Lettere nello spazio – 27 giugno

Qui Terra, Italia, casa mia, cucina mentre sta bollendo l’acqua per la tisana, sera

Cara intelligenza collettiva superiore che a quanto pare abiti il pianeta Botcha F,

Hai ricevuto il mio messaggio intergalattico di tre giorni fa? Te ne scrivo di seguito un altro perché intanto qui nei pressi, un po’ a nord, si è svolto un importante referendum – e  anche se l’Annamaria dice che sul vostro pianeta non avete bisogno di roba del genere, perché risolvete tutto in armonia, grazie appunto all’intelligenza collettiva, io vorrei sentire direttamente il tuo parere, per eccellenza oggettivo. Non tanto sull’argomento della suddetta consultazione popolare, che da laggiù ti parrà ancora più piccino che visto da qui, ma sulle mie prospettive professionali. Mi spiego. Se per motivi tecnici o di altro tipo non verrà accolta la mia richiesta di asilo su Botcha F, mi ritroverò a sopravvivere qui a tempo indeterminato e oltretutto lavorando per il teatro. Insomma, il fallimento è dietro l’angolo, e non sto parlando del “fallire ancora, fallire meglio” di beckettiana memoria. Hai presente Beckett, il grande scrittore comico?… Be’, comunque io con questo Beckett non c’entro nulla, conosco solo il “fallire e basta”. Però mi è venuta un’idea, una specie di piano B, o C, o più giù nell’alfabeto: riciclarmi come Seminatore di Referenda. Un mestiere nuovo, anzi no, esiste già, ma io gli darei il nome e più metodo. Come la vedi? Funzionerebbe così.

Man mano che il nostro mondo si avvia disordinato e confuso verso la sua fine, ovviamente aumentano i problemi insolubili o che si possono risolvere solo con molta pazienza e intelligenza. Perciò la gente si arrabbia. Anch’io stasera sono arrabbiato, per un problema di cui forse ti parlo dopo, e dunque ho messo su l’acqua per la tisana, una bevanda autopunitiva e schifosa, ma lasciamo stare. Dunque, appena si è aggregata una sufficiente massa di persone giustamente arrabbiata per qualcosa, il Seminatore si avvicina con fare complice, ammiccante, empatico e indignato; strabuzza gli occhi, sbuffa, saltella e saltellando si mette a canticchiare:

Ce ne andiamo o no, ce ne andiamo sì o no?

Il contagio del saltello e del coretto è irresistibile. Il Seminatore allora si mette in un angolo per vedere di nascosto l’effetto che fa. L’effetto è che scatta il referendum e tutti urlando sì sì se ne vanno di corsa da un’altra parte, verso altri problemi, di solito peggiori. Ma l’importante è che nella fretta d’andarsene i poveretti lasciano cadere per terra delle cose a cui tengono, tipo i loro risparmi. E quando, passata l’eccitazione, tornano sul posto, non li ritrovano più. Chi, quatto quatto, se li sarà intascati? Ma lui, il Seminatore! Che potrà finalmente coronare il suo doppio sogno di villa con piscina e pensione integrativa. Niente male per un teatrante fallito, eh?

All’Annamaria questa mia idea non è piaciuta per niente, dice che denota una mancanza di sensibilità etica. Anche Pietro Paolo, il mio amico che gira documentari tristi, ha scosso la testa e sospirato, disapprovando. Ma che cosa farà mai di male, il Seminatore, se non dire e dare alla gente quel che la gente vuole?… Cioè, caro Pietro Paolo, l’esatto contrario dell’amara verità in bianco e nero che tu cerchi di propinarle, procurandoti in cambio una meritata miseria!… Ma dei mestissimi film di PP premiati in festival d’istigazione settaria al suicidio parleremo quando ne varrà la pena, cioè mai. Tornando al Seminatore, affermo categoricamente, fissando con occhi arrossati l’acqua ormai bollente nel pentolino, che nel suo scanzonato egoismo opportunista è comunque un’educanda, un innocuo fantolino, un Socrate, un Budda, un santo qualunque a confronto col malvagio inventore del sistema di call center per gli utenti delle compagnie telefoniche DEVO STARE CALMO

Arrabbiarmi mi fa male, molto male, devo stare CALMO. Ma dimmi tu, dalla tua galassia, se ti sembra normale stare CALMI! CALMA! CALMA!… di fronte a quanto segue. Allora. Devi sapere che la mia città è letteralmente tappezzata di enormi manifesti di una compagnia di telecomunicazioni che promette connessioni sempre più veloci per sempre meno soldi… Connessioni con chi? E perché?… Queste domande molto logiche non ti vengono in mente mentre guardi incantato i manifesti e ti precipiti a comprare (IO mi sono precipitato a comprare!) un supermegapacchettotuttoincluso con VisionSelf, un marchingegno  avvenieristico che ti ritrasmette in tempo reale una scansione completa della tua attività cerebrale mentre pensi a cazzate. Ora, a me il VisionSelf mi affascina, l’ammetto – cioè, l’idea di poter finalmente soddisfare la mia antica curiosità, ovvero visualizzare quel che mi passa per la testa mentre penso a quel che penso quasi sempre, cioè: cazzate. Purtroppo però DEVOSTARECALMO da quando ho comprato il supermegapacchettotuttoincluso, di cui non mi importa assolutamente nulla a parte il VisionSelf, il suddetto VisionSelf non si attiva, non si connette, non si carica, non si scarica, non parte, non funziona, non risulta registrato, impostato, avviato, formattato in alcuna forma che si possa capire, benché io passi dalle due alle tre ore al giorno a domandare chiarimenti alle voci automatiche o esotiche, disperanti, deliranti, incompetenti che sbucano a getto continuo dall’abisso infernale di quel MALEDETTO numero verde.

Che poi lo so che non è colpa loro. Dei proprietari delle voci, dico. Sono persone malamente sfruttate dai diabolici beneficiari di quest’impeccabile sistema per la presa in giro del cliente. Gli sventurati, dopo non aver risolto il tuo problema che naturalmente non possono risolvere, t’implorano di dar loro un buon voto alla domanda numero otto della successiva telefonata automatica di controllo qualità. E io glielo do, il buon voto, e vorrei fare anche di più, per loro e per me stesso. Con il tuo aiuto, caro amico di Botcha F, vorrei individuare chi è responsabile di tutto ciò e andarlo a trovare. Grazie al vostro network di sorveglianza satellitare intergalattica sarà un gioco da ragazzi. Ma bada che non vale accusare “i meccanismi impersonali del neo-liberismo globalizzante a trazione finanziaria”! L’ho già sentita questa solfa e non ci casco più. Voglio nome, cognome e indirizzo. Né più, né meno. Poi vado lì a trovare quel bastardo e prometto che starò CALMO

Andrò solo a esporgli i risultati di un referendum, una piccola consultazione popolare tra me e me che avrà detto SÌ alla secessione del naso da quella sua faccia da schiaffi, dei denti da quella sua bocca bugiarda, SÌ, SÌ e ancora SÌ all’annessione ritmicamente reiterata al suo pigro culo di questa mia scarpa dalla suola PESANTE MOLTO PESANTE

Se il mio tono ti sembra un po’ sopra le righe, cara intelligenza ultragalattica, se le mie parole suonano un filo aggressive, è solo perché non ho ancora assunto la benefica tisana alla risciacquatura di erbe regalatami dall’Annamaria. Abbi dunque fiducia e inviami quanto prima le coordinate di chi sappiamo noi. Ne farò un uso responsabile ed equilibrato, pienamente in linea con le caratteristiche psicologiche che visibilmente mi contraddistinguono.

Grazie in anticipo,

Con stima,

A presto,

Tuo

P.S. -   Aaaaaahaaaah!… Si è bruciato il pentolino!

Mentre ti scrivevo e tu non rispondevi mi è evaporata l’acqua

Anche tu però

Ogni tanto potresti rispondere

Vabbe’

VA*********** LA TISANA

Dovrebbe essermi rimasto un avanzo di quella grappa delle Dolomiti

Cin

Alla tua, marziano

Lettere nello spazio – 24 giugno

Qui Terra, Italia, casa mia, la solita stanza, giorno

Caro amico del pianeta Botcha F,

Anche voi sul pianeta Botcha F chiamate amici delle persone che manco conoscete, e che magari sono amici di amici di amici di amici – sempre che qualcuno nella catena di amici non abbia litigato e dunque rotto l’amicizia all’insaputa di tutti gli altri?

