Il direttore suo malgrado

Il suo progetto è farci sentire in colpa per tutti i danni che ci procura. Morali e materiali, inestricabilmente. Confusione mentale e pratica, depressione, agitazione eccessiva, calo della produttività, impennata delle assenze per malattia, malattie vere, prepensionamenti compulsivi, abbandoni per disperazione o decesso. E ci sta quasi riuscendo. Tanti di noi finiscono per sentirsi in colpa almeno un po’ e ne sappiamo anche il motivo, dal punto di vista psicologico, perché quando la rabbia non ha sbocchi, si finisce per sentirsi in colpa. Così almeno dice lo psicologo. Jacobelli. No. Armenti. Jacobelli è stato cacciato, lui stesso lo ha cacciato, o meglio l’ha fatto andar via tramite pressioni psicologiche; ed era il sesto, o il settimo in due anni. Questi professionisti durano pochissimo, qui da noi. Lui li chiama col preciso mandato di aggravare il nostro senso di colpa, di dare la mazzata finale alla nostra condizione esistenziale già precaria e traballante. Ma questi non ce la fanno, è più forte di loro, forse l’unica cosa che impara lo psicologo quando studia da psicologo è che il senso di colpa non va bene, che il paziente va liberato dal senso di colpa; allora dopo poche sedute cedono all’etica professionale e si mettono ad aiutarci. Appena il nostro direttore se ne accorge, procede a vessarli con una crudeltà sottile e particolare, quella crudeltà senza limiti ch’è alimentata dal perpetuarsi di una delusione. Quanti in tutto ne avrà chiamati e fatti fuori, sempre più velocemente? Abbiamo perso il conto. Ci ricordiamo Poli, Magistrali, la Jeran, la Ruvidotti, Fois, quel polacco strano che è rimasto solo tre giorni, Santagata, la Dedorais, Wuber, Kaiser, la Fuente, o si chiamava Fuentes?, e poi Jacobelli, Armenti…

Anche lui va dallo psicologo. Sostiene di averne bisogno quanto e più di noialtri. Non ha ancora trovato quello giusto – sospira.

Noi ci chiamiamo tutti per cognome, da sempre. Nessuno ci costringe, lo troviamo più semplice e non ci piace cambiare un’abitudine. Siamo uomini e donne, di quattro fasce d’età, italiani e stranieri, in percentuali variabili. Tendenzialmente di numero diminuiamo, del resto tutti ci dicono e ci diciamo da soli che dobbiamo diminuire: la produttività è in calo e il mercato è quello che è. Perciò nella fascia giovani siamo in pochi, increduli d’essere stati accolti, grati senza motivo a chissà chi, concentrati sull’invecchiare qui dentro. Nelle altre fasce d’età, l’energia si tramuta gradualmente in ansia senza lasciare, oltre la soglia dei cinquantacinque, alcuna traccia misurabile di sé. Siamo organizzati – anche se organizzati non è la parola giusta, non ce ne viene in mente una più appropriata – in settori d’intervento rigidamente separati, le cui competenze però si sovrappongono in modo confuso e imprevedibile. Memorabili, per esempio, le incomprensioni e i conflitti tra il Settore Pianificazione e il Settore Progettazione; ma anche all’interno dei singoli settori, naturalmente. Non ci amiamo tra di noi, salvo rare eccezioni malviste, e non amiamo noi stessi.

Ogni tanto veniamo venduti. Nel senso che la proprietà cambia, diventa ancora più lontana, immateriale, implacabile. Ed è del tutto normale, vista la produttività, visto che il mercato è quello che è, eccetera, che parta l’ennesima ristrutturazione. Cioè, il cinque o dieci o venti per cento di noi viene prepensionato, incentivato ad andarsene, o licenziato punto e basta. Cambiano tutti i capi di settore. Ma non cambia lui. Sparisce dal suo ufficio al quarto piano per qualche giorno; poi fatalmente ricompare.

