“Combattenti” su Hystrio

HYSTRIO
Trimestrale di teatro e spettacolo

 

Il numero di luglio apre con lo Speciale dedicato al Premio Hystrio 2016: la cronaca, i premiati, le motivazioni dell’edizione numero 26 (a cura di Fabrizio Sebastian Caleffi e Ilaria Angelone).

A seguire, la sezione Vetrina. Non solo Shakespeare, fra gli anniversari da celebrare: nel 2016 cadono anche i 400 anni dalla morte di Cervantes, celebrato in Spagna (ma non solo) con una stagione particolarmente densa. A Modena, Antonio Latella è maestro per un gruppo di giovani attori e drammaturghi. Santa Estasi ne è l’esito: un lavoro sul mito degli Atridi (di Pino Tierno e Claudia Cannella).

Le corrispondenze dal mondo toccano, su questo numero, la Londra della nuova generazione di direttori-donna di alcuni importanti teatri e la stagione dei musical del West End con Glenn Close e Sheridan Smith, Parigi, presa tra miti di ieri e immagini di oggi, Bruxelles con il suo Kunsten Festival, la Berlino dei Theatertreffen e la Vienna dei Festwochen, per finire col ritorno a Craiova del Premio Europa per il Teatro (di Margherita Laera, Sandro Avanzo, Michele Pascarella, Davide Carnevali, Irina Wolf e Roberto Canziani).

Il testo pubblicato è Combattenti di Renato Gabrielli, la boxe come metafora della vita, dove a vincere è chi non molla mai.

Completano il numero le consuete rubriche dedicate ai Libri, alle Critiche di prosa, danza e lirica dell’ultima parte della stagione teatrale, e la Società Teatrale. La copertina e l’immagine di apertura del dossier sono state disegnate appositamente per Hystrio da Chiara Dattola.

“La donna che legge” all’ex O.P. Paolo Pini

Mercoledì 13 luglio 2016

Ore 21.45

Teatro “La Cucina” – Ex Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini”

Via Ippocrate 45 – Milano

info e prenotazioni: 0266200646  olinda@olinda.org

LA DONNA CHE LEGGE

di Renato Gabrielli
con Massimiliano Speziani, Cinzia Spanò e Alessia Giangiuliani
musiche Simone Spreafico
regia e scene Lorenzo Loris

La donna che legge prende spunto dal ricordo di ambienti e persone di una città italiana di provincia, sul mare, dall’analisi di un capitolo dell’Ulisse di Joyce, “Nausicaa”, e dalla lettura dello stimolante saggio di Francesca Serra Le brave ragazze non leggono romanzi.
Un maturo avvocato ritiratosi dalla professione e poeta dilettante, Mirco, si invaghisce di una giovane lettrice intravista sulla spiaggia, Giada. Si mette in contatto con lei tramite una ex collega, Federica, con cui anni prima ha avuto un’importante relazione; propone alla ragazza di risolvere i suoi problemi economici in cambio del permesso di contemplarla mentre si dedica alla lettura, in circostanze che col procedere del racconto si fanno sempre più intime e morbose. Approfittando del denaro che le viene donato, Giada fugge dalla sua città di provincia per cercare all’estero, in Irlanda, una vita più libera e soddisfacente. Ma il suo tentativo fallisce, mentre Federica non riesce a ritrovare l’amore di Mirco e quest’ultimo va incontro alla morte senza lasciare alcun tipo di eredità, materiale o morale.

Lettere nello spazio – 1 luglio

Qui Terra, Italia, bar, tavolino fuori con vista traffico, caffè macchiato,

Caro Francesco, o cara Francesca, o, tanto per non offendere nessuno, car* Francesc*,

Scusa se pur conoscendoti così da poco già ti antropomorfizzo, dandoti un nome  terrestre, ma questa è una tentazione irresistibile per noi umani. Non riuscirei a stabilire una vera, profonda relazione con qualcuno che non immagino dotato di un disegno corporeo riconoscibile, conchiuso, familiare. “Intelligenza collettiva superiore che abiti il pianeta Botcha F.” per me è qualcosa di troppo astratto, scusa ancora. Poi magari mi fai sapere se Francesc* è troppo banale, cambiarti nome non sarà un problema, purché non troppo spesso.

A proposito di umanità, qui sul marciapiede sto girando pigramente il cucchiaino nel macchiato lungo come al solito che mi ha portato Tommy, il barista mite dal tatuaggio aggressivo, mentre guardo le macchine passare da destra a sinistra, da sinistra a destra, e non penso a nulla, quand’ecco (sì! è proprio in momenti come questi che a noi umani vengono le illuminazioni – e a voi?) mi sgorga dentro una domanda illuminante. Penso: Ma se poi Francesc* accetta davvero la mia domanda d’asilo sul suo pianeta e riesco a trasferirmi lì, una volta che sono lì, cosa faccio? Di restare con le mani in mano non se ne parla. Probabilmente su Botcha F non c’è bisogno di niente, ma io in quanto terrestre mi porterò dietro questo desiderio incessante d’agitarmi, da là a qua, da qua a là, come queste auto, tanto per consumare benzina; e, soprattutto, di avere una targa sul didietro e un bel marchio sul cofano anteriore: un’identità, insomma, e un ruolo.

Sai, Fra’, mi piacerebbe fare qualcosa di inutile ma creativo, che vi diverta e incuriosisca, portarvi col mio lavoro una specialità della Terra, magari dell’Italia… Eh, lo so a cosa stai pensando, ma calma e gesso. Non farti illusioni. Non so cucinare. Saprei fare teatro, che è molto meno interessante, ma potrei comunque propinarvelo, se non fosse per il ministero. Ce l’avete voi un Ministero della Cultura? No, è ovvio. Noi sì, e ne siamo totalmente dipendenti, anche se lo detestiamo e viceversa. Voglio dire che non c’è teatro senza ministero, o ministero senza teatro: vivono e muoiono assieme a ciclo continuo, come una carogna che si nutre dei suoi vermi. Ti piace quest’immagine?… E’ un po’ forte, proprio per farti capire che da parte mia non sarebbe un dono di buon gusto, il teatro a Botcha F. Perché, insieme al teatro, vi porterei un po’ di ministero.