Io per esempio non ti conosco, ma la catena d’amicizia è solida e corta, perché mi ha dato il tuo indirizzo l’Annamaria – hai presente? E’ difficile non avere presente l’Annamaria, ha un carattere molto particolare, che secondo me si nota e distingue anche su altri pianeti. Di solito non riesco a seguire i suoi ragionamenti per più di due minuti, al terzo me ne vado e lei continua comunque a parlare: roba di fede. Il problema tra noi è che lei, all’esatto mio contrario, non può fare a meno di credere a qualcosa o qualcuno. Ogni tanto (qualche mese, qualche anno) cambia fede e cerca di convincermi. Io però, oltre al fatto che non riesco a credere a niente, trovo faticose certe pratiche legate alle fedi che si va a scegliere: solenni impegni dietetici, o posturali, o morali, o peggio. E dunque me ne vado alla chetichella, senza che lei si offenda e quasi se ne accorga, dato che, come ti dicevo, ha un carattere molto particolare. Ma quando si è messa a parlare di voi, di una forma d’intelligenza superiore che fisicamente non ci assomiglia per niente, ma capisce la nostra lingua, mi sono fermato ad ascoltarla, affascinato.

Io non sono il tipo che crede ai marziani o agli UFO, faccio teatro, io, un’attività di gente colta per gente colta – hai presente? Il teatro? Hai presente la cultura?… Ecco, una pirlata vintage come gli UFO è chiaramente insostenibile per uno del mio ambiente, ma se l’Annamaria mi garantisce che Botcha F è un pianeta lontanissimo ma vero e popolato da un’intelligenza collettiva superiore con cui ci si può mettere in contatto senza pregare, o respirare pensando al respiro, o rinunciare – dico per dire – alla trippa, ma semplicemente scrivendo a questo tuo indirizzo, be’, io almeno un tentativo di credere in te lo faccio. Perché hai l’aria di essere un punto di riferimento. E io ho un gran bisogno di punti di riferimento. Di qualcuno che, da molto lontano, mi aiuti a vedere le cose oggettivamente. Mi piace questo avverbio. Sai, qui sulla Terra siamo così soggettivi, soggettivi, soggettivi. E allora io lo ripeto, il magico avverbio: oggettivamente.

Prendi il teatro, per esempio. Ce l’avete il teatro, lì da voi? In caso contrario, te lo spiego in quattro parole. E’ una cosa molto bella, di comunicazione, come adesso tra me e te, solo immagina che siamo nello stesso spazio, diciamo chiuso, e c’è della gente che ci guarda  e invece di scriverlo tutto di fila si scrive così:

IO -  (amplificando la voce con le mani a imbuto)  Qui Terra, lì Botcha F?… Qui Terra, lì Botcha F?… Botcha F, non ti vedo, perché non ti vedo?… Botcha F, non ti sento, perché non ti sento?

TU -  (voce fuori scena sarcastica, tonante)  Perché non esisto.

Lungo silenzio. La situazione sta per diventare teatralmente interessante, quando si alza e interviene un Critico di Mia Conoscenza.

CMC -  Tutto qui?… Non mi sono emozionato per niente. Che spocchioso intellettualismo, che mancanza di passione e verità…

All’improvviso il profilo di un enorme piede cartonato in stile Monty Python degli esordi piomba sulla testa parlante di CMC, mettendolo a tacere per sempre.

TU -  (voce fuori scena, calma e giusta)  Per te sì, pidocchio.

Ecco, ti rendi conto che una cosa del genere, il teatro, oggettivamente, è molto bella e fa cultura – e dunque merita di essere sovvenzionata dallo Stato. Hai presente lo Stato? Sulla Terra, in Italia, ne abbiamo uno, che a dir la verità aiuta pochissimo la cultura, per non parlare del teatro. Ma qualche anno fa hanno cominciato a governarlo delle persone democratiche che parlano tanto di cultura e hanno perfino emesso un decreto che si chiama Valore Cultura. Ce l’avete voi un decreto così? Scommetto di no, perché non ci vuole un’intelligenza superiore per produrre un simile pasticcio, ne basta mezza e  subnormale. Ora, che demo-menti analoghe abbiano concepito una riforma complessiva dello Stato, da cittadino dovrebbe preoccuparmi un po’, ma non ci riesco, caro amico d’un’altra galassia. Intesso rapporti con te, nella prospettiva di squagliarmela, se passa la cosiddetta riforma. O anche se non passa.

Dai. Mi butto di già. Te lo chiedo! Mi vorreste su Botcha F?… Quel pianeta meraviglioso dove riforma vuol dire riforma, cultura vuol dire cultura, sinistra non vuol dire destra, narrazione non è raccontarsela, sì è sì, no è no… Dove non c’è nemmeno bisogno del teatro, per cercare di ridare senso alle parole?

Con calma. Rispondi pure con calma. E’ chiaro che sto correndo troppo, dobbiamo conoscerci meglio – chissà, magari non merito questo privilegio, magari non si può emigrare lì da te per problemi tecnici di trasporto… E comunque l’Annamaria avrebbe la precedenza, quel che è giusto è giusto. Chiederei solo, nel caso, di viaggiare in navicelle spaziali separate. Lei parla davvero tanto, sai? Per il momento mi accontento del tuo parere oggettivo. Insomma, dammi un feedback, quando puoi, sugli argomenti di cui sopra: la fede, la Costituzione, i decreti sulla cultura senza valore, il teatro senza passione, la logorrea mistica, i viaggi nello spazio. Ne avrei davvero bisogno perché (l’hai notato, eh?) mi sento piuttosto confuso. Poi, superati questi scogli, potrò chiederti consiglio su ciò che davvero mi tormenta, il problema dei problemi:

Come aggirare i call center nei rapporti con le società di telecomunicazioni?

Con fiducia,

Tuo

P.S. Voi non avete call center, vero, a Botcha F? Non sto scrivendo a un call center o servizio clienti, vero?

Ti prego, non mi deludere rispondendo PREMI ASTERISCO

 

“Premio Hystrio”: il programma

Milano, Teatro Elfo Puccini
Corso Buenos Aires 33
16 – 17 – 18 giugno 2016

Programma

da giovedì 5 a venerdì 20 maggio

ore 10-18 – Pre-selezioni del Premio Hystrio alla Vocazione a Roma (Teatro Argot Studio, 5-8 maggio) e a Milano (Scuola Teatri Possibili, 16-20 maggio). Audizioni pubbliche di aspiranti attori.

I giurati delle pre-selezioni: Dario Aggioli, Ilaria Angelone, Fabrizio Caleffi, Albarosa Camaldo, Claudia Cannella, Francesco Frangipane, Emilio Nigro, Pino Tierno, Alessandro Toppi.

giovedì 16 e venerdì 17 giugno

ore 10-18Finale delle selezioni del Premio Hystrio alla Vocazione. Audizioni degli aspiranti attori che hanno superato le pre-selezioni.

ore 21Lettura scenica di Fratelli, di Pier Lorenzo Pisano, testo vincitore del Premio Hystrio-Scritture di Scena 2016, regia di Sabrina Sinatti (16 giugno)

ore 21Spettacolo: Combattenti, di Renato Gabrielli, regia di Paola Manfredi, con Giorgio Branca e Lilli Valcepina (17 giugno).

I giurati del Premio Hystrio-Scritture di Scena: Laura Curino (presidente), Laura Bevione, Fabrizio Caleffi, Claudia Cannella, Roberto Canziani, Sara Chiappori, Renato Gabrielli, Roberto Rizzente, Massimiliano Speziani, Diego Vincenti.

sabato 18 giugno

ore 10-13 – Finale delle selezioni del Premio Hystrio alla Vocazione. Audizioni di aspiranti attori che hanno superato le pre-selezioni.
ore 15 – Comunicazioni della Giuria sui vincitori del Premio Hystrio alla Vocazione 2016.
ore 21 – Serata-spettacolo delle premiazioni. Segue brindisi.

Giuria del Premio Hystrio alla Vocazione: Ferdinando Bruni, Fabrizio Caleffi, Claudia Cannella, Arturo Cirillo, Monica Conti, Veronica Cruciani, Andrea Paolucci, Mario Perrotta e Walter Zambaldi.

