I sopravvissuti / 6. Quei due

Quei due

Che ci fanno sempre assieme, o almeno spesso, con quell’aria sinceramente felice, anche dove la felicità non è plausibile né prevista, per esempio in coda alle poste, o in coda dal dottore o nel traffico o in qualunque altro luogo in cui spiacevolmente possa formarsi una coda, per non parlare delle rovine di terremoto, delle periferie desolate e inquietanti, del recesso più squallido di un ufficio illuminato da neon, quei due potrebbero andare a Venezia, nulla impedisce loro di andare a Venezia o nelle zone più romantiche di Parigi, Roma, Verona, Lisbona e così via, aree preposte a generare nella coppia, omosessuale o eterosessuale in qualsivoglia forma e combinazione, sensazioni di levità indicibile e comunione con il mondo, invece con apparente arroganza insistono nel volerci dare l’impressione che quella beatitudine intima, terrena e sfaccettata promani da loro e loro soltanto, o meglio dal loro stare assieme, cosa che tra veri esseri umani sappiamo essere impossibile, cosicché abbiamo ipotizzato che si tratti di ologrammi, o più realisticamente di robot performativi di quinta generazione prodotti a scopo educativo dal nostro governo riformista, solo che non ci sentiamo affatto educati o edificati dalla vista di quei due, proviamo anzi una fastidiosa invidia, che va a riattivare e complicare aspetti caratteriali patologici tra noi piuttosto diffusi, questo si sa, per cui non deve provocare stupore né indignazione il rapimento di lui, o di lei, mentre l’altro o l’altra andava dal tabaccaio, sì, siamo stati noi a rapirlo o rapirla, per vedere l’effetto che avrebbe fatto sull’altra o sull’altro, insomma, un effetto che alla fine ci ha depresso, dopo che per mesi e mesi siamo stati testimoni della costanza appassionata, inflessibile con cui si cercavano e aspettavano, una cieca fede nella reciproca presenza sempre e comunque, tale da rendere inutile ammazzare uno dei due, idea che a qualcuno di noi era pure venuta in mente, ma l’abbiamo scartata, rassegnandoci a liberare l’ostaggio, tagliuzzato in più punti per verificare che in effetti non si trattasse di un robot, e con quanta sollecitudine l’amata o l’amato ha medicato quelle ferite, è evidente che andranno avanti così fino alla morte e magari oltre, in qualunque circostanza il nostro sadismo o quello del caso li voglia collocare, tanto vale dunque ignorarli, ignorare l’astratta possibilità di essere mai felici come loro, girandoci dall’altra parte, abbassando lo sguardo su uno schermo dove scorrono le immagini di un videogioco, di una competizione gastronomica, di una partita di calcio, di una pubblicità d’automobili, di un filmino di famiglia, di un pezzo di corpo nudo, di un animale domestico, di una scena di guerra, di quattro cifre d’orologio che scandiscono l’avanzamento di una perpetua distrazione.

    • Ferdy
    • May 28th, 2018

    “Distrattamente” affascinato
    Ferdy

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