Che palle. Avevo già pronte le valige, oh. Prenotato l’alberghetto sull’isoletta, l’amaca, la Settimana Enigmistica… Ma insomma, com’è possibile che son capace solo io di fare il direttore, in questo posto del cazzo?

-       Già, com’è possibile? Arrigoni, tu ti ricordi da quanto tempo lui fa il direttore?

-       Non saprei, Nicolazzi. So solo che quando sono arrivato io era qui già da un pezzo.

-       Chiediamo alla Feromon.

-       Perché a me?

-       Perché sei in azienda dal ’74 o mi sbaglio?

-       Ti sbagli, Plick, e sei anche un cafone, io nel ’74 ci sono nata.

-       Eh, scusa tanto, me l’ha detto la Lamberti.

-       Quel cesso della Lamberti è soltanto invidiosa perché non le hanno adeguato la qualifica a livello 3B intermedio nella trattativa sindacale del ’92…

-       Guarda che ti sento, cesso sarai tu, lo sanno tutti cos’hai fatto a Wowarcik per salire di tre livelli e mezzo in una sola contrattazione!

-       Cos’ho fatto? Cos’ho fatto, eh?!… Viemmelo a dire qua, brutto cesso di stazione!

-       Ti strappo quella parrucca!

-       Basta, voi due! Lo vedete o no che stiamo lavorando?

-       Ah, sì? E su cosa?

-       Sul Piano A.

Non ne possiamo più del Piano A, vero Bizzardi? Vero, Cuminelli. Confermo – conferma Patruz. E in sequenza scuotiamo la testa, sbuffiamo, ci stropicciamo gli occhi, ci grattiamo nervosamente parti del corpo varie, a seconda delle caratteristiche di ciascuno. Il Piano A sta impegnando a tempo pieno il 94% circa della nostra forza lavoro in tutti i reparti da un anno, otto mesi e ventiquattro giorni, con grado di priorità 1/ROSSO. Per qualcuno che sia estraneo alle nostre dinamiche lavorative, potrebbe risultare difficile la comprensione del Piano A. Lo è anche per noi. Ciononostante, proveremo a riassumerlo in poche righe. No. Sì. Non ne ho voglia. Ma dai. Lo riassume la Florenzi. Io? E chi se no, tua sorella? Sì, mia sorella al Reparto Anticipazioni, che si chiama Florenzi anche lei perché abbiamo lo stesso padre, oltre alla stessa madre, e condivide con me una vera passione, che ci è stata trasmessa dai nostri genitori, si potrebbe dire con il latte ma effettivamente attraverso lunghissime conversazioni obbligatorie, una passione, dicevo, per le spiegazioni molto molto dettagliate che potrebbero sembrare prolisse e inutili, ma in realtà ci avvicinano all’essenza inoppugnabile delle cose con un’accuratezza nemmeno lontanamente paragonabile a un riassunto del Piano A che potrebbe fare, per esempio, Trasecoli, per non parlare di Benvenisti, Florilé, Santazzis, Al-Karan, o di Bilu e della Bilu, che si chiamano così tutti e due perché sono fratelli da parte di padre, ma, diversamente da noi Florenzi, la mamma della Bilu… Allora, ‘sto riassunto?

Non vale la pena riassumerlo, il Piano A. Al profano basti sapere che si tratta di una risposta complessa alle sfide della crisi dei mercati, basata su modelli matematici noti solo alla nostra Centrale Algoritmica Straniera con sede scientifica a Toronto e fiscale a Panama, e su una filosofia aziendale d’impostazione post-nietzschiana, con sfumature di tradizionalismo alla De Maistre in continua evoluzione. Ognuno dei nostri reparti ci lavora secondo le proprie specifiche (ma non chiare) competenze, senza farsi distrarre da un’impossibile visione d’insieme. Ma con un’intensità indomabile. Solo a titolo d’esempio: come fa notare Sgaffuri, nell’Ufficio Sviluppo Rapporti con il Sud-Est Asiatico, che rappresenta il 2.6% della nostra forza lavoro, le e-mail sul topic “Organigramma aggiornato per l’avvio del Piano A” venerdì scorso hanno raggiunto quota 34.128.