Premio Hystrio all’interpretazione a Monica Piseddu
Premio Hystrio alla regia a Simone Derai
Premio Hystrio alla drammaturgia a MusellaMazzarelli
Premio Hystrio-Altre Muse a Cue Press
Premio Hystrio-Iceberg a Collettivo Cinetico
Premio Hystrio-Corpo a Corpo a Balletto Civile
Premio Hystrio-Twister ad Animali da bar di Carrozzeria Orfeo
Premio Mariangela Melato ad Angelo Di Genio e Beatrice Schiros
Premio Hystrio alla Vocazione per giovani attori
Premio Hystrio-Scritture di Scena

Le audizioni sono aperte al pubblico.
L’ingresso alle serate è libero
Direzione artistica e organizzazione: Claudia Cannella
Hystrio, via Olona 17 – 20123 Milano
tel. 02.400.73.256,
e-mail: segreteria@hystrio.it
www.hystrio.it

Ufficio Stampa: iagostudio-Mara Serina 338.3246269, maraiagostudio@gmail.com

“Sotto un cielo straniero” a Zona K

TEATRO UTILE e MASCHERENERE

Sotto un cielo straniero

frammenti

4 – 5 – 6 maggio ore 21

ZONA K via Spalato 11 – Milano

 

Ingresso: € 13,00 (intero) / € 8,00 (ridotto per Under18, Over60, studenti)

Tessera € 2,00

Posti limitati, prenotazione consigliata

Dal lunedì al venerdì 10.00-19.00

0297378443

393 8767162

biglietti@zonak.it

 

 

Brevi testi di pochi minuti, che insieme compongono un quadro impressionista sull’immigrazione in una grande città, come ad esempio Milano.

 

La drammaturgia lavora sullo sguardo con cui i migranti vedono noi e la città sconosciuta in cui arrivano. La sensazione dominante è lo spaesamento, il non riconoscimento dei luoghi e del linguaggio. L’ironia, spesso rivolta verso se stessi, è corrosiva e non risparmia nessuno.

 

Siamo obbligati a riconoscerci nei comportamenti e nei giudizi stereotipati verso i cosiddetti “extracomunitari”. Questo permette di mettere in campo temi forti con leggerezza.

 

La regia cercando di valorizzare la partecipazione collettiva all’evento scenicoalterna momenti corali e individuali. Il palcoscenico è marcato da cartelli stradali e semplici elementi scenografici realizzati in cartone seguendo lo stile della “street-art”. Il pubblico è seduto in un cerchio, all’interno del quale si svolgono le scene.

 

Lo spettacolo “Sotto un cielo straniero” è nato dal laboratorio di drammaturgia condotto da Renato Gabrielli con la collaborazione di Tiziana Bergamaschi per il progetto “Teatro Utile” di cui l’Accademia dei Filodrammatici di Milano si è fatta promotrice.

Lo spettacolo che va in scena a ZONA K è un’evoluzione e rielaborazione del primo risultato presentato a termine del laboratorio, nel giugno 2014.

 

 

Autori

Marco Di Stefano, RufinDohZéyénouin , Margarita Egorova, Elide La Vecchia, Alfie Nze, Lorenzo Piccolo, Diego Runko

 

Supervisione drammaturgica: Renato Gabrielli

 

Interpretato dagli attori migranti che partecipano al progetto “Teatro Utile” Olivier Elouti, KaluaRodriguez, YordyCagua, YudelCollazo, MateoÇiliMayilGeorgiNieto, NgoneGueye, musicista RachidL.Willy

regia: Tiziana Bergamaschi

aiuto alla regia: Olivier Wangue Elouti

scene: Andrea Finizio

L’autobiografo

Progetta di fare della sua vita un capolavoro, o meglio di abbassare l’idea di capolavoro al livello della sua vita. Come gli sia maturata dentro tale ambizione non saprebbe dirlo. Gli si è manifestata all’improvviso, da ieri a oggi, dall’oggi al domani. Prima di oggi forse era e certamente si sentiva una persona normale. In che senso? In quello generico, indefinito, che si associa all’idea di normalità. Comunque non avvertiva una particolare esigenza di raccontarsi, né tantomeno una vocazione. I suoi colleghi – per dire – si raccontavano più di lui.

Un giorno, per esempio oggi, è tornato a casa dal suo solito lavoro con un’eccitazione insolita. Trova lì ad aspettarlo la donna provvisoriamente della sua vita. Ci sono saluti, contatti  e scambi dialogici di ordinaria intimità. Poi eccoli uno di fronte all’altra, separati da due piatti fumanti di minestra: una situazione non nuova. La minestra per la precisione è una zuppa di legumi. Lui guarda la zuppa, aspetta a mangiarla, ma non perché tema di scottarsi. Guarda la donna.

Devo dirtelo. Non è giusto che ci siano segreti tra noi.

Sospira, torna a guardare la zuppa.

Questa zuppa. Questa zuppa, questi legumi, questo fagiolo borlotto che galleggia. Noi due davanti a questa zuppa. Questa casa intorno alla zuppa e a noi due. Questa città, questo mondo intorno. Capisci?

Lei per il momento non capisce. Si è sempre ritenuta, come lui, una persona normale e le  parole del suo uomo di oggi, pronunciate con ispirata tensione, le suonano strane. Indaga. Lo interroga, con affetto. Vuole saperne di più. L’autobiografo, che è tale solo da pochi istanti, fatica a spiegarsi, non trova le parole giuste, non si è ancora impadronito di un lessico adeguato a imbrigliare, a codificare l’abbacinante evidenza della sua nuova missione. O condizione.

Condividiamo la zuppa, cioè… Non nel senso di mangiarla, ma con altri… Non nel senso di darla ad altri, per piacere non interrompermi – è difficile anche per me! Che svolta, Luisa!… Mi giuri che sarai con me in questa svolta, qualunque cosa succeda?… No, non giurare! Prima devi capire. Mi spiego?

Passa del tempo, la minestra si raffredda, tecnicamente la cena è rovinata. A Luisa è passato l’appetito. Comincia a irritarla il fatto di non riuscire a interloquire. Il suo compagno, diversamente dal solito, è una specie di fiume verbale in piena. Racconta, si racconta. A un certo punto si concentra sul fagiolo borlotto galleggiante, freddo. Lo addita.

Riguarda tutti!

Lo fotografa, lo filma e intanto ne parla, ma non gli basta parlarne: ne scrive, e subito condivide col mondo ciò che sta scrivendo sul fagiolo, sulla zuppa, su Luisa sbigottita, su questa cena. È l’inizio di un’autobiografia tutta al presente che finirà, lui pensa, solo con la fine del suo stesso corpo. Eppure non è mai stato e sa di non essere uno scrittore, un fotografo, un filmaker. La modestia, tratto caratteriale tipico suo e che lo rende così amabile da Luisa e non solo, è rimasta intatta – anzi.  Il capolavoro che ha in testa, che gli preme nel cuore, non vuole avere nulla di artistico: coincide piuttosto con la pura, integrale trasparenza della sua natura consapevolmente insignificante.

Da quella zuppa in poi, l’autobiografo si narra senza limiti, con radicale onestà, instancabilmente. Produce e diffonde ogni giorno, sedici ore su ventiquattro, una quantità impressionante di immagini e parole; e, certo, non è il solo al mondo a farlo… Ma tale produzione non ha nulla ha che vedere col narcisismo insincero e volubile di tanti frequentatori delle reti sociali virtuali. È spoglia di abbellimenti e lusinghe, apatica, piattamente veritiera.

All’inizio perplessa, Luisa col passare del tempo asseconda volentieri la deriva narrativa del suo uomo. Dopo lo spiazzamento e l’agitazione della prima sera e notte, s’abitua alla costante esposizione pubblica delle loro esperienze comuni, che in fondo non impedisce a lei di viverle, e a lui fa tanto piacere. Sarebbe tutto sommato, per inclinazione, una donna riservata, ma ha l’intelligenza per comprendere che i tempi sono cambiati e che al dì d’oggi l’intimità può sopravvivere anche in piena luce, grazie alla prevedibile indifferenza degli sguardi altrui. Amplessi, abluzioni, colazioni, minute discussioni, tragitti in tangenziale, code al centro commerciale, pulizie domestiche, silenzi casuali, l’intero spettro del dimenticabile confluisce nella fluviale autobiografia, senza far danni. Anche perché nessuno o quasi la legge o guarda – di certo nessuno per intero. Finché non interviene Quintino F.