Anche se mi limitassi al minimal – se allestissi, diciamo, uno dei miei monologhi postdrammatici decontestualizzati in un seminterrato (avete seminterrati?) di periferia (avete periferie?) di Botcha City, non riuscirei a non tirarmi dietro, come un’assurda scia filamentosa nello spazio tra le galassie:

-       Il braccio destro di un funzionario ministeriale bi o tri-partisan;

-       Le orecchie o gli occhiali di un direttore artistico “fuori dai giochi”;

-       Un quinto d’un ufficio d’una sede della SIAE (non ho tempo per spiegarti che cos’è la SIAE, né soprattutto per capirlo io);

-       Mezza pila di vecchi permessi dell’ENPALS (che non c’è più, e comunque non ho tempo ecc.)

-       Una scarpa omologata da pompiere, per la sicurezza;

-       Una finestrella per l’uscita, sempre di sicurezza (e sempre omologata);

-       Estratti di bandi, bandi, bandi;

-       La visione psicotica di mezzo algoritmo;

-       Un avvocato intero, casomai dovessi farmi causa da solo perché non riesco a pagarmi.

Senza contare che nel seminterrato postdrammatico finirebbe per raggiungermi il Critico di Mia Conoscenza, ovvero colui che incarna uno dei principali motivi per cui voglio andarmene da questo mondo… No, no, no. Niente teatro! Niente ministero!… Tommy, che si è avvicinato per portar via la tazzina vuota, mi guarda stupito, come se stessi facendo qualcosa di molto strano. In effetti, ho appena alzato la voce parlando da solo, cioè con te, Francesc*, ma in apparenza da solo. Un comportamento da eccentrico – e non mi va che Tommy pensi che sono un eccentrico, alla sua stima ci tengo. Non so perché, ma mi sono sempre molto preoccupato di quel che pensano di me i baristi… Mah. Comunque. A questo punto, con la massima disinvoltura di cui sono capace, fingo di aver alzato la voce durante una telefonata, così:

IO -  … No, ho chiuso col teatro ministeriale, col ministero teatrale, capito, Annamaria?

Tommy distoglie lo sguardo, prende la tazzina e si allontana. Il trucco ha funzionato! Ma per dargli ulteriore credibilità continuo la chiacchierata attraverso il mio invisibile microfono. Tra l’altro, la discussione è interessante e l’Annamaria immaginaria si rivela una persona molto più utile e sensata di quella reale.

IO -  Ma allora non so cosa portare di bello ai nostri amici alieni… Ci vorrebbe qualcosa di culturale, ma facile, che posso fare perfino io, e senza bisogno del ministero… Mi puoi dare un consiglio? Utile e sensato?

L’ANNAMARIA -  Sì.

IO -  (lungo silenzio esterrefatto)

L’ANNAMARIA -  L’evento.

Mi scappa un grido di gioia, che fa girare la testa ai vicini di tavolino. L’Annamaria, quando non è davvero lei, sa essere geniale: ma certo, organizzare eventi! Eventi culturali, è ovvio. Scommetto che non ce li avete, a Botcha F. Magari ce li avete naturali, come da noi i terremoti o le inondazioni, ma a modo vostro, secondo le leggi naturali della vostra galassia. Come spiegarvi l’evento culturale?… Ecco. Analogamente al terremoto galattico  o all’inondazione extraterrestre, l’evento culturale arriva all’improvviso, non ha senso e attira l’attenzione; però non fa danni, almeno materiali. Attira a tal punto l’attenzione che gli umani – razza per definizione restia a mettersi in coda – fanno a gara a mettersi in coda per assistere o partecipare all’evento.

Avete mica dei laghetti ameni, su da voi?… No, perché, nel caso, mi è venuta un’idea originale, far camminare la gente sul laghetto… Poi ti spiego, ma si può fare anche dell’altro, l’importante è dar l’occasione di mettersi in fila… O di stare nello stesso posto per una notte intera in condizioni disagiate… Esperienze percettive estreme, vibrazioni condivise… In fondo l’evento in sé non conta, quel che conta è la narrazione! Sì, perché, car* Fra’, devi sapere che per essere tale, l’evento culturale va narrato prima, durante e dopo. Al limite, se narrato perfettamente, può perfino non esserci…

Formidabile!

Non avrei mai pensato di diventare narratore di eventi culturali inesistenti su un pianeta di una galassia lontana abitato da un’intelligenza collettiva superiore la cui effettiva presenza è scientificamente attestata solo da una mia amica erborista!…

Per l’entusiasmo, calo una manata sul tavolino, che si ribalta.

Tommy accorre.

Per la prima volta, non mi pare affatto mite e colgo la coerenza psicologica di quel disegno tatuato sul suo bicipite sinistro: il polmone trafitto da un pugnale.

Scusa, amic* lontan*, devo affrontare un’emergenza –

Risolvere una crisi –

Tanto per cambiare –

Ci sentiamo presto, eh

Tuo

….

P.S.  Non ci crederai, ma quando sono tornato a casa a medicarmi, ho scoperto che sul mio cellulare era finito il credito. Cioè: mi hanno addebitato la telefonata all’Annamaria. Che era immaginaria!… E questo lo posso anche accettare. Ma la tariffa?

Venti euro al minuto chi me li spiega?

Adesso provo a chiamare il servizio clienti, ma è più probabile che mi dia una risposta tu da Botcha F.

