senso di colpa, colpa, colpa, e ci spiace per gli psicologi, ma non c’è cura per questo grumo nero sanguinante piantato in mezzo al petto, c’è solo espiazione e forse – speriamo, preghiamo – il perdono del nostro direttore.

Sì, ma chi andrà a chiedergli perdono, a nome di tutti? Chi oserà varcare la soglia del mega-terrazzo e con quali parole proverà a commuoverlo? Ci sono al mondo le parole giuste per ricucire una simile ferita? Mormoriamo, parlottiamo, preoccupati borbottiamo. Finché il borbottìo si stabilizza e prende la forma di un nome; anzi, di un cognome: bu-bu-bu-Burani. Eh, già! Perché non ci abbiamo pensato subito? Burani è l’unico che può, che deve provarci! Io, ancora io? Affidiamo sempre missioni di questo tipo a Burani, che ha studiato scrittura creativa a Youngstown. Sì, ma è stato tanti anni fa, solo per tre mesi, e poi… Niente scuse, forza, sei tutti noi!

Io, che sono Burani, mi rassegno al consueto e perciò inevitabile e prendo l’ascensore. Premo il tasto 30 con il cuore che mi batte all’impazzata. Mi terrorizza l’ipotesi che il direttore stia usando il terrazzo a scopo di relax e di disturbarlo dunque mentre si dedica ad attività erotiche spinte con giovinette e/o giovinetti bellissime/i, o assorbe cognac aspirando fumo da un siluro di sigaro cubano, o riceve massaggi multipli ed esotici nella sauna gigante: tutte situazioni in cui fervidamente lo immaginiamo, senza che nessuno di noi ne sia mai stato spettatore. Invece, con grande sollievo, esco dall’ascensore in un grande spiazzo vuoto e assolato. Lui c’è, ma lontano, ritto in piedi e fermo quasi sul bordo esterno che dà, a precipizio, sulla nostra città. Che sta facendo? Quali sono le sue intenzioni? Cammino veloce, ma mi sembra di metterci un’eternità per arrivargli a fianco. Non registra in alcun modo la mia presenza. Sta forse meditando sulla la nostra città? Una città brulicante di storie che aspettano solo di essere raccontate, come avrebbe detto J. Peep, il mio docente di scrittura creativa. Ma no, il direttore non pensa alle storie, forse non pensa nemmeno alla città. Infatti non la guarda. Guarda il cielo saturo di nulla davanti a sé, davanti a noi, con uno sguardo fisso e opaco. Non so cosa fare. Tossicchio. Niente, nessuna reazione. Allora mi metto anch’io a guardare il vuoto – è da tanto che non lo facevo. E penso anch’io, a modo mio, come facevo soprattutto una volta, prima di essere assunto qui. E mi viene in mente che ci sentiamo in colpa verso il direttore perché lui è immortale, vive nello strazio imploso d’essere immortale, e lo fa per noi. Poi mi viene in mente che questo sarebbe il momento giusto per buttarmi nel vuoto. Scriverei così col mio, col nostro corpo un bel finale, coerente con il resto del racconto; un finale che piacerebbe molto a J. Peep. Lui ci insegnava che per una bella storia ci vuole sempre un bel finale, coerente. Ma io tanti anni fa me ne sono andato da Youngstown proprio perché ‘sta storia dei finali coerenti non mi ha mai convinto. Dove sono in natura i finali? Dove sono le storie?

Dunque, ho deciso: non mi butto. Faccio un sospiro profondo, mi giro sulla mia sinistra, verso il nostro direttore e a nome di noi tutti gli dico:

Incontro a Lecce sulla scrittura teatrale

Teatro Paisiello di Lecce

25 novembre 2016

ore 19

SCRIVERE IL TEATRO
Renato Gabrielli

Come si scrive un testo teatrale?
Renato Gabrielli, drammaturgo, coordinatore del corso per autori teatrali alla Paolo Grassi di Milano e docente alla Scuola di Cinema e Televisione di Milano, propone strumenti pratici e spunti analitici, servendosi di esempi tratti dalla migliore drammaturgia moderna e contemporanea.

