Fame di realtà

Da nostalgico, anacronistico amante della finzione pura, seguo con un misto di curiosità intellettuale e fastidio l’affermarsi, nelle arti contemporanee, di una vasta tendenza a portare sulla scena, sulla pagina, sugli schermi, quella che si vuol fare apparire una “realtà” immediata, che scavalca mimesi, rappresentazione e filtri interpretativi. La questione è complessa, ma lo scrittore statunitense David Shields si assume l’onore e l’onere di una sintesi – riferita soprattutto alle problematiche della narrativa – nel suo affascinante Reality Hunger – a manifesto (Hamish Hamilton). Riporto qui un brano che ho trovato molto significativo:

“An artistic movement, albeit an organic and as-yet-unstated one, is forming. What are its key components? A deliberate unartiness: “raw” material, seemingly unprocessed, unfiltered, uncensored, and unprofessional. (…) Randomness, openness to accident and serendipity, spontaneity; artistic risk, emotional urgency and intensity, reader/viewer participation; an overly literal tone, as if a reporter were viewing a strange culture; plasticity of form, pointillism; criticism as autobiography; self-reflexivity, self-ethnography, anthropological autobiography; a blurring (to the point of invisibility) of any distinction between fiction and nonfiction: the lure and the blur of the real.”

Sugli allettamenti, talora osceni, di questo reale manipolato, che si sfuma e confonde col fittizio – sul piacere o l’inquietudine (in me prevale l’inquietudine) che il lettore o lo spettatore degli anni Duemila ne può trarre, varrà la pena tornare a riflettere.

Blitz al Teatro Ringhiera

E’ un esperimento coraggioso, il Blitz effettuato al Teatro Ringhiera dall’Associazione PPP sotto la guida di Letizia Russo e Cristina Pezzoli (in scena fino al 28 marzo): uno “studio teatrale” autoprodotto che coinvolge più di venti attori e prende di petto le premesse, il significato e le conseguenze di Tangentopoli e Mani Pulite nella storia dell’Italia contemporanea. Nei materiali presentati al debutto – che potrebbero variare, dato che si tratta di un work in progress – si alternano, con passaggi talora bruschi, vari registri di scrittura e messinscena. Una favola nera di forte impronta allegorica, giocata coralmente, introduce il montaggio creativo di materiale giornalistico (per esempio, in un duello immaginario tra magistrati e “vittime di Tangentopoli”), o la rievocazione poetica e allucinata di fantasmi della nostra storia recente (come nel monologo di Craxi, la scena che più mi ha colpito); mentre nella sezione finale torna a dominare la coralità, ma con un taglio grottescamente aggressivo e un andamento frammentario, come a dar conto della vacua violenza del tempo presente. Se una forma compiuta di spettacolo è ancora lontana, è ben leggibile già in questo studio la premessa metodologica di Russo e Pezzoli, cioè l’”adesione al punto di vista del nemico”: un rifiuto di sentirsi e far sentire il pubblico dalla parte del giusto che ha effetti spiazzanti e di sana spiacevolezza. Mi pare che in Blitz ci sia un costante sforzo di superare le contrapposizioni ideologiche, per andare alla ricerca di un filo comune, di un nesso profondo e direi inconscio tra gli italiani; niente a che vedere, però, con il “terzismo” patriottico che va di moda su certi giornali – qui si fa emergere un fondo limaccioso di settarismo e ignavia, fascinazione ambigua per il potere carismatico, falsa coscienza, memoria corta, coazione a ripetere e incapacità di seppellire i propri morti. Trovo apprezzabile che gli artisti di PPP, per affrontare questa materia incandescente, abbiamo evitato la scorciatoia della commedia (in passato specchio rassicurante delle magagne nazionali, come evidenzia S. Patriarca nell’ultimo capitolo del suo libro, da me segnalato in questo blog il 17/2), per assumersi il rischio di una scrittura scenica complessa, diseguale, ma in cui comunque sembra prevalere un senso tragico di ineluttabilità. Auguri dunque a loro per il proseguimento di questo progetto importante.

