I sopravvissuti / 5. Come posso aiutarla

Come posso aiutarla

Ogni tanto si veste come una centralinista degli anni trenta, ma non di questo secolo, di quello prima, lo fa di nascosto, perché le amiche troverebbero la cosa bizzarra, per non parlare del fidanzato, e in quei giorni ha deciso di chiamarsi Ada, un nome che le suona novecentesco e adeguato al mestiere, modesto, di contenuta eleganza, dignitoso, come il cappellino che ha scelto con cura in una sartoria teatrale e indossa vezzosamente inclinato sulla tempia destra quando entra nella stanza segreta, arredata con gusto retrò, impreziosita da telefoni fissi d’antiquariato, ovviamente fissati a nulla, dato che da decenni è stata disattivata la rete fissa, ma che al suo ingresso cominciano a squillare, essendo in realtà i terminali di un sofisticato sistema d’intercettazione delle nostre chiamate immateriali, roba costosa e proibita che si è di recente procurata grazie a una relazione intima insincera con un funzionario dei servizi d’intelligence riformisti, un adulterio a fin di bene, almeno dal suo punto di vista, il punto di vista di una persona ostinatamente interessata al nostro bene e disposta a tutto pur di perseguirlo, del resto Ada è così, benigna con violenza, coriacea nelle sue poche certezze, come quella che ci faccia male comunicare senza filtri o barriere, ciascuno con ciascun altro a qualunque ora e per ogni luogo, semplicemente sfiorando con un dito il lobo dell’orecchio in cui abbiamo scelto di farci impiantare il microchip relazionale e sbattendo le palpebre da una a cinque volte in sequenza, insomma tutta questa apparente semplificazione, sostiene Ada, non ci semplifica affatto la vita, né comunque la migliora, se guardiamo alle statistiche su risse stupri omicidi in crescita esponenziale, no, no, la soluzione per lei è tornare ai vecchi tempi, quando c’era qualcuno a smistare le chiamate, che ci aiutava a chiamare qualcun altro, dandoci intanto il tempo per pensare se volevamo chiamarlo davvero, e quel qualcuno altri non era che l’affascinante centralinista degli anni trenta, con la sua voce dolce e un po’ rauca, impreziosita dal lieve fruscìo della linea fissa, che ora Ada cerca d’imitare, come posso aiutarla, questa formalità, questa frase d’altri tempi, questa cortesia fuori luogo ci sorprende e zittisce, sicché lei può aggiungere attenda in linea prego, oppure favorisca il nominativo del cliente a cui inoltrare la chiamata prego, oppure perfino fa bel tempo a Torino?, città che non esiste più, e più Ada ci interroga più cresce lo sconcerto, noi volevamo comunicare all’istante col nostro gruppo di amici o nemici o seguaci, con un amante, con un collega, con un parente, e invece una voce estranea si è intromessa e ci rallenta, dev’essere un disservizio o magari un guasto, ci pizzichiamo e poi torciamo il lobo dell’orecchio strabuzzando gli occhi, per tentare di porvi rimedio, ma lei continua mi ripeta il suo nome prego, l’indirizzo non mi risulta, l’utente cercato potrebbe essere defunto nel qual caso la preghiamo di accettare le condoglianze della Compagnia Telefonica, insomma non fa apposta ma ci esaspera, il suo tentativo di aiutarci viene del tutto frainteso e anzi sortisce effetti paradossali,  diventiamo infatti violenti, su un marciapiede o a casa o al ristorante o sul posto di lavoro diamo in escandescenze, urlandole epiteti osceni, minacciandola di morte o peggio se non si toglie subito di mezzo all’etere, cosa che alla fine si rassegna a fare, lasciando cadere la linea con un clic d’antan, delusa sempre o magari quasi, perché in rarissimi casi, a quanto si racconta, le cose vanno diversamente, ci sarebbero alcuni di noi che stanno al gioco, ma pochissimi, forse soltanto uno, Piero, l’ultimo gentiluomo sopravvissuto alla Riforma, si dice che non vedesse l’ora di pacatamente pronunciare frasi come buongiorno signorina, sì mi lasci verificare ma credo proprio che le ultime tre cifre fossero 4 0 7, bella giornata anche lì da voi non è vero, la musica che mi ha messo per l’attesa è il mio Mozart preferito, lo sapeva, non lo sapeva, che gradevole coincidenza e comunque grazie, e così via, e durante la comunicazione, durata metà pomeriggio e impeccabilmente vuota di contenuti, pare che Piero si immaginasse dettagli della mise anni trenta di Ada, il cappellino, certo, ma soprattutto le calze scure che sbucano dalla gonna sotto il ginocchio e danno forma perentoria alle caviglie mentre si insinuano in quelle scarpe alte un po’ scollate, dettagli seducenti che si immagina ancora, di giorno, di notte, da solo, ricordando la morbida voce anni trenta di Ada, che con ogni probabilità non ascolterà mai più, dato che le sue intercettazioni sono sparute e occasionali, qualche decina al mese su miliardi di nostre chiamate, eppure lui spera, vive nella speranza che il miracolo si ripeta e gli sia concesso di tornare almeno per un po’ in quella bolla di magico distacco, di galanteria antiquata, sconnessa dal quotidiano inferno di essere, noi tutti, così vicini.

