I sopravvissuti / 2. L’ultimo dei grandi critici

L’ultimo dei grandi critici

Non si arrende all’evidenza e d’altronde con l’evidenza ha sempre avuto un rapporto complicato, conflittuale, talvolta ignorandola, talaltra contraddicendola, alla perpetua ricerca di ciò che all’occhio del profano non appare, perché attende di essere rivelato dalla penna dell’esperto, cioè la sua, in critiche settimanali temute come sentenze, ora non più, ora nessun artista lo teme o lo riverisce o gli simula amicizia, non avrebbe senso dopo che la rubrica teatrale del suo grande quotidiano ha chiuso, precedendo di poco la fine del quotidiano stesso, fine alla quale, considerato l’andamento complessivo degli eventi, si è ragionevolmente rassegnato, ma non riesce a rassegnarsi al fatto, peraltro evidente, che è finito il teatro e non in senso metaforico, concretamente, non ci sono più teatri in città né fuori, questo qui per esempio, ai margini del parco in cui sta passeggiando, una sala gloriosa anche per la gran quantità di illuminanti recensioni che lì dentro ha concepito, adesso è un caffè bar ristorante enoteca creperia budineria su tre piani, mentre altri sono stati rimpiazzati da jeanserie camicerie intimerie borsetterie su due o tre o quattro o cinque piani, dipende, comunque insomma, essendo lui stato scopritore e cultore del teatro fuori dal teatro, postmoderno postdrammatico e posteatrale, soprattutto se svizzero o catalano, il critico coltiva l’ostinata infondata speranza che alla Riforma si sia clandestinamente sottratto qualche artista alternativo, non un cuoco cioè, non un sarto, le cui pratiche artigianali sono assurte in questo nuovo e ultimo mondo a uniche arti tollerate, e anzi esaltate, bensì uno o più performer interattivi, che magari proprio in questo freddo pomeriggio di novembre si stanno aggirando in incognito per il parco, quali indomiti esploratori del labile confine tra finzione e realtà, quei due fidanzatini, per esempio, appena sbucati mano nella mano da una curva del sentiero che costeggia il laghetto, così convenzionali, in apparenza, non saranno forse giovani performer magari in effetti fidanzati tra di loro, o forse no, immersi in una simulazione provocatoria di ciò che appare convenzionale, chi può dirlo, io posso dirlo, pensa il critico, io con il mio sguardo esperto potrei decifrare il loro gioco, ma dovrei avvicinarmi e studiare bene la qualità del loro bacio, ora che si sono seduti su quella panchina, senza sembrare un vecchio guardone, da come sono posizionate le mascelle lui ci sta dando dentro con la lingua, dunque non è finzione, o forse sì, comunque lei si stacca piano, come avvertendo una presenza estranea, e poi si volge di scatto verso il critico ormai quasi incombente sulla panchina, con un’espressione di autentico disprezzo la cui freddezza gli penetra le ossa già dolenti, i muscoli già stanchi, facendolo rinculare, scartare di lato, andar via facendo finta di niente, tossendo, provando fino in fondo all’anima un’umiliazione che è sempre meglio di niente, perché lo fa sentire ancora vivo, scriverò su questo, giura a se stesso, su questa umiliazione, sul teatro che mi fa sentire vivo, anche se non è teatro, anche se è teatro solo per il mio sguardo, gli palpita il cuore, fatica a camminare, scriverò il pezzo, si ripete, appena arrivo a casa scrivo il pezzo, ma nessuno pubblicherà il suo pezzo, sempre che riesca a scriverlo, ad arrivare a casa, stremato com’è, e non cada invece in ginocchio ai margini del gelido parco, senza riuscire a rialzarsi, aiutato da nessuno, mentre la luce cruda, violenta del caffè bar ristorante enoteca creperia budineria su tre piani, le cui vertiginose vetrate si ostina a fissare, finisce di consumare i suoi occhi.

I sopravvissuti / 1. Paolo, alla fine

Paolo, alla fine

Il suo nome glie l’ha dato lei, prima ne aveva un altro, ma non si può dire che fosse il suo vero nome, come del resto nemmeno questo, Paolo, che lei gli ha dato fin dall’inizio e senza spiegazioni, che lui non ha chiesto, non è mai stato nei suoi programmi chiedere spiegazioni o fare congetture, per esempio ipotizzando che così si chiamasse in un remoto passato un marito o un amante o un figlio di lei, ma con maggiori probabilità un attore del grande schermo, o un presentatore del piccolo schermo, di quando ancora gli schermi si dividevano in piccoli e grandi ed erano spessi e pesanti più dell’aria, no, il nome non è mai stato necessario, gli basta il suono della voce di Miriam per girare la testa e guardarla e avvicinarsi, da qualunque punto della stanza in cui si trovi, per verificare se abbia bisogno di qualcosa, anche solo di essere carezzevolmente, con la massima attenzione tenuta per mano da qualcuno, cioè sempre da lui, per qualche secondo, o minuto, o magari per delle ore, dipende esclusivamente dalla volontà di lei, che però non si manifesta in alcun modo, né con la voce, né con i gesti, ed è strano per Paolo, gli risulta incomprensibile la totale immobilità di questa donna, il sonno lo riconosce, ma questo non è sonno, nel sonno un po’ ci si muove e lei lo faceva spesso, certe notti gemendo a lungo, non questa notte, non adesso, in questa camera d’ospizio che lentamente si riempie di un odore che lui non avverte, non potendo del resto percepire alcun odore, tanto meno quello della morte, concetto che non appartiene alla sua dotazione cognitiva, e chi dunque lo vedesse chinarsi su Miriam, sfiorandole con dita di perfezione inumana una guancia incavata, sbaglierebbe ad attribuirgli un sentimento di compassione, o comunque un sentimento, perché Paolo è un androide serio e soprattutto reale, mica come quelli dei film di venti o trenta o quarant’anni fa, tutti alle prese con un’assurda aspirazione a emozionarsi, prendersi cura degli anziani è semplicemente ciò per cui è stato programmato, dunque si è preso cura di Miriam con una costanza e una dedizione e un’energia che per un essere umano sarebbero eroiche, ma che per lui non hanno altra implicazione se non il consumo quasi integrale delle batterie, che da tre settimana sono in riserva, e si stupisce molto, a modo suo, che nessuno venga a ricaricarle, ma non può sapere di essere un modello ormai obsoleto, dopo la Riforma che ha rimpiazzato gli androidi della cura con quelli dello sterminio, né che per puro caso solo questa stanza in un’ala secondaria di un ospizio periferico è sfuggita all’attenzione della burocrazia riformista, contro cui comunque mai si ribellerebbe, non essendo un androide da film, tuttavia agisce come se fosse in piena e solitaria rivolta, carezzando l’anziana signora, abbottonandole la vestaglia, rimboccandole poi sopra le spalle una coperta, stringendola infine tra le braccia per trasferire a quel corpo gelido e minuto un po’ del calore delle sue batterie in esaurimento, già esaurite, nella stanza senza vita, presto buia, fuori dalla quale il mondo avanza verso un futuro ulteriore d’imprevedibile ferocia.

