I sopravvissuti / 6. Quei due

Quei due

Che ci fanno sempre assieme, o almeno spesso, con quell’aria sinceramente felice, anche dove la felicità non è plausibile né prevista, per esempio in coda alle poste, o in coda dal dottore o nel traffico o in qualunque altro luogo in cui spiacevolmente possa formarsi una coda, per non parlare delle rovine di terremoto, delle periferie desolate e inquietanti, del recesso più squallido di un ufficio illuminato da neon, quei due potrebbero andare a Venezia, nulla impedisce loro di andare a Venezia o nelle zone più romantiche di Parigi, Roma, Verona, Lisbona e così via, aree preposte a generare nella coppia, omosessuale o eterosessuale in qualsivoglia forma e combinazione, sensazioni di levità indicibile e comunione con il mondo, invece con apparente arroganza insistono nel volerci dare l’impressione che quella beatitudine intima, terrena e sfaccettata promani da loro e loro soltanto, o meglio dal loro stare assieme, cosa che tra veri esseri umani sappiamo essere impossibile, cosicché abbiamo ipotizzato che si tratti di ologrammi, o più realisticamente di robot performativi di quinta generazione prodotti a scopo educativo dal nostro governo riformista, solo che non ci sentiamo affatto educati o edificati dalla vista di quei due, proviamo anzi una fastidiosa invidia, che va a riattivare e complicare aspetti caratteriali patologici tra noi piuttosto diffusi, questo si sa, per cui non deve provocare stupore né indignazione il rapimento di lui, o di lei, mentre l’altro o l’altra andava dal tabaccaio, sì, siamo stati noi a rapirlo o rapirla, per vedere l’effetto che avrebbe fatto sull’altra o sull’altro, insomma, un effetto che alla fine ci ha depresso, dopo che per mesi e mesi siamo stati testimoni della costanza appassionata, inflessibile con cui si cercavano e aspettavano, una cieca fede nella reciproca presenza sempre e comunque, tale da rendere inutile ammazzare uno dei due, idea che a qualcuno di noi era pure venuta in mente, ma l’abbiamo scartata, rassegnandoci a liberare l’ostaggio, tagliuzzato in più punti per verificare che in effetti non si trattasse di un robot, e con quanta sollecitudine l’amata o l’amato ha medicato quelle ferite, è evidente che andranno avanti così fino alla morte e magari oltre, in qualunque circostanza il nostro sadismo o quello del caso li voglia collocare, tanto vale dunque ignorarli, ignorare l’astratta possibilità di essere mai felici come loro, girandoci dall’altra parte, abbassando lo sguardo su uno schermo dove scorrono le immagini di un videogioco, di una competizione gastronomica, di una partita di calcio, di una pubblicità d’automobili, di un filmino di famiglia, di un pezzo di corpo nudo, di un animale domestico, di una scena di guerra, di quattro cifre d’orologio che scandiscono l’avanzamento di una perpetua distrazione.

Mi correggo

Due giorni fa la “rivista fuor d’acqua (volando)” Il pesce tra le nuvole  ha ospitato un mio breve mono-dialogo.

Ecco il link:

MI CORREGGO

Grazie alle brillanti ideatrici della rivista, anche per avermi avviato alla pratica del podcast audio autogestito, che spero di portare avanti prossimamente su questo blog.