Ehi, a proposito

Dai, rispondi

Per piacere

Che è una giornata un po’ così

Lettere nello spazio – 27 giugno

Qui Terra, Italia, casa mia, cucina mentre sta bollendo l’acqua per la tisana, sera

Cara intelligenza collettiva superiore che a quanto pare abiti il pianeta Botcha F,

Hai ricevuto il mio messaggio intergalattico di tre giorni fa? Te ne scrivo di seguito un altro perché intanto qui nei pressi, un po’ a nord, si è svolto un importante referendum – e  anche se l’Annamaria dice che sul vostro pianeta non avete bisogno di roba del genere, perché risolvete tutto in armonia, grazie appunto all’intelligenza collettiva, io vorrei sentire direttamente il tuo parere, per eccellenza oggettivo. Non tanto sull’argomento della suddetta consultazione popolare, che da laggiù ti parrà ancora più piccino che visto da qui, ma sulle mie prospettive professionali. Mi spiego. Se per motivi tecnici o di altro tipo non verrà accolta la mia richiesta di asilo su Botcha F, mi ritroverò a sopravvivere qui a tempo indeterminato e oltretutto lavorando per il teatro. Insomma, il fallimento è dietro l’angolo, e non sto parlando del “fallire ancora, fallire meglio” di beckettiana memoria. Hai presente Beckett, il grande scrittore comico?… Be’, comunque io con questo Beckett non c’entro nulla, conosco solo il “fallire e basta”. Però mi è venuta un’idea, una specie di piano B, o C, o più giù nell’alfabeto: riciclarmi come Seminatore di Referenda. Un mestiere nuovo, anzi no, esiste già, ma io gli darei il nome e più metodo. Come la vedi? Funzionerebbe così.

Man mano che il nostro mondo si avvia disordinato e confuso verso la sua fine, ovviamente aumentano i problemi insolubili o che si possono risolvere solo con molta pazienza e intelligenza. Perciò la gente si arrabbia. Anch’io stasera sono arrabbiato, per un problema di cui forse ti parlo dopo, e dunque ho messo su l’acqua per la tisana, una bevanda autopunitiva e schifosa, ma lasciamo stare. Dunque, appena si è aggregata una sufficiente massa di persone giustamente arrabbiata per qualcosa, il Seminatore si avvicina con fare complice, ammiccante, empatico e indignato; strabuzza gli occhi, sbuffa, saltella e saltellando si mette a canticchiare:

Ce ne andiamo o no, ce ne andiamo sì o no?

Il contagio del saltello e del coretto è irresistibile. Il Seminatore allora si mette in un angolo per vedere di nascosto l’effetto che fa. L’effetto è che scatta il referendum e tutti urlando sì sì se ne vanno di corsa da un’altra parte, verso altri problemi, di solito peggiori. Ma l’importante è che nella fretta d’andarsene i poveretti lasciano cadere per terra delle cose a cui tengono, tipo i loro risparmi. E quando, passata l’eccitazione, tornano sul posto, non li ritrovano più. Chi, quatto quatto, se li sarà intascati? Ma lui, il Seminatore! Che potrà finalmente coronare il suo doppio sogno di villa con piscina e pensione integrativa. Niente male per un teatrante fallito, eh?

All’Annamaria questa mia idea non è piaciuta per niente, dice che denota una mancanza di sensibilità etica. Anche Pietro Paolo, il mio amico che gira documentari tristi, ha scosso la testa e sospirato, disapprovando. Ma che cosa farà mai di male, il Seminatore, se non dire e dare alla gente quel che la gente vuole?… Cioè, caro Pietro Paolo, l’esatto contrario dell’amara verità in bianco e nero che tu cerchi di propinarle, procurandoti in cambio una meritata miseria!… Ma dei mestissimi film di PP premiati in festival d’istigazione settaria al suicidio parleremo quando ne varrà la pena, cioè mai. Tornando al Seminatore, affermo categoricamente, fissando con occhi arrossati l’acqua ormai bollente nel pentolino, che nel suo scanzonato egoismo opportunista è comunque un’educanda, un innocuo fantolino, un Socrate, un Budda, un santo qualunque a confronto col malvagio inventore del sistema di call center per gli utenti delle compagnie telefoniche DEVO STARE CALMO

Arrabbiarmi mi fa male, molto male, devo stare CALMO. Ma dimmi tu, dalla tua galassia, se ti sembra normale stare CALMI! CALMA! CALMA!… di fronte a quanto segue. Allora. Devi sapere che la mia città è letteralmente tappezzata di enormi manifesti di una compagnia di telecomunicazioni che promette connessioni sempre più veloci per sempre meno soldi… Connessioni con chi? E perché?… Queste domande molto logiche non ti vengono in mente mentre guardi incantato i manifesti e ti precipiti a comprare (IO mi sono precipitato a comprare!) un supermegapacchettotuttoincluso con VisionSelf, un marchingegno  avvenieristico che ti ritrasmette in tempo reale una scansione completa della tua attività cerebrale mentre pensi a cazzate. Ora, a me il VisionSelf mi affascina, l’ammetto – cioè, l’idea di poter finalmente soddisfare la mia antica curiosità, ovvero visualizzare quel che mi passa per la testa mentre penso a quel che penso quasi sempre, cioè: cazzate. Purtroppo però DEVOSTARECALMO da quando ho comprato il supermegapacchettotuttoincluso, di cui non mi importa assolutamente nulla a parte il VisionSelf, il suddetto VisionSelf non si attiva, non si connette, non si carica, non si scarica, non parte, non funziona, non risulta registrato, impostato, avviato, formattato in alcuna forma che si possa capire, benché io passi dalle due alle tre ore al giorno a domandare chiarimenti alle voci automatiche o esotiche, disperanti, deliranti, incompetenti che sbucano a getto continuo dall’abisso infernale di quel MALEDETTO numero verde.