Teatro Utile 2018 – Il bando

 

 ACCADEMIA DEI FILODRAMMATICI

PROGETTO “TEATRO UTILE 2018”

Il progetto di formazione Teatro Utile 2018, promosso dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano, è alla sua 6°edizione e quest’anno intende concentrare la propria attenzione sulla scrittura: giornalistica, drammaturgica, autobiografica.

I temi che uniranno queste differenti forme di scrittura saranno, come negli anni precedenti, la migrazione e l’interculturalità.

Ai laboratori possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali.

Docenti: Renato Gabrielli, Livia Grossi, Gabriella Grasso

coadiuvati e coordinati dalla docente responsabile del progetto: Tiziana Bergamaschi.

I laboratori si svolgeranno presso l’Accademia dei Filodrammatici, in via Filodrammatici 1, Milano.

Il calendario degli incontri sarà così strutturato:

 

Laboratorio: “La scrittura autobiografica come luogo d’incontro” – docente Gabriella Grasso

possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali

2-3-4 marzo 2018, dalle ore 14 alle ore 18

4-5-6 maggio 2018, dalle ore 14 alle ore 18

Inoltre nei mesi di marzo e aprile sono programmati cinque incontri di tre ore l’uno per sperimentare la scrittura autobiografica con dei gruppi di migranti (date da stabilire).

 

Laboratorio: “Quando mi sono sentito l’altro-Storie di quotidiana diversità” - docente Livia Grossi possono partecipare drammaturghi, registi, attori, giornalisti e operatori sociali  

16-17-18 marzo 2018, dalle ore 14 alle ore 20

20-21-22 aprile 2018 dalle ore 14 alle ore 20

Nella settimana dal 19 al 25 marzo si realizzeranno delle interviste con migranti (date da stabilire)

 

Laboratorio: “L’amplificazione della paura tramite fake news” - docente Renato Gabrielli

la partecipazione è riservata esclusivamente a drammaturghi

Dal 7 maggio al 13 maggio 2018 – dalle ore 10 alle ore 18.

 

Si può presentare la propria candidatura per un solo laboratorio.

Il costo dei laboratori è a carico dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano, quindi la partecipazione per gli allievi è gratuita.

Ammissione:

Le domande di  partecipazione al concorso di selezione, corredate di curriculum vitae e lettera motivazionale, devono essere inviate all’indirizzo: filodram@accademiadeifilodrammatici.it

entro  e non oltre il 15 febbraio 2018.

Per ulteriori informazioni consultare www.accademiadeifilodrammatici.it/bandi-aperti/

 telefono 02  86460849

NDN – presentazione del libro

PROGETTO NdN

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

 

“NDN – NETWORK DRAMMATURGIA NUOVA”

 

DOMENICA 26 NOVEMBRE 2017  | ORE 15.30
a seguire lo spettacolo “OPERA SENTIMENTALE” di Angius/Festa feat Woody Neri
vincitore del Bando NdN 2017

MO.CA Palazzo Martinengo Colleoni – Sala Alberi

INGRESSO LIBERO

NdN network è una rete nazionale che promuove un’azione di sostegno per la drammaturgia contemporanea italiana. Grazie al Bando Sillumina indetto dalla Siae il network ha pubblicato un volume dedicato al racconto del progetto NdN, dove le voci dei promotori, dei tutor e degli autori si incrociano per dare una visione esaustiva di come è nato e si è sviluppato il progetto. Un focus particolare è dato all’edizione 2016/17 con la pubblicazione dei 5 testi selezionati.
Nell’ambito di Wonderland Festival la presentazione del volume diventerà occasione per discutere di formazione, produzione e diffusione della drammaturgia contemporanea in Italia.
A seguire, verrà presentato lo spettacolo Opera Sentimentale della compagnia Angius/Festa, sul testo omonimo di Camilla Mattiuzzo, vincitrice dell’edizione 2016/17 di NdN.

