L’autobiografo

Progetta di fare della sua vita un capolavoro, o meglio di abbassare l’idea di capolavoro al livello della sua vita. Come gli sia maturata dentro tale ambizione non saprebbe dirlo. Gli si è manifestata all’improvviso, da ieri a oggi, dall’oggi al domani. Prima di oggi forse era e certamente si sentiva una persona normale. In che senso? In quello generico, indefinito, che si associa all’idea di normalità. Comunque non avvertiva una particolare esigenza di raccontarsi, né tantomeno una vocazione. I suoi colleghi – per dire – si raccontavano più di lui.

Un giorno, per esempio oggi, è tornato a casa dal suo solito lavoro con un’eccitazione insolita. Trova lì ad aspettarlo la donna provvisoriamente della sua vita. Ci sono saluti, contatti  e scambi dialogici di ordinaria intimità. Poi eccoli uno di fronte all’altra, separati da due piatti fumanti di minestra: una situazione non nuova. La minestra per la precisione è una zuppa di legumi. Lui guarda la zuppa, aspetta a mangiarla, ma non perché tema di scottarsi. Guarda la donna.

Devo dirtelo. Non è giusto che ci siano segreti tra noi.

Sospira, torna a guardare la zuppa.

Questa zuppa. Questa zuppa, questi legumi, questo fagiolo borlotto che galleggia. Noi due davanti a questa zuppa. Questa casa intorno alla zuppa e a noi due. Questa città, questo mondo intorno. Capisci?

Lei per il momento non capisce. Si è sempre ritenuta, come lui, una persona normale e le  parole del suo uomo di oggi, pronunciate con ispirata tensione, le suonano strane. Indaga. Lo interroga, con affetto. Vuole saperne di più. L’autobiografo, che è tale solo da pochi istanti, fatica a spiegarsi, non trova le parole giuste, non si è ancora impadronito di un lessico adeguato a imbrigliare, a codificare l’abbacinante evidenza della sua nuova missione. O condizione.

Condividiamo la zuppa, cioè… Non nel senso di mangiarla, ma con altri… Non nel senso di darla ad altri, per piacere non interrompermi – è difficile anche per me! Che svolta, Luisa!… Mi giuri che sarai con me in questa svolta, qualunque cosa succeda?… No, non giurare! Prima devi capire. Mi spiego?

Passa del tempo, la minestra si raffredda, tecnicamente la cena è rovinata. A Luisa è passato l’appetito. Comincia a irritarla il fatto di non riuscire a interloquire. Il suo compagno, diversamente dal solito, è una specie di fiume verbale in piena. Racconta, si racconta. A un certo punto si concentra sul fagiolo borlotto galleggiante, freddo. Lo addita.

Riguarda tutti!

Lo fotografa, lo filma e intanto ne parla, ma non gli basta parlarne: ne scrive, e subito condivide col mondo ciò che sta scrivendo sul fagiolo, sulla zuppa, su Luisa sbigottita, su questa cena. È l’inizio di un’autobiografia tutta al presente che finirà, lui pensa, solo con la fine del suo stesso corpo. Eppure non è mai stato e sa di non essere uno scrittore, un fotografo, un filmaker. La modestia, tratto caratteriale tipico suo e che lo rende così amabile da Luisa e non solo, è rimasta intatta – anzi.  Il capolavoro che ha in testa, che gli preme nel cuore, non vuole avere nulla di artistico: coincide piuttosto con la pura, integrale trasparenza della sua natura consapevolmente insignificante.

Da quella zuppa in poi, l’autobiografo si narra senza limiti, con radicale onestà, instancabilmente. Produce e diffonde ogni giorno, sedici ore su ventiquattro, una quantità impressionante di immagini e parole; e, certo, non è il solo al mondo a farlo… Ma tale produzione non ha nulla ha che vedere col narcisismo insincero e volubile di tanti frequentatori delle reti sociali virtuali. È spoglia di abbellimenti e lusinghe, apatica, piattamente veritiera.