Che poi lo so che non è colpa loro. Dei proprietari delle voci, dico. Sono persone malamente sfruttate dai diabolici beneficiari di quest’impeccabile sistema per la presa in giro del cliente. Gli sventurati, dopo non aver risolto il tuo problema che naturalmente non possono risolvere, t’implorano di dar loro un buon voto alla domanda numero otto della successiva telefonata automatica di controllo qualità. E io glielo do, il buon voto, e vorrei fare anche di più, per loro e per me stesso. Con il tuo aiuto, caro amico di Botcha F, vorrei individuare chi è responsabile di tutto ciò e andarlo a trovare. Grazie al vostro network di sorveglianza satellitare intergalattica sarà un gioco da ragazzi. Ma bada che non vale accusare “i meccanismi impersonali del neo-liberismo globalizzante a trazione finanziaria”! L’ho già sentita questa solfa e non ci casco più. Voglio nome, cognome e indirizzo. Né più, né meno. Poi vado lì a trovare quel bastardo e prometto che starò CALMO

Andrò solo a esporgli i risultati di un referendum, una piccola consultazione popolare tra me e me che avrà detto SÌ alla secessione del naso da quella sua faccia da schiaffi, dei denti da quella sua bocca bugiarda, SÌ, SÌ e ancora SÌ all’annessione ritmicamente reiterata al suo pigro culo di questa mia scarpa dalla suola PESANTE MOLTO PESANTE

Se il mio tono ti sembra un po’ sopra le righe, cara intelligenza ultragalattica, se le mie parole suonano un filo aggressive, è solo perché non ho ancora assunto la benefica tisana alla risciacquatura di erbe regalatami dall’Annamaria. Abbi dunque fiducia e inviami quanto prima le coordinate di chi sappiamo noi. Ne farò un uso responsabile ed equilibrato, pienamente in linea con le caratteristiche psicologiche che visibilmente mi contraddistinguono.

Grazie in anticipo,

Con stima,

A presto,

Tuo

P.S. -   Aaaaaahaaaah!… Si è bruciato il pentolino!

Mentre ti scrivevo e tu non rispondevi mi è evaporata l’acqua

Anche tu però

Ogni tanto potresti rispondere

Vabbe’

VA*********** LA TISANA

Dovrebbe essermi rimasto un avanzo di quella grappa delle Dolomiti

Cin

Alla tua, marziano

Lettere nello spazio – 24 giugno

Qui Terra, Italia, casa mia, la solita stanza, giorno

Caro amico del pianeta Botcha F,

Anche voi sul pianeta Botcha F chiamate amici delle persone che manco conoscete, e che magari sono amici di amici di amici di amici – sempre che qualcuno nella catena di amici non abbia litigato e dunque rotto l’amicizia all’insaputa di tutti gli altri?

Io per esempio non ti conosco, ma la catena d’amicizia è solida e corta, perché mi ha dato il tuo indirizzo l’Annamaria – hai presente? E’ difficile non avere presente l’Annamaria, ha un carattere molto particolare, che secondo me si nota e distingue anche su altri pianeti. Di solito non riesco a seguire i suoi ragionamenti per più di due minuti, al terzo me ne vado e lei continua comunque a parlare: roba di fede. Il problema tra noi è che lei, all’esatto mio contrario, non può fare a meno di credere a qualcosa o qualcuno. Ogni tanto (qualche mese, qualche anno) cambia fede e cerca di convincermi. Io però, oltre al fatto che non riesco a credere a niente, trovo faticose certe pratiche legate alle fedi che si va a scegliere: solenni impegni dietetici, o posturali, o morali, o peggio. E dunque me ne vado alla chetichella, senza che lei si offenda e quasi se ne accorga, dato che, come ti dicevo, ha un carattere molto particolare. Ma quando si è messa a parlare di voi, di una forma d’intelligenza superiore che fisicamente non ci assomiglia per niente, ma capisce la nostra lingua, mi sono fermato ad ascoltarla, affascinato.

Io non sono il tipo che crede ai marziani o agli UFO, faccio teatro, io, un’attività di gente colta per gente colta – hai presente? Il teatro? Hai presente la cultura?… Ecco, una pirlata vintage come gli UFO è chiaramente insostenibile per uno del mio ambiente, ma se l’Annamaria mi garantisce che Botcha F è un pianeta lontanissimo ma vero e popolato da un’intelligenza collettiva superiore con cui ci si può mettere in contatto senza pregare, o respirare pensando al respiro, o rinunciare – dico per dire – alla trippa, ma semplicemente scrivendo a questo tuo indirizzo, be’, io almeno un tentativo di credere in te lo faccio. Perché hai l’aria di essere un punto di riferimento. E io ho un gran bisogno di punti di riferimento. Di qualcuno che, da molto lontano, mi aiuti a vedere le cose oggettivamente. Mi piace questo avverbio. Sai, qui sulla Terra siamo così soggettivi, soggettivi, soggettivi. E allora io lo ripeto, il magico avverbio: oggettivamente.

Prendi il teatro, per esempio. Ce l’avete il teatro, lì da voi? In caso contrario, te lo spiego in quattro parole. E’ una cosa molto bella, di comunicazione, come adesso tra me e te, solo immagina che siamo nello stesso spazio, diciamo chiuso, e c’è della gente che ci guarda  e invece di scriverlo tutto di fila si scrive così:

IO -  (amplificando la voce con le mani a imbuto)  Qui Terra, lì Botcha F?… Qui Terra, lì Botcha F?… Botcha F, non ti vedo, perché non ti vedo?… Botcha F, non ti sento, perché non ti sento?

TU -  (voce fuori scena sarcastica, tonante)  Perché non esisto.

Lungo silenzio. La situazione sta per diventare teatralmente interessante, quando si alza e interviene un Critico di Mia Conoscenza.

CMC -  Tutto qui?… Non mi sono emozionato per niente. Che spocchioso intellettualismo, che mancanza di passione e verità…

All’improvviso il profilo di un enorme piede cartonato in stile Monty Python degli esordi piomba sulla testa parlante di CMC, mettendolo a tacere per sempre.

TU -  (voce fuori scena, calma e giusta)  Per te sì, pidocchio.