Interverranno: Davide D’Antonio – Direttore artistico di Wonderland Festival, Renato Gabrielli – Docente di scrittura teatrale presso la Scuola Civica Paolo Grassi e Maximilian La Monica – Direttore Editoriale casa editrice Editoria e Spettacolo.

NdN Network
Capofila: Residenza IDRA/Wonderland Festival (BS)
Partner: Campo Teatrale (MI), Triangolo Scaleno/Teatri di Vetro (RM), CapoTrave/Kilowatt (Sansepolcro – AR), OUTIS – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea (MI), Officina Culturale Distretto Creativo/20chiaviteatro (Civita Castellana VT), RETablo (CT), L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino (Mondaino – RN), Concentrica (TO), Piccola Compagnia della Magnolia (Avigliana – TO), Residenza artistica ILINXARIUM (Inzago – MI)

Con il supporto del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”

10 testi che non vedo l’ora di non scrivere

Come vizio è più dannoso del fumo, e anche più insensato, eppure sì, leggo ancora i giornali. Forse perché ho cominciato a farlo da piccolo e ne traggo una specie di morbosa sensazione di continuità esistenziale. Ma non è una giustificazione. Dovrei avere già smesso, ogni tanto riprovo a smettere, con sempre meno convinzione e più disistima per me stesso, dunque fallisco e così via. Parlo di quelli di carta – ho una certa età. Mi ha sempre dato un grande piacere tattile sfogliare quel tipo di carta. Sul piano dell’immagine, poi, ho provato una fascinazione costante negli anni per il trinomio pensionato+giornale+panchina. Non dico che da bambino sognassi di diventare quell’anziano signore che indugiava con la sua copia del “Corriere” sul versante più al calduccio dei giardinetti. Non sognavo un bel nulla, è chiaro. Ma non facevo alcuna fatica a immaginarmi al suo posto. E adesso mi parrebbe una prospettiva niente male. Chissà però se avrò mai una pensione. O se, al tempo della mia ipotetica pensione, ci saranno ancora le panchine, i giornali di carta, io… Comunque, a proposito del “Corriere”, ma non solo, il problema ovviamente sono i contenuti. Perché se si trattasse solo di sfogliare un quotidiano, senza leggerlo davvero, sarebbe tutto a posto. E invece, se non altro per passare il tempo, ci si casca e giorno dopo giorno ci si fa intasare il cervello da righe su righe di materiale tossico e inane, che impedisce di ragionare con equilibrio, che induce all’eccitazione e all’impotenza. Come le sigarette variano il proprio effetto velenoso a seconda del contenuto di nicotina e catrame, così il danno di un articolo di giornale dipende dalla testata, dalla rubrica, dalla lunghezza del pezzo, dal suo autore. E’ una questione molto soggettiva. A me per esempio, per ragioni personali che non vi sto qui a raccontare, una critica teatrale di solito fa l’effetto d’una decina di nazionali senza filtro subito dopo una diagnosi di bronchite cronica. Ma non sempre. Qui sto per raccontarvi una salutare eccezione.

Dunque, qualche settimana fa mi sono irresponsabilmente inalato per intero un lunghissimo articolo di un prestigioso critico che, col pretesto di narrare i fatti suoi, presentava le novità della prossima stagione teatrale – o viceversa. Costui si divertiva, tra l’altro, a segnalare spettacoli di vario genere che, per motivi futili e solo accennati, non vedeva l’ora di non vedere. Qualcuno dei pochi e drogati lettori, miei simili e fratelli, si è perciò indignato, come probabilmente sperava l’autore stesso. Io, invece, ho avuto una sorta di rivelazione. Per la prima volta, qualcosa che avevo letto su un giornale poteva tornarmi utile nella vita.

Ultimamente mi ritrovo a scrivere sempre di meno. Quasi niente, in verità. Con qualche oscillazione sopra allo zero. Suppongo si tratti di una sorta di blocco dello scrittore, o dello scrivente. Non è un problema per il resto del mondo, e in fondo neppure per me, senonché il vuoto della non-scrittura, anziché sospingermi su, nella leggerezza d’un’atmosfera senza parole, tende a risucchiarmi giù, dentro alla palude di un indolente malumore. Non voglio certo rimettermi a macinare faticosamente righe e cartelle. Ma ho bisogno di un desiderio che mi riscatti dalla palude, che mi accenda la fantasia mantenendomi esente da qualunque responsabilità. Ed ecco che l’intuizione geniale del luminare da giornale mi fa sbocciare nel cuore un desiderio, frizzante, negativo e sbarazzino come mai prima… Se penso a un testo che vorrei scrivere, mi viene l’emicrania o peggio. Ma se penso a un testo che non vedo l’ora di non scrivere, mi s’accalca gioiosamente nel cervello una pletora di energici concorrenti. Ne ho selezionati, per il momento, dieci:

1 – auto-fiction post-drammatica

Di che si tratta? Non di un testo teatrale vero e proprio; piuttosto di un tessuto drammaturgico volutamente sfilacciato, aperto, in costante divenire interattivo, capace di innescare una dinamica attore/spettatore che vada oltre l’orizzonte concettuale della fisica newtoniana. Ora che è tutto chiaro, resta solo da precisare che la scelta del soggetto – me stesso – non deriva da narcisismo, ma rappresenta una sfida, dato che la mia vita in apparenza non offre spunti di sorta per qualunque fiction che risulti almeno passabile. Nei sei mesi precedenti la sfida viene lanciata a sei specialisti – una sociologa, un cuoco, uno psichiatra, il mio barbiere, una copywriter, un rapper – che si dedicano anima e corpo a scovare in me qualcosa d’interessante. Si ritrovano poi davanti a un pubblico per un confronto interdisciplinare senza limiti di tempo su quanto hanno, o più probabilmente non hanno scoperto. Io assisto immobile, silenzioso, imperturbabile, infine come tutti assopito.