Quintino F. è il nome palesemente falso di una persona reale, che nessuno vorrebbe avere la sfortuna di conoscere, arrogante, vendicativa, vacua e malvagia – un critico, insomma, e per giunta potente. Un uomo totalmente estraneo alla modesta, affidabile cerchia abituale dell’autobiografo: oltre a Luisa, un’anziana madre, una sorella con marito e due figli, due amici dei tempi dell’università e un pugno di colleghi opachi e blandamente solidali. Tutta gente (quella della cerchia) che non prende troppo sul serio l’ossessione narrativa del compagno, figlio, fratello, cognato, zio, amico o collega; e che spera in cuor suo, con affetto, che gli passi presto. Ma Quintino ovviamente non sa cosa sia l’affetto, o ciò che tra noi non-critici si chiama, tanto per intenderci, umanità. Annoiato dalle tante opere bellissime o comunque interessanti che per mestiere gli tocca analizzare, incappa per puro caso nella smisurata autobiografia permanente di cui stiamo parlando e, in un accesso di snobismo aggressivo, le dedica due pagine piene di un quotidiano nazionale a larga tiratura.

Il successo arriva dunque come un evento meteorologico inatteso, inevitabile, da cui non è previsto riparo. All’articolo di Quintino ne seguono altri, per lo più favorevoli per servile emulazione, in minima parte avanzanti caute riserve. Ma soprattutto si moltiplicano esponenzialmente i lettori e spettatori dell’autobiografia, che riversano nella rete virtuale universale centinaia, migliaia di commenti. I pochi carichi d’odio e disprezzo provengono da veri scrittori e filmaker in varia misura falliti e frustrati. Ma l’autobiografo non se ne cura, poiché non ha mai voluto essere un artista. Non si cura neppure, per lo stesso motivo, dei ben più numerosi ammiratori. Non concede interviste, non rilascia dichiarazioni. Rimane concentrato, con spontanea coerenza, sul ritmo ordinario del suo capolavoro.

Questo ritmo, questa ordinarietà vengono però sempre più disturbati da un’imprevista trasformazione dell’ambiente che lo circonda. Una parte degli appassionati fruitori dell’autobiografia comincia infatti a organizzarsi in gruppi d’interesse, o addirittura di pressione – delle vere e proprie lobby narrative. Se ne formano a decine. Ce ne sono di molto serie e impegnate, come “Siamo tutte Luisa”, che giunge a raccogliere più di trentamila adesioni. Non mancano i gruppi che discutono di cucina, in particolare di minestre, inondando la coppia di competenti e inascoltati consigli. Ci sono pure combriccole anarcoidi e un po’ goliardiche, come il fan club “Cambia farfallino, Prinetti!”. Prinetti è un collega dell’autobiografo, che ogni mattina ne descrive piattamente l’abbigliamento, in cui spicca sempre un inappuntabile farfallino color bordeaux. I fan burloni suggeriscono a Prinetti farfallini alternativi: verdi, neri, a strisce, a pois, con disegnini buffi. E lui legge i commenti dei fan. E un bel mattino, forse non così bello, si presenta in ufficio con un farfallino a pois.

L’autobiografo subito percepisce che c’è qualcosa di strano. Che quello non è il Prinetti vero. E ripensa al panettiere sotto casa, al suo comportamento peculiare negli ultimi giorni, alla sua cortesia sopra le righe, a certi sconti inconsueti sulla focaccia: come se gli fosse giunta eco della fama dell’affezionato cliente e volesse apparire in buona luce nell’autobiografia. Sono le avvisaglie di una catastrofica per quanto ben intenzionata falsificazione delle condotte pure nella ristretta cerchia di chi più gli è caro. La madre assume atteggiamenti tipicamente materni in senso protettivo che non le sono mai stati propri. La cognata diventa una perfetta cognata. I nipoti, nipoti vivaci ma simpaticamente affettuosi. Il fratello, assurdamente, gli fa dei regali. E perfino Luisa, Luisa assume tutto un piglio non suo, senza ammetterlo si mette a seguire i consigli delle sue migliaia di fan, si evolve con velocità innaturale, gli appare in un certo senso più autonoma e sexy, ma quel senso gli sfugge: come se all’improvviso li separasse una lunare estraneità.

Cerca di reagire facendo finta di niente, imperturbabile, con rigorosa fedeltà al progetto. Registra senza commenti o giudizi ciò che suo malgrado gli muta intorno. Ma non funziona. La gente ci prende gusto a comportarsi in modo interessante per lui, a suo particolare beneficio, sicché la sua autobiografia si fa ogni giorno più avvincente e più fasulla. Comincia a incombergli addosso una sensazione di fallimento mai provata prima. Scrive meno, filma di meno, ma non riesce a smettere. D’altra parte, non riesce a chiedere a Luisa e agli altri suoi cari di tornare a comportarsi in modo spontaneo, perché istintivamente si rende conto che non potrebbero, che il processo deleterio avviatosi con l’articolo di Quintino è irreversibile. Si rifugia allora nei sogni. Concepisce cioè l’idea, ispirata da vaghe conoscenze psicanalitiche, che un maggior grado di verità autobiografica possa risiedere nei sogni.

Per alcune notti consecutive quasi si avventa sui propri sogni, svegliandosi più volte per annotarli, per così dire, in diretta, com’è abituato a fare con gli eventi della sua vita cosciente. L’esito di tale pratica risulta però bizzarro e insoddisfacente: benché le sue immagini oniriche per molti aspetti riflettano fedelmente il tran tran della veglia – concatenandosi  in sequenze d’azioni anodine ambientate nella sua stanza da letto, nel suo ufficio, nelle strade quiete del suo quartiere semi-periferico – una volta trascritte esse rivelano vuoti insidiosi, ambiguità intollerabili, ellissi narrative non giustificate. Oltretutto, e soprattutto, l’inevitabile distanza temporale e di stato mentale tra sogno e racconto rende quest’ultimo inaffidabile, minando alla base i presupposti morali dell’autobiografia. Cerca dunque di sognare a occhi aperti, di scrivere sognando, ma un simile tentativo, di notte in notte reiterato e frustrato, gli procura un’insonnia patologica da cui in passato è sempre stato esente e che ora gli dà l’impressione d’impazzire.

Diventa irritabile e impaziente con parenti e colleghi; si distrae troppo spesso sul lavoro; litiga con Luisa per i più futili motivi. Incalzato dall’insonnia, prende l’abitudine di  girovagare a notte fonda, quando ritiene più probabile incrociare persone cui non sia giunta notizia della sua autobiografia e quindi passabilmente spontanee, vere. Per fortuna il suo  è un tranquillo quartiere residenziale, sicché non fa incontri pericolosi. Né li cerca, a dir la verità. È sempre stato e rimane un uomo prudente, perfino pavido all’occorrenza. Finché una volta, ormai stremato nelle facoltà mentali dalla cronica astensione dal sonno, si smarrisce in una periferia estrema, che non riconosce. Si ritrova a camminare come un automa su uno stretto marciapiede lungo un viale senz’alberi con carreggiata a tre corsie in entrambi i sensi di marcia, fiancheggiato da enormi condomini semispenti a perdita d’occhio fino all’orizzonte. Pioviggina.

Anche questo lo devo raccontare.

Pensa – e si ferma a frugare nelle tasche dell’umido cappotto.

Solo ora si accorge di non aver portato nulla per scrivere o filmare. Prova una sorta di estenuato sollievo, e al tempo una contrazione alla bocca dello stomaco, una voglia di piangere atavica, infantile. Solleva la faccia verso il cielo, si lascia piovere addosso, ora la pioggia è più forte. Nel cielo non ci sono stelle, non c’è luce, non c’è nulla; e così nel suo cervello. Non vorrebbe tornare più indietro, a casa, alla vita, ma tornerà. Intanto respira, libero da sé per qualche istante, senza storie.

“Combattenti” a Milano

4 e 5 Marzo 2016
 ore 21.00
COMBATTENTI

di Renato Gabrielli
regia Paola Manfredi
con Giorgio Branca e Lilli Valcepina
produzione Teatro Periferico

Un uomo e una donna, nell’età di mezzo. una comune passione per la boxe. Lei ex campionessa. Lui dilettante di lungo corso, senza talento. Entrambi soli, segnati dai rispettivi fallimenti. Ma sorretti da una viscerale voglia di combattere ogni giorno, per sentirsi vivi.