Progetto in residenza di Astràgali Teatro al Teatro Paisiello sostenuto da Regione Puglia, Mibact, Teatro Pubblico Pugliese, Comune di Lecce

INGRESSO LIBERO
ORE 19:00

Info e prenotazione: teatro@astragali.org – 0832.306194 / 320.9168440

è parte del “PROGRAMMA REGIONALE DI SPETTACOLO DAL VIVO PER
LA VALORIZZAZIONE DELLE RISORSE CULTURALI ED AMBIENTALI DELLA PUGLIA – 2016″
finanziato dal Fondo di sviluppo e coesione FSC 2007-2013 – APQ rafforzato “Beni ed attività
culturali” e in attuazione dell’articolo 45 del D.M. 1° luglio 2014 del Ministero per i Beni e per le
Attività Culturali e per il Turismo come definito dall’intesa sancita il 18/12/2014 tra il Governo, le
Regioni e le Province autonome.

Come restare svegli

Prima di ricevere un diploma honoris causa da parte dell’Accademia dei Filodrammatici, che compie in ottima forma 220 anni (auguri!), il regista Declan Donnellan, stimolato dalle domande di Bruno Fornasari e Tommaso Amadio, ha offerto al pubblico numerosi spunti di riflessione tutt’altro che banali sulla pratica teatrale, sul mestiere dell’attore, ma anche sui rapporti tra arte, cultura e politica.

Donnellan è con ogni evidenza amante della buona conversazione, arguto, facondo, incline all’aneddoto fulminante e alla storiella esemplare. Ha una sorta di piacevolezza tagliente, o di garbo spietato, con cui smaschera luoghi comuni e narcisistiche indulgenze che infettano il linguaggio del teatro contemporaneo. Il suo bersaglio polemico primario sembra essere il soggettivismo, la pretesa d’espressione e controllo della propria interiorità da parte dell’attore/soggetto; che trova il suo corrispettivo, uscendo dalle mura teatrali, in un antropocentrismo irresponsabile. L’attore di Donnellan è dunque, al contrario, in perenne ascolto dello spazio che lo circonda e costruisce il percorso del personaggio sulla base non solo della volontà, ma anche e soprattutto delle paure del medesimo. Con intuizione psicologica meritevole d’approfondimento, Donnellan sostiene infatti che gran parte delle nostre azioni sono determinate, più che da una volontà vera e propria, dal timore delle conseguenze del non compierle. Ha detto proprio così? Non ho preso appunti, e comunque mi sarebbe impossibile riassumere fedelmente quell’ora circa di pertinenti divagazioni. Peccato per chi non c’era, lunedì sera ai Filodrammatici di Milano.

Mi aggancio piuttosto a un’osservazione in apparenza marginale del regista premiato, perché va a toccare un tema su cui ho già scritto inutilmente, ma che non riesco a togliermi dalla testa. Racconta Donnellan che dopo un devastante attentato terroristico ha ascoltato alla radio un dibattito tra un laburista e un conservatore, atrocemente uniti nell’individuare la soluzione in una sola parola: education. Come se fosse in primo luogo e semplicemente una supposta mancanza d’istruzione nei terroristi a poterci fornire una spiegazione tollerabile dei loro atti; e l’indicazione di una strada per estirparne le radici. Idea, questa, che non regge a un minimo confronto con la realtà fattuale. E’ come se all’interno del discorso pubblico fosse impronunciabile, perché troppo disturbante, il puro odio, la volontà di distruzione dell’altro come movente dell’azione politica. Ecco allora che il teatro diventa, o permane quel luogo in cui si possono ancora fare i conti, pericolosamente, con il fondo magmatico, irrazionale, distruttivo che la civiltà umana con alterne fortune cerca di reprimere o dissimulare. Fin qui Donnellan, per come me lo ricordo. Da qui continuo a modo del tutto mio.

Seguendo un processo logico simile a quello dei due politici inglesi alla radio, nei giorni successivi agli ultimi attentati di Parigi il nostro presidente del consiglio ha ripetutamente dichiarato che la risposta italiana si sarebbe anche sostanziata in maggiori investimenti nella cultura. Ad allora risale l’invenzione del “bonus cultura” per i diciottenni, attualmente in corso di faticosa distribuzione; una misura che ritengo iniqua, volgarmente paternalistica e inefficace. Ma non mi soffermerei sulla discrepanza tra proclami politici e risultati; abbiamo fatto l’abitudine a sconnessioni perfino abissali. Ciò su cui mi interrogo, da persona che lavora nel cosiddetto settore culturale, è l’uso sempre più spregiudicato che viene fatto del termine “cultura” nel dibattito pubblico.