Titolo provvisorio: Ma perché?

2 – commedia generazionale cinica ma non troppo

Quattro, cinque, se c’è budget sei trentenni, o quarantenni, o cinquantenni (ventenni e sessantenni non funzionano altrettanto bene), amici e/o accoppiati tra di loro, si ritrovano dopo tanto tempo tutti insieme in una situazione capace di far scoppiettare le contraddizioni e le ipocrisie della loro generazione inevitabilmente immatura. Qualcuno scopre qualcosa sulla propria identità sessuale o su quella di qualcun altro. Chi sembrava una brava persona si rivela uno stronzo, chi sembrava stronzo si rivela comunque tale, ma un po’ meno. Si ride a denti stretti, ma a dieci minuti dalla fine c’è un momento commovente, che ci inumidisce un pochino gli occhi. Se fossi donna, potrei puntare sul femminile e far incontrare sei ex-amiche quarantaduenni per una partita a ramino nell’agriturismo che una di loro ha aperto da sola dopo il divorzio da un imprenditore corrotto. Un’altra delle ex-amiche, che dava tutte l’impressione di essere una mangiatrice d’uomini, a metà partita in preda all’ubriachezza racconta di avere una seconda vita, in cui… Ma basta, io non sono una donna. E comunque questa commedia proprio non la scrivo.

Titolo provvisorio: L’agriturismo

3 – adattamento colossale di un’opera ancor più colossale, meglio ancora se palesemente non adattabile

Pensate quel che volete dei teatri stabili o nazionali che dir si voglia, ma non si può disconoscer loro una certa coerenza in questo: piuttosto che investire in uffici per la lettura e trasparente selezione di copioni e progetti, sono disposti a spendere soldi, e pure molti, in progetti insensati, purché colossali. Eccone uno: il mega-adattamento di un’opera non teatrale che tutti conoscono per sentito dire ma non hanno mai letto. L’opera dev’essere lunghissima e preferibilmente non contenere azione, conflitto, banali dinamiche drammaturgiche di tipo obsoleto. Io ne ho scovata una formidabilmente adatta: il monumentale Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, quinta edizione, la controversa bibbia degli psichiatri di tutto il mondo. Ovviamente le definizioni delle malattie mentali non verrebbero drammatizzate, bensì equamente distribuite tra attori di grido, che le griderebbero al pubblico da nicchie astratte scavate nell’imponente scenografia.

Titolo provvisorio: DSM-V, Parte 1, Parte 2, Parte 3…

4 – site-specific dramaturgy per uno spettatore alla volta

Qui da drammaturgo mi trasformerei in creatore di esperienze partecipative anomale e spiazzanti, per esplorare con coraggio e radicalità i vissuti ansiogeni e poi dolorosi legati alla condizione, prima o poi inevitabile per ogni essere umano, di paziente odontoiatrico. La location è uno studio dentistico. Ci entra uno spettatore partecipativo alla volta. Si accomoda sulla poltrona reclinabile, come per venire operato, ma il dentista non c’è. In compenso c’è un raffinato ambiente sonoro che ti immerge nell’atmosfera – ovattata e squassante – dell’estrazione di un dente del giudizio. Misto a sonorità iper-realistiche delle apparecchiature e a lamenti e imprecazioni registrati di pazienti veri, scorre nell’ambiente un flusso di coscienza multilingue, un mix di ventiquattro voci di volontari di diverse parti del mondo, a cui è stato chiesto di raccontare cosa gli passa per la testa quando sono sotto i ferri del dentista. In una variante ancora più squassante del progetto, ma decisamente meno ovattata e riservata solo ai critici che ne facciano espressa richiesta, un dente viene estratto davvero e me ne occupo io di persona.

Titolo provvisorio: Tooth Extraction Experience

5/6/7/8 – Narrazione, narrazione, narrazione, narrazione

Quattro monologhi d’impegno sociale al prezzo di uno. Ripulirsi la coscienza non è mai stato a così buon mercato, dai tempi in cui i papi vendevano le indulgenze. Al tempo stesso, non si potrà non ammirare la prestanza fisica ed emotiva del solitario narratore, che senza soluzione di continuità ci porterà a indignarci ed empatizzare per quattro ore di fila sui seguenti macro-temi: Migrazioni, LGBT, Mafia, Morti sul lavoro. Chi assiste al tutto senza alzarsi per andare in bagno ha diritto a un’indulgenza plenaria.

Titolo provvisorio: Andate in pace

9 – Shakespeare migliorato da me

La falsa modestia è un morbo che l’ambiente teatrale sembra avere definitivamente debellato. Ma non si sa mai, un’improbabile epidemia potrebbe in un lontano futuro scatenarsi, se abbassiamo troppo la guardia. Questo progetto – uno spregiudicato montaggio di scene da Amleto, Giulio Cesare e Riccardo II con ampi brani del mio diario adolescenziale – si propone come vaccino definitivo. L’assoluta convinzione che, per esempio, le mie elucubrazioni del marzo 1983 (intorno agli sguardi più o meno ricambiati da una mia compagna di ginnasio della sezione A) non sfigurino affatto accanto al famoso monologo in carcere di Riccardo II, e anzi diano più valore e spessore di contemporaneità al monologo stesso, si trasferisce per irresistibile osmosi dall’autore a pubblico e critica, cambiando faccia per sempre, e in peggio, alla Storia del Teatro.

