I sopravvissuti / 5. Come posso aiutarla

Come posso aiutarla

Ogni tanto si veste come una centralinista degli anni trenta, ma non di questo secolo, di quello prima, lo fa di nascosto, perché le amiche troverebbero la cosa bizzarra, per non parlare del fidanzato, e in quei giorni ha deciso di chiamarsi Ada, un nome che le suona novecentesco e adeguato al mestiere, modesto, di contenuta eleganza, dignitoso, come il cappellino che ha scelto con cura in una sartoria teatrale e indossa vezzosamente inclinato sulla tempia destra quando entra nella stanza segreta, arredata con gusto retrò, impreziosita da telefoni fissi d’antiquariato, ovviamente fissati a nulla, dato che da decenni è stata disattivata la rete fissa, ma che al suo ingresso cominciano a squillare, essendo in realtà i terminali di un sofisticato sistema d’intercettazione delle nostre chiamate immateriali, roba costosa e proibita che si è di recente procurata grazie a una relazione intima insincera con un funzionario dei servizi d’intelligence riformisti, un adulterio a fin di bene, almeno dal suo punto di vista, il punto di vista di una persona ostinatamente interessata al nostro bene e disposta a tutto pur di perseguirlo, del resto Ada è così, benigna con violenza, coriacea nelle sue poche certezze, come quella che ci faccia male comunicare senza filtri o barriere, ciascuno con ciascun altro a qualunque ora e per ogni luogo, semplicemente sfiorando con un dito il lobo dell’orecchio in cui abbiamo scelto di farci impiantare il microchip relazionale e sbattendo le palpebre da una a cinque volte in sequenza, insomma tutta questa apparente semplificazione, sostiene Ada, non ci semplifica affatto la vita, né comunque la migliora, se guardiamo alle statistiche su risse stupri omicidi in crescita esponenziale, no, no, la soluzione per lei è tornare ai vecchi tempi, quando c’era qualcuno a smistare le chiamate, che ci aiutava a chiamare qualcun altro, dandoci intanto il tempo per pensare se volevamo chiamarlo davvero, e quel qualcuno altri non era che l’affascinante centralinista degli anni trenta, con la sua voce dolce e un po’ rauca, impreziosita dal lieve fruscìo della linea fissa, che ora Ada cerca d’imitare, come posso aiutarla, questa formalità, questa frase d’altri tempi, questa cortesia fuori luogo ci sorprende e zittisce, sicché lei può aggiungere attenda in linea prego, oppure favorisca il nominativo del cliente a cui inoltrare la chiamata prego, oppure perfino fa bel tempo a Torino?, città che non esiste più, e più Ada ci interroga più cresce lo sconcerto, noi volevamo comunicare all’istante col nostro gruppo di amici o nemici o seguaci, con un amante, con un collega, con un parente, e invece una voce estranea si è intromessa e ci rallenta, dev’essere un disservizio o magari un guasto, ci pizzichiamo e poi torciamo il lobo dell’orecchio strabuzzando gli occhi, per tentare di porvi rimedio, ma lei continua mi ripeta il suo nome prego, l’indirizzo non mi risulta, l’utente cercato potrebbe essere defunto nel qual caso la preghiamo di accettare le condoglianze della Compagnia Telefonica, insomma non fa apposta ma ci esaspera, il suo tentativo di aiutarci viene del tutto frainteso e anzi sortisce effetti paradossali,  diventiamo infatti violenti, su un marciapiede o a casa o al ristorante o sul posto di lavoro diamo in escandescenze, urlandole epiteti osceni, minacciandola di morte o peggio se non si toglie subito di mezzo all’etere, cosa che alla fine si rassegna a fare, lasciando cadere la linea con un clic d’antan, delusa sempre o magari quasi, perché in rarissimi casi, a quanto si racconta, le cose vanno diversamente, ci sarebbero alcuni di noi che stanno al gioco, ma pochissimi, forse soltanto uno, Piero, l’ultimo gentiluomo sopravvissuto alla Riforma, si dice che non vedesse l’ora di pacatamente pronunciare frasi come buongiorno signorina, sì mi lasci verificare ma credo proprio che le ultime tre cifre fossero 4 0 7, bella giornata anche lì da voi non è vero, la musica che mi ha messo per l’attesa è il mio Mozart preferito, lo sapeva, non lo sapeva, che gradevole coincidenza e comunque grazie, e così via, e durante la comunicazione, durata metà pomeriggio e impeccabilmente vuota di contenuti, pare che Piero si immaginasse dettagli della mise anni trenta di Ada, il cappellino, certo, ma soprattutto le calze scure che sbucano dalla gonna sotto il ginocchio e danno forma perentoria alle caviglie mentre si insinuano in quelle scarpe alte un po’ scollate, dettagli seducenti che si immagina ancora, di giorno, di notte, da solo, ricordando la morbida voce anni trenta di Ada, che con ogni probabilità non ascolterà mai più, dato che le sue intercettazioni sono sparute e occasionali, qualche decina al mese su miliardi di nostre chiamate, eppure lui spera, vive nella speranza che il miracolo si ripeta e gli sia concesso di tornare almeno per un po’ in quella bolla di magico distacco, di galanteria antiquata, sconnessa dal quotidiano inferno di essere, noi tutti, così vicini.

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