Ombre Wozzeck

D’accordo, il titolo non è pensato per attirare le masse. Claudio Morganti non è noto al pubblico televisivo. Non c’è nulla in Ombre Wozzeck che possa suscitare un vivo interesse mediatico. Ma si tratta di uno spettacolo di grande forza teatrale, e mi piacerebbe che lo vedesse parecchia gente – molta di più di quella che come me si trovava ieri sera al Teatro dell’Arte di Milano. Dunque le righe che seguono non sono una recensione, ma il mio piccolo contributo al passaparola.

Ciò che più ho ammirato in questo lavoro è la capacità di distillazione da parte di Morganti e della sua compagnia: lo studio approfondito che hanno compiuto su Woyzeck di Büchner e su  Wozzeck di Alban Berg non viene esibito, spiegato, imposto. Emerge semmai, nell’operina in apparenza lieve e stralunata che ci viene proposta, un costante sforzo di sottrazione dell’ovvio, di sottile messa in allerta dello spettatore. C’è una combinazione di meccanismi di straniamento che parrebbe allontanarci dalla vicenda di Woyzeck, impedirci qualunque forma di empatia. Davanti a un semplice telo bianco, “il telo della Morte”, Morganti a mo’ di beffardo  intrattenitore racconta la storia, anzi no: la liquida in tre frasi, poi entra ed esce da svariati personaggi, abbozza divagazioni sui massimi sistemi teatrali, gigioneggia e si raggela, a volte simula vuoti di memoria. Dietro al telo bianco, gli altri attori danno vita ai quadri più significativi dell’opera büchneriana, giocando con le proprie ombre in un esperimento di teatro di figura che sembra rendere omaggio, per la stilizzazione dei gesti e per le scelte musicali, al cinema espressionista. Il testo è asciugato fino all’osso, reso perfettamente complementare a una partitura d’azioni semplificate e significative. Le immagini che dietro il telo si compongono sono talora di notevole bellezza, però effimere: non ci si dà mai il tempo di avvertire un compiacimento estetico, o di lasciarci rapire emotivamente. In questa programmatica avversione al sentimentalismo avverto uno spessore etico e una sostanziale fedeltà a Büchner.

Quando l’intrattenitore/Morganti nega il racconto di una storia e sottolinea di non voler rappresentare nulla, non ci troviamo di fronte a una boutade da vecchia avanguardia. Il nulla di cui parla ci ricorda il cielo grigio in cui Woyzeck vorrebbe conficcare un chiodo, per impiccarsi. Perché questo spettacolo, sebbene proceda leggero e non sia privo di spunti di livida comicità, è pervaso da un senso di morte incombente e d’irrevocabile distacco. Roba non di moda o di stringente attualità, certo. Tuttavia, come dicevano gli Stones a proposito del rock’n’roll: lo so, è solo teatro, ma mi piace.

Chiudo ricordando i nomi degli attori che impeccabilmente affiancano Morganti: Gianluca Balducci, Rita Frongia (anche drammaturga), Francesco Pennacchia, Antonio Perrone, Gianluca Stetur, Grazia Minutella. Per tutte le altre informazioni, rimando al sito del CRT di Milano.

It’s always tea-time a Brescia

Prima trasferta, dopo il debutto lo scorso settembre allo Spazio Lachesi di Milano, per It’s always tea-time, creazione del Teatro delle Moire cui ho collaborato come dramaturg.

Sabato 28 gennaio alle 21, nell’ambito di una ricca e varia “notte della cultura”, lo spettacolo inaugura il nuovo Spazio Teatro Idra, in pieno centro a Brescia, e il Wonderland Festival , che è di fatto, per la cura della programmazione e l’articolazione nel tempo, una piccola stagione teatrale di qualità. Ne va reso merito a Davide D’Antonio e a Teatro Inverso, che osano rilanciare in tempi di crisi e non perdono di vista la nuova drammaturgia, neppure sul versante della formazione: lo dimostrano la riproposizione del Bando Urgenze, quest’anno sotto la guida di Stefano Massini, e l’inserimento di un laboratorio di scrittura per il teatro, da me curato, nel programma di corsi del nuovo spazio.

Riporto qui sotto le informazioni relative alla serata del 28.

INAUGURAZIONE SPAZIO TEATRO IDRA E WONDERLAND

Sabato 28 gennaio 2012
Spazio Teatro Idra, Teatro San Carlino
OPENING NIGHT | LA NOTTE DELLA CULTURA
Celebrare per una notte intera la cultura, sperando di non ballare sulla tomba di un morto.
Aprire un Teatro, una residenza di produzione nel centro storico di Brescia per offrire alla città un nuovo luogo dove il pensiero possa crescere liberamente e trasformarsi in ricchezza per la città stessa; un luogo dedito al contemporaneo, aperto agli attraversamenti più inediti, con un occhio particolare alle giovani generazioni.

ore 19.00: Teatro San Carlino: saluti
ore 19.30: Teatro San Carlino: aperitivo in musica con Roberto Perata, Barbara Vignudelli
Musica di grandi autori dei primi del ‘900 tra i quali Francis Poulenc, Kurt Weill e Gershwin
Spazio Teatro Idra
ore 21.00: It’s always tea time – Teatro delle Moire
Un lavoro graffiante e visionario per suono e immagini, ispirato lontamente al mondo di Alice nel paese delle meraviglie.
ore 22.30: performance Il disegnatore in giogo – Giuliano Guatta
Il disegnatore è aggiogato. Un’asse di legno è posta sul suo dorso, legata alle spalle, alle braccia e ai polsi. Le mani impugnano i consueti strumenti di rilevamento del vero, muovendosi alle due estremità dell’asse, registrando sulle pareti della piccola stanza, attraverso la traccia, il movimento o la stasi della sua permanenza, la presenza o l’assenza, il passaggio di chi entra e chi esce.
Sismografia della transizione.
Memoria della Croce, della bilancia e della soggezione, del volo e del relitto,  del bue che tira l’aratro.
ore 23.00: musica barocca a lume di candela con Roberto Perata, Barbara Vignudelli
ore 00.00: performance Scoppiare o volare – equilibri avanzati
col patrocinio del Centro diurno Rovedolo (BS)
Azione collettiva legata a un filo
Palloncini gonfiati al soffitto… fili che scendono e misurano lontananza o incontro… colori per giocare con la propria identità. Vuoi “scoppiare” o “volare”?
ore 00.30: performance 360° Persistenti – di Elena Crisanti con Laura Masotto
“360° persistenti” è l’animazione che gira davanti; ripetuta, uguale ma diversa in tutti i suoi lati mutanti: i punti di vista!  “Il mondo in testa”, crea e ricrea punti di contatto, di luci ed ombre;
intrighi, ammiccamenti, malinconie e solitudini…
Evoca i pieni e i vuoti dell’anima con le innumerevoli sfaccettature che ne intercorrono e i passaggi segreti a  360° almeno, come magia vitale!
ore 01.00: dj set – Dj Vitus
ore 02.00: proiezione corti di Antonio Palazzo e Cristian Benaglio