I sopravvissuti / 5. Come posso aiutarla

Come posso aiutarla

Ogni tanto si veste come una centralinista degli anni trenta, ma non di questo secolo, di quello prima, lo fa di nascosto, perché le amiche troverebbero la cosa bizzarra, per non parlare del fidanzato, e in quei giorni ha deciso di chiamarsi Ada, un nome che le suona novecentesco e adeguato al mestiere, modesto, di contenuta eleganza, dignitoso, come il cappellino che ha scelto con cura in una sartoria teatrale e indossa vezzosamente inclinato sulla tempia destra quando entra nella stanza segreta, arredata con gusto retrò, impreziosita da telefoni fissi d’antiquariato, ovviamente fissati a nulla, dato che da decenni è stata disattivata la rete fissa, ma che al suo ingresso cominciano a squillare, essendo in realtà i terminali di un sofisticato sistema d’intercettazione delle nostre chiamate immateriali, roba costosa e proibita che si è di recente procurata grazie a una relazione intima insincera con un funzionario dei servizi d’intelligence riformisti, un adulterio a fin di bene, almeno dal suo punto di vista, il punto di vista di una persona ostinatamente interessata al nostro bene e disposta a tutto pur di perseguirlo, del resto Ada è così, benigna con violenza, coriacea nelle sue poche certezze, come quella che ci faccia male comunicare senza filtri o barriere, ciascuno con ciascun altro a qualunque ora e per ogni luogo, semplicemente sfiorando con un dito il lobo dell’orecchio in cui abbiamo scelto di farci impiantare il microchip relazionale e sbattendo le palpebre da una a cinque volte in sequenza, insomma tutta questa apparente semplificazione, sostiene Ada, non ci semplifica affatto la vita, né comunque la migliora, se guardiamo alle statistiche su risse stupri omicidi in crescita esponenziale, no, no, la soluzione per lei è tornare ai vecchi tempi, quando c’era qualcuno a smistare le chiamate, che ci aiutava a chiamare qualcun altro, dandoci intanto il tempo per pensare se volevamo chiamarlo davvero, e quel qualcuno altri non era che l’affascinante centralinista degli anni trenta, con la sua voce dolce e un po’ rauca, impreziosita dal lieve fruscìo della linea fissa, che ora Ada cerca d’imitare, come posso aiutarla, questa formalità, questa frase d’altri tempi, questa cortesia fuori luogo ci sorprende e zittisce, sicché lei può aggiungere attenda in linea prego, oppure favorisca il nominativo del cliente a cui inoltrare la chiamata prego, oppure perfino fa bel tempo a Torino?, città che non esiste più, e più Ada ci interroga più cresce lo sconcerto, noi volevamo comunicare all’istante col nostro gruppo di amici o nemici o seguaci, con un amante, con un collega, con un parente, e invece una voce estranea si è intromessa e ci rallenta, dev’essere un disservizio o magari un guasto, ci pizzichiamo e poi torciamo il lobo dell’orecchio strabuzzando gli occhi, per tentare di porvi rimedio, ma lei continua mi ripeta il suo nome prego, l’indirizzo non mi risulta, l’utente cercato potrebbe essere defunto nel qual caso la preghiamo di accettare le condoglianze della Compagnia Telefonica, insomma non fa apposta ma ci esaspera, il suo tentativo di aiutarci viene del tutto frainteso e anzi sortisce effetti paradossali,  diventiamo infatti violenti, su un marciapiede o a casa o al ristorante o sul posto di lavoro diamo in escandescenze, urlandole epiteti osceni, minacciandola di morte o peggio se non si toglie subito di mezzo all’etere, cosa che alla fine si rassegna a fare, lasciando cadere la linea con un clic d’antan, delusa sempre o magari quasi, perché in rarissimi casi, a quanto si racconta, le cose vanno diversamente, ci sarebbero alcuni di noi che stanno al gioco, ma pochissimi, forse soltanto uno, Piero, l’ultimo gentiluomo sopravvissuto alla Riforma, si dice che non vedesse l’ora di pacatamente pronunciare frasi come buongiorno signorina, sì mi lasci verificare ma credo proprio che le ultime tre cifre fossero 4 0 7, bella giornata anche lì da voi non è vero, la musica che mi ha messo per l’attesa è il mio Mozart preferito, lo sapeva, non lo sapeva, che gradevole coincidenza e comunque grazie, e così via, e durante la comunicazione, durata metà pomeriggio e impeccabilmente vuota di contenuti, pare che Piero si immaginasse dettagli della mise anni trenta di Ada, il cappellino, certo, ma soprattutto le calze scure che sbucano dalla gonna sotto il ginocchio e danno forma perentoria alle caviglie mentre si insinuano in quelle scarpe alte un po’ scollate, dettagli seducenti che si immagina ancora, di giorno, di notte, da solo, ricordando la morbida voce anni trenta di Ada, che con ogni probabilità non ascolterà mai più, dato che le sue intercettazioni sono sparute e occasionali, qualche decina al mese su miliardi di nostre chiamate, eppure lui spera, vive nella speranza che il miracolo si ripeta e gli sia concesso di tornare almeno per un po’ in quella bolla di magico distacco, di galanteria antiquata, sconnessa dal quotidiano inferno di essere, noi tutti, così vicini.