Finché arriva lunedì. Cioè, un lunedì diverso da tutti gli altri, un lunedì davvero speciale eppure, in fondo, prevedibile e previsto. Come dovevamo aspettarci e in fondo ci aspettavamo, sugli schermi dei computer di tutti i reparti e uffici compare un freddo, laconico comunicato, in lingua inglese, della proprietà: non si darà alcun seguito al Piano A. Non c’è alcuna motivazione, non è detto che sia colpa di qualcuno, ma ovviamente ci sentiamo in colpa. E abbiamo la fondata preoccupazione che qualcuno di noi sconterà le conseguenze di questo brusco, catastrofico cambio di programma. Infatti già nel primo pomeriggio la proprietà diffonde il Piano B (una paginetta banale elaborata da chissà chi), rimproverando noi che ci siamo affaticati sul Piano A di avere frainteso il briefing, così sprecando preziose risorse aziendali. E come recuperare tali risorse, se non con una dolorosa ma ineluttabile procedura di ristrutturazione, che stavolta non potrà non toccare almeno il trenta per cento del personale? Attendiamo la lista dei licenziati, semi-licenziati, prepensionati, non rinnovati, decurtati, con un sentimento di terrore particolarmente acuto tra coloro che più si sono impegnati ed esposti nell’elaborazione del Piano A, cercando addirittura di chiarirlo. Gente troppo zelante, come Marachioti, la Del Sangue, Mintner, o troppo competente, come la Lauroni (“Io? Competente, io?”), Viginulfi, Muffetta, Sbrodoli, oppure che si annoia troppo a starsene in disparte senza prendere posizione, come la Tarrillo e la Gugu (peraltro una spia e un’arrivista, quest’ultima: leggeremmo tutti con piacere il suo nome in cima all’elenco). Si crea dunque un clima d’odio e paura senza soluzione di continuità, che non s’allenta neppure in pausa pranzo o per il weekend. Cominciamo a implementare affannosamente, ciascun reparto per conto suo, ciascun operatore contro il suo vicino di schermo, in competizione isterica, il Piano B. Sappiamo tutti che il Piano B fa schifo, che è una stupidaggine, ma ci aggrappiamo alla sua impeccabile realizzazione come a una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta. Esso fallisce orrendamente, non raggiungendo alcuno dei suoi trentasette target. La mannaia padronale rischia di abbattersi su ancora più nuche. Dalla paura stiamo scivolando nel panico: e se dal trenta per cento si salisse al quaranta? Al cinquanta? A… (non osiamo pensarlo)?

A questo punto, qualcuno che non conosce l’ambiente, che non è noi, cioè per esempio voi – ecco, a questo punto voi potreste porre una questione un po’ sciocca: e il direttore? Cioè: in un disastro di questo genere, il direttore l’avranno come minimo già licenziato da un pezzo, vero?

Ci dispiace, ma non avete capito niente di come funziona qua dentro.

Qua dentro funziona che due settimane fa – ma lo veniamo a sapere solo ora, da un trafiletto nelle pagine economiche d’un quotidiano ex-prestigioso – al nostro direttore è stato rinnovato il mandato per altri cinque anni, con aumento degli emolumenti secondo una curva ascendente P.I.P. (Proporzionale all’Inverso della Produttività). La cosa non può stupirci: non è il primo rinnovo vantaggioso che ottiene dopo un fallimento, né sarà l’ultimo, più affina le tecniche di sopravvivenza al fallimento, meno sembra invecchiare, anzi, nel ’62 sembrava più vecchio di adesso – vero, Feromon? Vaffanculo, Lamberti! Chiudete il becco, vecchie galline, senti chi parla, il maiale palleflosce, Piraz, che se non eri nipote del senatore Impasta non diventavi mica capo del Settore Elusione Debiti, ma adesso che lo zietto ha tirato le cuoia ti prepensioneranno anche a te, vedrai… Insomma. Basta. Dicevamo. A chi se ne intende è evidente che al direttore non ci sono alternative, è insostituibile e impareggiabile nel suo talento per la leadership ispirata, evasiva ed asfissiante. Se non ne pagassimo le conseguenze, saremmo pieni d’ammirazione (anzi, lo siamo comunque!) per come è riuscito a non prendersi alcuna responsabilità per il Piano A, né per il Piano B, mantenendo una fumosa, infastidita equidistanza. Come se non fosse lui l’artefice d’entrambi. Come se non fosse lui stesso a insistere con la proprietà perché si riduca il personale, a ogni ristrutturazione ci manifesta una solidarietà vibrante, complice, sincera; e giura e spergiura di aver accettato il rinnovo del contratto solo per difenderci da tagli ancor più gravi. E anche stavolta, per questo suo sacrificio, ci farà sentire in colpa.