Corto di Cristian Benaglio: Come si dice
Un prete, mentre apre il bar della chiesa parrocchiale, vede un uomo che lo stava aspettando. Il film è il racconto del loro inusuale incontro e della conversazione che intrattengono.
PREMIO “Studio Universal” (+ emissione sul network Studio Univers.) — Capri Art FFest
PREMIO DELLA GIURIA – HAB Film Fest (Presidente di giuria FF Coppola) — Venezia
Corto di Cristian Benaglio: Aquavitae
Le vicende di un giovane aspirante pianista e del suo maestro si intrecciano tra sconsolati abbandoni al sentimento del nulla e velleitari tentativi di risollevarsi, fino a culminare in un grottesco ma efficace espediente che, alla stregua di un gioco innocente per due bambini un po’ annoiati, si presenta quale via di salvezza per entrambi.
Corto di Antonio Palazzo: Brescia… e ti senti a casa
Una coppia normale vive la propria quotidianità in una casa davvero particolare.
Miglior clip 2011 – FilmLab Film Festival Brescia da Girare
ore 02.30: Pillole -  Teatro Inverso – con Patrizia Volpe regia Davide D’Antonio
Le Pillole sono una serie di monologhi il cui filo conduttore è l’analisi sulla figura della donna nella nostra contemporaneità. Un’analisi scanzonata e impietosa che sviscera tutte le debolezze ed esalta le sue forze in un’epoca che le propone sfide sempre più gravose.
Per la serata verrà presentato il monologo “NATASHA” la storia di una prostituta che scopre la sua vera vocazione: fare la badante.
ore 03.00: dj lounge – Dj Vitus
ore 04.00: colazione e saluti
Ingresso Libero* con tessera associativa annuale obbligatoria
2 euro tessera standard
10 euro socio sostenitore
(*ad esclusione dello spettacolo delle ore 21,00 di Teatro delle Moire – intero euro 8 – ridotto euro 5 per over60 – under22)
Spazio Teatro Idra, Vicolo delle Vidazze 15 – 25122 Brescia
Tel. 030.3701163 – Cell. 339.2968449

Hystrio di gennaio-marzo

HYSTRIO

trimestrale di teatro e spettacolo

È uscito il numero di gennaio-marzo 2012!

Il teatro in Giappone oggi è l’argomento del dossier pubblicato su Hystrio 1.2012.  In continua dialettica fra tradizione e innovazione, apertura all’Occidente e conservazione, il teatro nipponico del terzo millennio mantiene comunque salda la sua identità nazionale. Generi storici, come , kabuki, bunraku e kyōgen, sono diventati oggetto di sperimentazioni che creano ponti tra passato, presente e futuro. E poi c’è la scena contemporanea, che parte dal butō per arrivare ad artisti ormai internazionali come Suzuki, Teshigawara e Hirata, e a un teatro di ricerca capace di contaminarsi con tecnologia e multimedialità (a cura di Giovanni Azzaroni e Matteo Casari, con interventi di Giorgio Amitrano, Gunji Yasunori, Mao Wada, Bonaventura Ruperti, Takada Kazufumi, Maria Pia D’Orazi, Elena Cervellati, Cinzia Coden, Gala Follaco, Camilla Gennari Feslikenian, Enrico Pitozzi, Katja Centonze, Cinzia Toscano, Matilde Mastrangelo, Doi Hideyuki, Giuseppe Liotta ).

Ad aprire il nuovo numero, un omaggio a Eugenio Barba e all’Odin Teatret, in occasione dei cinquant’anni della loro attività e un focus sulla Biennale Teatro veneziana con le regie di Ostermeier, Fabre, Lauwers, Bartís, Castellucci, García, Bieito e Kaegi. Seguono tre incontri-interviste con Alessandro Gassman, con la danzatrice e coreografa Constanza Macras e con Antonio Calbi (di Claudia Brunetto , Roberto Canziani , Fausto Malcovati , Diego Vicenti).

Le corrispondenze dall’estero toccano, questa volta, Berlino, Londra, Dublino, Vilnius, Wroclaw, Praga, Riga e Johannesburg (di Elena Basteri , Margherita Laera , Gabriella Calchi Novati , Stefania Bevilacqua , Laura Caretti , Pino Tierno , Sergio Lo Gatto , Renate Klett ), mentre due approfondimenti riguardano il Teatro di figura (Incanti e IF Festival) e il Teatro ragazzi (Segni d’Infanzia e Zona Franca).

Completano il numero le consuete rubriche sulle recensioni di teatro, danza e lirica, le novità editoriali (a cura di Albarosa Camaldo ) e il notiziario (a cura di Roberto Rizzente ). Infine, il testo: Babele di Ana Candida de Carvalho Carneiro, vincitore della prima edizione 2011 del Premio Hystrio Scritture di Scena_35.

La copertina e l’immagine di apertura del dossier sono state appositamente realizzate per noi da Chiara Dattola.