I sopravvissuti / 4. L’allieva perfetta

L’allieva perfetta

Non ha più niente da imparare e del resto a cosa le servirebbe, a questo punto, il punto del futuro in cui sapere e realtà avranno perso ogni ombra di contatto e sarà rimasta soltanto, a testimonianza di una civiltà estinta, l’ostinata imprecisa memoria delle parole dei maestri, dei silenzi dei maestri, della presenza generosa e sferzante dei maestri, almeno per chi ha avuto la fortuna di averlo, un maestro, come lei, che avanza lentamente, cautamente tra le sale irriconoscibili di quella che un tempo fu la biblioteca, da suoi calcoli accurati dovrebbe infatti trovarsi proprio qui ciò che resta della biblioteca, benché le sue rovine non siano distinguibili da quelle degli edifici circostanti, né le ceneri spesse e soffici sul terreno riconducibili con certezza alle migliaia di libri un tempo qui ospitati, o alle ossa dei loro lettori, tra cui lo studioso libero e schivo che lei tra sé e sé ha sempre chiamato maestro e ora, succube di una nostalgia superstiziosa che lui avrebbe disapprovato, vorrebbe rievocare a mo’ di spettro, ma la distruzione è penetrata così a fondo che questo luogo non evoca più nulla, nemmeno se le macerie in quell’angolo fossero proprio nel punto esatto dei loro incontri ricorrenti e il più del tempo silenziosi, il maestro nemmeno in forma transitoria e trasparente tornerebbe a farsi vivo, con quel suo sorriso mite per esempio con cui apriva un libro e poi ogni riga, ogni frase, ogni parola di quel libro, trasmettendole il vuoto di ogni apertura, vuoto su vuoto un’eredità sconfinata che lei però non potrà trasmettere a nessuno, imprigionata com’è nella sua perfezione d’allieva, perché l’hai fatto, maestro, lei pensa, perché mi hai detto di scappare, volevi salvarmi o condannarmi o entrambe le cose, gli chiede, si chiede, finché le viene un sospetto, l’irrealtà apocalittica del paesaggio le fa ipotizzare di star camminando non sulla terra ma nella mente del maestro, pochi minuti prima della catastrofe o Riforma che ha da tempo previsto senza potervisi opporre, l’allieva si sfiora un braccio, si tocca la pancia e capisce che i confini del suo corpo sono troppo ben delineati per essere reali, la sua sagoma di donna un po’ troppo giovane, un po’ troppo bella si staglia con eccessivo nitore contro uno sfondo plumbeo indefinito, ah dunque è così, è questo che speri, con le mani tra i capelli radi, chino sul ripiano della tua grande scrivania, nella tua testa giovane e vecchia, mio maestro carogna precoce, tu speri di lasciarmi il tuo vuoto e una bellezza aliena, dice l’allieva mentre nel suo corpo immaginario matura il germe reale di una risata, tu speri, speri che qualcuno, io, perché io, ma no, ma va’, ti ricordi, ti rimpianga, torni a cercarti, ti abbia amato in fondo e questa è la cosa che più mi fa, scusa eh, scusa, e ride, ride e le onde eccentriche di quel riso squassano i contorni eleganti dell’allieva, la sua silhouette impeccabile si sbriciola e dissolve nell’ampio quadro desolato della morta biblioteca, il suono della sua voce persiste e si confonde con quello del vento, il vento è forse un piccolo dolore nella testa di qualcuno, questo cielo di piombo il residuo di un sogno abbandonato, alla deriva, senza più padrone.

“Combattenti” all’ Arci Bellezza / Palestra Visconti

Al Bellezza torna il Teatro!

Giovedì 1 marzo alle 21 nella Palestra Visconti

Via Bellezza 16/a – Milano

“COMBATTENTI”

di Renato Gabrielli
regia di Paola Manfredi
con Lilli Valcepina e Giorgio Branca
assistente alla regia Valentina Malcotti
scene Salvatore Manzella
produzione Teatro Periferico

Qui non si racconta una vicenda di boxe eroica e proletaria, con tanto di riscatto sociale, ascesa e caduta dell’eroe o dell’eroina protagonista. Né si vuole rappresentare o imitare con mezzi teatrali il pugilato. Certo, per le due figure che porteremo in scena, quella disciplina sportiva è importante. Grazie alla boxe si trovano, si piacciono e dispiacciono, cercano insieme una via d’uscita da annosi vicoli ciechi. Ma si tratta di due non-eroi piccoloborghesi, di quarant’anni e passa, immersi in quotidiani problemi di sopravvivenza. Ai nostri personaggi – e anche a noi – non
interessa il tema del pugilato come veicolo di violenza, o viceversa pratica di contenimento, o di sublimazione poetica della violenza. Paradossalmente, è nelle sue regole, nonché nell’obbligo di costante presenza a se stessi, nel corpo, che risiede il suo fascino, a contrasto con un mondo fuori dal ring in cui i conflitti appaiono sempre più immateriali, sregolati, affidati a nessun arbitro. Ma Combattenti è anche e soprattutto una storia d’odio-amore per nulla romantica tra un uomo e una donna lontani dai ruoli convenzionali, irrequieti esemplari di quell’età matura che ancora non si arrende all’evidenza delle delusioni.

per info e prenotazioni:

Arci Bellezza

Telefono:
02 58319492
Email:
info@arcibellezza.it
pagina facebook: Combattenti

I sopravvissuti / 3. Gli scissionisti

Gli scissionisti

Non perché sia vietato, ma perché nessuno o quasi ne sente il bisogno, è dall’ultima Riforma che non vengono più, o quasi, fondati movimenti politici, per non parlare dei partiti, con pochissime irrilevanti eccezioni, tutte riconducibili a Fredo e Jack, nomi di fantasia per tutelare una privacy cui peraltro non sono interessati, due anziani signori affetti da un’inguaribile passione civile contratta in gioventù, quando i movimenti erano grandi movimenti e i partiti veri partiti ed era facile per loro ritrovarsi dalla stessa o dall’opposta parte di una barricata, metaforica o reale, senza nemmeno farci caso, bei tempi!, pian piano però, mano a mano che le masse si riducevano a gruppi e i gruppi a gruppuscoli, la reciproca frequentazione è divenuta inevitabile e anche un po’ tediosa, negli incontri al vertice, nei pubblici dibattiti o nelle conversazioni riservate cui la condizione di residui leader di sparute fazioni li costringeva, finché la crisi di vocazioni non ha azzerato i seguaci d’entrambi e di Lisetta, una loro combattiva coetanea, idealista e restia ai compromessi, forse anche per via di certi suoi cronici problemi all’udito, la pasionaria dei diritti, così si auto-definiva, scomparsa purtroppo un anno e mezzo fa in circostanze misteriose e sospette secondo Fredo e Jack, per un normalissimo e coerente suicidio secondo chiunque altro, fatto sta che in occasione del suo deserto funerale i due rivali si sono solennemente ripromessi d’unire le forze sotto una bandiera comune, di quale colore la bandiera, quale la sigla del movimento, quale il programma, quale il portavoce, erano tutte questioni che avrebbero discusso a un tavolo di trattative predisposto in campo neutro, in un’umida saletta riservata del Bar Briscola & Bocce, pensando di risolverle nel giro di una settimana al massimo, e invece quante spume rosse, quanti amari, quanti caffè corretti sambuca, quante sigarette nervosamente fumate nel gelido cortile durante le pause tattiche, prima dell’estenuante nottata di colloqui da cui sono emerse le centoventotto pagine fitte fitte di piattaforma programmatica, oltre all’accordo tra gentiluomini d’alternarsi nel ruolo di portavoce con cadenza bimestrale ed estrazione a sorte di chi l’avrebbe fatto per primo, estrazione avvenuta all’alba su sette turni di testa-o-croce arbitrati dal vecchio Eugenio, barista insonne, con risultato quattro a tre a favore di Jack, sul cui mandato tuttavia ha poi pesato l’ombra di un sospetto riguardo all’imparzialità di Eugenio, in gioventù suo sodale di sfide a flipper, no, no, figuriamoci, mi fido, dichiarava Fredo, ma esprimeva col linguaggio non verbale l’esatto contrario, l’importante non è chi fa il portavoce, ma che il portavoce esegua subito il programma, soprattutto i punti quattordici, ventidue e trentaquattro bis, particolarmente cari alla componente Fredo del movimento, mentre Jack fin dai primi giorni, con la sua insistenza forse un po’ arrogante sui punti due, nove e addirittura sul diciassette, ha minato – sempre secondo Fredo – le basi di un’unità così faticosamente costruita, accusa ribaltata con veemenza da quest’ultimo con riferimento alle continue lamentele della minoranza interna, insomma in men che non si dica c’era già aria di scissione, ma di chi da cosa, di cosa da chi non era per niente chiaro, né l’uno né l’altro volevano assumersi la responsabilità di una rottura già evidente nei comunicati stampa separati e contraddittorii, nei tristi comitati solitari in cui si irridevano a vicenda dandosi dello scissionista, ma con ogni evidenza erano scissionisti entrambi, condizione insopportabile, disonorevole che li induceva, malgrado l’odio reciproco, a ritrovarsi da Eugenio per gettare le basi di un movimento nuovo, che però in cuor loro sapevano si sarebbe scisso in pochi giorni, in poche ore, con un aumento progressivo del ritmo di fusioni e scissioni capace di mettere a dura prova la loro salute già precaria e soprattutto la pazienza del vecchio barista, che l’altroieri, esasperato dalle continue urla, dalla rottura di suppellettili e dai troppi conti non pagati, in effetti li ha espulsi per sempre dal locale, così Fredo e Jack devono darsi appuntamento all’aperto, al freddo, in luoghi appartati per non dare nell’occhio con la loro accesa conversazione, poi tornano nelle rispettive case per mettere a punto documenti programmatici e strategie negoziali, poi convergono in un altro luogo appartato, e così via, avanti e indietro, incuranti di fatica e malattie, ma stamattina ci dev’essere stato un equivoco, pensa Jack stringendo le spalle dentro al suo vecchio cappotto, mentre cammina avanti e indietro davanti all’ingresso della discarica nord, l’appuntamento era un’ora fa e Fredo non arriva e non risponde al telefono, strano, molto strano, di Fredo Jack pensa tutto il peggio, ma non può dire che non sia sempre stato puntuale alle riunioni politiche, anzi in anticipo, non se n’è mai persa una, e dunque adesso perché, non vuole pensare al perché, intanto passano le ore ma lui non vuole tornare a casa, non si rassegna, aspetta rabbrividendo seduto per terra, con la vecchia schiena appoggiata a un alto cancello, finché gli esce di bocca un sospiro, quasi suo malgrado, è finita, ripete a nessuno è finita, è finita, col patetismo inutile di chi si rende conto che è, appunto, finita, quando il resto del mondo l’ha capito da un pezzo.