I sopravvissuti / 4. L’allieva perfetta

L’allieva perfetta

Non ha più niente da imparare e del resto a cosa le servirebbe, a questo punto, il punto del futuro in cui sapere e realtà avranno perso ogni ombra di contatto e sarà rimasta soltanto, a testimonianza di una civiltà estinta, l’ostinata imprecisa memoria delle parole dei maestri, dei silenzi dei maestri, della presenza generosa e sferzante dei maestri, almeno per chi ha avuto la fortuna di averlo, un maestro, come lei, che avanza lentamente, cautamente tra le sale irriconoscibili di quella che un tempo fu la biblioteca, da suoi calcoli accurati dovrebbe infatti trovarsi proprio qui ciò che resta della biblioteca, benché le sue rovine non siano distinguibili da quelle degli edifici circostanti, né le ceneri spesse e soffici sul terreno riconducibili con certezza alle migliaia di libri un tempo qui ospitati, o alle ossa dei loro lettori, tra cui lo studioso libero e schivo che lei tra sé e sé ha sempre chiamato maestro e ora, succube di una nostalgia superstiziosa che lui avrebbe disapprovato, vorrebbe rievocare a mo’ di spettro, ma la distruzione è penetrata così a fondo che questo luogo non evoca più nulla, nemmeno se le macerie in quell’angolo fossero proprio nel punto esatto dei loro incontri ricorrenti e il più del tempo silenziosi, il maestro nemmeno in forma transitoria e trasparente tornerebbe a farsi vivo, con quel suo sorriso mite per esempio con cui apriva un libro e poi ogni riga, ogni frase, ogni parola di quel libro, trasmettendole il vuoto di ogni apertura, vuoto su vuoto un’eredità sconfinata che lei però non potrà trasmettere a nessuno, imprigionata com’è nella sua perfezione d’allieva, perché l’hai fatto, maestro, lei pensa, perché mi hai detto di scappare, volevi salvarmi o condannarmi o entrambe le cose, gli chiede, si chiede, finché le viene un sospetto, l’irrealtà apocalittica del paesaggio le fa ipotizzare di star camminando non sulla terra ma nella mente del maestro, pochi minuti prima della catastrofe o Riforma che ha da tempo previsto senza potervisi opporre, l’allieva si sfiora un braccio, si tocca la pancia e capisce che i confini del suo corpo sono troppo ben delineati per essere reali, la sua sagoma di donna un po’ troppo giovane, un po’ troppo bella si staglia con eccessivo nitore contro uno sfondo plumbeo indefinito, ah dunque è così, è questo che speri, con le mani tra i capelli radi, chino sul ripiano della tua grande scrivania, nella tua testa giovane e vecchia, mio maestro carogna precoce, tu speri di lasciarmi il tuo vuoto e una bellezza aliena, dice l’allieva mentre nel suo corpo immaginario matura il germe reale di una risata, tu speri, speri che qualcuno, io, perché io, ma no, ma va’, ti ricordi, ti rimpianga, torni a cercarti, ti abbia amato in fondo e questa è la cosa che più mi fa, scusa eh, scusa, e ride, ride e le onde eccentriche di quel riso squassano i contorni eleganti dell’allieva, la sua silhouette impeccabile si sbriciola e dissolve nell’ampio quadro desolato della morta biblioteca, il suono della sua voce persiste e si confonde con quello del vento, il vento è forse un piccolo dolore nella testa di qualcuno, questo cielo di piombo il residuo di un sogno abbandonato, alla deriva, senza più padrone.