I diritti di chi non si offende

Non amo e – purtroppo per me – in larga parte non capisco il teatro della Socìetas Raffaello Sanzio. Ma si tratta di una delle compagnie italiane più famose e apprezzate nel mondo, e trovo naturale e opportuno che un teatro della mia città, Milano, abbia deciso di programmare il suo spettacolo Sul concetto del volto del Figlio di Dio. Com’è noto, lo spettacolo, diretto da Romeo Castellucci,  ha suscitato forti proteste di gruppi cattolici tradizionalisti quando è stato rappresentato in Francia;  il Teatro Franco Parenti ha motivo di temere che il fenomeno si ripeta qui da noi. Sollecitata a intervenire nel dibattito che ne è seguito, la curia milanese ha chiesto alla direzione del teatro “una maggiore attenzione al momento della programmazione degli spettacoli”. Non ha invece preteso o suggerito la sospensione del lavoro di Castellucci, e questo è parso al laico Umberto Veronesi, oggi sul “Corriere della Sera”, un segnale di saggezza e apertura al dialogo. Be’, sapersi accontentare fa bene alla salute e allunga la vita: dunque avrà ragione lui. Del resto – anche se il dilagante gusto per il vintage ce la fa rimpiangere, assieme ai vecchi flipper, ai poster con le maggiorate e ai film di Ciccio e Franco – non siamo più ai tempi della censura democristiana. Sinceramente, non penso che una presa di posizione della Chiesa Cattolica possa limitare più di tanto la libertà di espressione; nemmeno in Italia. Più che nell’annosa dialettica tra laici e cattolici, o tra liberali e conservatori, la bagarre intorno a Sul concetto del volto del Figlio di Dio trova a mio avviso una chiave di lettura nel radicarsi, a ogni livello della nostra società, di un modo di pensare politicamente (e religiosamente, e culturalmente) corretto.

Torniamo all’interessante documento della Curia. A che cosa dovrebbe rivolgere maggiore attenzione la direttrice del Franco Parenti? A che sia rispettata la sensibilità dei credenti. Andrée Ruth Shammah assicura di avere prestato la massima attenzione a questo aspetto. Il regista ha tagliato dalla versione che sarà presentata a Milano la scena più controversa e potenzialmente offensiva. Ma ad alcuni credenti ciò non basta. E non c’è da stupirsi: la sensibilità è un dato squisitamente soggettivo. E poco conta il suggerimento, d’antico buon senso, di tenersi lontani da quel teatro in cui si teme di venire offesi. La sensibilità può essere ferita anche da lontano, per eco mediatica, per sentito dire. Dopo il tramonto delle ideologie, ci ritroviamo ad aggrapparci a fragili vincoli identitari. Le comunità (basate non necessariamente su un comune credo religioso, ma anche su convinzioni politiche, appartenenza etnica o territoriale, stili di vita) si sentono facilmente minacciate da comportamenti e opinioni perturbanti; in certi casi, opporsi a quelle che vengono percepite come “offese” diventa fondamentale per la loro coesione interna. Ciò genera un clima di diffusa permalosità sociale, uno spazio pubblico in cui le chiacchiere sul “dialogo” e sul “rispetto” fanno velo all’incapacità di accettare, prima di tutto sul piano emotivo, quel che risulta diverso o incomprensibile.

Nel campo delle arti, la degenerazione di quella che negli anni novanta il critico Robert Hugues ha felicemente battezzato “cultura del lamento” porta a un effetto paradossale. Da un lato, gli artisti e gli organizzatori si trovano a farsi condizionare da una sorta di cautela preventiva: stiamo attenti, sempre più attenti a non offendere nessuno – producendo così ovviamente opere inoffensive, rivolte a settori di pubblico in cerca di rassicurazione rispetto ai propri preconcetti e comode aspettative. D’altro lato, può essere forte la tentazione di andare volontariamente all’attacco della sensibilità di qualcuno, correndo qualche pericolo ma magari puntando alla visibilità mediatica (beninteso, questo non è il caso della Raffaello Sanzio, che di pubblicità non ha bisogno). Insomma, lo spazio per un’arte libera, che non abbia né faccia paura, che non abbia bisogno di definirsi provocatoria perché provocatoria lo è sempre, si restringe.

A questo proposito, e senza alcun intento polemico, vorrei porre una questione. Benissimo, tuteliamo i diritti di chi potrebbe offendersi. Ma a chi non si offende, chi ci pensa? Sì, perché ci sono persone, e sono ancora tante, credenti e non, che amano andare a teatro, al cinema, a una mostra, o leggere un libro, mettendo in conto la possibilità di essere spiazzati rispetto alle proprie intime convinzioni, turbati, magari feriti. Non è indispensabile, non è un obiettivo, ma può accadere. Ci si può arrabbiare, anche molto, oppure rimettere in discussione. Ma fa parte del piacere e del senso della fruizione artistica. Come spettatore milanese, mi preoccupa la prospettiva che i direttori dei teatri facciano “maggiore attenzione” a non urtare le sensibilità – religiose o secolari che siano. Mi aspetto di poter vedere lo spettacolo di Castellucci, se ne avrò voglia, senza che alcuno mi insulti o mi disturbi. Mi dispiace che abbia tagliato la scena “scandalosa”. Non so se mi scandalizzerebbe. Magari sì. Ma almeno, vedendola di persona, mi farei un’idea mia sulla questione. Farsi un’idea propria: suona strano, come desiderio?