Da Londra – Eigengrau, Party e Alice Bell

Si direbbe un paradiso della nuova drammaturgia, questa citta’, con decine di debutti ogni mese e una forte presenza di autori contemporanei in vari tipi di teatro, da quelli del West End, al National Theatre, alle sale periferiche (spesso ben sovvenzionate dall’Arts Council). Tuttavia, se l’attenzione passa dalla quantita’ alla qualita’, subito il panorama appare meno roseo. La dominante stilistica e’ uno pseudo-naturalismo di stampo televisivo, ben rappresentato da un’interminabile e imbarazzante scena di sesso orale simulato vista in Eigengrau, la “black comedy” di Penelope Skinner cui ho assistito ieri sera nell’angusto ma prestigioso Bush Theatre. Ambientata a Londra, la commedia incrocia i destini di quattro quasi-trentenni in un classico gioco d’incrocio di coppie, con l’ambizione di evidenziarne la solitudine e il frustrato bisogno d’amore; ma i personaggi risultano costruiti su stereotipi e – una volta di piu’ – il preteso realismo non riesce a rispecchiare la realta’.
Piu’ smaccatamente comico e’ Party, giunto all’Arts Theatre a Soho dopo il successo ottenuto all’ultimo Fringe Festival di Edimburgo. L’esile testo di Tom Basden parte da uno spunto di interessante: quattro giovani idealisti e confusi fino all’idiozia si riuniscono per fondare un partito politico; coinvolto nel loro demenziale dibattito e’ un quinto personaggio, inizialmente convinto di essere li’ per un party in occasione del suo compleanno. La situazione fornisce l’occasione per numerose battute da stand-up comedy, ma non ha uno sviluppo vero e proprio e potrebbe esaurirsi in un quarto d’ora, anziche’ nella stiracchiata ora abbondante dello spettacolo.
Non mancano tentativi di scrittura sperimentale, benche’ all’acqua di rose, almeno rispetto agli standard italiani. Per esempio Alice Bell, prima parte della Catastrophe Trilogy della compagnia Lone Twin, in scena al Barbican, si presenta come un “musical fatto in casa”, con cinque attori che mettono in scena, tra narrazione, azioni fisiche stilizzate, canzoni vagamente stranianti, la parabola bizzarra e ottimistica di una moderna Giulietta che attraversa con ostinato candore le avversita’ di una guerra civile. Non male – ma poco incisivo e a tratti impreciso nell’esecuzione della partitura fisica.

Da Londra – Enron e Disconnect

La lettura del presente di gran parte del new writing inglese – rappresentato a Londra in numerosi piccoli teatri fringe, ma con importanti sconfinamenti nel West End – e’ contraddistinta da una sorta di naturalismo para-televisivo, che ho ritrovato in Disconnect, opera seconda dell’autrice indiana Anupama Chandrasekhlar, al Royal Court fino al 20 marzo. L’amarognola commedia e’ ambientata in un call center indiano dedicato al recupero di crediti in America. I giovani impiegati simulano per lavoro un accento americano e sognano, in varie forme, l’evasione in un idealizzato occidente. Lo scacco dell’illusione amorosa del piu’ intraprendente di loro, che si fa hacker per salvere dalla bancarotta un’americana conosciuta per telefono, conduce a uno scioglimento della vicenda prevedibile e moraleggiante. Da intenti moralistici non e’ parimenti esente uno spettacolo ben piu’ riuscito, anche questo prodotto dal Royal Court, ma trasferito dopo il grande successo dell’anno scorso nel lussuoso Noel Coward Theatre. Enron di Lucy Prebble e’ basato su uno studio documentario dell’ascesa e caduta della nota company statunitense tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila. L’abilita’ dell’autrice nel trasferire su scena in forma comprensibile e accattivante concetti economici e’ ammirevole; e funziona assai bene l’alternanza tra scene realistiche, aperture “epiche” al pubblico, “numeri musicali”, proiezioni video d’epoca, tocchi surreali. Ma, per quanto qualcuno abbia scritto di “teatro politico del XXI secolo”, il contenuto ideologico non va molto oltre la deprecazione dell’avidita’ di danaro, mentre il nucleo emotivo risiede in una vicenda di hubris punita che ha come eroe negativo Jeffrey Skilling, il presidente di Enron, infine vittima della “bolla” speculativa da lui stesso creata in uno stato di “estrema speranza, fiducia e stupidita’”. E’ dunque soptrattutto, al di la’ dei toni satirici, la sua capacita’ di mettere a nudo il nostro disperato bisogno di illusioni, che rende Enron (in scena fino a meta’ agosto) un’esperienza teatrale da non perdere.