“Combattenti” all’ Arci Bellezza / Palestra Visconti

Al Bellezza torna il Teatro!

Giovedì 1 marzo alle 21 nella Palestra Visconti

Via Bellezza 16/a – Milano

“COMBATTENTI”

di Renato Gabrielli
regia di Paola Manfredi
con Lilli Valcepina e Giorgio Branca
assistente alla regia Valentina Malcotti
scene Salvatore Manzella
produzione Teatro Periferico

Qui non si racconta una vicenda di boxe eroica e proletaria, con tanto di riscatto sociale, ascesa e caduta dell’eroe o dell’eroina protagonista. Né si vuole rappresentare o imitare con mezzi teatrali il pugilato. Certo, per le due figure che porteremo in scena, quella disciplina sportiva è importante. Grazie alla boxe si trovano, si piacciono e dispiacciono, cercano insieme una via d’uscita da annosi vicoli ciechi. Ma si tratta di due non-eroi piccoloborghesi, di quarant’anni e passa, immersi in quotidiani problemi di sopravvivenza. Ai nostri personaggi – e anche a noi – non
interessa il tema del pugilato come veicolo di violenza, o viceversa pratica di contenimento, o di sublimazione poetica della violenza. Paradossalmente, è nelle sue regole, nonché nell’obbligo di costante presenza a se stessi, nel corpo, che risiede il suo fascino, a contrasto con un mondo fuori dal ring in cui i conflitti appaiono sempre più immateriali, sregolati, affidati a nessun arbitro. Ma Combattenti è anche e soprattutto una storia d’odio-amore per nulla romantica tra un uomo e una donna lontani dai ruoli convenzionali, irrequieti esemplari di quell’età matura che ancora non si arrende all’evidenza delle delusioni.

per info e prenotazioni:

Arci Bellezza

Telefono:
02 58319492
Email:
info@arcibellezza.it
pagina facebook: Combattenti

I sopravvissuti / 3. Gli scissionisti

Gli scissionisti

Non perché sia vietato, ma perché nessuno o quasi ne sente il bisogno, è dall’ultima Riforma che non vengono più, o quasi, fondati movimenti politici, per non parlare dei partiti, con pochissime irrilevanti eccezioni, tutte riconducibili a Fredo e Jack, nomi di fantasia per tutelare una privacy cui peraltro non sono interessati, due anziani signori affetti da un’inguaribile passione civile contratta in gioventù, quando i movimenti erano grandi movimenti e i partiti veri partiti ed era facile per loro ritrovarsi dalla stessa o dall’opposta parte di una barricata, metaforica o reale, senza nemmeno farci caso, bei tempi!, pian piano però, mano a mano che le masse si riducevano a gruppi e i gruppi a gruppuscoli, la reciproca frequentazione è divenuta inevitabile e anche un po’ tediosa, negli incontri al vertice, nei pubblici dibattiti o nelle conversazioni riservate cui la condizione di residui leader di sparute fazioni li costringeva, finché la crisi di vocazioni non ha azzerato i seguaci d’entrambi e di Lisetta, una loro combattiva coetanea, idealista e restia ai compromessi, forse anche per via di certi suoi cronici problemi all’udito, la pasionaria dei diritti, così si auto-definiva, scomparsa purtroppo un anno e mezzo fa in circostanze misteriose e sospette secondo Fredo e Jack, per un normalissimo e coerente suicidio secondo chiunque altro, fatto sta che in occasione del suo deserto funerale i due rivali si sono solennemente ripromessi d’unire le forze sotto una bandiera comune, di quale colore la bandiera, quale la sigla del movimento, quale il programma, quale il portavoce, erano tutte questioni che avrebbero discusso a un tavolo di trattative predisposto in campo neutro, in un’umida saletta riservata del Bar Briscola & Bocce, pensando di risolverle nel giro di una settimana al massimo, e invece quante spume rosse, quanti amari, quanti caffè corretti sambuca, quante sigarette nervosamente fumate nel gelido cortile durante le pause tattiche, prima dell’estenuante nottata di colloqui da cui sono emerse le centoventotto pagine fitte fitte di piattaforma programmatica, oltre all’accordo tra gentiluomini d’alternarsi nel ruolo di portavoce con cadenza bimestrale ed estrazione a sorte di chi l’avrebbe fatto per primo, estrazione avvenuta all’alba su sette turni di testa-o-croce arbitrati dal vecchio Eugenio, barista insonne, con risultato quattro a tre a favore di Jack, sul cui mandato tuttavia ha poi pesato l’ombra di un sospetto riguardo all’imparzialità di Eugenio, in gioventù suo sodale di sfide a flipper, no, no, figuriamoci, mi fido, dichiarava Fredo, ma esprimeva col linguaggio non verbale l’esatto contrario, l’importante non è chi fa il portavoce, ma che il portavoce esegua subito il programma, soprattutto i punti quattordici, ventidue e trentaquattro bis, particolarmente cari alla componente Fredo del movimento, mentre Jack fin dai primi giorni, con la sua insistenza forse un po’ arrogante sui punti due, nove e addirittura sul diciassette, ha minato – sempre secondo Fredo – le basi di un’unità così faticosamente costruita, accusa ribaltata con veemenza da quest’ultimo con riferimento alle continue lamentele della minoranza interna, insomma in men che non si dica c’era già aria di scissione, ma di chi da cosa, di cosa da chi non era per niente chiaro, né l’uno né l’altro volevano assumersi la responsabilità di una rottura già evidente nei comunicati stampa separati e contraddittorii, nei tristi comitati solitari in cui si irridevano a vicenda dandosi dello scissionista, ma con ogni evidenza erano scissionisti entrambi, condizione insopportabile, disonorevole che li induceva, malgrado l’odio reciproco, a ritrovarsi da Eugenio per gettare le basi di un movimento nuovo, che però in cuor loro sapevano si sarebbe scisso in pochi giorni, in poche ore, con un aumento progressivo del ritmo di fusioni e scissioni capace di mettere a dura prova la loro salute già precaria e soprattutto la pazienza del vecchio barista, che l’altroieri, esasperato dalle continue urla, dalla rottura di suppellettili e dai troppi conti non pagati, in effetti li ha espulsi per sempre dal locale, così Fredo e Jack devono darsi appuntamento all’aperto, al freddo, in luoghi appartati per non dare nell’occhio con la loro accesa conversazione, poi tornano nelle rispettive case per mettere a punto documenti programmatici e strategie negoziali, poi convergono in un altro luogo appartato, e così via, avanti e indietro, incuranti di fatica e malattie, ma stamattina ci dev’essere stato un equivoco, pensa Jack stringendo le spalle dentro al suo vecchio cappotto, mentre cammina avanti e indietro davanti all’ingresso della discarica nord, l’appuntamento era un’ora fa e Fredo non arriva e non risponde al telefono, strano, molto strano, di Fredo Jack pensa tutto il peggio, ma non può dire che non sia sempre stato puntuale alle riunioni politiche, anzi in anticipo, non se n’è mai persa una, e dunque adesso perché, non vuole pensare al perché, intanto passano le ore ma lui non vuole tornare a casa, non si rassegna, aspetta rabbrividendo seduto per terra, con la vecchia schiena appoggiata a un alto cancello, finché gli esce di bocca un sospiro, quasi suo malgrado, è finita, ripete a nessuno è finita, è finita, col patetismo inutile di chi si rende conto che è, appunto, finita, quando il resto del mondo l’ha capito da un pezzo.