Gentile arcivescovo di Milano, qui non si propone “un’esaltazione unilaterale della dimensione individuale della libertà di espressione”. Nessuno sostiene, in altri termini, che un regista teatrale possa dire o mostrare tutto quel che gli passa per la testa. Ci sono dei limiti legali, per esempio in caso di diffamazione o istigazione a delinquere.  Tutte le libertà hanno – è chiaro – dei confini, che lo Stato moderno definisce anche per sottrarli alle sabbie mobili della “sensibilità” (e dunque all’arbitrio) di individui o di gruppi organizzati. Qui si dice che l’apertura mentale, la curiosità intellettuale, la capacità di assumersi dei rischi quando si parla e quando si ascolta sono qualità preziose per la vita civile, e ben diverse dalla falsa tolleranza e dall’indulgenza a blande auto-censure in cui la nostra cultura sta sprofondando. In difesa di chi coltiva tali qualità, da una figura del suo rilievo mi sarei aspettato delle parole più chiare. Ma se non arriveranno – per carità – non mi offendo.

Tra i numerosi  articoli relativi a questo “caso”, segnalo in particolare quello di Oliviero Ponte di Pino su ateatro.it; sui siti di Repubblica, Corriere, Fatto Quotidiano, Avvenire e del Teatro Franco Parenti si trovano con facilità gli interventi cui faccio riferimento in questo post.

Riassunto – 10 (con lieto fine)

Se davvero avesse fatto uccidere il prestigioso critico Albino Vanelli, orribilmente e senza risparmiare i suoi amati cani, per mano di un inquietante vicino di casa e compagno di bevute di origine slava, allora Ferdinando potrebbe ambire a una sorta di grandezza criminale, o grottesca, o grottescamente criminale. Ma, com’è ovvio, non l’ha fatto. Nessuna grandezza per il non-eroe. Il piano delinquenziale gli è rimasto troppo a lungo nella testa, allo stadio di elucubrazione, fantasia, chiacchiera da bar senza bar; finché la natura non l’ha battuto sul tempo, portandosi via Albino così, con un malanno banale, senza pathos o messaggi profondi, come succede a noi tutti o quasi. E Ferdinando lo rimpiange; le folate di impotente rancore verso quel solone superbo e malvagio gli riempivano le giornate e gli mancano quasi quanto la quotidiana e soavemente insopportabile telefonata della madre. Non riesce più a incolpare nessuno, tranne se stesso, del completo fallimento delle proprie ambizioni artistiche, del gigantesco aborto del suo Progetto. E così – tra lutto familiare, scomparsa del nemico, naufragio di speranze d’arte e d’amore – il nostro non-eroe si è rassegnato a essere quel che è. Saggezza? Ci piacerebbe supporlo. Invece è follia stordita, resa quieta a viva forza da sprangate di dura realtà. Per fortuna, comunque, Ferdinando può almeno campare decorosamente, grazie al tesoretto messo da parte per lui con amorosa previdenza dalla madre; e il buon amico Riccardo, volentieri dimenticate le sue intemperanze al “Canarino Marcio”, gli ha trovato un nuovo lavoro part-time. Certo, scrivere articoli redazionali per il bimestrale “Sculture da giardino” non corrisponde ai suoi desideri più viscerali, ma ai suoi desideri più viscerali Ferdinando non pensa più. Dopo alcuni mesi di lontananza e silenzio, ha rivisto la sua antica musa, Elisa. E’ stato un bell’incontro, fondato sul presupposto della matura accettazione, da parte di lui, dell’impossibilità di un amore impregnato di deliranti proiezioni artistoidi. Lei l’ha abbracciato e gli ha detto parole tenere e sincere di conforto per il recente lutto. Poi, gli ha presentato il suo nuovo fidanzato. E’ un insegnante di shiatsu calvo, robusto, equilibrato. Ferdinando si rallegra, tra sé e sé, per il fatto che Elisa abbia trovato la forza per lasciare il fidanzato precedente, quello con il nome da gabbiano, che la rendeva parecchio infelice. L’insegnante di shiatsu gli sta abbastanza simpatico. Hanno cenato tutti e tre assieme in un ottimo ristorante vegano. Ferdinando sta valutando se iscriversi a una lezione di prova al centro di discipline orientali in cui lavora il fidanzato della sua ex-musa. Fa una vita sempre più sana, avendo smesso di uscire di notte e ubriacarsi con il suo vicino di casa, da cui ha preso garbatamente le distanze, disapprovando il suo atteggiamento aggressivo nei confronti delle donne, degli omosessuali e delle minoranze etniche. Tutto qui. Fine.

Ma può essere questo il lieto fine promesso agli sparuti, ostinati lettori del presente riassunto? No.