Raga

Perché è proprio così che ci chiama, raga, o con altri epiteti ultra-confidenziali (amigo, capo, ué boss, mitica, mitico, abbèlla, zio, simpa, bro, frate, sore, sciùgar) che da tempo abbiamo imparato a non fraintendere come amichevoli. Non si ricorda i nostri nomi, tutto qui. Insomma, dichiara:

Raga, non ce la faccio più, questa è l’ultima volta che accetto, okay? Non posso farmi incastrare qui tutta la vita solo per darti una mano, amigo!… Capito, abbèlla? Ancora cinque anni, zio, e poi me ne vado ai Caraibi con la mia Adelina, sempre se non mi avrà già lasciato, sciùgar, dato che non mi vede mai, dato che la trascuro per il bene di quest’azienda del cazzo, cioè per il tuo bene, frate, sore, ué boss!…

Adelina? – ci chiediamo noi senza fiatare. Ma non si chiamava Marta?

Ehi simpa, tu hai ragione a incazzarti che ti stanno per licenziare, ma almeno nei prossimi anni potrai vedere la tua famiglia, cosa dovrei dire io, che c’ho tre figlie che tra un po’ si butteranno sulla strada per farsi adottare da un vigile urbano, o peggio?

Ma non aveva due figli maschi? La vita personale del nostro direttore rimane per noi misteriosa, non perché ne taccia, anzi, ma perché ci riversa addosso una marea di informazioni strampalate e contraddittorie, su cui non osiamo interrogarlo o comunque indagare. Quel che è certo è la dichiarata avversione al Potere – quale potere? – che trasuda dal crescendo emotivo di ogni discorso che ci rivolge.

È il Potere che ci fotte a tutti, sai, mitico? Perfino una mitica come te si fa fottere dal Potere, bro! Ma io ci metto il mio grosso culo perché a voi vi fotta un po’ meno ed è così che me l’ha fatto come un colabrodo, per ognuno di voi c’ho un buco in più nel culo che il fottuto Potere mi sfonda, raga!…

Durante queste tirata si altera a tal punto, ma veramente, che ci dimentichiamo di essere noi a rischiare il posto di lavoro e che è lui, proprio lui, ad avere appena ricevuto un aumento. Faremmo di tutto pur di alleviare la sua palese e reale sofferenza psicologica, le cui radici né Jacobelli né tantomeno la Fuentes, con le loro triple lauree, sono riuscite a individuare. C’è una disperazione giovanile in quella faccia segnata dagli anni ma non dall’esperienza, un’energia indomabile in quel corpo tozzo e deformato da innominabili stravizi. C’è qualcosa di indicibile che ci spaventa e ci fa pena. Nel bene e nel male, soprattutto nel male, ma non importa, lui è qui per noi, fa così per noi, tutto e solo per noi. E non possiamo non sentirci in colpa. Tutti, tranne Rinaldi.