All’inizio perplessa, Luisa col passare del tempo asseconda volentieri la deriva narrativa del suo uomo. Dopo lo spiazzamento e l’agitazione della prima sera e notte, s’abitua alla costante esposizione pubblica delle loro esperienze comuni, che in fondo non impedisce a lei di viverle, e a lui fa tanto piacere. Sarebbe tutto sommato, per inclinazione, una donna riservata, ma ha l’intelligenza per comprendere che i tempi sono cambiati e che al dì d’oggi l’intimità può sopravvivere anche in piena luce, grazie alla prevedibile indifferenza degli sguardi altrui. Amplessi, abluzioni, colazioni, minute discussioni, tragitti in tangenziale, code al centro commerciale, pulizie domestiche, silenzi casuali, l’intero spettro del dimenticabile confluisce nella fluviale autobiografia, senza far danni. Anche perché nessuno o quasi la legge o guarda – di certo nessuno per intero. Finché non interviene Quintino F.

Quintino F. è il nome palesemente falso di una persona reale, che nessuno vorrebbe avere la sfortuna di conoscere, arrogante, vendicativa, vacua e malvagia – un critico, insomma, e per giunta potente. Un uomo totalmente estraneo alla modesta, affidabile cerchia abituale dell’autobiografo: oltre a Luisa, un’anziana madre, una sorella con marito e due figli, due amici dei tempi dell’università e un pugno di colleghi opachi e blandamente solidali. Tutta gente (quella della cerchia) che non prende troppo sul serio l’ossessione narrativa del compagno, figlio, fratello, cognato, zio, amico o collega; e che spera in cuor suo, con affetto, che gli passi presto. Ma Quintino ovviamente non sa cosa sia l’affetto, o ciò che tra noi non-critici si chiama, tanto per intenderci, umanità. Annoiato dalle tante opere bellissime o comunque interessanti che per mestiere gli tocca analizzare, incappa per puro caso nella smisurata autobiografia permanente di cui stiamo parlando e, in un accesso di snobismo aggressivo, le dedica due pagine piene di un quotidiano nazionale a larga tiratura.

Il successo arriva dunque come un evento meteorologico inatteso, inevitabile, da cui non è previsto riparo. All’articolo di Quintino ne seguono altri, per lo più favorevoli per servile emulazione, in minima parte avanzanti caute riserve. Ma soprattutto si moltiplicano esponenzialmente i lettori e spettatori dell’autobiografia, che riversano nella rete virtuale universale centinaia, migliaia di commenti. I pochi carichi d’odio e disprezzo provengono da veri scrittori e filmaker in varia misura falliti e frustrati. Ma l’autobiografo non se ne cura, poiché non ha mai voluto essere un artista. Non si cura neppure, per lo stesso motivo, dei ben più numerosi ammiratori. Non concede interviste, non rilascia dichiarazioni. Rimane concentrato, con spontanea coerenza, sul ritmo ordinario del suo capolavoro.

Questo ritmo, questa ordinarietà vengono però sempre più disturbati da un’imprevista trasformazione dell’ambiente che lo circonda. Una parte degli appassionati fruitori dell’autobiografia comincia infatti a organizzarsi in gruppi d’interesse, o addirittura di pressione – delle vere e proprie lobby narrative. Se ne formano a decine. Ce ne sono di molto serie e impegnate, come “Siamo tutte Luisa”, che giunge a raccogliere più di trentamila adesioni. Non mancano i gruppi che discutono di cucina, in particolare di minestre, inondando la coppia di competenti e inascoltati consigli. Ci sono pure combriccole anarcoidi e un po’ goliardiche, come il fan club “Cambia farfallino, Prinetti!”. Prinetti è un collega dell’autobiografo, che ogni mattina ne descrive piattamente l’abbigliamento, in cui spicca sempre un inappuntabile farfallino color bordeaux. I fan burloni suggeriscono a Prinetti farfallini alternativi: verdi, neri, a strisce, a pois, con disegnini buffi. E lui legge i commenti dei fan. E un bel mattino, forse non così bello, si presenta in ufficio con un farfallino a pois.