Caspanello al Teatro Mohole

Sono purtroppo rare le occasioni per vedere qui a Milano il lavoro del drammaturgo e capocomico siciliano Tino Caspanello, la cui scrittura misurata e sottilmente evocativa ho potuto apprezzare in Mari, Rosa e ‘Nt’all’aria (qui trovate informazioni su tutto il repertorio della sua compagnia). Il recente Malastrada sarà per soli due serate al Mohole, minuscolo spazio in zona Lambrate. Riporto qui sotto la scheda di presentazione dello spettacolo, che si preannuncia, anche a livello tematico, di notevole interesse.

Teatro Pubblico Incanto

MALASTRADA di Tino Caspanello

con Cinzia Muscolino, Tino Caspanello, Tino Calabrò

scena e regia Tino Caspanello

Milano, Teatro Mohole, 26 – 27 febbraio ore 21.
Teatro Mohole: Via Desiderio 3/9, tel. 02 36513670

C’è un luogo in Sicilia, il suo capo estremo a nord est,
che dovrebbe essere lo scenario di… un intervento che ha
occupato, e continua ancora a farlo, le menti di politici,
di ingegneri, di società e di tanta gente comune. Si
tratta del progetto del ponte sullo stretto di Messina. Di
tanto in tanto, con l’avvicendarsi di governi, economie e
sistemi politici, l’idea del ponte ritorna puntuale a
impegnare dibattiti uguali in Parlamento come nei bar,
oppure rimane assopita, nascosta nelle profondità marine,
proprio come i mitici mostri Scilla e Cariddi. Non si
discute qui della sua necessità, dell’importanza
socio-economica, della sua urgenza civile.
Il dubbio che nasce di fronte all’ipotesi di questo
intervento, troppo grande per potere offrire una misura di
sé, è una riflessione sulla coscienza, non soltanto dei
singoli, ma anche, e forse soprattutto, dei nuclei sociali e
familiari: riusciremo a mantenere intatta la nostra
integrità morale di fronte al ricatto che ci obbligherà
a cambiare casa, abitudini e modi di pensare?

