I sopravvissuti / 2. L’ultimo dei grandi critici

L’ultimo dei grandi critici

Non si arrende all’evidenza e d’altronde con l’evidenza ha sempre avuto un rapporto complicato, conflittuale, talvolta ignorandola, talaltra contraddicendola, alla perpetua ricerca di ciò che all’occhio del profano non appare, perché attende di essere rivelato dalla penna dell’esperto, cioè la sua, in critiche settimanali temute come sentenze, ora non più, ora nessun artista lo teme o lo riverisce o gli simula amicizia, non avrebbe senso dopo che la rubrica teatrale del suo grande quotidiano ha chiuso, precedendo di poco la fine del quotidiano stesso, fine alla quale, considerato l’andamento complessivo degli eventi, si è ragionevolmente rassegnato, ma non riesce a rassegnarsi al fatto, peraltro evidente, che è finito il teatro e non in senso metaforico, concretamente, non ci sono più teatri in città né fuori, questo qui per esempio, ai margini del parco in cui sta passeggiando, una sala gloriosa anche per la gran quantità di illuminanti recensioni che lì dentro ha concepito, adesso è un caffè bar ristorante enoteca creperia budineria su tre piani, mentre altri sono stati rimpiazzati da jeanserie camicerie intimerie borsetterie su due o tre o quattro o cinque piani, dipende, comunque insomma, essendo lui stato scopritore e cultore del teatro fuori dal teatro, postmoderno postdrammatico e posteatrale, soprattutto se svizzero o catalano, il critico coltiva l’ostinata infondata speranza che alla Riforma si sia clandestinamente sottratto qualche artista alternativo, non un cuoco cioè, non un sarto, le cui pratiche artigianali sono assurte in questo nuovo e ultimo mondo a uniche arti tollerate, e anzi esaltate, bensì uno o più performer interattivi, che magari proprio in questo freddo pomeriggio di novembre si stanno aggirando in incognito per il parco, quali indomiti esploratori del labile confine tra finzione e realtà, quei due fidanzatini, per esempio, appena sbucati mano nella mano da una curva del sentiero che costeggia il laghetto, così convenzionali, in apparenza, non saranno forse giovani performer magari in effetti fidanzati tra di loro, o forse no, immersi in una simulazione provocatoria di ciò che appare convenzionale, chi può dirlo, io posso dirlo, pensa il critico, io con il mio sguardo esperto potrei decifrare il loro gioco, ma dovrei avvicinarmi e studiare bene la qualità del loro bacio, ora che si sono seduti su quella panchina, senza sembrare un vecchio guardone, da come sono posizionate le mascelle lui ci sta dando dentro con la lingua, dunque non è finzione, o forse sì, comunque lei si stacca piano, come avvertendo una presenza estranea, e poi si volge di scatto verso il critico ormai quasi incombente sulla panchina, con un’espressione di autentico disprezzo la cui freddezza gli penetra le ossa già dolenti, i muscoli già stanchi, facendolo rinculare, scartare di lato, andar via facendo finta di niente, tossendo, provando fino in fondo all’anima un’umiliazione che è sempre meglio di niente, perché lo fa sentire ancora vivo, scriverò su questo, giura a se stesso, su questa umiliazione, sul teatro che mi fa sentire vivo, anche se non è teatro, anche se è teatro solo per il mio sguardo, gli palpita il cuore, fatica a camminare, scriverò il pezzo, si ripete, appena arrivo a casa scrivo il pezzo, ma nessuno pubblicherà il suo pezzo, sempre che riesca a scriverlo, ad arrivare a casa, stremato com’è, e non cada invece in ginocchio ai margini del gelido parco, senza riuscire a rialzarsi, aiutato da nessuno, mentre la luce cruda, violenta del caffè bar ristorante enoteca creperia budineria su tre piani, le cui vertiginose vetrate si ostina a fissare, finisce di consumare i suoi occhi.

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