Ecco, ti rendi conto che una cosa del genere, il teatro, oggettivamente, è molto bella e fa cultura – e dunque merita di essere sovvenzionata dallo Stato. Hai presente lo Stato? Sulla Terra, in Italia, ne abbiamo uno, che a dir la verità aiuta pochissimo la cultura, per non parlare del teatro. Ma qualche anno fa hanno cominciato a governarlo delle persone democratiche che parlano tanto di cultura e hanno perfino emesso un decreto che si chiama Valore Cultura. Ce l’avete voi un decreto così? Scommetto di no, perché non ci vuole un’intelligenza superiore per produrre un simile pasticcio, ne basta mezza e  subnormale. Ora, che demo-menti analoghe abbiano concepito una riforma complessiva dello Stato, da cittadino dovrebbe preoccuparmi un po’, ma non ci riesco, caro amico d’un’altra galassia. Intesso rapporti con te, nella prospettiva di squagliarmela, se passa la cosiddetta riforma. O anche se non passa.

Dai. Mi butto di già. Te lo chiedo! Mi vorreste su Botcha F?… Quel pianeta meraviglioso dove riforma vuol dire riforma, cultura vuol dire cultura, sinistra non vuol dire destra, narrazione non è raccontarsela, sì è sì, no è no… Dove non c’è nemmeno bisogno del teatro, per cercare di ridare senso alle parole?

Con calma. Rispondi pure con calma. E’ chiaro che sto correndo troppo, dobbiamo conoscerci meglio – chissà, magari non merito questo privilegio, magari non si può emigrare lì da te per problemi tecnici di trasporto… E comunque l’Annamaria avrebbe la precedenza, quel che è giusto è giusto. Chiederei solo, nel caso, di viaggiare in navicelle spaziali separate. Lei parla davvero tanto, sai? Per il momento mi accontento del tuo parere oggettivo. Insomma, dammi un feedback, quando puoi, sugli argomenti di cui sopra: la fede, la Costituzione, i decreti sulla cultura senza valore, il teatro senza passione, la logorrea mistica, i viaggi nello spazio. Ne avrei davvero bisogno perché (l’hai notato, eh?) mi sento piuttosto confuso. Poi, superati questi scogli, potrò chiederti consiglio su ciò che davvero mi tormenta, il problema dei problemi:

Come aggirare i call center nei rapporti con le società di telecomunicazioni?

Con fiducia,

Tuo

P.S. Voi non avete call center, vero, a Botcha F? Non sto scrivendo a un call center o servizio clienti, vero?

Ti prego, non mi deludere rispondendo PREMI ASTERISCO

 

“Premio Hystrio”: il programma

Milano, Teatro Elfo Puccini
Corso Buenos Aires 33
16 – 17 – 18 giugno 2016

Programma

da giovedì 5 a venerdì 20 maggio

ore 10-18 – Pre-selezioni del Premio Hystrio alla Vocazione a Roma (Teatro Argot Studio, 5-8 maggio) e a Milano (Scuola Teatri Possibili, 16-20 maggio). Audizioni pubbliche di aspiranti attori.

I giurati delle pre-selezioni: Dario Aggioli, Ilaria Angelone, Fabrizio Caleffi, Albarosa Camaldo, Claudia Cannella, Francesco Frangipane, Emilio Nigro, Pino Tierno, Alessandro Toppi.

giovedì 16 e venerdì 17 giugno

ore 10-18Finale delle selezioni del Premio Hystrio alla Vocazione. Audizioni degli aspiranti attori che hanno superato le pre-selezioni.

ore 21Lettura scenica di Fratelli, di Pier Lorenzo Pisano, testo vincitore del Premio Hystrio-Scritture di Scena 2016, regia di Sabrina Sinatti (16 giugno)

ore 21Spettacolo: Combattenti, di Renato Gabrielli, regia di Paola Manfredi, con Giorgio Branca e Lilli Valcepina (17 giugno).

I giurati del Premio Hystrio-Scritture di Scena: Laura Curino (presidente), Laura Bevione, Fabrizio Caleffi, Claudia Cannella, Roberto Canziani, Sara Chiappori, Renato Gabrielli, Roberto Rizzente, Massimiliano Speziani, Diego Vincenti.

sabato 18 giugno

ore 10-13 – Finale delle selezioni del Premio Hystrio alla Vocazione. Audizioni di aspiranti attori che hanno superato le pre-selezioni.
ore 15 – Comunicazioni della Giuria sui vincitori del Premio Hystrio alla Vocazione 2016.
ore 21 – Serata-spettacolo delle premiazioni. Segue brindisi.

Giuria del Premio Hystrio alla Vocazione: Ferdinando Bruni, Fabrizio Caleffi, Claudia Cannella, Arturo Cirillo, Monica Conti, Veronica Cruciani, Andrea Paolucci, Mario Perrotta e Walter Zambaldi.

Premio Hystrio all’interpretazione a Monica Piseddu
Premio Hystrio alla regia a Simone Derai
Premio Hystrio alla drammaturgia a MusellaMazzarelli
Premio Hystrio-Altre Muse a Cue Press
Premio Hystrio-Iceberg a Collettivo Cinetico
Premio Hystrio-Corpo a Corpo a Balletto Civile
Premio Hystrio-Twister ad Animali da bar di Carrozzeria Orfeo
Premio Mariangela Melato ad Angelo Di Genio e Beatrice Schiros
Premio Hystrio alla Vocazione per giovani attori
Premio Hystrio-Scritture di Scena

Le audizioni sono aperte al pubblico.
L’ingresso alle serate è libero
Direzione artistica e organizzazione: Claudia Cannella
Hystrio, via Olona 17 – 20123 Milano
tel. 02.400.73.256,
e-mail: segreteria@hystrio.it
www.hystrio.it

Ufficio Stampa: iagostudio-Mara Serina 338.3246269, maraiagostudio@gmail.com

“Sotto un cielo straniero” a Zona K

TEATRO UTILE e MASCHERENERE

Sotto un cielo straniero

frammenti

4 – 5 – 6 maggio ore 21

ZONA K via Spalato 11 – Milano

 

Ingresso: € 13,00 (intero) / € 8,00 (ridotto per Under18, Over60, studenti)

Tessera € 2,00

Posti limitati, prenotazione consigliata

Dal lunedì al venerdì 10.00-19.00

0297378443

393 8767162

biglietti@zonak.it

 

 

Brevi testi di pochi minuti, che insieme compongono un quadro impressionista sull’immigrazione in una grande città, come ad esempio Milano.