A SEGUIRE BRINDISI CON GLI ARTISTI!
€13+2 di tessasa associativa- ridotto €10
prenotazione obbligatoria…

AltaLuceTeatro
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Teatro Utile 2016: il bando

                                                                     

PROGETTO “TEATRO UTILE 2016”

Laboratori di drammaturgia

In questo quarto anno il progetto “Teatro Utile (Arte e sviluppo)”, organizzato dall’Accademia dei Filodrammatici, propone due laboratori di drammaturgia nei quali si lavorerà a partire da immagini riferite all’esperienza di viaggio dei migranti  dalle coste nord africane alla Sicilia. Si prenderanno in esame: fotografie, bigliettini lasciati nei vestiti, oggetti personali, scritte su materiali di fortuna, interviste, tutto quanto possa costituire una traccia emotiva del vissuto di ognuno. Compito del laboratorio: accompagnare i partecipanti nella scrittura di testi che attingano a questi indizi di percorso e ne rendano testimonianza con mezzi specificamente teatrali.

Docenti dei due laboratori: José Sanchis Sinisterra e Renato Gabrielli

Docente assistente e coordinatrice dei corsi: Tiziana Bergamaschi

Primo laboratorio – Docente: José Sanchis Sinisterra

lunedì 18 – sabato 23 aprile 2016

Il laboratorio di scrittura si svolgerà presso l’Accademia dei Filodrammatici.

Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 18.

Frequenza obbligatoria. Saranno ammessi otto allievi.

Secondo laboratorio – Docente: Renato Gabrielli

lunedì 2 – mercoledì 11 maggio 2016

Il laboratorio di scrittura si svolgerà presso l’Accademia dei Filodrammatici.

Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 18.

Frequenza obbligatoria. Saranno ammessi otto allievi.

I laboratori sono rivolti a drammaturghi, registi e attori, italiani o stranieri (di prima e seconda generazione)

 

La domanda va presentata per un solo Laboratorio.

Per potervi accedere è necessario inviare, entro il 31 marzo 2016,  all’indirizzo mail filodram@accademiadeifilodrammatici.it:

 

1) Curriculum formativo (citare i testi scritti ed eventualmente rappresentati)

2) Indicazione del laboratorio per il quale si intende presentare la propria candidatura e motivazione della scelta.

 

Il costo dei laboratori è a carico dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano.

 

Per informazioni telefonare: 02  86460849

Il nuovo bando del Premio Hystrio – Scritture di Scena

Bando di concorso 2016

Parte la sesta edizione del Premio Hystrio-Scritture di Scena, aperto a tutti gli autori di lingua italiana ovunque residenti entro i 35 anni (l’ultimo anno di nascita considerato valido per l’ammissione è il 1981). Il testo vincitore verrà pubblicato sulla rivista trimestrale Hystrio e sarà rappresentato, in forma di lettura scenica, durante una delle tre serate della 26a edizione del Premio Hystrio che avrà luogo a Milano, al Teatro Elfo Puccini, dal 16 al 18 giugno 2016. La premiazione avverrà nello stesso contesto. La presenza del vincitore è condizione necessaria per la consegna del Premio.

Regolamento e modalità di iscrizione:
– I testi concorrenti dovranno costituire un lavoro teatrale in prosa di normale durata. Non saranno ammessi al concorso lavori già pubblicati o che abbiano conseguito premi in altri concorsi.
– Non sono ammessi al Premio coloro che sono risultati vincitori di una delle passate edizioni.
– Se, durante lo svolgimento dell’edizione, un testo concorrente venisse premiato in altro concorso, è obbligo dell’autore partecipante segnalarlo alla segreteria del Premio.
– Se la Giuria del Premio, a suo insindacabile giudizio, non ritenesse alcuno dei lavori concorrenti meritevole del Premio, questo non verrà assegnato.
– La quota d’iscrizione, che comprende un abbonamento annuale alla rivista Hystrio, è di euro 40 da versare con causale: Premio Hystrio-Scritture di Scena, sul Conto Corrente Postale n. 000040692204 intestato a Hystrio-Associazione per la diffusione della cultura teatrale, via De Castillia 8, 20124 Milano; oppure attraverso bonifico bancario sul Conto Corrente Postale n. 000040692204, IBAN IT66Z0760101600000040692204. Le ricevute di pagamento devono essere complete dell’indirizzo postale a cui inviare l’abbonamento annuale alla rivista Hystrio.
I lavori dovranno essere inviati a: Redazione Hystrio, via Olona 17, 20123 Milano, entro e non oltre il 21 marzo 2016 (farà fede il timbro postale). I lavori non verranno restituiti.
– Le opere dovranno pervenire mediante raccomandata in tre copie anonime ben leggibili e opportunamente rilegate: in esse non dovrà comparire il nome dell’autore, ma soltanto il titolo dell’opera. All’interno del plico dovranno essere presenti, in busta chiusa: a) una fotocopia di un documento d’identità; b) un foglio riportante, nell’ordine, nome e cognome dell’autore, titolo dell’opera, indirizzo, recapito telefonico ed email; c) una nota biografica dell’autore (massimo 2.000 caratteri). È inoltre necessario inviare i file dell’opera a premio@hystrio.it (nel nome del file e all’interno di esso dovrà comparire solo il titolo; nell’oggetto dell’e-mail indicare “Iscrizione Scritture di Scena”). Non saranno accettate iscrizioni prive di uno o più dei dati richiesti né opere che contengano informazioni differenti da quelle richieste.
– I nomi del vincitore e di eventuali testi degni di segnalazione saranno comunicati ai concorrenti e agli organi di informazione entro fine maggio 2016. La giuria sarà composta da: Laura Curino (presidente), Laura Bevione, Fabrizio Caleffi, Roberto Canziani, Sara Chiappori, Claudia Cannella, Renato Gabrielli, Roberto Rizzente, Massimiliano Speziani e Diego Vincenti.

Il bando completo può essere scaricato cliccando qui o richiesto alla Segreteria del Premio Hystrio.

INFO:
Segreteria del Premio Hystrio
presso la redazione di Hystrio-trimestrale di teatro e spettacolo
via Olona 17 – 20123 Milano
tel. 02.400.73.256 – fax 02.45.40.94.83 – premio@hystrio.it.
www.hystrio.it – www.premiohystrio.org

Ma cos’è ‘sta cultura?

Se il cosiddetto Bonus Cultura – elargizione governativa ai diciottenni di 500 euro da spendere una tantum in libri, spettacoli, mostre eccetera – fosse solamente una mancia elettorale, non metterebbe conto parlarne. Ma si tratta anche di una misura simbolica, inserita, tanto per cambiare, dentro a una narrazione; e mi pare sintomo di una visione del termine “cultura” quantomeno discutibile.

Aleatorio (nel suo escludere, per esempio, i diciannovenni), iniquo (perché offerto anche ai giovani benestanti) e stolidamente paternalistico (non contemplando per i neo-cittadini votanti la libera scelta di spendere i soldi in altro modo), il Bonus però, accidenti, si fa notare. Un altro provvedimento più banalmente sensato, come dare un po’ d’ossigeno alle disastrate biblioteche pubbliche, non darebbe alcuna propulsione al racconto. Quale racconto? Qui si narra – ricorderete quei giorni – né più né meno che la reazione dello Stato italiano agli attacchi terroristici a Parigi. È allora che qualcuno viene folgorato dall’idea del Bonus, mentre il Presidente del Consiglio ripete in varie sedi un nuovo, interessante slogan: “per ogni euro alla sicurezza, un euro alla cultura”. Oppure, con un’affascinante promessa di precisione: “per ogni centesimo alla sicurezza, un centesimo alla cultura”. Concetto davvero rivoluzionario, se applicato all’intero bilancio statale. Ma ovviamente riguarda soltanto due piccoli bonus paralleli; quello per la sicurezza consiste in 80 euro mensili alle forze dell’ordine. Ma perché è così importante, sia pure con espedienti drammaturgici a basso costo, rimettere la cultura al centro del discorso pubblico? E soprattutto: che cos’è ‘sta cultura?