Appunti di lettura: Italianità

Tra le mie numerose aree d’incompetenza c’è anche la storia moderna e contemporanea, e dunque non è con piglio da recensore, ma semplicemente in qualità di lettore curioso, che mi appresto a segnalare Italianità – La costruzione del carattere nazionale, un interessante saggio di Silvana Patriarca recentemente edito da Laterza. L’autrice ripercorre l’evoluzione nei secoli (ma con particolare attenzione al lungo periodo che va dal Risorgimento al secondo dopoguerra) dello sfuggente e ambiguo concetto di “carattere nazionale”: un insieme di caratteristiche psicologiche e morali che vengono attribuite ai componenti di una nazione nel suo complesso, sulla base di valutazioni storiche, o anche etnico-razziali. Tale auto-rappresentazione collettiva, che di norma non ha solidi fondamenti scientifici, si modifica nel tempo a seconda dell’ideologia e degli obiettivi politici degli intellettuali che le danno forma nei loro scritti. Tipica del caso italiano è l’oscillazione tra un’auto-denigrazione sistematica e una volontà compensatoria di riscatto e rinascita capace di assumere pieghe di violenza delirante. Mi è venuto sovente da pensare, sfogliando il libro, a come oggi gli echi di antiche polemiche riaffiorino sotto forma di chiacchiericcio e luoghi comuni, nel confuso avvicinarci al centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia: un anniversario che si potrà davvero celebrare, a mio avviso, soltanto ignorandolo – alla larga dal patriottismo televisivo e dalla tentazione (che personalmente a tratti mi risulta quasi irresistibile) di darsi a querimonie anti-italiane. E trovo condivisibile, per quanto forse venata da wishful thinking, la conclusione della Patriarca:
“I discorsi sull’identità e sul carattere nazionale tendono a rafforzare separazioni e distinzioni. Il fatto stesso di enfatizzare un carattere distinto, anche se questo carattere è un repertorio di vizi, e un passato comune, anche se quel che si racconta è una storia di fallimenti, esclude necessariamente chi non è nato sul suolo della nazione o non discende da coloro che vi nacquero. Le sfide dell’Italia multiculturale che viene emergendo richiedono nuovi vocabolari e nuove forme di discorso pubblico, meno autoreferenziali e più aperte al mondo esterno. La creazione di una società più inclusiva e più aperta non sarà possibile senza una riconsiderazione critica di vecchi miti nazionali e abitudini discorsive.” (pp.277-8)
A tale “riconsiderazione critica”, Italianità dà senza dubbio un rilevante contributo. Quanto alla “creazione di una società più inclusiva e più aperta”, non si può dare certo per scontato che sia un obiettivo largamente condiviso. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Urgenze a Brescia

Sabato 6 e domenica 7 ci sono stati i primi due incontri del gruppo di autori teatrali selezionati tramite il bando “Urgenze”, promosso dal Teatro Inverso di Brescia. Il mio compito è quello di coordinare gli autori (Giulio Baraldi, Alessandra Comi, Giulia D’Amico, Giulia Donelli, Federico Pischedda e Marco Taddei) nella stesura di brevi atti unici, uno dei quali riceverà un piccolo premio di produzione e verrà rappresentato in maggio. Il bando è alla sua seconda edizione; quella precedente era coordinata da Sonia Antinori, che aveva scelto come spunto i Dramoletti di Thomas Bernhard. Io ho invece proposto come tema il rapporto servo/padrone e come materiale di partenza Il signor Puntila e il suo servo Matti di Bertolt Brecht. Sono rare le iniziative come questa, che offrono ai drammaturghi opportunità di riflessione collettiva sul proprio lavoro anche dopo l’uscita dalle università o dalle scuole di teatro. Le più interessanti (anche se assai difficili da organizzare) sono quelle auto-gestite, come quelle milanesi di “Città in condominio” (2003-5), cui ho partecipato, e di “Bancone di Prova”, gruppo che attualmente sta realizzando al Teatro ì una serie di letture.

Questa non è una terapia (note sull’insegnamento della scrittura creativa)

La scrittrice canadese Rachel Cusk ha di recente pubblicato sul supplemento letterario del Guardian un interessante articolo sull’insegnamento della scrittura creativa, con particolare riferimento alla sua pratica nelle università anglosassoni. La Cusk, che è anche una docente, sente il bisogno di difendere sé e i suoi colleghi dal pregiudizio che tale materia non si possa insegnare. La sua argomentazione è solida; stupisce piuttosto la persistenza di quel pregiudizio proprio nell’ambiente culturale che ha dato origine a questo filone didattico. Certo, si tratta di una tradizione recente; e ancor più recente lo è da noi in Italia – il che rende molto difficile riferirsi a linee metodologiche condivise. Spesso c’è confusione anche sugli obiettivi. Si oscilla tra un tecnicismo esasperato e competitivo (che l’autrice dell’articolo condanna) e un’apertura indifferenziata alle pulsioni espressive degli allievi. Nella mia esperienza d’insegnamento della scrittura drammaturgica, ho cercato di mantenere un equilibrio tra la trasmissione di strumenti metodologici e la stimolazione e l’ascolto di istanze creative; cercando però di evitare che tale ascolto sconfinasse su un versante “terapeutico”. E’ per questo che non concordo con la seconda parte dell’articolo della Cusk, in cui afferma la necessità prioritaria di riconnettere i suoi studenti alla perduta creatività della loro infanzia; e mi dà qualche brivido la domanda cui ha chiesto loro di rispondere in classe: “How did you become the person you are?”. La therapy culture di cui parla Frank Furedi nel suo eccellente saggio Il nuovo conformismo (Feltrinelli) ci offre già un’abbondanza di palliativi al mal di vivere; la letteratura, il teatro e il cinema possono e devono stare su un altro piano. Piuttosto, una funzione che può essere svolta nei corsi di scrittura creativa, data l’accentuata importanza dell’esperienza diretta per le nuove generazioni, è quella di sviluppare il senso critico; insomma, oltre a pochi buoni autori, si possono formare molti buoni lettori e spettatori. Per fare ciò, c’è bisogno di validi maestri (e sottolineo l’iniziale minuscola), non di terapeuti.