Titolo provvisorio: Tutto sui miei brufoli (si ringrazia per la collaborazione W.S.)

10 – Didascommedia

Una commedia fatta solo di didascalie (irrealizzabili) e magari di discorso indiretto. Idea non del tutto originale, ma ancora molto cool, europea, perfetta per farsi tradurre in tedesco e lagnarsi di non venire capiti in Italia. Ho sempre desiderato farmi tradurre in tedesco e non venire capito in Italia. Ho così centrato almeno uno dei due obiettivi, scrivendo copioni fatti in parte di didascalie (irrealizzabili) e magari di discorso indiretto. Questo tentativo sarebbe però più radicale, estremo, a partire dal titolo:

Keine Gegenstaende Aus Dem Fenster Werfen

A questi magnifici dieci si dovrebbero poi aggiungere tutti quei testi che non vedrei l’ora di non scrivere – ma ormai è troppo tardi: li ho già scritti. Complessivamente, comunque, si tratta di una non-impresa colossale, che un po’ mi inorgoglisce.

Guardo fuori dalla finestra.

E’ un tiepido inizio d’autunno. La temperatura sembra quella ideale.

I giardinetti sono, come sempre, vicini.

Dal mio punto d’osservazione mi accerto che la mia panchina preferita, ben esposta al sole, sia completamente libera.

Il giornale l’ho già comprato, ma è intonso.

Lo ripiego in quattro sotto a un braccio, poi m’infilo il cappello.

La mia assenza di futuro mi aspetta fuori, e per la prima volta le vado incontro con mente perfettamente sgombra.

Ritratto di una Nazione

11-16 settembre 2017

Roma – Teatro Argentina

Ritratto di una Nazione – L’Italia al lavoro
Venti quadri teatrali dalle regioni del Paese
prima parte
un progetto di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri
regia Fabrizio Arcuri

dramaturg Roberto Scarpetti
colonna sonora composta ed eseguita dal vivo da Mokadelic
set virtuale Luca Brinchi e Daniele Spanò
scene Andrea Simonetti
luci Giovanni Santolamazza

PROGETTO SPECIALE MIBACT

orari spettacolo
ore 19.00
durata 5 ore incluso intervallo di 30′

 

RISULTATO DA LAVORO prologo
di Elfriede Jelinek
traduzione di Roberta Cortese
con Maddalena Crippa

ETNORAMA 34074 (Friuli Venezia Giulia)
di Marta Cuscunà
con Francesca Ciocchetti

SCENE DALLA FRONTIERA (Sicilia)
da Appunti per un naufragio
di e con Davide Enia
musiche di Giulio Barocchieri

REDENZIONE (Lombardia)
di Renato Gabrielli
con Michele Di Mauro
e con Antonio Bannò, Antonietta Bello, Vincenzo D’Amato, Fonte Fantasia, Cosimo Frascella, Alessandro Minati, Paolo Minnielli, Martina Querini, Stefano Scialanga, Francesca Zerilli

30 MINUTI (Calabria)
di e con Saverio La Ruina

PANE ALL’ACQUASALE (Puglia)
di Alessandro Leogrande
con Michele Placido
e con Antonio Bannò, Vincenzo D’Amato

SALUTI DA BRESCELLO (Emilia Romagna)
di Marco Martinelli
con Gigi Dall’Aglio, Gianni Parmiani
Si ringrazia per la collaborazione alla regia Marco Martinelli
FESTA NAZIONALE (Sardegna)
di Michela Murgia
con Arianna Scommegna

PETROLIO (Basilicata)
di e con Ulderico Pesce

NORTH BY NORTH-EAST (Veneto)
Coffee shop e Start-up
un dittico di Vitaliano Trevisan
con Giuseppe Battiston, Roberto Citran, Vitaliano Trevisan

MECCANICOSMO (Lotte sindacali)
di Wu Ming 2 e Ivan Bentrari
testo tratto da Meccanoscritto, di Collettivo MetalMente con Wu Ming 2 e Ivan Brentari, edizioni Alegre 2017
con Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Filippo Nigro

altre info e biglietti su www.teatrodiroma.net

Destinazione raggiunta

Tra il 4 e il 9 luglio ho partecipato alla residenza drammaturgica WRITE, diretta da Tino Caspanello, a Mandanici (ME): una preziosa occasione per scambiare idee sul teatro con autrici e autori provenienti da Italia, Catalogna, Grecia e Francia. Il dibattito si sviluppava non in astratto, ma a partire da concreti esercizi di scrittura. Ciascuno di noi è stato chiamato a contribuire a un testo collettivo (in via di ulteriore elaborazione) e a scrivere individualmente, a turno, una brevissima pièce – buttata giù di mattina, provata di pomeriggio, presentata al pubblico di sera.

Riporto qui la mia “Destinazione raggiunta”, ringraziando ancora i tre ottimi interpreti che le hanno dato vita a Mandanici: Francesco Bernava, Alice Ferlito e Alice Sgroi.

 

Destinazione raggiunta

 

Anna

Narratrice

Navigatore

 

ANNA -  Mi sembra già di essere lì. Insieme a te.

NARRATRICE -  Pensa Anna.

ANNA -  Se chiudo gli occhi –

NARRATRICE -  Ma non chiude gli occhi –

ANNA -  Ti vedo, lì, che mi aspetti.

NARRATRICE -  Anna non chiude gli occhi, perché sta guidando in autostrada. Guida bene, sicura, alla velocità costante di 115 chilometri all’ora. Di sottofondo ha una musica morbida che le ricorda qualcosa, o qualcuno.