Spesso abbinata al termine “identità”, secondo questa narrazione la cultura è in primo luogo ciò che ci distingue dai terroristi che ci attaccano; copre il variegato e piacevole campo dei cosiddetti consumi culturali; s’intreccia ministerialmente con il turismo e commercialmente con la ristorazione; nutre il vago culto di un’idea a-storica e astratta di bellezza. Passano in secondo piano o decisamente sullo sfondo il conflitto tra estetiche contrastanti, il pluralismo, il dubbio, il dissenso, l’autonomia intellettuale. Viviamo in una zona del mondo ancora esente da forme brutali e dirette di censura; ma in cui gli spazi di libertà vengono sempre più erosi da una classe dirigente riformista a parole, che di fatto prepara il terreno alla peggiore reazione.

In Italia stiamo assistendo alla fase terminale accelerata di un processo di concentrazione in poche mani del potere in ambito televisivo, cinematografico, teatrale, editoriale. E poco importa che quelle mani siano pubbliche o private, giacché nella gestione pubblica degli enti culturali dilagano gli interessi privati, in quella privata le compromissioni politiche. Questo fenomeno non appare adeguatamente controbilanciato dal moltiplicarsi di chance auto-produttive e di espressione individuale favorite da Internet: il semi-dilettantismo di massa alimenta e giustifica un sistema professionistico sempre più chiuso e oligarchico.

Noi teatranti abbiamo molto scritto e parlato in modo piuttosto autoreferenziale della riforma per decreto che ha di recente colpito il nostro settore. Ma è solo inserendola in un contesto più ampio che emerge la limpida coerenza dei suoi intenti illiberali. Il governo aumenta il proprio controllo sulla RAI con una legge autoritaria che solleva solo qualche timida reazione sindacale. La fu-sinistra al potere non alza un dito contro il monopolio editoriale Mondadori/Rizzoli; come del resto nulla fa né ha fatto, malgrado reiterate e vuote promesse, riguardo a conflitti d’interesse e monopoli nel settore cinetelevisivo. Il teatro è certo marginale, ma non può sfuggire a questa logica. Perciò due governi guidati dal PD – partito di riferimento per larga parte dei vertici del teatro sovvenzionato italiano – hanno partorito una riforma che soffoca le produzioni autonome, costringe diversi teatri ad accorpamenti innaturali, aumenta il potere dei soliti pochi, moltiplica  l’offerta di formazione in un periodo di contrazione del mercato del lavoro, accorcia le briglie del controllo politico attraverso il ricatto delle sue stesse assurde imposizioni burocratiche.

Mi fa una certa impressione lo spettacolo di un capo di governo che ama il teatro, sostiene che c’è bisogno di “più teatri” per contrastare il terrorismo e tiene importanti discorsi politici in teatri sovvenzionati come il Piccolo e la Pergola – da cui starebbe lontano, o in cui entrerebbe solo come spettatore, se ne amasse la libertà. Ma la simpatica sfacciataggine del cosiddetto renzismo, con il suo sentore di Signoria senza Rinascimento, è utile a ricordarmi che c’è teatro e teatro: non c’è alcun bisogno di difendere quello che rielabora e diffonde narrazioni funzionali al potere. Si difende benissimo da sé.

Lo stesso vale, più in generale, per ciò che chiamiamo “cultura”. A mio avviso, nulla di buono deriva dall’accettare la retorica che la vuole ecumenica e pacificante. Quella che m’interessa è terreno di conflitto, scardinamento delle visioni, lucidità critica. Ed è la sua libertà che va quotidianamente protetta, senza temere l’ancora-peggio che potrebbe arrivare domani, dall’ammorbante ipocrisia dei parassiti del meno-peggio.

Sangue nel cappuccino

… E questa, senza alcun nesso col prima o col dopo, col sopra e col sotto, è un’altra impresa di Orazio, intellettuale apocalittico sovrappeso.

Vi ho già parlato di Orazio?

No, non ce n’era bisogno, perché Orazio basta e avanza nel parlare di sé.

Ma per questa sua impresa eccezionale compiuta in tempi eccezionali dovrò fare, appunto, un’eccezione.

I tempi sono i nostri.

Il luogo è Decandenzya, una repubblica il cui nome non lascia spazio all’immaginazione e soprattutto alla speranza.

L’impresa inizia a mezzogiorno, perché prima di quell’ora Orazio, che deve compierla, non si alza. Si rigira solitario nell’ampio letto. Il suo dormiveglia è inquieto, rumoroso; ma quei suoi ronfi, soffi, sbadigli, sospiri e altro nessuno li sente. Nessuno ne è disturbato.

La sera, la notte prima ha bevuto, mangiato troppo. Lo sa. Ma non è questo il problema. Il problema è l’eccessiva velocità del suo pensiero, che nessuna zavorra di cibo e alcool può controbilanciare. Un pensiero lucido, apocalittico, incalzante il suo, e che non ha tempo di soffermarsi ancora sull’Ottavia. Su una banale vicenda privata.

Sì, l’Ottavia l’ha piantato – e non per colpa dei soffi, ronfi e altri rumori notturni. L’Ottavia, la sola donna insieme alla quale si era avvicinato all’ideale di un’anima in due, non reggeva più lo sfrenato rigore filosofico con cui Orazio meditava, medita sempre intorno alla sua prossima opera di 924 pagine: Il Tramonto dell’Occidente Remix.

Scriveva, scrive non più di una pagina al giorno. Ma quanto pensiero, prima e dopo! Quale intensità!

Si alza, dicevamo, a mezzogiorno, rumoreggiando barcolla da una stanza all’altra dell’ampia casa. Si sciacqua la faccia, eccetera. Presto si ricorda di essere sostanzialmente incapace di farsi la colazione da sé. Con fulmineo rovesciamento dialettico, trasforma l’handicap in opportunità di relazione sociale stimolante; cioè, in parole povere, esce a farsi un cappuccino.

Indossa una tuta che assomiglia vagamente a un pigiama, o viceversa; il che, assieme a un velo di mancata rasatura sulle guance, gli dà un’aria trasandata, o meglio, per dirla con lui stesso, informale. Perché è giusto dietro l’angolo e perché gli dà modo di “sentire il polso” del più autentico popolo di Decadenzya, Orazio va sempre a farsi il cappuccino al bar Nerazzurri No Limits.

Non sa nulla di calcio.

Jack, il gestore di Nerazzurri No Limits, non sa nulla di tramonto dell’Occidente.

Sembrerebbe un dialogo impossibile, ma quei due dialogano tutti i giorni; pure oggi, che sarà il giorno dell’impresa. Orazio non ha bisogno di ordinare il cappuccio: basta il suo ingresso impacciato e sbatacchiante perché Jack metta mano alla macchinetta. Ci sono altri cinque clienti. Orazio si fa largo, molto largo, sul bancone. Ripulisce la piccola vetrina di tre brioche residue, avidamente le ingoia – muto, ma per poco.

C’è un amico di Jack nerazzurro sfegatato. C’è una signora per bene di una certa età e vestita bene. Ci sono due circa venticinquenni appartati che si guardano spesso negli occhi. C’è Valentina, la parrucchiera in pausa caffè. Fino all’intervento dell’intellettuale apocalittico, la conversazione è da ritenersi irrilevante e perciò non la riportiamo.

ORAZIO -  (masticando)  Eh… Uhm… Mmmmf… Come la vedi, Jack?

JACK -  (rivolgendosi all’amico sfegatato)  Quest’anno come minimo arriviamo in Champions…

LO SFEGATATO -  Ma che Champions e Champions… (urlando)  E SCUDETTO SARÀ!

ORAZIO -  Non ci sarà nessuno scudetto.

Silenzio di tomba. Tutti si girano verso Orazio, che con calma si lecca le ultime briciole via dai baffi.

ORAZIO -  E nessuna Champions.

LO SFEGATATO -  (tesissimo, a Jack)  Ma cos’è, un milanista?

JACK -  (diplomatico, con ampi gesti allusivi a problematiche psicologiche non di sua competenza)  No, no, è un cliente… Un po’ così…

ORAZIO -  È tutta la notte che ci penso, la nostra civiltà sta finendo, tu dal tuo osservatorio popolare come la vedi, Jack?

JACK -  Io, be’… Certo.

ORAZIO -  Più schiuma sul cappuccino!