I sopravvissuti / 2. L’ultimo dei grandi critici

L’ultimo dei grandi critici

Non si arrende all’evidenza e d’altronde con l’evidenza ha sempre avuto un rapporto complicato, conflittuale, talvolta ignorandola, talaltra contraddicendola, alla perpetua ricerca di ciò che all’occhio del profano non appare, perché attende di essere rivelato dalla penna dell’esperto, cioè la sua, in critiche settimanali temute come sentenze, ora non più, ora nessun artista lo teme o lo riverisce o gli simula amicizia, non avrebbe senso dopo che la rubrica teatrale del suo grande quotidiano ha chiuso, precedendo di poco la fine del quotidiano stesso, fine alla quale, considerato l’andamento complessivo degli eventi, si è ragionevolmente rassegnato, ma non riesce a rassegnarsi al fatto, peraltro evidente, che è finito il teatro e non in senso metaforico, concretamente, non ci sono più teatri in città né fuori, questo qui per esempio, ai margini del parco in cui sta passeggiando, una sala gloriosa anche per la gran quantità di illuminanti recensioni che lì dentro ha concepito, adesso è un caffè bar ristorante enoteca creperia budineria su tre piani, mentre altri sono stati rimpiazzati da jeanserie camicerie intimerie borsetterie su due o tre o quattro o cinque piani, dipende, comunque insomma, essendo lui stato scopritore e cultore del teatro fuori dal teatro, postmoderno postdrammatico e posteatrale, soprattutto se svizzero o catalano, il critico coltiva l’ostinata infondata speranza che alla Riforma si sia clandestinamente sottratto qualche artista alternativo, non un cuoco cioè, non un sarto, le cui pratiche artigianali sono assurte in questo nuovo e ultimo mondo a uniche arti tollerate, e anzi esaltate, bensì uno o più performer interattivi, che magari proprio in questo freddo pomeriggio di novembre si stanno aggirando in incognito per il parco, quali indomiti esploratori del labile confine tra finzione e realtà, quei due fidanzatini, per esempio, appena sbucati mano nella mano da una curva del sentiero che costeggia il laghetto, così convenzionali, in apparenza, non saranno forse giovani performer magari in effetti fidanzati tra di loro, o forse no, immersi in una simulazione provocatoria di ciò che appare convenzionale, chi può dirlo, io posso dirlo, pensa il critico, io con il mio sguardo esperto potrei decifrare il loro gioco, ma dovrei avvicinarmi e studiare bene la qualità del loro bacio, ora che si sono seduti su quella panchina, senza sembrare un vecchio guardone, da come sono posizionate le mascelle lui ci sta dando dentro con la lingua, dunque non è finzione, o forse sì, comunque lei si stacca piano, come avvertendo una presenza estranea, e poi si volge di scatto verso il critico ormai quasi incombente sulla panchina, con un’espressione di autentico disprezzo la cui freddezza gli penetra le ossa già dolenti, i muscoli già stanchi, facendolo rinculare, scartare di lato, andar via facendo finta di niente, tossendo, provando fino in fondo all’anima un’umiliazione che è sempre meglio di niente, perché lo fa sentire ancora vivo, scriverò su questo, giura a se stesso, su questa umiliazione, sul teatro che mi fa sentire vivo, anche se non è teatro, anche se è teatro solo per il mio sguardo, gli palpita il cuore, fatica a camminare, scriverò il pezzo, si ripete, appena arrivo a casa scrivo il pezzo, ma nessuno pubblicherà il suo pezzo, sempre che riesca a scriverlo, ad arrivare a casa, stremato com’è, e non cada invece in ginocchio ai margini del gelido parco, senza riuscire a rialzarsi, aiutato da nessuno, mentre la luce cruda, violenta del caffè bar ristorante enoteca creperia budineria su tre piani, le cui vertiginose vetrate si ostina a fissare, finisce di consumare i suoi occhi.