I sopravvissuti / 2. L’ultimo dei grandi critici

L’ultimo dei grandi critici

Non si arrende all’evidenza e d’altronde con l’evidenza ha sempre avuto un rapporto complicato, conflittuale, talvolta ignorandola, talaltra contraddicendola, alla perpetua ricerca di ciò che all’occhio del profano non appare, perché attende di essere rivelato dalla penna dell’esperto, cioè la sua, in critiche settimanali temute come sentenze, ora non più, ora nessun artista lo teme o lo riverisce o gli simula amicizia, non avrebbe senso dopo che la rubrica teatrale del suo grande quotidiano ha chiuso, precedendo di poco la fine del quotidiano stesso, fine alla quale, considerato l’andamento complessivo degli eventi, si è ragionevolmente rassegnato, ma non riesce a rassegnarsi al fatto, peraltro evidente, che è finito il teatro e non in senso metaforico, concretamente, non ci sono più teatri in città né fuori, questo qui per esempio, ai margini del parco in cui sta passeggiando, una sala gloriosa anche per la gran quantità di illuminanti recensioni che lì dentro ha concepito, adesso è un caffè bar ristorante enoteca creperia budineria su tre piani, mentre altri sono stati rimpiazzati da jeanserie camicerie intimerie borsetterie su due o tre o quattro o cinque piani, dipende, comunque insomma, essendo lui stato scopritore e cultore del teatro fuori dal teatro, postmoderno postdrammatico e posteatrale, soprattutto se svizzero o catalano, il critico coltiva l’ostinata infondata speranza che alla Riforma si sia clandestinamente sottratto qualche artista alternativo, non un cuoco cioè, non un sarto, le cui pratiche artigianali sono assurte in questo nuovo e ultimo mondo a uniche arti tollerate, e anzi esaltate, bensì uno o più performer interattivi, che magari proprio in questo freddo pomeriggio di novembre si stanno aggirando in incognito per il parco, quali indomiti esploratori del labile confine tra finzione e realtà, quei due fidanzatini, per esempio, appena sbucati mano nella mano da una curva del sentiero che costeggia il laghetto, così convenzionali, in apparenza, non saranno forse giovani performer magari in effetti fidanzati tra di loro, o forse no, immersi in una simulazione provocatoria di ciò che appare convenzionale, chi può dirlo, io posso dirlo, pensa il critico, io con il mio sguardo esperto potrei decifrare il loro gioco, ma dovrei avvicinarmi e studiare bene la qualità del loro bacio, ora che si sono seduti su quella panchina, senza sembrare un vecchio guardone, da come sono posizionate le mascelle lui ci sta dando dentro con la lingua, dunque non è finzione, o forse sì, comunque lei si stacca piano, come avvertendo una presenza estranea, e poi si volge di scatto verso il critico ormai quasi incombente sulla panchina, con un’espressione di autentico disprezzo la cui freddezza gli penetra le ossa già dolenti, i muscoli già stanchi, facendolo rinculare, scartare di lato, andar via facendo finta di niente, tossendo, provando fino in fondo all’anima un’umiliazione che è sempre meglio di niente, perché lo fa sentire ancora vivo, scriverò su questo, giura a se stesso, su questa umiliazione, sul teatro che mi fa sentire vivo, anche se non è teatro, anche se è teatro solo per il mio sguardo, gli palpita il cuore, fatica a camminare, scriverò il pezzo, si ripete, appena arrivo a casa scrivo il pezzo, ma nessuno pubblicherà il suo pezzo, sempre che riesca a scriverlo, ad arrivare a casa, stremato com’è, e non cada invece in ginocchio ai margini del gelido parco, senza riuscire a rialzarsi, aiutato da nessuno, mentre la luce cruda, violenta del caffè bar ristorante enoteca creperia budineria su tre piani, le cui vertiginose vetrate si ostina a fissare, finisce di consumare i suoi occhi.