No, non c’è letizia nel realismo, e tantomeno nella realtà, e quindi ci toccherà andarla a cercare nei sogni di Ferdinando, almeno quando gli incubi gli danno tregua, nei sogni da lui stesso dimenticati, quelli in cui non si è arreso. Per esempio, in questo sogno lui è un grande artista – quale in fondo è sempre stato, tra le pieghe multi-dimensionali di un qualche universo parallelo. E’ un artista umile, tranquillo: non ha bisogno di difendersi con l’orgoglio, perché intorno a lui c’è un paese che ha capito il suo genio e quel paese si chiama Belgio. Nella verde pianura belga c’è un grigio, imponente ex complesso industriale belga, adibito a grandi mostre e installazioni di arte contemporanea performativa di livello internazionale. Mentre a grandi falcate di sogno si avvicina a quel colossale santuario della cultura europea, Ferdinando sente il cuore battergli forte, più forte: il Progetto! Lo sapeva, lo sentiva che sarebbe venuta l’ora… Si mette a correre veloce, più veloce, all’impazzata: non vuole certo perdersi l’inaugurazione – e infatti è già lì fuori, mescolato alla folla d’intenditori e appassionati d’arte contemporanea, a gustarsi le prime stupefacenti performance en plein air ideate da quell’incorreggibile provocatore (lui stesso) che con questo definitivo Progetto risponderà da par suo a poche, semplici domande: che cos’è l’uomo? Perché vive? Cosa vuol dire tutto questo?… In principio c’è un forte spiazzamento. Anche Ferdinando è spiazzato. Infatti non si ricorda, nel sogno, perché ha fatto portare in Belgio tutte quelle zebre, che ora si aggirano infreddolite, smarrite, tra gli umani parimenti perplessi… E’ una metafora? Uno slittamento concettuale? Un capriccio cromatico? Un auto-ironico omaggio alla “fase zoomorfista” che all’artista aveva assicurato in gioventù un effimero successo? La situazione si chiarisce non appena entrano in azione, spogliandosi con perfetto sincronismo degli abiti borghesi con cui dissimulavano la loro identità al silicio, decine di robot antropomorfi, maschi e femmine, di ultimo modello e importati dalla Corea. Centoventi androidi la cui programmazione è unicamente finalizzata a fornire prestazioni erotiche da sogno. Ecco! Per l’appunto!… E’ alla tensione tra queste polarità irriducibili che allude la performance! Il bianco e il nero delle zebre… E poi l’animalità delle zebre stesse, contro la fredda tecnologia dei robot… Che però, per paradosso, eccitano fino allo spasmo la carne viva degli umani lì presenti, in Belgio… Siamo sull’orlo dell’orgia… Il sognatore si contorce, ansimando, tra le lenzuola, e sarebbe sul punto di rinnovare i fasti delle polluzioni adolescenziali, quando all’improvviso si spalanca il massiccio portone d’entrata del centro d’arte contemporanea e sull’ammasso di corpi eccitati piomba il silenzio. Uomini e donne, androidi e animali si ricompongono svelti e attenti, come fiutando la solennità dell’istante. Si mettono in fila, ordinatamente; entrano nel tempio belga dell’arte a due a due, con devota cautela, protesi a cogliere ogni minima sfumatura del messaggio finale dell’artista. Ferdinando entra insieme a loro, esplora insieme a loro gli spazi enormi di quell’antico complesso industriale. Niente. Tutto vuoto. Non c’è niente. O forse là in fondo, in controluce davanti a un’alta finestra, una minuscola figura umana, immobile; le si avvicina qualcuno, poi qualcun altro, infine tutti le compongono intorno un semicerchio, come se si aspettassero qualcosa da lei. E’ una donna sulla trentina, nuda. Una sedia da cucina le fa da piedistallo. Ha lo sguardo fisso davanti a sé e gli occhi pieni di lacrime, ma forse è il sognatore che vorrebbe piangere. Eliiiiiiisa… – pensa o mormora Ferdinando. E s’illude per un istante che la sua commozione, la gioia di fronte a quel dono di sé o danza fallita, sia condivisa anche dagli altri; ma dalla folla di fruitori d’arte sguscia in avanti un cagnolino storpio e quando Ferdinando lo riconosce è ormai troppo tardi per fermarlo. E’ Artaud, il partner più trasgressivo nella coppia canina prediletta da Vanelli. Solleva una zampa, insozza il piedistallo, e quest’oscena profanazione scatena i più bassi istinti di umani, zebre e robot. Insultano Elisa. Le lanciano oggetti. Le sputano addosso. Cagna. Baldracca. Fallita. Cialtroni. Buffoni. Ridateci i soldi. Questa non è arte. Andate a lavorare.

Nel fotogramma successivo del sogno, quelle voci ostili sono già svanite. Ferdinando è sospeso in aria, vola sopra il Belgio, l’arte e le sue miserie, la vita, stretto così forte a Elisa da non sapere più chi è chi. Questo volo dura un’eternità, oppure nulla. Poi, una bestemmia, urlata: è il suo vicino di casa, che saluta il nuovo giorno. Ferdinando sobbalza nel letto. Si stropiccia gli occhi. Non si ricorda già più quel che ha sognato; però sorride, perché ha la vaga sensazione che, oggi, vivrà volentieri.

Milano, città e spettacolo

Giovedì 1 dicembre, dalle 12.30 alle 14.30, verrà presentato alla Terrazza Martini in Piazza Diaz a Milano il volume Milano, città e spettacolo – teatro danza musica cinema e dintorni, edito da A.I.M. e curato da Antonio Calbi. Il libro contiene numerosi interventi critici e testimonianze di artisti e operatori culturali milanesi. Si può già leggere su ateatro uno stimolante saggio scritto per l’occasione da Oliviero Ponte di Pino: “Milano, città senza avanguardia teatrale“.

Qui sotto riporto il mio breve contributo al volume.

Siccome a Milano sono nato e ci abito con una certa continuità da circa quarantacinque anni, ho sempre cercato di occuparmene il meno possibile. A un piccolo borghese timido e sedentario, la scrittura offre la chance più accessibile e (ingannevolmente) rassicurante di viaggiare. Dato che ero chi ero, tentavo almeno di non essere dov’ero. Ho tuttavia fatto un’eccezione, intorno al 2000, quando Antonio Calbi mi ha commissionato un testo breve per la “Maratona di Milano”. Era il monologo di un imprenditore alla deriva, che perfino nella mezz’ora che precede il suicidio si dimostra incapace di ignorare lo squillo del suo cellulare ultimo modello. Curiosamente, dopo la “Maratona” Qualcosa trilla non è stato ripreso a Milano, mentre la sua traduzione in inglese a cura di Maggie Rose ha avuto un inatteso successo a Edimburgo e in altre città britanniche. Sarà stato perché l’alienazione di quel personaggio milanese poteva facilmente rimandare a quella di analoghi tipi metropolitani di lassù. Comunque, a più di dieci anni di distanza, penso che quel mio testo fosse un ricamo di personali idiosincrasie intorno a un’immagine di Milano-città-da-bere (stressante, superficiale e conformista) che già allora stava perdendo d’attualità.