JACK -  Okay, boss.

ORAZIO -  Bisogna goderseli, i cappuccini, perché gli avversari della nostra civiltà…

LO SFEGATATO -  (nervoso, a Jack)  Secondo me è milanista.

VALENTINA -  (impaziente, a Jack)  Me lo passi, ‘sto latte di soia?

La situazione si fa abbastanza tesa, perché sotto effetto della caffeina Orazio diventa provocatorio. La provocazione, del resto, è la sua principale missione intellettuale – e in questa chiave va letta la battuta che lancia ai due venticinquenni che si guardano molto.

ORAZIO -  E voi, là?… Perché non vi baciate in bocca? Sì, voi due, giovani d’Occidente. Perché non vi baciate in bocca facendo ruotare la lingua? Di cosa avete paura? Di qualche fanatico dalla pelle olivastra?…

IL VENTICINQUENNE -  Ma sei scemo?

LA VENTICINQUENNE -  Fatti i cazzi tuoi.

IL VENTICINQUENNE -  E comunque lei è mia sorella.

ORAZIO -  Cosa c’entra? Avete paura lo stesso, vi inventate qualunque scusa buonista per non affrontare la realtà.

VALENTINA -  Che realtà?

ORAZIO -  Ci sarà sangue nel cappuccino.

LA SIGNORA PER BENE -  (schifata)  Uh!  (Esce senza pagare.)

JACK -  (a Orazio)  Adesso basta, mi hai rotto i coglioni…

LO SFEGATATO -  … MALEDETTO JUVENTINO!

JACK -  Non puoi infamarmi il cappuccino davanti agli altri clienti.

ORAZIO -  Ma era una metafora…

JACK -  FUORI!

Orazio, offeso, esce senza pagare. Ma è proprio questa umiliazione, questa perdita di contatto con la base popolare di Decadenzya, che lo stimola a riscattarsi attraverso un’impresa.

Malgrado il sovrappeso e la mezz’età, sente di doversi mettere in gioco e a rischio anche fisicamente. Se gli intellettuali impegnati del primo Novecento andavano al fronte, il fronte per quelli come Orazio, nei nostri giorni di guerra permanente, è ogni via, ogni piazza, ogni incrocio di Decadenzya. I diversamente civili, nemici della nostra cultura, forestieri dalla pelle olivastra e non solo, si annidano ovunque, in piena luce. È giunta l’ora di affrontarli di petto, di pancia. A partire da chi?

La scelta del primo avversario non è affatto semplice. Orazio (l’avrete ormai capito) è un tipo sofisticato, mica un razzista da suburra. Simpatizza coi bassi istinti del popolo, ma volando alto. Non ci pensa nemmeno a prendersela con un forestiero di quelli palesemente poveracci, un po’ sozzi, fanatici o mendìchi. Vuole qualcuno all’altezza della sua sfida. E lo cerca, ciabattando e ansimando per le strade del suo quartiere, che è un bel quartiere residenziale in cui può permettersi d’abitare grazie all’eredità di zia Cesira e alle prospettive d’incasso dei diritti d’autore su Il Tramonto dell’Occidente Remix… L’Ottavia avrebbe voluto cambiare casa, o almeno sgombrare l’appartamento dai vecchi mobili della Cesira, in effetti brutti, ma carichi di un lascito culturale di cui l’Ottavia – frivola, frivola, frivola! – se ne sbatteva allegramente – pensa Orazio. E al pensiero dell’Ottavia gli viene una fitta al cuore, organo già provato da tassi incalcolabili di colesterolo. Si ferma. Respira a fondo. Da un negozio di gioielleria e oggettistica di cristallo vede uscire un uomo alto, sottile, elegante, con una valigetta ventiquattrore in mano. Nera. Orazio lo fissa. Il suo colorito è olivastro. L’uomo si guarda intorno.

Ventiquattrore nera, ventiquattrore nera – pensa Orazio.

L’uomo scarta di netto a destra, come se avesse appena preso una decisione irrevocabile. Punta dritto, a falcate ampie e regolari, sulla più vicina fermata della metropolitana. Orazio non esita, lo segue, a distanza di sicurezza, poi pensa: al diavolo la sicurezza! – e, letteralmente, lo tallona. Vuol fargli sentire alle spalle una sorta di presenza vigilante: così immagina possa venire percepito lo sconnesso rantolare tipico di quando cammina troppo veloce. Nel caso si apprestasse a sferrare un attacco contro Decadenzya, il forestiero è avvertito. Orazio tiene e terrà sott’occhio la sua inquietante valigetta. Ma non basta. La sua sfida è soprattutto intellettuale, culturale. Per questo, prima che l’uomo s’infili svelto giù per le scale del metrò, esclama in un buffo grammelot:

-       Hassùd valah lecalech zammadàn!…

L’olivastro si volta, con aria sorpresa e infastidita. Squadra Orazio interrogativamente, sbrigativamente; il suo piglio è da businessman che non ha tempo da perdere, ma di fronte ha un avversario che sa come fargli cadere la maschera, prendendolo in contropiede.

Orazio fa un saltello a gambe larghe, si gratta il didietro e poi si annusa la mano, fa una smorfia di disgusto e una linguaccia; dà la caccia a una mosca e se la mangia, risucchiando rumorosamente e con gusto; infine, dopo qualche altro lazzo irresistibile, si profonde in un impeccabile inchino settecentesco, come in attesa di un applauso.

Lo straniero è allibito. Per forza. La Commedia dell’Arte, di cui Orazio gli ha appena offerto un piccolo saggio in versione postmoderna, remix, non appartiene alla sua cultura.

L’OLIVASTRO -  What the fuck?…

ORAZIO -  (ricomponendosi)  Lo sapevo, non ti è piaciuto, non sei culturalmente capace di farti due risate, perché vi manca dal punto di vista storico quell’evoluzione carnascialesca di cui parlava Bachtin, hai presente?

L’OLIVASTRO -  Sorry Sir, I am afraid I can do nothing for you right now – I am in a hurry…

ORAZIO -  Cazzo parli saraceno? Lo vedi o no che siamo a Decadenzya? Che cosa faresti tu se io mi mettessi a parlare decadente a casa tua, in Saracinia?…

A metà battuta di Orazio, quell’altro è già in basso, in fondo alle scale della metropolitana. Appena se ne accorge, l’intellettuale carnascialesco si lancia, quasi rotola all’inseguimento. Malgrado non sia ora di punta, c’è un certo movimento, purtroppo. È alto il rischio di perdere di vista l’individuo sospetto. Orazio pesta piedi, sgomita su fianchi, goffamente scavalca (l’impresa in corso gliene dà licenza etica) i tornelli, si precipita giù per altre scale, entra per il rotto della cuffia nel convoglio diretto a est, verso la zona più tecnologica e trendy della città. L’avversario è salito sullo stesso vagone; siede all’estremità opposta, cuffiette alle orecchie, ventiquattrore in mano, sguardo assente. Fa finta di nulla. Fa finta di non essersi accorto dell’inseguimento di Orazio, che solo ora, col cuore in gola, comprende appieno di avere a che fare con un serio professionista dell’anti-civiltà, seriamente pericoloso, e di avere bisogno, per tenerlo sotto controllo, almeno di un alleato. O di un’alleata. Si guarda intorno. C’è una varia umanità indubbiamente inconsapevole e imbelle. Ma c’è anche lei.

Bionda, molto caucasica, una pallida e spietata creatura delle steppe – pensa Orazio.

Una modella vestita poco – diremmo noi, che non siamo intellettuali apocalittici sovrappeso.

Una nipotina d’Attila, superba cavallerizza unna dagli occhi di ghiaccio – pensa Orazio, che ce l’ha di fronte; lui in piedi, lei seduta, impettita, asciutta. Nell’interesse di Orazio, dobbiamo precisarlo, non c’è niente di lubrico, come testimonia il fatto che l’Ottavia non sia in nulla, ma proprio nulla simile a una modella così attraente. No, no, l’attrazione non è sensuale, bensì culturale: nelle poche pagine già scritte del Tramonto dell’Occidente Remix, l’autore sottolinea più volte che solo un’alleanza con gli eredi degli unni slavati e feroci può salvare Decadenzya da un’imminente estinzione. E, per colmo di fortuna, ecco lì proprio davanti ai suoi occhi un superbo esemplare… Ma non c’è tempo. Bisogna stabilire l’intesa in fretta, silenziosamente e senza destare sospetti.