I sopravvissuti / 1. Paolo, alla fine

Paolo, alla fine

Il suo nome glie l’ha dato lei, prima ne aveva un altro, ma non si può dire che fosse il suo vero nome, come del resto nemmeno questo, Paolo, che lei gli ha dato fin dall’inizio e senza spiegazioni, che lui non ha chiesto, non è mai stato nei suoi programmi chiedere spiegazioni o fare congetture, per esempio ipotizzando che così si chiamasse in un remoto passato un marito o un amante o un figlio di lei, ma con maggiori probabilità un attore del grande schermo, o un presentatore del piccolo schermo, di quando ancora gli schermi si dividevano in piccoli e grandi ed erano spessi e pesanti più dell’aria, no, il nome non è mai stato necessario, gli basta il suono della voce di Miriam per girare la testa e guardarla e avvicinarsi, da qualunque punto della stanza in cui si trovi, per verificare se abbia bisogno di qualcosa, anche solo di essere carezzevolmente, con la massima attenzione tenuta per mano da qualcuno, cioè sempre da lui, per qualche secondo, o minuto, o magari per delle ore, dipende esclusivamente dalla volontà di lei, che però non si manifesta in alcun modo, né con la voce, né con i gesti, ed è strano per Paolo, gli risulta incomprensibile la totale immobilità di questa donna, il sonno lo riconosce, ma questo non è sonno, nel sonno un po’ ci si muove e lei lo faceva spesso, certe notti gemendo a lungo, non questa notte, non adesso, in questa camera d’ospizio che lentamente si riempie di un odore che lui non avverte, non potendo del resto percepire alcun odore, tanto meno quello della morte, concetto che non appartiene alla sua dotazione cognitiva, e chi dunque lo vedesse chinarsi su Miriam, sfiorandole con dita di perfezione inumana una guancia incavata, sbaglierebbe ad attribuirgli un sentimento di compassione, o comunque un sentimento, perché Paolo è un androide serio e soprattutto reale, mica come quelli dei film di venti o trenta o quarant’anni fa, tutti alle prese con un’assurda aspirazione a emozionarsi, prendersi cura degli anziani è semplicemente ciò per cui è stato programmato, dunque si è preso cura di Miriam con una costanza e una dedizione e un’energia che per un essere umano sarebbero eroiche, ma che per lui non hanno altra implicazione se non il consumo quasi integrale delle batterie, che da tre settimana sono in riserva, e si stupisce molto, a modo suo, che nessuno venga a ricaricarle, ma non può sapere di essere un modello ormai obsoleto, dopo la Riforma che ha rimpiazzato gli androidi della cura con quelli dello sterminio, né che per puro caso solo questa stanza in un’ala secondaria di un ospizio periferico è sfuggita all’attenzione della burocrazia riformista, contro cui comunque mai si ribellerebbe, non essendo un androide da film, tuttavia agisce come se fosse in piena e solitaria rivolta, carezzando l’anziana signora, abbottonandole la vestaglia, rimboccandole poi sopra le spalle una coperta, stringendola infine tra le braccia per trasferire a quel corpo gelido e minuto un po’ del calore delle sue batterie in esaurimento, già esaurite, nella stanza senza vita, presto buia, fuori dalla quale il mondo avanza verso un futuro ulteriore d’imprevedibile ferocia.

Teatro Utile 2018 – Il bando

 

 ACCADEMIA DEI FILODRAMMATICI

PROGETTO “TEATRO UTILE 2018”

Il progetto di formazione Teatro Utile 2018, promosso dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano, è alla sua 6°edizione e quest’anno intende concentrare la propria attenzione sulla scrittura: giornalistica, drammaturgica, autobiografica.

I temi che uniranno queste differenti forme di scrittura saranno, come negli anni precedenti, la migrazione e l’interculturalità.

Ai laboratori possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali.

Docenti: Renato Gabrielli, Livia Grossi, Gabriella Grasso

coadiuvati e coordinati dalla docente responsabile del progetto: Tiziana Bergamaschi.

I laboratori si svolgeranno presso l’Accademia dei Filodrammatici, in via Filodrammatici 1, Milano.

Il calendario degli incontri sarà così strutturato:

 

Laboratorio: “La scrittura autobiografica come luogo d’incontro” – docente Gabriella Grasso

possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali

2-3-4 marzo 2018, dalle ore 14 alle ore 18

4-5-6 maggio 2018, dalle ore 14 alle ore 18

Inoltre nei mesi di marzo e aprile sono programmati cinque incontri di tre ore l’uno per sperimentare la scrittura autobiografica con dei gruppi di migranti (date da stabilire).

 

Laboratorio: “Quando mi sono sentito l’altro-Storie di quotidiana diversità” - docente Livia Grossi possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali  

16-17-18 marzo 2018, dalle ore 14 alle ore 20

20-21-22 aprile 2018 dalle ore 14 alle ore 20

Nella settimana dal 19 al 25 marzo si realizzeranno delle interviste con migranti (date da stabilire)

 

Laboratorio: “L’amplificazione della paura tramite fake news” - docente Renato Gabrielli

la partecipazione è riservata esclusivamente a drammaturghi

Dal 7 maggio al 13 maggio 2018 – dalle ore 10 alle ore 18.

 

Si può presentare la propria candidatura per un solo laboratorio.

Il costo dei laboratori è a carico dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano, quindi la partecipazione per gli allievi è gratuita.

Ammissione:

Le domande di  partecipazione al concorso di selezione, corredate di curriculum vitae e lettera motivazionale, devono essere inviate all’indirizzo: filodram@accademiadeifilodrammatici.it

entro  e non oltre il 15 febbraio 2018.

Per ulteriori informazioni consultare www.accademiadeifilodrammatici.it/bandi-aperti/

 telefono 02  86460849

NDN – presentazione del libro

PROGETTO NdN

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

 

“NDN – NETWORK DRAMMATURGIA NUOVA”

 

DOMENICA 26 NOVEMBRE 2017  | ORE 15.30
a seguire lo spettacolo “OPERA SENTIMENTALE” di Angius/Festa feat Woody Neri
vincitore del Bando NdN 2017

MO.CA Palazzo Martinengo Colleoni – Sala Alberi

INGRESSO LIBERO

NdN network è una rete nazionale che promuove un’azione di sostegno per la drammaturgia contemporanea italiana. Grazie al Bando Sillumina indetto dalla Siae il network ha pubblicato un volume dedicato al racconto del progetto NdN, dove le voci dei promotori, dei tutor e degli autori si incrociano per dare una visione esaustiva di come è nato e si è sviluppato il progetto. Un focus particolare è dato all’edizione 2016/17 con la pubblicazione dei 5 testi selezionati.
Nell’ambito di Wonderland Festival la presentazione del volume diventerà occasione per discutere di formazione, produzione e diffusione della drammaturgia contemporanea in Italia.
A seguire, verrà presentato lo spettacolo Opera Sentimentale della compagnia Angius/Festa, sul testo omonimo di Camilla Mattiuzzo, vincitrice dell’edizione 2016/17 di NdN.