C’è come un’esasperazione in parodia d’una storia vecchia e un tempo seria: quella del predominio, ideologico e di micro-potere, della sinistra in quest’ambito. Persa la bussola di una progettualità politica praticabile e ben distinta, la fu-sinistra trova nella difesa (retorica) della “cultura” un’ultima bandiera identitaria; mentre una destra sempre più illiberale vi si contrappone senza residuo ritegno. In mezzo a questo gran chiasso strumentale, diventa sempre più difficile fare semplicemente il proprio lavoro – di teatrante, per esempio – in piena autonomia. La pessima riforma del teatro elaborata e poi imposta per decreto da due governi di fu-sinistra, con l’unica buona argomentazione che la si attendeva da decenni, ha tra i suoi effetti più prevedibili una riduzione degli spazi di autonomia e libertà per gli artisti. A quanto pare, però, è già in cantiere una riforma della riforma. E così via, riformando. I veri creativi sono al potere, e giocano con algoritmi.

D’altra parte, è una sfida interessante, che si rinnova sempre diversamente, con sempre maggiori difficoltà, quella di un’autonomia profonda, radicale, del teatro dalla politica. Io non so se ce la faccio, ma ci sono tanti colleghi in gamba che possono e vogliono praticarla. Ciò che davvero mi preoccupa è il problema inverso: la scarsa autonomia della politica dal cattivo teatro. Perché proviene proprio dal teatro, pur rifrangendosi e propagandosi attraverso i mezzi di comunicazione dell’era digitale, lo storytelling ipnotico e compiacente che trasforma il cittadino in spettatore, lo spettatore in cliente che ha sempre ragione. Ritroviamo una degradata teatralità nel rivolgersi al popolo/pubblico in apparenza da pari a pari, sempre a conferma dei suoi supposti gusti o pregiudizi, facendo leva sull’emozione contro il ragionamento, servendosi di narrazioni suggestive per imporre indiscutibili interpretazioni della realtà.

E già, le narrazioni. Le storie. In una domanda a Donnellan, Fornasari citava il drammaturgo Simon Stephens a proposito della necessità avvertita dal pubblico, in questi anni di crisi, di sentirsi raccontare delle storie. E come non essere d’accordo con Stephens? Ma c’è storia e storia. Ci sono storie che ci aiutano ad addormentarci e storie che ci costringono a stare svegli. E’ solo di queste ultime che personalmente sento il bisogno; e di un teatro che non si limiti a raccontarle, ma ne faccia scaturire relazioni vitali, nel tempo presente. Non per distrarmi dall’oscurità che avanza, né per condannarla, ma perché possiamo attraversarla assieme, a occhi aperti.

 

Le lingue del teatro – una risposta

Nell’ultimo numero di “Hystrio” (4/2016) c’è un ricco dossier sulle lingue del teatro, a cura di Claudia Cannella e Sara Chiappori.

Sono tra gli autori interpellati con la domanda: “Esiste una lingua del italiana del teatro o esistono tante lingue diverse?”

Riporto qui sotto la mia risposta.

Malgrado la forte spinta all’omologazione da parte di M & M (Mercato & Ministero), la drammaturgia italiana contemporanea presenta ancora uno spiccato pluralismo sui piani di lingua, registro e stile. Ciò deriva – credo – dalla necessità per autori e compagnie d’elaborare soluzioni originali, sebbene effimere, al noto problema storico della debolezza dell’italiano come lingua per la scena. Ci si ritrova così a costruire degli idiomi bastardi e vitali, attingendo non solo a dialetti, ma a lingue straniere, gerghi sub-culturali, codici appartenenti ai media elettronici, mescolando alto e basso, registri letterari e legati alla quotidianità. La scrittura teatrale che trovo più interessante è difficile da tradurre in altre lingue e trasporre in forma narrativa o cinematografica. Amo scoprire negli spettacoli cui assisto una poetica irriducibile; un punto di vista specificamente teatrale sulla realtà. Non mi basta una storia “raccontata bene”, che si potrebbe raccontare più o meno allo stesso modo sulla pagina o sullo schermo. Non perché non mi piacciano le storie; d’altronde, nei miei stessi testi l’elemento narrativo è sempre presente. Ma l’enfasi che negli ultimi anni si pone su questo aspetto mi dà la nausea. È nel come si racconta, rappresenta, evoca o evita una storia che acquista senso fare teatro e si esercita la nostra libertà. La molteplicità di approcci, anche eccentrici, al problema della lingua mi pare dunque sintomo e garanzia di libertà intellettuale. Penso che il giorno in cui dovessimo constatare l’esistenza di una sola lingua italiana del teatro non sarebbe un buon giorno. Perché sarebbe probabilmente la lingua dello storytelling di regime. Il regime, già oggi soffocante, dello storytelling.

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