 

La drammaturgia lavora sullo sguardo con cui i migranti vedono noi e la città sconosciuta in cui arrivano. La sensazione dominante è lo spaesamento, il non riconoscimento dei luoghi e del linguaggio. L’ironia, spesso rivolta verso se stessi, è corrosiva e non risparmia nessuno.

 

Siamo obbligati a riconoscerci nei comportamenti e nei giudizi stereotipati verso i cosiddetti “extracomunitari”. Questo permette di mettere in campo temi forti con leggerezza.

 

La regia cercando di valorizzare la partecipazione collettiva all’evento scenicoalterna momenti corali e individuali. Il palcoscenico è marcato da cartelli stradali e semplici elementi scenografici realizzati in cartone seguendo lo stile della “street-art”. Il pubblico è seduto in un cerchio, all’interno del quale si svolgono le scene.

 

Lo spettacolo “Sotto un cielo straniero” è nato dal laboratorio di drammaturgia condotto da Renato Gabrielli con la collaborazione di Tiziana Bergamaschi per il progetto “Teatro Utile” di cui l’Accademia dei Filodrammatici di Milano si è fatta promotrice.

Lo spettacolo che va in scena a ZONA K è un’evoluzione e rielaborazione del primo risultato presentato a termine del laboratorio, nel giugno 2014.

 

 

Autori

Marco Di Stefano, RufinDohZéyénouin , Margarita Egorova, Elide La Vecchia, Alfie Nze, Lorenzo Piccolo, Diego Runko

 

Supervisione drammaturgica: Renato Gabrielli

 

Interpretato dagli attori migranti che partecipano al progetto “Teatro Utile” Olivier Elouti, KaluaRodriguez, YordyCagua, YudelCollazo, MateoÇiliMayilGeorgiNieto, NgoneGueye, musicista RachidL.Willy

regia: Tiziana Bergamaschi

aiuto alla regia: Olivier Wangue Elouti

scene: Andrea Finizio

L’autobiografo

Progetta di fare della sua vita un capolavoro, o meglio di abbassare l’idea di capolavoro al livello della sua vita. Come gli sia maturata dentro tale ambizione non saprebbe dirlo. Gli si è manifestata all’improvviso, da ieri a oggi, dall’oggi al domani. Prima di oggi forse era e certamente si sentiva una persona normale. In che senso? In quello generico, indefinito, che si associa all’idea di normalità. Comunque non avvertiva una particolare esigenza di raccontarsi, né tantomeno una vocazione. I suoi colleghi – per dire – si raccontavano più di lui.

Un giorno, per esempio oggi, è tornato a casa dal suo solito lavoro con un’eccitazione insolita. Trova lì ad aspettarlo la donna provvisoriamente della sua vita. Ci sono saluti, contatti  e scambi dialogici di ordinaria intimità. Poi eccoli uno di fronte all’altra, separati da due piatti fumanti di minestra: una situazione non nuova. La minestra per la precisione è una zuppa di legumi. Lui guarda la zuppa, aspetta a mangiarla, ma non perché tema di scottarsi. Guarda la donna.

Devo dirtelo. Non è giusto che ci siano segreti tra noi.

Sospira, torna a guardare la zuppa.

Questa zuppa. Questa zuppa, questi legumi, questo fagiolo borlotto che galleggia. Noi due davanti a questa zuppa. Questa casa intorno alla zuppa e a noi due. Questa città, questo mondo intorno. Capisci?

Lei per il momento non capisce. Si è sempre ritenuta, come lui, una persona normale e le  parole del suo uomo di oggi, pronunciate con ispirata tensione, le suonano strane. Indaga. Lo interroga, con affetto. Vuole saperne di più. L’autobiografo, che è tale solo da pochi istanti, fatica a spiegarsi, non trova le parole giuste, non si è ancora impadronito di un lessico adeguato a imbrigliare, a codificare l’abbacinante evidenza della sua nuova missione. O condizione.

Condividiamo la zuppa, cioè… Non nel senso di mangiarla, ma con altri… Non nel senso di darla ad altri, per piacere non interrompermi – è difficile anche per me! Che svolta, Luisa!… Mi giuri che sarai con me in questa svolta, qualunque cosa succeda?… No, non giurare! Prima devi capire. Mi spiego?

Passa del tempo, la minestra si raffredda, tecnicamente la cena è rovinata. A Luisa è passato l’appetito. Comincia a irritarla il fatto di non riuscire a interloquire. Il suo compagno, diversamente dal solito, è una specie di fiume verbale in piena. Racconta, si racconta. A un certo punto si concentra sul fagiolo borlotto galleggiante, freddo. Lo addita.

Riguarda tutti!

Lo fotografa, lo filma e intanto ne parla, ma non gli basta parlarne: ne scrive, e subito condivide col mondo ciò che sta scrivendo sul fagiolo, sulla zuppa, su Luisa sbigottita, su questa cena. È l’inizio di un’autobiografia tutta al presente che finirà, lui pensa, solo con la fine del suo stesso corpo. Eppure non è mai stato e sa di non essere uno scrittore, un fotografo, un filmaker. La modestia, tratto caratteriale tipico suo e che lo rende così amabile da Luisa e non solo, è rimasta intatta – anzi.  Il capolavoro che ha in testa, che gli preme nel cuore, non vuole avere nulla di artistico: coincide piuttosto con la pura, integrale trasparenza della sua natura consapevolmente insignificante.

Da quella zuppa in poi, l’autobiografo si narra senza limiti, con radicale onestà, instancabilmente. Produce e diffonde ogni giorno, sedici ore su ventiquattro, una quantità impressionante di immagini e parole; e, certo, non è il solo al mondo a farlo… Ma tale produzione non ha nulla ha che vedere col narcisismo insincero e volubile di tanti frequentatori delle reti sociali virtuali. È spoglia di abbellimenti e lusinghe, apatica, piattamente veritiera.