Cadaveri e fantocci

Lo spettacolo di una morte spogliata di qualunque sacralità o aura tragica è al centro di U Tingiutu. Un Aiace di Calabria, in scena al Teatro ì di Milano fino al 30 gennaio. La compagnia calabrese Scena Verticale riesce ad evocare la violenza di un conflitto all’interno di una cosca criminale dei nostri giorni, operando un doppio spostamento: accosta a quella dell’Aiace sofocleo la parabola di un boss tingiutu, “segnato” a morte sicura per la propria insubordinazione; e cita, nel montaggio drammaturgico e nella caratterizzazione dei personaggi, uno stile da gangster movie. Assieme all’uso efficace di un dialetto che alterna felicemente un registro poetico a un altro più quotidiano e degradato, questi due accorgimenti consentono all’autore e regista Dario De Luca di creare una tensione fredda, straniante, in cui non c’è spazio per alcuna empatia del pubblico nei confronti dei criminali protagonisti della vicenda. La violenza è stilizzata, raggelante. Il parallelismo con la tragedia greca marca soprattutto una distanza incolmabile: non c’è nulla dell’antico ethos eroico nell’”onore” di cui parlano questi Aiace, Ulisse, Teucro, Agamennone, Menelao – i cui nomi stessi risuonano incongrui nel flusso della parlata dialettale. L’insulto al cadavere, tabù che in Sofocle si tenta invano di infrangere a fine tragedia, qui è il punto di partenza. L’intera azione si svolge in un negozio di onoranze funebri, dove, nella potente scena d’apertura, quattro necrofori si danno a un macabro cazzeggio intorno al corpo di Aiace. Nel mondo descritto da Scena Verticale (il nostro), la morte può diventare impunemente oggetto di un disprezzo sadico; dopo essere caduti in una sparatoria, i corpi degli attori risultano così intercambiabili con dei fantocci. Non c’è moralismo, ma una messa in questione del nostro sguardo assuefatto alla violenza, in questo lavoro che deve la sua riuscita anche alla recitazione asciutta, e davvero ammirevole nelle scene d’insieme, dei suoi cinque affiatati interpreti. Da segnalare infine il libretto, pubblicato dall’editore Abramo, che contiene oltre al testo un prezioso saggio introduttivo di Gerardo Guccini.