Ah, Rinaldi!… Nessuno riesce a spiegarsi perché mai sia stato assunto. L’anomalia era evidente già dal suo primo giorno. Era parente di qualcuno di importante? O c’era una quota “capelloni di mezz’età” da rispettare? Non è mai riuscito a diventare uno di noi, non ci ha provato nemmeno. Sempre per conto suo, assorto, distaccato, vestito male, pettinato peggio, come a volerci dimostrare un’impossibile, arrogante autonomia. Lo sapevamo che sarebbe finito male, vero, Bagatti? Io l’ho detto subito, Magonzu, tu invece all’inizio lo difendevi… Io? A Rinaldi? Sì. Ma no, chiedi pure a Calli Pratti, io lo volevo deferire al Reparto Ritardi già a maggio… Ma non l’hai fatto! Me l’ha sconsigliato la Vanvy per ragioni legali. E da quando la Vanvy fa l’avvocato e non la parrucchiera? Insomma, basta! Parlavamo di Rinaldi e della sua anomalia, che non poteva non esplodere nel momento meno opportuno, cioè proprio adesso, all’apice retorico del discorso del nostro direttore. Gli si avvicina ciondolando, gli arriva a due centimetri dal naso e di fatto così, incredibilmente, lo interrompe, perché il direttore letteralmente non riesce a crederci, che qualcuno di noi gli si pianti davanti, occhi negli occhi, fiato pesante, mentre sta parlando – e si blocca. Nell’alito di Rinaldi c’è traccia forse d’alcool, di cattiva digestione, certamente di qualcosa che ha fumato. Ma la sua voce risuona piana, fredda, asciutta, nel nostro silenzio sbigottito:

Perché ci prendi per il culo? Non hai bisogno di prenderci per il culo, ti obbediremmo lo stesso.  Il Potere sei tu! Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu…

E va avanti con quel seitù fiatato in bocca al nostro direttore, che non fa una piega, sostiene freddamente lo sguardo allucinato di Rinaldi, aspetta con ogni evidenza che siamo noi a intervenire, perché spetta a noi porre rimedio a questa violazione intollerabile dell’ordine aziendale, reprimere il delirio di verità del nostro collega prima che ci trascini tutti nel gorgo abissale dell’ipnotico seitù, condannandoci a successive imponderabili rappresaglie, ma siamo come paralizzati dallo spettacolo mai visto, mai pensato, di quello scandaloso faccia a faccia.

Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu. Sei tu…

Vai tu, Wowarcik? O ci pensa Nicolazzi?… I due si lanciano un’occhiata d’intesa, muovendosi a tenaglia in direzione del ribelle. Wowarcik e Nicolazzi sono senza discussioni i più robusti e potenti di tutti noi. Il primo ha dei trascorsi nel wrestling, il secondo nel football americano semi-dilettantistico. Non si vedono di buon occhio e spesso si mettono reciprocamente a dura prova le forze, provocandosi alla rissa per futili motivi. In quelle circostanze, tutti gli altri si allontanano dall’epicentro nella misura di almeno due/tre uffici. Ma questa volta i loro interessi, insieme ai nostri, convergono e l’alleanza scatta immediata. Sollevano il gracile Rinaldi in un soffio, una spalla a testa, Wowarcik a destra, Nicolazzi a sinistra, e in men che non si dica lo fanno sparire e sappiamo bene che non lo rivedremo mai più e in effetti non lo rivedremo mai più.

Il direttore sospira, profondamente.

Senza degnarci di una parola o di uno sguardo, va dritto all’ascensore, per salire al trentesimo piano, ai trecento metri quadri del suo terrazzo riservato a meditazione e relax. C’è del dolore, forse, di certo una gran delusione in questo suo voltarci le spalle. E noi ci sentiamo in colpa. Più che mai. No, non è timore reverenziale, non è paura del licenziamento, è senso di colpa, colpa, colpa, e ci spiace per gli psicologi, ma non c’è cura per questo grumo nero sanguinante piantato in mezzo al petto, c’è solo espiazione e forse – speriamo, preghiamo – il perdono del nostro direttore.