ANNA -  Questa volta è quella giusta.

NARRATRICE –  Sorride Anna –

ANNA -  Questa volta non possiamo sbagliare. Ho l’indirizzo giusto, infallibile, preciso: stato, regione, città, via o piazza, numero civico, codice di avviamento postale…

NARRATRICE -  Ma un indirizzo non basta. Un indirizzo, lo sappiamo, non ci indirizza a nulla, se non viene inserito.

NAVIGATORE -  Inserire l’indirizzo. Inserire l’indirizzo.

ANNA -  Un attimo.

NAVIGATORE -  Inserire… (Breve pausa.)  Indirizzo inserito. Calcolo del percorso.

ANNA -  Non importa quanto tempo ci vorrà. Ho tutto il tempo del mondo.

NAVIGATORE -  Calcolo del percorso.

ANNA -  Il tempo senza di te non conta nulla.

NAVIGATORE -  Chilometri all’arrivo: 404.

ANNA -  Lo spazio è un’autostrada senza curve, piatta.

NAVIGATORE -  Tempo fino all’arrivo: tre ore e 34 minuti.

ANNA -  Questa musica mi fa pensare – questa canzone… E’ la stessa di un’altra volta, che viaggiavamo insieme, e forse guidavi tu? Su un’autostrada diversa, però, e a un certo punto ti ho appoggiato la mano su una gamba e tenevo il ritmo, così… Ma forse era un’altra canzone e guidavo io e intanto…

NAVIGATORE -  Prosegui sull’autostrada.

NARRATRICE -  Intanto lei prosegue sull’autostrada.

NAVIGATORE -  Prosegui per 288 chilometri.

NARRATRICE -  L’autostrada comincia a fare curve, a scendere, a salire.

NAVIGATORE -  Prosegui per 197 chilometri.

NARRATRICE -  Ma il pensiero di lei tira dritto, lei pensa solo a una persona.

NAVIGATORE -  Prosegui per 84 chilometri.

NARRATRICE -  E ogni tanto ha una faccia che piange, ogni tanto una faccia che ride, ma nessuno se ne accorge, perché è da sola dentro alla sua automobile rossa, bella, silenziosa.

NAVIGATORE -  Prosegui per 32 chilometri. Prosegui per 14 chilometri. Prosegui per 7 chilometri, tenendo leggermente la destra. Tra 4 chilometri, svolta a destra sulla strada provinciale. Tra duecento metri, svolta a destra. Svolta a destra. Svolta a destra.  (Pausa. Più forte)  Svolta a destra!

ANNA -  Oh, cazzo!… Per un pelo.

NARRATRICE -  Stava per mancare l’uscita.

ANNA -  Non posso sbagliare, stavolta.

NARRATRICE -  Anna respira a fondo.

ANNA -  Non posso sbagliare a uno svincolo, a una rotonda, a un bivio, a nessun incrocio, questa volta, perché è quella giusta, stavolta l’indirizzo è giusto e soprattutto l’ho inserito e tu sei inserito in quell’indirizzo, sei già lì che mi aspetti.

NARRATRICE -  E intanto la strada provinciale sale, si restringe, a due corsie, una corsia, con curve strette, sempre più strette.

NAVIGATORE -  Tempo fino all’arrivo: 34 minuti.

ANNA -  Mi aspetti, vero?

NAVIGATORE -  Tempo fino all’arrivo: 12 minuti.

ANNA -  Vero che mi aspetti?

NAVIGATORE -  Gira a destra. Gira a sinistra. Gira a destra. Gira a sinistra. A sinistra. A sinistra.

ANNA -  Tutte le volte che ci siamo persi. Tutti gli appuntamenti mancati. Tutti gli incroci sbagliati, i ponti sul vuoto, le strade senza uscita. Ma io non mi arrendo. Non penserai che mi arrendo. Tu mi conosci. Conosci la mia faccia, le mie mani.

Breve silenzio.

NAVIGATORE -  Assenza di segnale.

ANNA -  Cosa?

NAVIGATORE -  Ricalcolo del percorso. Assenza di segnale. Ricalcolo del percorso.

NARRATRICE -  La macchina di Anna rallenta, frena, si è fermata in uno spiazzo ai piedi di un piccolo paese. Non conosce quel paese. Potrebbe essere un paesino del sud.

NAVIGATORE -  Chilometri all’arrivo: sconosciuti.

NARRATRICE -  E intanto, si è fatta sera.

NAVIGATORE -  Tempo all’arrivo: sconosciuto. Assenza di segnale. Assenza di segnale.

ANNA -  Basta!

NARRATRICE -  Anna scende dalla sua macchina, sbatte dietro di sé la portiera. Prosegue a piedi, salendo, per le vie di quel paese.