Elogio dell’incoerenza: Nori, Saviano e gli altri

Il berlusconismo, per me, non esiste. Esiste l’enorme potere personale di un uomo spregiudicato e carismatico, abilissimo nel cogliere e manipolare le pulsioni irrazionali delle masse; un potere mai intaccato, nei fatti, da coloro cui abbiamo delegato, con il voto, il compito di contrastarlo. Dal punto di vista ideologico: zero assoluto. E anche l’anti-berlusconismo, di riflesso, non esiste, se non come astratto contenitore di eterogenee buone intenzioni. Negli ambienti culturali dirsi contro Berlusconi è stata, finora, la norma, confermata da folkloristiche eccezioni; ha costituito, direi, un collante superficiale, di grande conforto in una fase di dissoluzione avanzata dei riferimenti ideali. Poteva anche essere un buon affare, in termini di visibilità e lustro d’immagine. Da marginale drammaturgo, non ho mai ricevuto in vent’anni di carriera le richieste d’intervista del solo giorno in cui un istituto di cultura in Germania ha cercato di censurare la mia commedia Giudici. Era il 2002. Anche negli anni successivi, manifestare il dissenso in teatro, al cinema, nei libri o sui giornali (parzialmente diverso il discorso per la televisione) non ha comportato sacrifici eroici e talora ha fruttato buoni dividendi. Nel frattempo, come magnate multi-mediale (Mediaset, Mondadori, Medusa e quant’altro), Berlusconi ha continuato a dare lavoro a centinaia di suoi strenui oppositori intellettuali, che a loro volta contribuiscono al suo prestigio e alla sua ricchezza. Questa interessante contraddizione è da lunga pezza sotto gli occhi di tutti, ma solo ultimamente si sono infittite in merito le polemiche, sulle pagine culturali di alcuni quotidiani e sui blog letterari. E’ stato suggerito (per esempio qui) a Roberto Saviano e ad altri scrittori illustri che pubblicano da Mondadori di trarre le conseguenze dal loro dissenso con la politica del governo, cambiando editore. Uno scrittore “di sinistra”, Paolo Nori, ha accettato di collaborare con Libero, quotidiano che non appartiene al premier ma che certo lo sostiene con enfasi; di qui, la vigorosa polemica avviata da Andrea Cortellessa, che prosegue sul manifesto. Su Nazione Indiana, la editor Helena Janeczek ha esposto i motivi della sua sofferta scelta di continuare a lavorare per la Mondadori, suscitando un lungo thread di commenti spesso ingenerosi. I tre “casi”, molto diversi tra loro, mettono in luce la difficoltà di definire dei criteri di coerenza in un sistema di comunicazione che è imbevuto di paradossi. Saviano forse tradisce le sue idee se resta da Mondadori; ma è proprio Mondadori che ha reso possibile la diffusione delle sue idee, creando intorno al suo talento un caso editoriale. La polemica Cortellessa-Nori fa da grancassa alla collaborazione di quest’ultimo con Libero, che francamente trovo poco rilevante. La Janeczek evidenzia come all’interno del colosso editoriale di Segrate le sia ancora garantita la libertà di lavorare con serietà e secondo coscienza; giunge quasi ad augurarsi, in chiusura del suo illuminante intervento, che siano “loro” a additarle l’uscita, o che le rendano chiara una richiesta di sottomissione e fedeltà al padrone, inducendola all’abbandono. Ma questo non accadrà – o almeno così mi auguro, perché una simile semplificazione delle opzioni morali avverrebbe sullo sfondo di un Paese divenuto ancora più barbaro. Troppo semplice a dirsi, ma la realtà è complessa. L’incoerenza, se cosciente e praticata alla luce del sole, è una virtù. E’ nello spazio irriducibile tra parola e gesto, pensiero e azione, ideali e interessi, che un essere umano soppesa la propria imperfezione e trova gli strumenti per interpretare i mutamenti dell’ambiente che lo circonda. Per quel che mi riguarda, penso che queste vicende gettino luce su un errore di prospettiva che è stato anche mio: identificare il vuoto guscio concettuale del berlusconismo con il dominio del mercato e dello Spettacolo sulla cultura. Tale dominio pervasivo trova i suoi interpreti – l’abbiamo visto, ma non abbiamo voluto vederlo – anche ben lontano dall’inviso Capo, nei territori della cosiddetta sinistra. E così, grazie alla micidiale ironia della Storia, sulle scene di bagarre tra coerenti e incoerenti, scrittori di lotta e di governo, liberisti e manifestanti, aleggia, ignorato dai protagonisti, il fantasma – quello sì, berlusconiano – della réclame.

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