Interverranno: Davide D’Antonio – Direttore artistico di Wonderland Festival, Renato Gabrielli – Docente di scrittura teatrale presso la Scuola Civica Paolo Grassi e Maximilian La Monica – Direttore Editoriale casa editrice Editoria e Spettacolo.

NdN Network
Capofila: Residenza IDRA/Wonderland Festival (BS)
Partner: Campo Teatrale (MI), Triangolo Scaleno/Teatri di Vetro (RM), CapoTrave/Kilowatt (Sansepolcro – AR), OUTIS – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea (MI), Officina Culturale Distretto Creativo/20chiaviteatro (Civita Castellana VT), RETablo (CT), L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino (Mondaino – RN), Concentrica (TO), Piccola Compagnia della Magnolia (Avigliana – TO), Residenza artistica ILINXARIUM (Inzago – MI)

Con il supporto del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”

10 testi che non vedo l’ora di non scrivere

Come vizio è più dannoso del fumo, e anche più insensato, eppure sì, leggo ancora i giornali. Forse perché ho cominciato a farlo da piccolo e ne traggo una specie di morbosa sensazione di continuità esistenziale. Ma non è una giustificazione. Dovrei avere già smesso, ogni tanto riprovo a smettere, con sempre meno convinzione e più disistima per me stesso, dunque fallisco e così via. Parlo di quelli di carta – ho una certa età. Mi ha sempre dato un grande piacere tattile sfogliare quel tipo di carta. Sul piano dell’immagine, poi, ho provato una fascinazione costante negli anni per il trinomio pensionato+giornale+panchina. Non dico che da bambino sognassi di diventare quell’anziano signore che indugiava con la sua copia del “Corriere” sul versante più al calduccio dei giardinetti. Non sognavo un bel nulla, è chiaro. Ma non facevo alcuna fatica a immaginarmi al suo posto. E adesso mi parrebbe una prospettiva niente male. Chissà però se avrò mai una pensione. O se, al tempo della mia ipotetica pensione, ci saranno ancora le panchine, i giornali di carta, io… Comunque, a proposito del “Corriere”, ma non solo, il problema ovviamente sono i contenuti. Perché se si trattasse solo di sfogliare un quotidiano, senza leggerlo davvero, sarebbe tutto a posto. E invece, se non altro per passare il tempo, ci si casca e giorno dopo giorno ci si fa intasare il cervello da righe su righe di materiale tossico e inane, che impedisce di ragionare con equilibrio, che induce all’eccitazione e all’impotenza. Come le sigarette variano il proprio effetto velenoso a seconda del contenuto di nicotina e catrame, così il danno di un articolo di giornale dipende dalla testata, dalla rubrica, dalla lunghezza del pezzo, dal suo autore. E’ una questione molto soggettiva. A me per esempio, per ragioni personali che non vi sto qui a raccontare, una critica teatrale di solito fa l’effetto d’una decina di nazionali senza filtro subito dopo una diagnosi di bronchite cronica. Ma non sempre. Qui sto per raccontarvi una salutare eccezione.

Dunque, qualche settimana fa mi sono irresponsabilmente inalato per intero un lunghissimo articolo di un prestigioso critico che, col pretesto di narrare i fatti suoi, presentava le novità della prossima stagione teatrale – o viceversa. Costui si divertiva, tra l’altro, a segnalare spettacoli di vario genere che, per motivi futili e solo accennati, non vedeva l’ora di non vedere. Qualcuno dei pochi e drogati lettori, miei simili e fratelli, si è perciò indignato, come probabilmente sperava l’autore stesso. Io, invece, ho avuto una sorta di rivelazione. Per la prima volta, qualcosa che avevo letto su un giornale poteva tornarmi utile nella vita.

Ultimamente mi ritrovo a scrivere sempre di meno. Quasi niente, in verità. Con qualche oscillazione sopra allo zero. Suppongo si tratti di una sorta di blocco dello scrittore, o dello scrivente. Non è un problema per il resto del mondo, e in fondo neppure per me, senonché il vuoto della non-scrittura, anziché sospingermi su, nella leggerezza d’un’atmosfera senza parole, tende a risucchiarmi giù, dentro alla palude di un indolente malumore. Non voglio certo rimettermi a macinare faticosamente righe e cartelle. Ma ho bisogno di un desiderio che mi riscatti dalla palude, che mi accenda la fantasia mantenendomi esente da qualunque responsabilità. Ed ecco che l’intuizione geniale del luminare da giornale mi fa sbocciare nel cuore un desiderio, frizzante, negativo e sbarazzino come mai prima… Se penso a un testo che vorrei scrivere, mi viene l’emicrania o peggio. Ma se penso a un testo che non vedo l’ora di non scrivere, mi s’accalca gioiosamente nel cervello una pletora di energici concorrenti. Ne ho selezionati, per il momento, dieci:

1 – auto-fiction post-drammatica

Di che si tratta? Non di un testo teatrale vero e proprio; piuttosto di un tessuto drammaturgico volutamente sfilacciato, aperto, in costante divenire interattivo, capace di innescare una dinamica attore/spettatore che vada oltre l’orizzonte concettuale della fisica newtoniana. Ora che è tutto chiaro, resta solo da precisare che la scelta del soggetto – me stesso – non deriva da narcisismo, ma rappresenta una sfida, dato che la mia vita in apparenza non offre spunti di sorta per qualunque fiction che risulti almeno passabile. Nei sei mesi precedenti la sfida viene lanciata a sei specialisti – una sociologa, un cuoco, uno psichiatra, il mio barbiere, una copywriter, un rapper – che si dedicano anima e corpo a scovare in me qualcosa d’interessante. Si ritrovano poi davanti a un pubblico per un confronto interdisciplinare senza limiti di tempo su quanto hanno, o più probabilmente non hanno scoperto. Io assisto immobile, silenzioso, imperturbabile, infine come tutti assopito.

Titolo provvisorio: Ma perché?

2 – commedia generazionale cinica ma non troppo

Quattro, cinque, se c’è budget sei trentenni, o quarantenni, o cinquantenni (ventenni e sessantenni non funzionano altrettanto bene), amici e/o accoppiati tra di loro, si ritrovano dopo tanto tempo tutti insieme in una situazione capace di far scoppiettare le contraddizioni e le ipocrisie della loro generazione inevitabilmente immatura. Qualcuno scopre qualcosa sulla propria identità sessuale o su quella di qualcun altro. Chi sembrava una brava persona si rivela uno stronzo, chi sembrava stronzo si rivela comunque tale, ma un po’ meno. Si ride a denti stretti, ma a dieci minuti dalla fine c’è un momento commovente, che ci inumidisce un pochino gli occhi. Se fossi donna, potrei puntare sul femminile e far incontrare sei ex-amiche quarantaduenni per una partita a ramino nell’agriturismo che una di loro ha aperto da sola dopo il divorzio da un imprenditore corrotto. Un’altra delle ex-amiche, che dava tutte l’impressione di essere una mangiatrice d’uomini, a metà partita in preda all’ubriachezza racconta di avere una seconda vita, in cui… Ma basta, io non sono una donna. E comunque questa commedia proprio non la scrivo.

Titolo provvisorio: L’agriturismo

3 – adattamento colossale di un’opera ancor più colossale, meglio ancora se palesemente non adattabile

Pensate quel che volete dei teatri stabili o nazionali che dir si voglia, ma non si può disconoscer loro una certa coerenza in questo: piuttosto che investire in uffici per la lettura e trasparente selezione di copioni e progetti, sono disposti a spendere soldi, e pure molti, in progetti insensati, purché colossali. Eccone uno: il mega-adattamento di un’opera non teatrale che tutti conoscono per sentito dire ma non hanno mai letto. L’opera dev’essere lunghissima e preferibilmente non contenere azione, conflitto, banali dinamiche drammaturgiche di tipo obsoleto. Io ne ho scovata una formidabilmente adatta: il monumentale Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, quinta edizione, la controversa bibbia degli psichiatri di tutto il mondo. Ovviamente le definizioni delle malattie mentali non verrebbero drammatizzate, bensì equamente distribuite tra attori di grido, che le griderebbero al pubblico da nicchie astratte scavate nell’imponente scenografia.

Titolo provvisorio: DSM-V, Parte 1, Parte 2, Parte 3…

4 – site-specific dramaturgy per uno spettatore alla volta

Qui da drammaturgo mi trasformerei in creatore di esperienze partecipative anomale e spiazzanti, per esplorare con coraggio e radicalità i vissuti ansiogeni e poi dolorosi legati alla condizione, prima o poi inevitabile per ogni essere umano, di paziente odontoiatrico. La location è uno studio dentistico. Ci entra uno spettatore partecipativo alla volta. Si accomoda sulla poltrona reclinabile, come per venire operato, ma il dentista non c’è. In compenso c’è un raffinato ambiente sonoro che ti immerge nell’atmosfera – ovattata e squassante – dell’estrazione di un dente del giudizio. Misto a sonorità iper-realistiche delle apparecchiature e a lamenti e imprecazioni registrati di pazienti veri, scorre nell’ambiente un flusso di coscienza multilingue, un mix di ventiquattro voci di volontari di diverse parti del mondo, a cui è stato chiesto di raccontare cosa gli passa per la testa quando sono sotto i ferri del dentista. In una variante ancora più squassante del progetto, ma decisamente meno ovattata e riservata solo ai critici che ne facciano espressa richiesta, un dente viene estratto davvero e me ne occupo io di persona.

Titolo provvisorio: Tooth Extraction Experience

5/6/7/8 – Narrazione, narrazione, narrazione, narrazione

Quattro monologhi d’impegno sociale al prezzo di uno. Ripulirsi la coscienza non è mai stato a così buon mercato, dai tempi in cui i papi vendevano le indulgenze. Al tempo stesso, non si potrà non ammirare la prestanza fisica ed emotiva del solitario narratore, che senza soluzione di continuità ci porterà a indignarci ed empatizzare per quattro ore di fila sui seguenti macro-temi: Migrazioni, LGBT, Mafia, Morti sul lavoro. Chi assiste al tutto senza alzarsi per andare in bagno ha diritto a un’indulgenza plenaria.