I sopravvissuti / 1. Paolo, alla fine

Paolo, alla fine

Il suo nome glie l’ha dato lei, prima ne aveva un altro, ma non si può dire che fosse il suo vero nome, come del resto nemmeno questo, Paolo, che lei gli ha dato fin dall’inizio e senza spiegazioni, che lui non ha chiesto, non è mai stato nei suoi programmi chiedere spiegazioni o fare congetture, per esempio ipotizzando che così si chiamasse in un remoto passato un marito o un amante o un figlio di lei, ma con maggiori probabilità un attore del grande schermo, o un presentatore del piccolo schermo, di quando ancora gli schermi si dividevano in piccoli e grandi ed erano spessi e pesanti più dell’aria, no, il nome non è mai stato necessario, gli basta il suono della voce di Miriam per girare la testa e guardarla e avvicinarsi, da qualunque punto della stanza in cui si trovi, per verificare se abbia bisogno di qualcosa, anche solo di essere carezzevolmente, con la massima attenzione tenuta per mano da qualcuno, cioè sempre da lui, per qualche secondo, o minuto, o magari per delle ore, dipende esclusivamente dalla volontà di lei, che però non si manifesta in alcun modo, né con la voce, né con i gesti, ed è strano per Paolo, gli risulta incomprensibile la totale immobilità di questa donna, il sonno lo riconosce, ma questo non è sonno, nel sonno un po’ ci si muove e lei lo faceva spesso, certe notti gemendo a lungo, non questa notte, non adesso, in questa camera d’ospizio che lentamente si riempie di un odore che lui non avverte, non potendo del resto percepire alcun odore, tanto meno quello della morte, concetto che non appartiene alla sua dotazione cognitiva, e chi dunque lo vedesse chinarsi su Miriam, sfiorandole con dita di perfezione inumana una guancia incavata, sbaglierebbe ad attribuirgli un sentimento di compassione, o comunque un sentimento, perché Paolo è un androide serio e soprattutto reale, mica come quelli dei film di venti o trenta o quarant’anni fa, tutti alle prese con un’assurda aspirazione a emozionarsi, prendersi cura degli anziani è semplicemente ciò per cui è stato programmato, dunque si è preso cura di Miriam con una costanza e una dedizione e un’energia che per un essere umano sarebbero eroiche, ma che per lui non hanno altra implicazione se non il consumo quasi integrale delle batterie, che da tre settimana sono in riserva, e si stupisce molto, a modo suo, che nessuno venga a ricaricarle, ma non può sapere di essere un modello ormai obsoleto, dopo la Riforma che ha rimpiazzato gli androidi della cura con quelli dello sterminio, né che per puro caso solo questa stanza in un’ala secondaria di un ospizio periferico è sfuggita all’attenzione della burocrazia riformista, contro cui comunque mai si ribellerebbe, non essendo un androide da film, tuttavia agisce come se fosse in piena e solitaria rivolta, carezzando l’anziana signora, abbottonandole la vestaglia, rimboccandole poi sopra le spalle una coperta, stringendola infine tra le braccia per trasferire a quel corpo gelido e minuto un po’ del calore delle sue batterie in esaurimento, già esaurite, nella stanza senza vita, presto buia, fuori dalla quale il mondo avanza verso un futuro ulteriore d’imprevedibile ferocia.

Teatro Utile 2018 – Il bando

 

 ACCADEMIA DEI FILODRAMMATICI

PROGETTO “TEATRO UTILE 2018”

Il progetto di formazione Teatro Utile 2018, promosso dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano, è alla sua 6°edizione e quest’anno intende concentrare la propria attenzione sulla scrittura: giornalistica, drammaturgica, autobiografica.

I temi che uniranno queste differenti forme di scrittura saranno, come negli anni precedenti, la migrazione e l’interculturalità.

Ai laboratori possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali.

Docenti: Renato Gabrielli, Livia Grossi, Gabriella Grasso

coadiuvati e coordinati dalla docente responsabile del progetto: Tiziana Bergamaschi.

I laboratori si svolgeranno presso l’Accademia dei Filodrammatici, in via Filodrammatici 1, Milano.

