I sopravvissuti / 3. Gli scissionisti

Gli scissionisti

Non perché sia vietato, ma perché nessuno o quasi ne sente il bisogno, è dall’ultima Riforma che non vengono più, o quasi, fondati movimenti politici, per non parlare dei partiti, con pochissime irrilevanti eccezioni, tutte riconducibili a Fredo e Jack, nomi di fantasia per tutelare una privacy cui peraltro non sono interessati, due anziani signori affetti da un’inguaribile passione civile contratta in gioventù, quando i movimenti erano grandi movimenti e i partiti veri partiti ed era facile per loro ritrovarsi dalla stessa o dall’opposta parte di una barricata, metaforica o reale, senza nemmeno farci caso, bei tempi!, pian piano però, mano a mano che le masse si riducevano a gruppi e i gruppi a gruppuscoli, la reciproca frequentazione è divenuta inevitabile e anche un po’ tediosa, negli incontri al vertice, nei pubblici dibattiti o nelle conversazioni riservate cui la condizione di residui leader di sparute fazioni li costringeva, finché la crisi di vocazioni non ha azzerato i seguaci d’entrambi e di Lisetta, una loro combattiva coetanea, idealista e restia ai compromessi, forse anche per via di certi suoi cronici problemi all’udito, la pasionaria dei diritti, così si auto-definiva, scomparsa purtroppo un anno e mezzo fa in circostanze misteriose e sospette secondo Fredo e Jack, per un normalissimo e coerente suicidio secondo chiunque altro, fatto sta che in occasione del suo deserto funerale i due rivali si sono solennemente ripromessi d’unire le forze sotto una bandiera comune, di quale colore la bandiera, quale la sigla del movimento, quale il programma, quale il portavoce, erano tutte questioni che avrebbero discusso a un tavolo di trattative predisposto in campo neutro, in un’umida saletta riservata del Bar Briscola & Bocce, pensando di risolverle nel giro di una settimana al massimo, e invece quante spume rosse, quanti amari, quanti caffè corretti sambuca, quante sigarette nervosamente fumate nel gelido cortile durante le pause tattiche, prima dell’estenuante nottata di colloqui da cui sono emerse le centoventotto pagine fitte fitte di piattaforma programmatica, oltre all’accordo tra gentiluomini d’alternarsi nel ruolo di portavoce con cadenza bimestrale ed estrazione a sorte di chi l’avrebbe fatto per primo, estrazione avvenuta all’alba su sette turni di testa-o-croce arbitrati dal vecchio Eugenio, barista insonne, con risultato quattro a tre a favore di Jack, sul cui mandato tuttavia ha poi pesato l’ombra di un sospetto riguardo all’imparzialità di Eugenio, in gioventù suo sodale di sfide a flipper, no, no, figuriamoci, mi fido, dichiarava Fredo, ma esprimeva col linguaggio non verbale l’esatto contrario, l’importante non è chi fa il portavoce, ma che il portavoce esegua subito il programma, soprattutto i punti quattordici, ventidue e trentaquattro bis, particolarmente cari alla componente Fredo del movimento, mentre Jack fin dai primi giorni, con la sua insistenza forse un po’ arrogante sui punti due, nove e addirittura sul diciassette, ha minato – sempre secondo Fredo – le basi di un’unità così faticosamente costruita, accusa ribaltata con veemenza da quest’ultimo con riferimento alle continue lamentele della minoranza interna, insomma in men che non si dica c’era già aria di scissione, ma di chi da cosa, di cosa da chi non era per niente chiaro, né l’uno né l’altro volevano assumersi la responsabilità di una rottura già evidente nei comunicati stampa separati e contraddittorii, nei tristi comitati solitari in cui si irridevano a vicenda dandosi dello scissionista, ma con ogni evidenza erano scissionisti entrambi, condizione insopportabile, disonorevole che li induceva, malgrado l’odio reciproco, a ritrovarsi da Eugenio per gettare le basi di un movimento nuovo, che però in cuor loro sapevano si sarebbe scisso in pochi giorni, in poche ore, con un aumento progressivo del ritmo di fusioni e scissioni capace di mettere a dura prova la loro salute già precaria e soprattutto la pazienza del vecchio barista, che l’altroieri, esasperato dalle continue urla, dalla rottura di suppellettili e dai troppi conti non pagati, in effetti li ha espulsi per sempre dal locale, così Fredo e Jack devono darsi appuntamento all’aperto, al freddo, in luoghi appartati per non dare nell’occhio con la loro accesa conversazione, poi tornano nelle rispettive case per mettere a punto documenti programmatici e strategie negoziali, poi convergono in un altro luogo appartato, e così via, avanti e indietro, incuranti di fatica e malattie, ma stamattina ci dev’essere stato un equivoco, pensa Jack stringendo le spalle dentro al suo vecchio cappotto, mentre cammina avanti e indietro davanti all’ingresso della discarica nord, l’appuntamento era un’ora fa e Fredo non arriva e non risponde al telefono, strano, molto strano, di Fredo Jack pensa tutto il peggio, ma non può dire che non sia sempre stato puntuale alle riunioni politiche, anzi in anticipo, non se n’è mai persa una, e dunque adesso perché, non vuole pensare al perché, intanto passano le ore ma lui non vuole tornare a casa, non si rassegna, aspetta rabbrividendo seduto per terra, con la vecchia schiena appoggiata a un alto cancello, finché gli esce di bocca un sospiro, quasi suo malgrado, è finita, ripete a nessuno è finita, è finita, col patetismo inutile di chi si rende conto che è, appunto, finita, quando il resto del mondo l’ha capito da un pezzo.

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