Sì, ma chi andrà a chiedergli perdono, a nome di tutti? Chi oserà varcare la soglia del mega-terrazzo e con quali parole proverà a commuoverlo? Ci sono al mondo le parole giuste per ricucire una simile ferita? Mormoriamo, parlottiamo, preoccupati borbottiamo. Finché il borbottìo si stabilizza e prende la forma di un nome; anzi, di un cognome: bu-bu-bu-Burani. Eh, già! Perché non ci abbiamo pensato subito? Burani è l’unico che può, che deve provarci! Io, ancora io? Affidiamo sempre missioni di questo tipo a Burani, che ha studiato scrittura creativa a Youngstown. Sì, ma è stato tanti anni fa, solo per tre mesi, e poi… Niente scuse, forza, sei tutti noi!

Io, che sono Burani, mi rassegno al consueto e perciò inevitabile e prendo l’ascensore. Premo il tasto 30 con il cuore che mi batte all’impazzata. Mi terrorizza l’ipotesi che il direttore stia usando il terrazzo a scopo di relax e di disturbarlo dunque mentre si dedica ad attività erotiche spinte con giovinette e/o giovinetti bellissime/i, o assorbe cognac aspirando fumo da un siluro di sigaro cubano, o riceve massaggi multipli ed esotici nella sauna gigante: tutte situazioni in cui fervidamente lo immaginiamo, senza che nessuno di noi ne sia mai stato spettatore. Invece, con grande sollievo, esco dall’ascensore in un grande spiazzo vuoto e assolato. Lui c’è, ma lontano, ritto in piedi e fermo quasi sul bordo esterno che dà, a precipizio, sulla nostra città. Che sta facendo? Quali sono le sue intenzioni? Cammino veloce, ma mi sembra di metterci un’eternità per arrivargli a fianco. Non registra in alcun modo la mia presenza. Sta forse meditando sulla la nostra città? Una città brulicante di storie che aspettano solo di essere raccontate, come avrebbe detto J. Peep, il mio docente di scrittura creativa. Ma no, il direttore non pensa alle storie, forse non pensa nemmeno alla città. Infatti non la guarda. Guarda il cielo saturo di nulla davanti a sé, davanti a noi, con uno sguardo fisso e opaco. Non so cosa fare. Tossicchio. Niente, nessuna reazione. Allora mi metto anch’io a guardare il vuoto – è da tanto che non lo facevo. E penso anch’io, a modo mio, come facevo soprattutto una volta, prima di essere assunto qui. E mi viene in mente che ci sentiamo in colpa verso il direttore perché lui è immortale, vive nello strazio imploso d’essere immortale, e lo fa per noi. Poi mi viene in mente che questo sarebbe il momento giusto per buttarmi nel vuoto. Scriverei così col mio, col nostro corpo un bel finale, coerente con il resto del racconto; un finale che piacerebbe molto a J. Peep. Lui ci insegnava che per una bella storia ci vuole sempre un bel finale, coerente. Ma io tanti anni fa me ne sono andato da Youngstown proprio perché ‘sta storia dei finali coerenti non mi ha mai convinto. Dove sono in natura i finali? Dove sono le storie?

Dunque, ho deciso: non mi butto. Faccio un sospiro profondo, mi giro sulla mia sinistra, verso il nostro direttore e a nome di noi tutti gli dico:

    • Anna
    • January 30th, 2017

    Caro direttore sa che c’è? E’ che noi l’ammiriamo davvero. Chi riesce a non raggiungere i propri obiettivi, a far ricadere la colpa sugli altri e essere comunque premiato? Chi pur non ricordando i nomi dei propri collaboratori riesce a godere ugulamente della loro stima? Forse falsa, ma pur sempre stima. Ogni tanto qualcuno da di matto perchè non riesce a capire quale poss aessere il suo diabolico segreto … non vorrà mica abbandonarci e darsi alla politica?

  1. Testo davvero divertente. Complimenti!
    Non vedo l’ora di incontrarLa personalmente a scuola.

    Un caro saluto
    Anna

  2. Grazie mille!
    In effetti la politica è una buona idea…
    Non ci avevo pensato.
    Il Direttore

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