Il calendario degli incontri sarà così strutturato:

 

Laboratorio: “La scrittura autobiografica come luogo d’incontro” – docente Gabriella Grasso

possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali

2-3-4 marzo 2018, dalle ore 14 alle ore 18

4-5-6 maggio 2018, dalle ore 14 alle ore 18

Inoltre nei mesi di marzo e aprile sono programmati cinque incontri di tre ore l’uno per sperimentare la scrittura autobiografica con dei gruppi di migranti (date da stabilire).

 

Laboratorio: “Quando mi sono sentito l’altro-Storie di quotidiana diversità” - docente Livia Grossi possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali  

16-17-18 marzo 2018, dalle ore 14 alle ore 20

20-21-22 aprile 2018 dalle ore 14 alle ore 20

Nella settimana dal 19 al 25 marzo si realizzeranno delle interviste con migranti (date da stabilire)

 

Laboratorio: “L’amplificazione della paura tramite fake news” - docente Renato Gabrielli

la partecipazione è riservata esclusivamente a drammaturghi

Dal 7 maggio al 13 maggio 2018 – dalle ore 10 alle ore 18.

 

Si può presentare la propria candidatura per un solo laboratorio.

Il costo dei laboratori è a carico dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano, quindi la partecipazione per gli allievi è gratuita.

Ammissione:

Le domande di  partecipazione al concorso di selezione, corredate di curriculum vitae e lettera motivazionale, devono essere inviate all’indirizzo: filodram@accademiadeifilodrammatici.it

entro  e non oltre il 15 febbraio 2018.

Per ulteriori informazioni consultare www.accademiadeifilodrammatici.it/bandi-aperti/

 telefono 02  86460849

NDN – presentazione del libro

PROGETTO NdN

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

 

“NDN – NETWORK DRAMMATURGIA NUOVA”

 

DOMENICA 26 NOVEMBRE 2017  | ORE 15.30
a seguire lo spettacolo “OPERA SENTIMENTALE” di Angius/Festa feat Woody Neri
vincitore del Bando NdN 2017

MO.CA Palazzo Martinengo Colleoni – Sala Alberi

INGRESSO LIBERO

NdN network è una rete nazionale che promuove un’azione di sostegno per la drammaturgia contemporanea italiana. Grazie al Bando Sillumina indetto dalla Siae il network ha pubblicato un volume dedicato al racconto del progetto NdN, dove le voci dei promotori, dei tutor e degli autori si incrociano per dare una visione esaustiva di come è nato e si è sviluppato il progetto. Un focus particolare è dato all’edizione 2016/17 con la pubblicazione dei 5 testi selezionati.
Nell’ambito di Wonderland Festival la presentazione del volume diventerà occasione per discutere di formazione, produzione e diffusione della drammaturgia contemporanea in Italia.
A seguire, verrà presentato lo spettacolo Opera Sentimentale della compagnia Angius/Festa, sul testo omonimo di Camilla Mattiuzzo, vincitrice dell’edizione 2016/17 di NdN.

Interverranno: Davide D’Antonio – Direttore artistico di Wonderland Festival, Renato Gabrielli – Docente di scrittura teatrale presso la Scuola Civica Paolo Grassi e Maximilian La Monica – Direttore Editoriale casa editrice Editoria e Spettacolo.

NdN Network
Capofila: Residenza IDRA/Wonderland Festival (BS)
Partner: Campo Teatrale (MI), Triangolo Scaleno/Teatri di Vetro (RM), CapoTrave/Kilowatt (Sansepolcro – AR), OUTIS – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea (MI), Officina Culturale Distretto Creativo/20chiaviteatro (Civita Castellana VT), RETablo (CT), L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino (Mondaino – RN), Concentrica (TO), Piccola Compagnia della Magnolia (Avigliana – TO), Residenza artistica ILINXARIUM (Inzago – MI)

Con il supporto del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”

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