Oggi mi sento più sereno rispetto a questa città, e forse un po’ più obiettivo. Sul suo ambiente culturale –  l’unico di cui ho una buona conoscenza diretta – posso testimoniare che è piuttosto serio e operoso. Milano, malgrado la riduzione di risorse degli ultimi anni, eccelle nell’acquisto e ospitalità di spettacoli, concerti, mostre ed eventi vari; ha numerosi spazi artistici, piccoli e grandi, molto ben gestiti. Credo tuttavia che in Italia questo sia il posto migliore per “consumare” cultura, ma non per produrla. In teatro, per esempio, alla forte concorrenza (caratteristica locale) si sovrappone lo scarso ricambio nei posti di potere (caratteristica nazionale), rendendo la vita difficile ai piccoli gruppi di qualità e, ancora di più, agli artisti-“cani sciolti”. Si tende ad attribuire alle istituzioni pubbliche tutta la responsabilità di questo scarso dinamismo, che però è reso possibile dalla mentalità conservatrice di noi teatranti, tanto più radicata – lo sappiamo – quanto più si ammanta di una sincera retorica progressista. I conflitti interni al nostro ambiente rimangono sottotraccia, borbottati, in un’armonia apparente sospesa tra buonsenso ambrosiano e tirare-a-campare. La gerontocrazia perfetta, del resto, è quella in cui i giovani sognano di invecchiare presto.

Se non vogliamo trasformarci una volta per tutte in artigiani specializzati nella manutenzione della falsa coscienza, dobbiamo ridare a Milano e alla sua vita culturale entusiasmo,  trasparenza e un po’ di sana crudeltà.

Non più

dal 9 al 19 novembre 2011

ore 20.45 (ingresso dalle ore 20)

II Casa di Reclusione Milano Bollate

Via Cristina Belgioioso 120 Milano

NON PIU’

Frammenti di libertà, all’improvviso

nuova produzione della Compagnia Estia – Teatro In-Stabile

Dall’esperienza del laboratorio teatrale annuale 2010 di Teatro In-Stabile aperto alla popolazione detenuta ed esterna, nasce questo lavoro, che oggi ha preso una struttura più definita grazie alla collaborazione con il drammaturgo Renato Gabrielli.

Lo spettacolo, che mantiene ben viva una parte legata all’improvvisazione, propone una riflessione semiseria su ogni tipo di libertà, fatta da chi della libertà personale non può fruire. In un articolato percorso tra frammenti narrativi e poetici, creati dal gruppo o “rubati” a grandi scrittori,  ciascun attore di Non più ricostruisce ciò che si è perso, gettato via, sprecato e invita chi ancora libero è a gestire in piena responsabilità un dono così prezioso. Innestando la partitura testuale in suggestivi quadri di teatro danza, gli attori detenuti e non della compagnia di Teatro In-stabile danno vita a un nuovo intenso lavoro.


In scena
: Michelina Capato Sartore, Enzo D’Alfonso, Flavio Grugnetti, Matilde Facheris, Jacopo Franzoni, Paola Manfredini, Cesare Mannatrizio, Vito Iorio Vincenzo, Cristian Flore, Massimo Lombardi, Rosario Mascari, Bruno Nocito, Luciano Acacio, Geronimo Roberto Suarez, Ligorio Raffaele, Pierfranco Sortino, Vittorio Mantovani.
Drammaturgia
: Michelina Capato Sartore e Renato Gabrielli
Luci: Juan Carlos Tineo Reyes – Paolo Vaccani
Elementi scenografici
: Juan Valdeiglesias
Coreografie: Elena Varesi
Costumi: Lapi Lou
Coordinamento registico
: Michelina Capato Sartore
Assistente alla regia: Adriana Dell’Arte

INFO E PRENOTAZIONI: www.cooperativaestia.org

Riassunto – 9

Prima di ogni lieto fine che si rispetti, come ci insegnano i manuali di sceneggiatura americani, l’eroe deve per forza trovarsi in una situazione grave, negativa, comunque di pericolo estremo, così estremo che possa essere risolta solo da uno sceneggiatore americano, o da qualcuno che abbia comprato almeno uno di quei manuali. Io di manuali americani ne ho due o tre, e dunque mi sento in diritto di applicare tale tecnica, che di certo funziona anche fuori dai film. A dire il vero, Ferdinando, il protagonista del mio non-romanzo, non è un eroe, e nemmeno un anti-eroe, dato che è, o forse non è, o meglio non-non è un non-eroe, ma non stiamo ad accapigliarci sui termini: l’importante è entrare nel vivo di un’azione avvincente, rischiosa, mozzafiato.

Dunque, Ferdinando è seduto da ore in una stanza indefinita, con la luce intensa di una lampada puntata negli occhi; nella stanza c’è anche una donna con un berretto a visiera corta in testa, che non parla e non si sa chi sia. Neppure Ferdinando parla, per alcune ore, e in effetti questa parte della storia non è avvincente. Però in compenso il nostro non-eroe pensa, ha cioè, come si suol dire, un’interessante dinamica interiore. Soprattutto si chiede come sia finito lì. La sua memoria è confusa. Dopo l’ottava puntata di questo riassunto, ha attraversato un periodo molto stressante, segnato dalla perdita dell’amata e odiata madre. Il lutto l’ha portato a chiudersi sempre di più e a lasciare da parte, almeno in apparenza, i sogni di gloria artistica. Non risponde neppure alle telefonate della sua antica musa, Eliiiiiiisa. Di giorno sta quasi sempre chiuso nel suo bilocale, a tapparelle abbassate. Il vecchio amico Riccardo, con cui al funerale della madre si è riconciliato, gli ha promesso di trovargli ancora una volta del lavoro, ma lui non si sente pronto. Esce all’imbrunire, rientra all’alba, e quando si butta stordito sul letto non ricorda bene dove sia stato nel frattempo. Ogni tanto fa due chiacchiere davanti a una birretta con il suo vicino di casa slavo. Non avrebbe mai immaginato di avere così tanti punti di vista in comune con quell’uomo spontaneo e sincero (e quindi banalmente etichettato come delinquente dai mediocri e pavidi abitanti piccino-borghesi del quartiere). Fine dei pensieri di Ferdinando. Torniamo alla vibrante pulsazione degli eventi.