All’inizio perplessa, Luisa col passare del tempo asseconda volentieri la deriva narrativa del suo uomo. Dopo lo spiazzamento e l’agitazione della prima sera e notte, s’abitua alla costante esposizione pubblica delle loro esperienze comuni, che in fondo non impedisce a lei di viverle, e a lui fa tanto piacere. Sarebbe tutto sommato, per inclinazione, una donna riservata, ma ha l’intelligenza per comprendere che i tempi sono cambiati e che al dì d’oggi l’intimità può sopravvivere anche in piena luce, grazie alla prevedibile indifferenza degli sguardi altrui. Amplessi, abluzioni, colazioni, minute discussioni, tragitti in tangenziale, code al centro commerciale, pulizie domestiche, silenzi casuali, l’intero spettro del dimenticabile confluisce nella fluviale autobiografia, senza far danni. Anche perché nessuno o quasi la legge o guarda – di certo nessuno per intero. Finché non interviene Quintino F.

Quintino F. è il nome palesemente falso di una persona reale, che nessuno vorrebbe avere la sfortuna di conoscere, arrogante, vendicativa, vacua e malvagia – un critico, insomma, e per giunta potente. Un uomo totalmente estraneo alla modesta, affidabile cerchia abituale dell’autobiografo: oltre a Luisa, un’anziana madre, una sorella con marito e due figli, due amici dei tempi dell’università e un pugno di colleghi opachi e blandamente solidali. Tutta gente (quella della cerchia) che non prende troppo sul serio l’ossessione narrativa del compagno, figlio, fratello, cognato, zio, amico o collega; e che spera in cuor suo, con affetto, che gli passi presto. Ma Quintino ovviamente non sa cosa sia l’affetto, o ciò che tra noi non-critici si chiama, tanto per intenderci, umanità. Annoiato dalle tante opere bellissime o comunque interessanti che per mestiere gli tocca analizzare, incappa per puro caso nella smisurata autobiografia permanente di cui stiamo parlando e, in un accesso di snobismo aggressivo, le dedica due pagine piene di un quotidiano nazionale a larga tiratura.

Il successo arriva dunque come un evento meteorologico inatteso, inevitabile, da cui non è previsto riparo. All’articolo di Quintino ne seguono altri, per lo più favorevoli per servile emulazione, in minima parte avanzanti caute riserve. Ma soprattutto si moltiplicano esponenzialmente i lettori e spettatori dell’autobiografia, che riversano nella rete virtuale universale centinaia, migliaia di commenti. I pochi carichi d’odio e disprezzo provengono da veri scrittori e filmaker in varia misura falliti e frustrati. Ma l’autobiografo non se ne cura, poiché non ha mai voluto essere un artista. Non si cura neppure, per lo stesso motivo, dei ben più numerosi ammiratori. Non concede interviste, non rilascia dichiarazioni. Rimane concentrato, con spontanea coerenza, sul ritmo ordinario del suo capolavoro.

Questo ritmo, questa ordinarietà vengono però sempre più disturbati da un’imprevista trasformazione dell’ambiente che lo circonda. Una parte degli appassionati fruitori dell’autobiografia comincia infatti a organizzarsi in gruppi d’interesse, o addirittura di pressione – delle vere e proprie lobby narrative. Se ne formano a decine. Ce ne sono di molto serie e impegnate, come “Siamo tutte Luisa”, che giunge a raccogliere più di trentamila adesioni. Non mancano i gruppi che discutono di cucina, in particolare di minestre, inondando la coppia di competenti e inascoltati consigli. Ci sono pure combriccole anarcoidi e un po’ goliardiche, come il fan club “Cambia farfallino, Prinetti!”. Prinetti è un collega dell’autobiografo, che ogni mattina ne descrive piattamente l’abbigliamento, in cui spicca sempre un inappuntabile farfallino color bordeaux. I fan burloni suggeriscono a Prinetti farfallini alternativi: verdi, neri, a strisce, a pois, con disegnini buffi. E lui legge i commenti dei fan. E un bel mattino, forse non così bello, si presenta in ufficio con un farfallino a pois.

L’autobiografo subito percepisce che c’è qualcosa di strano. Che quello non è il Prinetti vero. E ripensa al panettiere sotto casa, al suo comportamento peculiare negli ultimi giorni, alla sua cortesia sopra le righe, a certi sconti inconsueti sulla focaccia: come se gli fosse giunta eco della fama dell’affezionato cliente e volesse apparire in buona luce nell’autobiografia. Sono le avvisaglie di una catastrofica per quanto ben intenzionata falsificazione delle condotte pure nella ristretta cerchia di chi più gli è caro. La madre assume atteggiamenti tipicamente materni in senso protettivo che non le sono mai stati propri. La cognata diventa una perfetta cognata. I nipoti, nipoti vivaci ma simpaticamente affettuosi. Il fratello, assurdamente, gli fa dei regali. E perfino Luisa, Luisa assume tutto un piglio non suo, senza ammetterlo si mette a seguire i consigli delle sue migliaia di fan, si evolve con velocità innaturale, gli appare in un certo senso più autonoma e sexy, ma quel senso gli sfugge: come se all’improvviso li separasse una lunare estraneità.

Cerca di reagire facendo finta di niente, imperturbabile, con rigorosa fedeltà al progetto. Registra senza commenti o giudizi ciò che suo malgrado gli muta intorno. Ma non funziona. La gente ci prende gusto a comportarsi in modo interessante per lui, a suo particolare beneficio, sicché la sua autobiografia si fa ogni giorno più avvincente e più fasulla. Comincia a incombergli addosso una sensazione di fallimento mai provata prima. Scrive meno, filma di meno, ma non riesce a smettere. D’altra parte, non riesce a chiedere a Luisa e agli altri suoi cari di tornare a comportarsi in modo spontaneo, perché istintivamente si rende conto che non potrebbero, che il processo deleterio avviatosi con l’articolo di Quintino è irreversibile. Si rifugia allora nei sogni. Concepisce cioè l’idea, ispirata da vaghe conoscenze psicanalitiche, che un maggior grado di verità autobiografica possa risiedere nei sogni.