Titolo provvisorio: Andate in pace

9 – Shakespeare migliorato da me

La falsa modestia è un morbo che l’ambiente teatrale sembra avere definitivamente debellato. Ma non si sa mai, un’improbabile epidemia potrebbe in un lontano futuro scatenarsi, se abbassiamo troppo la guardia. Questo progetto – uno spregiudicato montaggio di scene da Amleto, Giulio Cesare e Riccardo II con ampi brani del mio diario adolescenziale – si propone come vaccino definitivo. L’assoluta convinzione che, per esempio, le mie elucubrazioni del marzo 1983 (intorno agli sguardi più o meno ricambiati da una mia compagna di ginnasio della sezione A) non sfigurino affatto accanto al famoso monologo in carcere di Riccardo II, e anzi diano più valore e spessore di contemporaneità al monologo stesso, si trasferisce per irresistibile osmosi dall’autore a pubblico e critica, cambiando faccia per sempre, e in peggio, alla Storia del Teatro.

Titolo provvisorio: Tutto sui miei brufoli (si ringrazia per la collaborazione W.S.)

10 – Didascommedia

Una commedia fatta solo di didascalie (irrealizzabili) e magari di discorso indiretto. Idea non del tutto originale, ma ancora molto cool, europea, perfetta per farsi tradurre in tedesco e lagnarsi di non venire capiti in Italia. Ho sempre desiderato farmi tradurre in tedesco e non venire capito in Italia. Ho così centrato almeno uno dei due obiettivi, scrivendo copioni fatti in parte di didascalie (irrealizzabili) e magari di discorso indiretto. Questo tentativo sarebbe però più radicale, estremo, a partire dal titolo:

Keine Gegenstaende Aus Dem Fenster Werfen

A questi magnifici dieci si dovrebbero poi aggiungere tutti quei testi che non vedrei l’ora di non scrivere – ma ormai è troppo tardi: li ho già scritti. Complessivamente, comunque, si tratta di una non-impresa colossale, che un po’ mi inorgoglisce.

Guardo fuori dalla finestra.

E’ un tiepido inizio d’autunno. La temperatura sembra quella ideale.

I giardinetti sono, come sempre, vicini.

Dal mio punto d’osservazione mi accerto che la mia panchina preferita, ben esposta al sole, sia completamente libera.

Il giornale l’ho già comprato, ma è intonso.

Lo ripiego in quattro sotto a un braccio, poi m’infilo il cappello.

La mia assenza di futuro mi aspetta fuori, e per la prima volta le vado incontro con mente perfettamente sgombra.

Ritratto di una Nazione

11-16 settembre 2017

Roma – Teatro Argentina

Ritratto di una Nazione – L’Italia al lavoro
Venti quadri teatrali dalle regioni del Paese
prima parte
un progetto di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri
regia Fabrizio Arcuri

dramaturg Roberto Scarpetti
colonna sonora composta ed eseguita dal vivo da Mokadelic
set virtuale Luca Brinchi e Daniele Spanò
scene Andrea Simonetti
luci Giovanni Santolamazza

PROGETTO SPECIALE MIBACT

orari spettacolo
ore 19.00
durata 5 ore incluso intervallo di 30′

 

RISULTATO DA LAVORO prologo
di Elfriede Jelinek
traduzione di Roberta Cortese
con Maddalena Crippa

ETNORAMA 34074 (Friuli Venezia Giulia)
di Marta Cuscunà
con Francesca Ciocchetti

SCENE DALLA FRONTIERA (Sicilia)
da Appunti per un naufragio
di e con Davide Enia
musiche di Giulio Barocchieri

REDENZIONE (Lombardia)
di Renato Gabrielli
con Michele Di Mauro
e con Antonio Bannò, Antonietta Bello, Vincenzo D’Amato, Fonte Fantasia, Cosimo Frascella, Alessandro Minati, Paolo Minnielli, Martina Querini, Stefano Scialanga, Francesca Zerilli

30 MINUTI (Calabria)
di e con Saverio La Ruina

PANE ALL’ACQUASALE (Puglia)
di Alessandro Leogrande
con Michele Placido
e con Antonio Bannò, Vincenzo D’Amato

SALUTI DA BRESCELLO (Emilia Romagna)
di Marco Martinelli
con Gigi Dall’Aglio, Gianni Parmiani
Si ringrazia per la collaborazione alla regia Marco Martinelli
FESTA NAZIONALE (Sardegna)
di Michela Murgia
con Arianna Scommegna

PETROLIO (Basilicata)
di e con Ulderico Pesce

NORTH BY NORTH-EAST (Veneto)
Coffee shop e Start-up
un dittico di Vitaliano Trevisan
con Giuseppe Battiston, Roberto Citran, Vitaliano Trevisan

MECCANICOSMO (Lotte sindacali)
di Wu Ming 2 e Ivan Bentrari
testo tratto da Meccanoscritto, di Collettivo MetalMente con Wu Ming 2 e Ivan Brentari, edizioni Alegre 2017
con Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Filippo Nigro

altre info e biglietti su www.teatrodiroma.net

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