Orazio punta sull’eloquenza dello sguardo, sull’inevitabile scoccare di una complice intensità visiva che telepaticamente le recapiti il messaggio: “Hey, fantastica! C’è un malvagio in questo vagone. Ha una valigetta e, dunque, un piano. Dai, dai, sventiamo il piano! Facciamolo insieme, tu e io, io e te, te e me, io, io, io, tu, tu, tu…” Per rafforzare la telepatia in corso, accompagna il pensiero con una lieve, ritmica oscillazione del bacino, avanti e indietro. Il tempo passa, le fermate anche. Tre, quattro, cinque. La prossima sarà il tecno-centro direzionale cool, probabile target dell’olivastro. La guerriera unna rimane impassibile. “Coalizione!” – pensa con urgenza Orazio – “Io e te dobbiamo fare coalizione!”; e per trasmetterle forte questo concetto unisce e sfrega mano su mano, ficca più volte il pollice della destra tra indice e pollice della sinistra e viceversa, in segno d’intima alleanza, poi l’alleanza s’allarga alle braccia, con una mano che si posa nell’incavo del gomito opposto, disegnando nell’aria un protettivo ombrello…

Tragica incomprensione culturale: senza nemmeno degnarlo d’uno sguardo, né cambiare posizione, la cosacca impenetrabile gli sferra un micidiale calcio negli stinchi, proprio un istante prima che il loro comune nemico esca veloce e disinvolto dal vagone. Non c’è tempo per chiarire, spiegarsi. Zoppicando, ululando, Orazio si gira per seguirlo, ma le porte automatiche gli si chiudono in faccia, dolorosamente. Un ragazzino brufoloso gli sghignazza a lato. Lui d’istinto tenta di colpirlo con una manata, ma quello lo schiva facendogli perdere l’equilibrio e cadere a pancia in giù sul pavimento lercio.

Secondo voi, simili contrattempi possono scoraggiare un’apocalisse d’intellettuale come lui?

Risposta giusta.

Alla fermata dopo, Orazio è già in piedi, scatta fuori dal treno, dalla stazione; eccolo per strada, che corre a gambe moderatamente levate verso il centro direzionale cool, cercando di recuperare lo svantaggio rispetto all’avversario, uscito direttamente dal metrò in un’enorme piazza circondata da traslucidi grattacieli.

In questa zona, costruita negli ultimi anni e in via d’ulteriore brillante sviluppo, si concentrano le più avanzate sperimentazioni architettoniche, artistiche e commerciali di Decadenzya. Civilmente avanzatissimo tra gli avanzati è senz’altro il concetto di uno store che si affaccia con quattro grandi vetrate sulla piazza principale: SDQP. E perciò, d’istinto, Orazio si precipita proprio lì, davanti a quel seducente luogo-non-luogo, negozio-post-negozio, tempio-fuori-tempo dell’ultra-modernità. Si fa presto a dire StorieDiQuestoPesce. Ma definirlo? Sì, è una pescheria, fornita ogni giorno di materia prima fresca dai mari e dai fiumi di tutto il mondo; ma non solo. Sì, è un raffinatissimo ristorante, in cui dodici top chef fanno a gara nel riproporre o reinventare ricette di pesce dai cinque continenti; ma non solo. Sì, è un bistrot di fascia media, dove la clientela meno benestante può gustare a prezzo accessibile e rotazione continua le specialità appena avanzate dal ristorante top; e ai proprietari di gatti si offre un innovativo Spazio Lische Fresche e Teste Tranciate, roba da leccarsi i baffi felini; ma non solo. Sì, è un supermercato ittico fashion, che promuove la cultura del gusto del pesce, il gusto della cultura del pesce, il pesce dal gusto di cultura, ibridando letteratura, performance e mangiare sano in una nuova disciplina che è anche stile di vita: lo storyfishing; ma non solo. Ogni pesce in SDQP ha una sua storia e qualcuno che la racconta a chi ha orecchie per ascoltare, oltre che bocca per mangiarlo. Ciò è straordinariamente civile e non può che generare odio nei nemici della nostra civiltà – pensa Orazio – come l’olivastro in borghese di cui ha perso le tracce.

E infatti.

Il fiuto investigativo apocalittico non lo tradisce neppure questa volta.

Quell’inquietante personaggio è in coda alle casse dello store. Con la massima disinvoltura, come se niente fosse, tiene in mano una confezione regalo di sushi narrativo, costosissimo, avvolto rotolo per rotolo in carta velina istoriata d’autobiografie manoscritte in giapponese di tonni e salmoni. Nell’altra mano, c’è la solita ventiquattrore nera. Ansimante, col cuore aritmico in gola, col naso quasi spiaccicato sull’esterno di una vetrata di SDQP, Orazio lo tiene d’occhio.

Il nemico arriva a una cassa. Porge una carta di credito dai riflessi dorati abbacinanti. Firma la ricevuta con una massiccia penna stilografica altrettanto luminosa. Si avvia verso l’uscita…

No, non esce. Si è fermato. Si guarda intorno. Perché non esce? – è tutto molto strano, pensa angosciato Orazio.

All’improvviso, si ficca sotto un braccio la scatola di sushi. Con grande rapidità, solleva a due mani la valigetta, furtivamente cincischia intorno all’apertura, armeggia…

NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!…

L’urlo disperato di Orazio squarcia il brusio cool della grande piazza. Molta gente si gira verso di lui, e lui stesso deve riconoscere che non offre un bello spettacolo. Ma intanto è riuscito nell’impresa di bloccare il gesto dell’olivastro, qualunque fosse la sua intenzione. C’è tra i due uno sguardo fugace ma intenso, che lascia il nostro paladino senza dubbi: è stato riconosciuto. Perciò quello là smette di armeggiare con la ventiquattrore e fila via dal negozio veloce, senza dare nell’occhio. Cammina spedito verso l’estremità opposta della piazza; intanto estrae un cellulare ultrapiatto aerodinamico da una tasca interna della giacca. Fa una telefonata, chissà a chi, chissà perché, mentre Orazio gli è di nuovo alle calcagna, stillando sudore e feroce vigilanza. Sbuffa. Ringhia. Bestemmia. Quell’altro accelera il passo. Sembra dirigersi verso i quarantaquattro piani di cristallo degli uffici della multinazionale Vampire Ass. H. Ora basta! È giunto per Orazio il momento d’intervenire, di tuffarsi in corsa e placcare quel pericolo pubblico alle gambe. Prende lo slancio…

Poi c’è buio.

Cioè, lui ricorda solo quattro mani potenti che l’afferrano, e poi il buio.

Torna alla luce in una saletta del commissariato di zona del Decadenzya Police Department. A quanto pare, l’hanno depositato lì due brutali agenti della security privata della Vampire Ass. H.; rischia una denuncia per molestie da parte di un potente manager saraceno della multinazionale: lo avrebbe seguito e più volte importunato mentre quello si concedeva un’oretta di shopping di lusso tra una riunione e l’altra.

Incredibile – pensa la testa ancora dolente d’Orazio – che a Decadenzya abbia problemi con le forze dell’ordine solo chi si dà da fare in difesa della nostra cultura!

Comunque, per fortuna, la denuncia non viene sporta e dopo un paio d’ore l’innocente accusato torna a piede libero, per strada.

Ma forse non è fortuna.

Orazio, infatti, ha un cugino al Ministero dell’Interno.

Riflette un po’ su questa circostanza. Sospira.

Cosa può fare di questi tempi un intellettuale apocalittico sovrappeso, quale impresa potrebbe mai compiere, senza un cugino al Ministero, a qualunque Ministero? Qualunque cugino?…

È senz’altro un argomento da approfondire e lui si ripromette di farlo presto, scrivendoci sopra un intero capitolo del Tramonto dell’Occidente Remix. Ma non adesso. Adesso ha fame. Siamo a metà pomeriggio e non ha ancora pranzato.

Il fiuto lo conduce di corsa davanti a un negozietto con l’insegna “Pizza al trancio – Kebab – Da Ahmed”.

C’è profumo di pizza. Ma anche, forse – e noi lo speriamo, mentre entra e punta il dito verso un trancio con salsiccia e patatine – profumo di una nuova impresa.

 

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