ANNA -  Tu lo sai che non mi arrendo. Salgo per le vie di questo paese che non conosco e non importa se anche questa volta l’indirizzo è sbagliato, se nessuno mi guida, non importa se non c’è nessun indirizzo, l’importante è che mi stai aspettando.  (Pausa.)  Sai, mi piace qui. Non sono mai stata in questo posto, o almeno non me lo ricordo, ma se l’hai scelto ci dev’essere un motivo. Forse sarà questa pace apparente, questo vento che sa di buono, la notte che avanza con tutta questa calma. Il profumo?  (Pausa.)  Mi sembra di sentire un profumo. Dal cortile di una villetta di cemento, bassa, spuntano dei rami di gelsomino in fiore. Ti piaceva il gelsomino? Non me lo ricordo. Stacco due fiori, li annuso, me li infilo tra i capelli. Così, perché mi va. Per farti una sorpresa. Ma forse –  ( Pausa.)  Sono ridicola. Mi troverai ridicola, coi fiorellini tra i capelli? No. Non tu.  (Pausa.)  I fiorellini però li butto, mentre salgo ancora, poi c’è una piccola discesa, giro un angolo a sinistra – e sento di essere arrivata.  (Pausa.)  C’è una piazza piccola, bella. Una vecchia chiesa illuminata. Salgo i gradini del sagrato come per entrarci, poi mi giro e guardo il cielo. Mi rendo conto che è questo il posto. L’indirizzo. Giusto, preciso, nessun altro al mondo.  (Pausa.)  Lo vedi anche tu questo cielo. Non è perfetto, da far male? Come tutte le cose perfette, che prima o poi ci faranno male.  (Pausa.)  Non ho fretta. Non ho neanche bisogno di vederti. Io ti conosco. Conosco la tua faccia, le tue mani. Basta che mi tocchi sulla spalla, qui, piano, come facevi, tu lo sai il punto preciso e il modo, basta che lo fai una volta, una volta sola, appena chiudo gli occhi.

NAVIGATORE -  Destinazione raggiunta.

NARRATRICE -  Anna chiude gli occhi e scompare.

Write II – residenza di drammaturgia

Mandanici, 9 luglio 2017
Si è conclusa la II edizione di Write all’insegna del “dialogo”. «C’è una parola che, da sola, può spiegare l’essenza di WRITE: dialogo. Dialogo autentico tra autori, tra operatori, con il luogo, con il pubblico. La seconda edizione della residenza internazionale di drammaturgia, che quest’anno ha coinvolto autori provenienti dall’Italia, dalla Grecia, dalla Francia e dalla Spagna, ha suscitato relazioni, approfondito il dibattito sulle scritture, sulla loro genesi, sulla lingua, sulle poetiche e sulle politiche che animano le parole, i testi e la scena.» Con queste parole Tino Caspanello, ideatore e direttore artistico della prima residenza drammaturgica internazionale siciliana, giunta alla sua II edizione, racconta i lavori di un evento che ha coinvolto molti spettatori e la partecipatissima presenza degli abitanti di Mandanici, rappresentati dal sindaco Armando Carpo e da Anna Misiti, presidente del consiglio comunale.
L’organizzazione della manifestazione è stata affidata alla direzione di Gigi Spedale per Latitudini, rete siciliana di drammaturgia contemporanea. Il progetto grafico è di Cinzia Muscolino. A ospitare gli otto autori dal 4 al 9 luglio 2017 è stato, anche quest’anno, il Monastero S. Maria Annunziata di Mandanici, grazie al patrocinio del Comune di Mandanici e all’Assessorato regionale Turismo, Sport e Spettacolo.
Quattro le giornate di lavoro, che si sono concluse con due misés en espace. Ecco i testi coinvolti con i rispettivi autori: 5 luglio, Anche dopo una festa c’è sempre qualcuno che deve pulire di Mario Gelardi e L’uomo con la capra sulla testa di Margherita Ortolani; 6 luglio La città di Konstantinos Bouras (Grecia) e R.I.P. di Sabrina Petyx; 7 luglio, Mi manda Nici di Niccolò Matcovich e Il ragazzo della fotografia di Josep Maria Mirò (Spagna); 8 luglio, Destinazione raggiunta di Renato Gabrielli e Ci vorrebbe il sole della Sicilia per asciugare la pioggia di Parigi di Grégory Pluym (Francia). Sono stati coinvolti i seguenti attori, dopo un’attenta selezione e un bando: Mario Aversa, Milena Bartolone, Francesco Bernava, Tino Calabrò, Roberta Catanese, Marielide Colicchia, Domenico Cucinotta, Angelo D’Agosta, Mauro Failla, Alice Ferlito, Giovanna Manetto, Lelio Naccari, Alice Sgroi. Le interpreti impegnate quotidianamente sono state: Antonella Babbone, Giorgia Karvounaki, Renata Salvadore. Il Prof. Haun Saussy dell’Università di Chicago, con cui Caspanello ha già avviato all’estero uno scambio propizio e decisivo, ha tenuto un seminario sulla traduzione l’8 luglio alle 14.30. Tre degli autori presenti alla trascorsa e prima edizione del 2016: Rosario Palazzolo, Turi Zinna e Saverio Tavano hanno rielaborato il testo comune sul tema del “naufragio” e lo hanno messo in scena giovedì 6 luglio. Il 7 luglio alla fine dei lavori, Caspanello ha letto un commovente contributo scritto lo scorso anno, quale epilogo del testo comune. L’ultima sera è stata invece allestita una prima messa in scena del tema di quest’anno “il complotto”, che ha coinvolto Gelardi, Matcovitch e Ortolani.
Adriana Frassica, Giusyrene Pellegriti, Marco Sergi sono i tre studenti del Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Università degli Studi di Messina, che grazie alla collaborazione della Dott. ssa Assunta Penna e con il sostegno dell’E.R.S.U. Ente Regionale per il diritto allo studio sono stati selezionati da Vincenza Di Vita, responsabile dell’osservatorio critico partecipato quest’anno anche da Lorenzo Donati, che ha tenuto un diario della residenza.
L’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro ha rinnovato anche quest’anno il suo patrocinio all’iniziativa. Il 7 luglio, il Teatro Mediterraneo Occupato, Caspanello, Palazzolo e il critico teatrale Filippa Ilardo hanno presentato il progetto formativo Opificio Incanto.