Per alcune notti consecutive quasi si avventa sui propri sogni, svegliandosi più volte per annotarli, per così dire, in diretta, com’è abituato a fare con gli eventi della sua vita cosciente. L’esito di tale pratica risulta però bizzarro e insoddisfacente: benché le sue immagini oniriche per molti aspetti riflettano fedelmente il tran tran della veglia – concatenandosi  in sequenze d’azioni anodine ambientate nella sua stanza da letto, nel suo ufficio, nelle strade quiete del suo quartiere semi-periferico – una volta trascritte esse rivelano vuoti insidiosi, ambiguità intollerabili, ellissi narrative non giustificate. Oltretutto, e soprattutto, l’inevitabile distanza temporale e di stato mentale tra sogno e racconto rende quest’ultimo inaffidabile, minando alla base i presupposti morali dell’autobiografia. Cerca dunque di sognare a occhi aperti, di scrivere sognando, ma un simile tentativo, di notte in notte reiterato e frustrato, gli procura un’insonnia patologica da cui in passato è sempre stato esente e che ora gli dà l’impressione d’impazzire.

Diventa irritabile e impaziente con parenti e colleghi; si distrae troppo spesso sul lavoro; litiga con Luisa per i più futili motivi. Incalzato dall’insonnia, prende l’abitudine di  girovagare a notte fonda, quando ritiene più probabile incrociare persone cui non sia giunta notizia della sua autobiografia e quindi passabilmente spontanee, vere. Per fortuna il suo  è un tranquillo quartiere residenziale, sicché non fa incontri pericolosi. Né li cerca, a dir la verità. È sempre stato e rimane un uomo prudente, perfino pavido all’occorrenza. Finché una volta, ormai stremato nelle facoltà mentali dalla cronica astensione dal sonno, si smarrisce in una periferia estrema, che non riconosce. Si ritrova a camminare come un automa su uno stretto marciapiede lungo un viale senz’alberi con carreggiata a tre corsie in entrambi i sensi di marcia, fiancheggiato da enormi condomini semispenti a perdita d’occhio fino all’orizzonte. Pioviggina.

Anche questo lo devo raccontare.

Pensa – e si ferma a frugare nelle tasche dell’umido cappotto.

Solo ora si accorge di non aver portato nulla per scrivere o filmare. Prova una sorta di estenuato sollievo, e al tempo una contrazione alla bocca dello stomaco, una voglia di piangere atavica, infantile. Solleva la faccia verso il cielo, si lascia piovere addosso, ora la pioggia è più forte. Nel cielo non ci sono stelle, non c’è luce, non c’è nulla; e così nel suo cervello. Non vorrebbe tornare più indietro, a casa, alla vita, ma tornerà. Intanto respira, libero da sé per qualche istante, senza storie.

“Combattenti” a Milano

4 e 5 Marzo 2016
 ore 21.00
COMBATTENTI

di Renato Gabrielli
regia Paola Manfredi
con Giorgio Branca e Lilli Valcepina
produzione Teatro Periferico

Un uomo e una donna, nell’età di mezzo. una comune passione per la boxe. Lei ex campionessa. Lui dilettante di lungo corso, senza talento. Entrambi soli, segnati dai rispettivi fallimenti. Ma sorretti da una viscerale voglia di combattere ogni giorno, per sentirsi vivi.

A SEGUIRE BRINDISI CON GLI ARTISTI!
€13+2 di tessasa associativa- ridotto €10
prenotazione obbligatoria…

AltaLuceTeatro
Alzaia Naviglio Grande 192
3487076093-alt@altaluceteatro.com

 

Teatro Utile 2016: il bando

                                                                     

PROGETTO “TEATRO UTILE 2016”

Laboratori di drammaturgia

In questo quarto anno il progetto “Teatro Utile (Arte e sviluppo)”, organizzato dall’Accademia dei Filodrammatici, propone due laboratori di drammaturgia nei quali si lavorerà a partire da immagini riferite all’esperienza di viaggio dei migranti  dalle coste nord africane alla Sicilia. Si prenderanno in esame: fotografie, bigliettini lasciati nei vestiti, oggetti personali, scritte su materiali di fortuna, interviste, tutto quanto possa costituire una traccia emotiva del vissuto di ognuno. Compito del laboratorio: accompagnare i partecipanti nella scrittura di testi che attingano a questi indizi di percorso e ne rendano testimonianza con mezzi specificamente teatrali.

Docenti dei due laboratori: José Sanchis Sinisterra e Renato Gabrielli

Docente assistente e coordinatrice dei corsi: Tiziana Bergamaschi

Primo laboratorio – Docente: José Sanchis Sinisterra

lunedì 18 – sabato 23 aprile 2016

Il laboratorio di scrittura si svolgerà presso l’Accademia dei Filodrammatici.

Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 18.

Frequenza obbligatoria. Saranno ammessi otto allievi.

Secondo laboratorio – Docente: Renato Gabrielli

lunedì 2 – mercoledì 11 maggio 2016

Il laboratorio di scrittura si svolgerà presso l’Accademia dei Filodrammatici.

Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 18.

Frequenza obbligatoria. Saranno ammessi otto allievi.

I laboratori sono rivolti a drammaturghi, registi e attori, italiani o stranieri (di prima e seconda generazione)

 

La domanda va presentata per un solo Laboratorio.

Per potervi accedere è necessario inviare, entro il 31 marzo 2016,  all’indirizzo mail filodram@accademiadeifilodrammatici.it:

 

1) Curriculum formativo (citare i testi scritti ed eventualmente rappresentati)

2) Indicazione del laboratorio per il quale si intende presentare la propria candidatura e motivazione della scelta.

 

Il costo dei laboratori è a carico dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano.

 

Per informazioni telefonare: 02  86460849

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