Dopo una lunga immobilità, la donna col berretto porge a Ferdinando un noto quotidiano nazionale, aperto su una pagina di cronaca nera. A fatica, lui mette a fuoco una grande immagine: si tratta di una foto a centro pagina, che ritrae un uomo anziano ed elegante, dal sorriso vagamente beffardo, seduto in poltrona, con ai piedi due simpatici cani bastardi. A Ferdinando sembra di riconoscere un volto familiare. Vanelli. In effetti. Albino Vanelli. Aveva cercato in tutti i modi di dimenticare l’odioso solone, dopo l’umiliante incontro in cui si era abbassato a presentargli – con esiti disastrosi – il proprio ambizioso Progetto. E ora una sconosciuta gli piazza sotto il naso la smorfia supponente di quel rancido dandy e voyeur di cani invertiti. Che crudeltà inutile! Ma perché? Perché?… Dato che lei non glielo spiega, Ferdinando comincia ad abbandonarsi a congetture.

Che ci fa una foto di Vanelli in cronaca nera, e non nella più scontata sezione di cultura e spettacoli? Deve essere successo qualcosa, il critico deve avere fatto o subìto, diciamo subìto, qualcosa di brutto. Probabilmente: qualcosa di molto brutto. Di orrendo e irreversibile. Finalmente! – verrebbe da dire, anzi scappa detto a Ferdinando, che rompe così il lunghissimo silenzio; ma presto se ne pente, rendendosi conto di avere commesso una piccola imprudenza. Non è chiaro infatti con quali intenzioni la donna gli abbia porto il giornale: per quanto ne sa lui, potrebbe perfino trattarsi di una poliziotta (e in effetti, a guardarlo bene, il berretto che indossa pare proprio di quelli in dotazione alla polizia). E ‘sta poliziotta su cosa mai starà indagando, se non sul misterioso omicidio del famoso critico Albino Vanelli? Misterioso sì, l’omicidio, ma anche atroce, quasi fosse un omaggio alla connaturata atrocità del critico stesso… E la foto di gruppo fa pensare a Ferdinando che insieme al padrone siano periti, orrendamente, anche Pluto e Artaud. Mentre fantastica immaginando certi macabri dettagli, l’ex-artista performativo se la ride di gusto. Ma pure questa potrebbe essere un’imprudenza, perché se la donna è una poliziotta e la stanza in cui si trova con lei è in un commissariato, il fatto che lo abbiano tenuto a sedere per ore con una luce fissa negli occhi vorrebbe dire che lo si sospetta colpevole del delitto Vanelli. Un’assurdità! Compiere un gesto del genere non è da Ferdinando. Non si può dare a un critico tanta importanza da arrivare ad ammazzarlo – lui pensa, e dice alla poliziotta. E poi, anche volendo, non avrebbe il know-how e la forza fisica per scassinare nottetempo una porta blindata, narcotizzare due cani, introdursi nello studio della vittima, legarla a una sedia, con un coltellaccio sventrare le due bestie sotto gli occhi orripilati e imploranti pietà del solone infame, e infine cacciargli in gola le viscere canine ancora fumanti, fino alla sua morte per soffocamento o arresto cardiaco. Lavori di questo tipo noi italiani non siamo più in grado di farli e allora li affidiamo a gente di fuori, immigrati concreti che non si fanno tanti problemi, come per esempio il nuovo amico di Ferdinando, il vicino di casa slavo. Ma questo è solo un esempio – tiene a sottolineare Ferdinando – e non implica in alcun modo che lui abbia istigato a delinquere chicchessia. Tanto più che nessuno può provare che quei diecimila euro ritirati dal conto corrente della madre trapassata e corrispondenti esattamente alla cifra ritrovata in una busta sotto il materasso nella camera da letto dello slavo siano qualcosa di diverso da un generoso aiuto a una persona in difficoltà…

La donna non fa alcuna obiezione al monologo febbrile, sconnesso e inquietante di Ferdinando. Si limita a spegnere la luce. O forse è stato qualcun altro a spegnerla? Nel buio improvviso, nel silenzio, mentre gli dolgono gli occhi, la mascella gli si serra e la mente è attraversata da timori informi, il nostro non-eroe è giunto finalmente in una situazione di rischio da manuale, a un passo dal baratro oppure da un inatteso, magistrale e gratificante lieto fine.

Al via il Festival Connections

Tra giovedì 6 e domenica 9 al Teatro Litta di Milano si svolgerà la fase finale dell’edizione 2011 di Connections, un festival che vede impegnati gruppi di studenti di numerose scuole di Milano e provincia nella messinscena di testi teatrali appositamente commissionati. La mia farsa Maturità è stata adottata dall’Istituto Ettore Conti (in scena venerdì 7 alle 16) e, in abbinamento con 3D di Magdalena Barile, dal Liceo Beccaria (sempre venerdì, alle 21). Gli altri testi commissionati quest’anno sono di Emanuele Aldrovandi, Giuseppe Di Leva e Dada Morelli. Ma le scuole possono attingere anche all’ampio “portfolio” dei lavori di autori italiani e stranieri (con prevalenza anglosassone) proposti durante le edizioni precedenti.

Ecco, in dettaglio, il programma:

GIOVEDI 6

ore 15.00 – 18.00 Workshop 2, 3 e 4

ore 15:00 – Esito workshop 1

ore 16.30 – I RAGAZZI DELLE BARRICATE di D. Morelli, ISS G. CARDANO

ore 18:00 – GARGANTUA di Carl Grose, LA BRERA

ore 19:00  – BROKENVILLE di P. Ridley, IS VIRGILIO

ore 21:00  – STORIA DI UN VAMPIRO di M. Buffini, LS RUSSELL

VENERDI 7

ore 15:00 – 18:00 Workshop 2, 3 e 4

ore 15.00 –  QUANDO ERAVAMO VECCHI di E. Aldrovandi. IPSIA C. MOLASCHI

ore 16.00  –  MATURITA di R. Gabrielli, IS CONTI

ore 18:00  – LA BELLA E LA BESTIA di G. Di Leva, LS GANDINI VERRI

ore 19.00  – FUGEE di Abi Morgan, INTERNATIONAL SCHOOL OF MILAN

ore 21.00  – 3D + MATURITA, LC BECCARIA

SABATO 8

ore 14:00 – 17:00 Workshop 2, 3 e 4

ore 15.30 – 3D di M. Barile, IPSSCTAR A. Olivetti + ITCG E. Vanoni

ore 16.30 – incontro con autori

ore 17.30  – IN EQUILIBRIO di T. Urselli, LLI OXFORD

ore 18.30  – LE BELLE NOTTI + LOVE CAN SAVE YOU NOW, LS VITTORIO VENETO

ore 20.30  – AFTER JULIET di S. Macdonald, LS SEVERI

ore 21.30 -  Proiezione film Giffoni Film Festival

ore 22.30 – CONNECTIONS PARTY al Boccascenacafè presso Palazzo Litta – Corso Magenta, 24