L’autobiografo subito percepisce che c’è qualcosa di strano. Che quello non è il Prinetti vero. E ripensa al panettiere sotto casa, al suo comportamento peculiare negli ultimi giorni, alla sua cortesia sopra le righe, a certi sconti inconsueti sulla focaccia: come se gli fosse giunta eco della fama dell’affezionato cliente e volesse apparire in buona luce nell’autobiografia. Sono le avvisaglie di una catastrofica per quanto ben intenzionata falsificazione delle condotte pure nella ristretta cerchia di chi più gli è caro. La madre assume atteggiamenti tipicamente materni in senso protettivo che non le sono mai stati propri. La cognata diventa una perfetta cognata. I nipoti, nipoti vivaci ma simpaticamente affettuosi. Il fratello, assurdamente, gli fa dei regali. E perfino Luisa, Luisa assume tutto un piglio non suo, senza ammetterlo si mette a seguire i consigli delle sue migliaia di fan, si evolve con velocità innaturale, gli appare in un certo senso più autonoma e sexy, ma quel senso gli sfugge: come se all’improvviso li separasse una lunare estraneità.

Cerca di reagire facendo finta di niente, imperturbabile, con rigorosa fedeltà al progetto. Registra senza commenti o giudizi ciò che suo malgrado gli muta intorno. Ma non funziona. La gente ci prende gusto a comportarsi in modo interessante per lui, a suo particolare beneficio, sicché la sua autobiografia si fa ogni giorno più avvincente e più fasulla. Comincia a incombergli addosso una sensazione di fallimento mai provata prima. Scrive meno, filma di meno, ma non riesce a smettere. D’altra parte, non riesce a chiedere a Luisa e agli altri suoi cari di tornare a comportarsi in modo spontaneo, perché istintivamente si rende conto che non potrebbero, che il processo deleterio avviatosi con l’articolo di Quintino è irreversibile. Si rifugia allora nei sogni. Concepisce cioè l’idea, ispirata da vaghe conoscenze psicanalitiche, che un maggior grado di verità autobiografica possa risiedere nei sogni.

Per alcune notti consecutive quasi si avventa sui propri sogni, svegliandosi più volte per annotarli, per così dire, in diretta, com’è abituato a fare con gli eventi della sua vita cosciente. L’esito di tale pratica risulta però bizzarro e insoddisfacente: benché le sue immagini oniriche per molti aspetti riflettano fedelmente il tran tran della veglia – concatenandosi  in sequenze d’azioni anodine ambientate nella sua stanza da letto, nel suo ufficio, nelle strade quiete del suo quartiere semi-periferico – una volta trascritte esse rivelano vuoti insidiosi, ambiguità intollerabili, ellissi narrative non giustificate. Oltretutto, e soprattutto, l’inevitabile distanza temporale e di stato mentale tra sogno e racconto rende quest’ultimo inaffidabile, minando alla base i presupposti morali dell’autobiografia. Cerca dunque di sognare a occhi aperti, di scrivere sognando, ma un simile tentativo, di notte in notte reiterato e frustrato, gli procura un’insonnia patologica da cui in passato è sempre stato esente e che ora gli dà l’impressione d’impazzire.

Diventa irritabile e impaziente con parenti e colleghi; si distrae troppo spesso sul lavoro; litiga con Luisa per i più futili motivi. Incalzato dall’insonnia, prende l’abitudine di  girovagare a notte fonda, quando ritiene più probabile incrociare persone cui non sia giunta notizia della sua autobiografia e quindi passabilmente spontanee, vere. Per fortuna il suo  è un tranquillo quartiere residenziale, sicché non fa incontri pericolosi. Né li cerca, a dir la verità. È sempre stato e rimane un uomo prudente, perfino pavido all’occorrenza. Finché una volta, ormai stremato nelle facoltà mentali dalla cronica astensione dal sonno, si smarrisce in una periferia estrema, che non riconosce. Si ritrova a camminare come un automa su uno stretto marciapiede lungo un viale senz’alberi con carreggiata a tre corsie in entrambi i sensi di marcia, fiancheggiato da enormi condomini semispenti a perdita d’occhio fino all’orizzonte. Pioviggina.

Anche questo lo devo raccontare.

Pensa – e si ferma a frugare nelle tasche dell’umido cappotto.

Solo ora si accorge di non aver portato nulla per scrivere o filmare. Prova una sorta di estenuato sollievo, e al tempo una contrazione alla bocca dello stomaco, una voglia di piangere atavica, infantile. Solleva la faccia verso il cielo, si lascia piovere addosso, ora la pioggia è più forte. Nel cielo non ci sono stelle, non c’è luce, non c’è nulla; e così nel suo cervello. Non vorrebbe tornare più indietro, a casa, alla vita, ma tornerà. Intanto respira, libero da sé per qualche istante, senza storie.

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