Fame di realtà

Da nostalgico, anacronistico amante della finzione pura, seguo con un misto di curiosità intellettuale e fastidio l’affermarsi, nelle arti contemporanee, di una vasta tendenza a portare sulla scena, sulla pagina, sugli schermi, quella che si vuol fare apparire una “realtà” immediata, che scavalca mimesi, rappresentazione e filtri interpretativi. La questione è complessa, ma lo scrittore statunitense David Shields si assume l’onore e l’onere di una sintesi – riferita soprattutto alle problematiche della narrativa – nel suo affascinante Reality Hunger – a manifesto (Hamish Hamilton). Riporto qui un brano che ho trovato molto significativo:

“An artistic movement, albeit an organic and as-yet-unstated one, is forming. What are its key components? A deliberate unartiness: “raw” material, seemingly unprocessed, unfiltered, uncensored, and unprofessional. (…) Randomness, openness to accident and serendipity, spontaneity; artistic risk, emotional urgency and intensity, reader/viewer participation; an overly literal tone, as if a reporter were viewing a strange culture; plasticity of form, pointillism; criticism as autobiography; self-reflexivity, self-ethnography, anthropological autobiography; a blurring (to the point of invisibility) of any distinction between fiction and nonfiction: the lure and the blur of the real.”

Sugli allettamenti, talora osceni, di questo reale manipolato, che si sfuma e confonde col fittizio – sul piacere o l’inquietudine (in me prevale l’inquietudine) che il lettore o lo spettatore degli anni Duemila ne può trarre, varrà la pena tornare a riflettere.

    • Francesca
    • March 24th, 2010

    Ciao Renato,

    Nella creazione dell’artificio attraverso il quale ricreare la realtà, si compie un piccolo miracolo, si crea un mondo con regole diverse, si sperimenta la vertigine della creazione e questo spesso può aiutarci a vedere la realtà per il suo potenziale. Secondo me, per esempio, non c’è nulla che sia più politico di questo.
    Se ci serve un fruttivendolo in scena e ci andiamo a prendere il fruttivendolo di casa nostra, che operazione stiamo compiendo sulla realtà? Stiamo privando di naturalezza il nostro fruttivendolo e ci stiamo appiattendo sul quotidiano. Io spesso in questo genere di spettacoli mi chiedo… so what?

  1. Ciao Francesca – Sì, in linea di massima concordo, anche se il tuo esempio paradossale è un po’ riduttivo rispetto al fenomeno… Comunque l’idea del vero fruttivendolo in scena non è male. Io la perfezionerei con bello scambio, mandando dei veri attori al banco della frutta. C’è la crisi, bisogna ingegnarsi con nuove forme di auto-finanziamento.

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