DOMENICA 9

ore 15:00  –  18:00 Workshop 2 e 3

ore 15.30  –  I RAGAZZI DELLE BARRICATE di D. Morelli, ISIS Valceresio

ore 16.00  –  JUST di Ali Smith, IIS L. GALVANI

ore 18:00  – Esito Workshop 3

ore 19:00  – Esito Workshop 2

ore 21:00  – NOCCIOLINE di F. Paravidino, LC CARDUCCI

Due drammaturgie con le Moire

Con il proprio corpo, e un po’ anche con quelli altrui, tocca sempre fare i conti, alla fin fine; e man mano che si invecchia tutto il resto appare così opinabile che quasi passa la voglia di parlarne. Sarà forse per questo che negli ultimi anni è cresciuto in me un interesse incolto, goffo e genuino per le forme teatrali che privilegiano l’espressione corporea rispetto a quella verbale. E forse c’è anche una stanchezza tutta personale per le parole – o almeno per il modo in cui ultimamente mi ritrovo a metterle in fila. Alla ricerca di nuovi punti di partenza, o di possibilità di stupirmi, ho incontrato il Teatro delle Moire, con cui dall’anno scorso collaboro come dramaturg. Devo questo incontro alla regista Sabrina Sinatti, che coinvolse in due spettacoli da me scritti e da lei diretti, Cesso dentro e Tre, Attilio Nicoli Cristiani, fondatore delle Moire assieme ad Alessandra De Santis. La mia formazione teatrale ha ben poco in comune con quella di Attilio e Alessandra, ma ciò non ci ha impedito di trovare importanti consonanze, nel percorso che ha avuto come prima tappa Never Never Neverland nel 2010 e prosegue ora con It’s always tea-time, che debutterà a fine settembre al Lachesi Lab di Milano.

La prima affinità profonda che ho avvertito è quella nell’approccio al lavoro teatrale, inteso come gioco da prendere assai sul serio, ovvero, per quanto possibile, con leggerezza e rigore. Condividevo poi con le Moire l’idea della centralità della presenza dell’attore/performer, anche se la mia esperienza era soprattutto quella di costruire per alcuni attori testi su misura (o dalla cui misura potessero uscire, per rivelare qualcosa d’imprevisto), mentre la parola non era e non è protagonista negli spettacoli e nelle performance della compagnia. A livello tematico, ci siamo ritrovati a scambiarci fittamente idee e stimoli di lettura soprattutto sull’infanzia negli adulti, sull’infantilismo, sui residui creativi e perversi dell’essere irrevocabilmente stati bambini; e non è un caso che i titoli dei due spettacoli rimandino rispettivamente a Peter Pan e ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Il tema è stato esplorato cercando di evitare letture preconcette o unilaterali, per far vivere in scena, con imparziale ambiguità, sia il potenziale liberatorio che quello inquietante e regressivo dell’immaginario infantile. Si è creata una tensione dialettica tra lo studio dell’immaturità al potere, della manipolazione comunicativa che trasforma i cittadini in bambocci, e il riconoscimento dentro a noi stessi del desiderio irrealizzabile e un po’ indecente di evadere dalla gabbia di un’identità adulta e responsabile – desiderio che, tuttavia, trova riscatto nel gioco teatrale. Tale gioco, in entrambi gli spettacoli, è animato da un instancabile impulso alla metamorfosi: se in Never Never Neverland si trasformavano senza sosta le quattro figure umane approdate in un’”isola che non c’è” fatta di vestiti e accessori usati, in It’s always tea-time è il candido spazio scenico a riempirsi e svuotarsi in un tempo sospeso, scandito solo dalle azioni meticolose e bizzarre di performer dall’apparenza “neutra”.

Sebbene ricorrano temi e ossessioni e resti ben riconoscibile l’impronta stilistica della compagnia, c’è stata a mio avviso un’evoluzione tra i due lavori: nel secondo abbiamo puntato su un’ironia più sottile, su una maggiore fluidità dell’azione scenica, sulla sfida di farci ascoltare abbassando la voce. Per l’esito di questa sfida, bisognerà attendere, dopo ancora tre settimane di prova, l’incontro con il pubblico. Intanto, dal punto di vista drammaturgico, abbiamo consolidato una sorta di metodo, che prevede quattro fasi: la prima, molto lunga e spesso informale, consiste nella raccolta di materiale scritto, audio e video, inframezzata da numerose discussioni; nella seconda, i performer (che in It’s always tea-time, oltre a De Santis e Nicoli Cristiani, sono Gianluca De Col ed Emanuele Sonzini) creano in sala una grande quantità di improvvisazioni, sempre videoregistrate; nella terza, si seleziona, con faticose rinunce, il “fior fiore” delle improvvisazioni e si ipotizza sulla carta, in forma di racconto, un primo montaggio; e infine nella quarta fase si mette alla prova quell’ipotesi, fino all’ultimo restando aperti ai mutamenti imposti da evidenti errori o nuove scoperte.

Ma mi rendo conto che, spiegato così, questo simil-metodo ha l’aria fin troppo seria e rassicurante; e dunque non ho dubbi che, infantilmente, lo butteremo gambe all’aria alla prossima occasione.