Il bando

IL BANDO

Poemetto notturno

L’essere è.

Il non essere non è.

L’ente fa un bando.

1

2:43 a.m.

mare torbido dell’incoscienza

sono io che ci nuoto

oppure affondo nulla di nulla

ricorderò di questo buio di questo

sapore agro contro il palato

piccole esplosioni

in parti remote del mio corpo

fanno vuoti profondi

verticali velocissimi inattesi

gorghi si direbbe

si direbbe che è il cuore

a tradirmi balzando

da pieno a vuoto in controtempo

come sempre quando

è questione di vita o di morte

IL BANDO

spalanco gli occhi su un pensiero

che mi fissa allucinato

dal buio della stanza la scadenza

forse è scaduta

mentre dormivo e io

oppure

scade tra poco è questione

di giorni ore minuti e io

tachicardico sudato schiena ritta

dolente seduto sul bordo

del letto in totale confusione

non me lo posso permettere lo so

lo so lo so

d’ignorare il bando o peggio

rispondergli in ritardo

quando il bando chiama

uno come me non può

non agitarsi fare di tutto

brancolare cercando ciabatte

coi piedi e con le mani

un interruttore della luce

che m’illumini anche dentro

e mi faccia ricordare

cosa manca cosa manca

ai materiali da inviare all’ente

che promuove il bando

c’era tutto c’era tutto eppure

oppure

L’ALLEGATO

ma certo certo l’allegato 27c

come ho fatto a non

ma certo che ci vuole

in fondo è soltanto

un’autocertificazione dei requisiti ai fini di

a norma di

ai sensi di

che ci vuole è un gioco da ragazzi

coraggio compiliamo

redigiamo

insomma

 

2

requisiti

come comprovato

dal documento scansionato

e vidimato dalle autorità competenti

in materia d’identità io

sono proprio io

nel pieno possesso delle mie facoltà

e requisiti

sesso età stato civile residenza cittadinanza colore dei capelli degli occhi segni particolari anche se non richiesti

tutto

c’è tutto

titolo di studio ovviamente

gruppo sanguigno

tutto quanto serve a inserirmi e mantenermi nella fascia

degli aventi diritto e dovere

d’essere ammessi alla speranza

all’esclusivo rito di compilazione

delle quarantatré pagine di domanda

di partecipazione

più ovviamente gli allegati

in numero variabile misteriosamente

crescente prendi ad esempio

il 99 ter

ricevuta del bonifico a parziale copertura delle spese di segreteria dell’ente

è giusto è giusto

anche se

però ‘sta segreteria quanto costa

però in fondo si capisce

anche se non facesse niente

per un ente così grande

già l’essere in sé è una spesa pazzesca

e io

contribuisco volentieri

il bonifico l’avrei già mandato

se sul mio conto ci fossero dei soldi

ma per fortuna ecco l’opzione

versamento alternativo

come un serpentello tra le lenzuola sfatte

striscia s’arrampica un tubicino

prima ch’io mi possa alzare un laccio

elastico mi s’annoda intorno

al bicipite un ago

guidato da mano ferma invisibile professionale

mi penetra il braccio

quante once di sangue vorrà l’ente

a parziale copertura

delle sue spese di

me lo chiedo mentre perdo le forze

e sento l’ago affondare

dentro fino all’osso

non basta il sangue

va per il

mi

dol

lo

è gius /

 

3

un attimo che mi collego

adesso che è tutto in regola

mi collego un attimo

tramite i quattro dispositivi

socio-elettronici che tengo accesi

anche di notte per ogni evenienza

tipo quella di essere sveglio

e non sapere cosa fare

i muscoli contratti gli occhi sbarrati

per la tensione da bando in scadenza

allora mi rilasso frantumando

l’attenzione

dispositivo numero uno puntata sette

stagione quattro d’una serie intricata

intelligente d’argomento zombie

dispositivo numero due notiziari

da tutto il mondo le stesse notizie

in più lingue in gara d’anticipo l’una sull’altra

così vince un’ansia senza nome

dispositivo numero tre musica

di sottofondo che si confonde

col rumore degli altri dispositivi

rincoglionendomi dolcemente

dispositivo numero quattro messaggistica

d’auto-aiuto per soggetti dipendenti

dallo stress bandistico

o bàndico bandòrico bandogenico

insomma eh sì

il bando ci dà lo stress ma in fondo

ci piace questo stress

banditico anzi non ne possiamo fare a meno

e ce lo confessiamo a vicenda

condividendo collegando connettendo

abisso con abisso

i nostri cuori così soli così soli che

non mi bastano le dita

per sfiorare le vostre lacrime amici

lacrime d’attesa incertezza vergogna

tanto simili alle mie

mentre sfioro con le dita

i vostri nomi i vostri messaggi sullo schermo

amici amici o forse

non tanto amici se com’è naturale

qualcuno di voi sta partecipando

al mio stesso bando

e magari qualcuno chiacchierando

così casualmente con nonchalance

rivela o carpisce segreti

info riservate o infallibili trucchi

per vincere il bando

del resto è normale

mia vita tua morte mio bando

tuo bando tua vita mia morte

ma io sono cauto

credo

io non rivelo

non ho rivelato mi pare

anche se

non si sa mai chiacchierando

messaggiando

spengo gli altri schermi e mi concentro

freneticamente rileggo

i 1743 miei messaggi già inviati

notte dopo notte ai compagni

di bando

no

no

no

tutto a posto credo

l’ho scampata bella però mai più

un rischio del genere e nel dubbio

permanente su me stesso

diffidenza vigilanza assoluta

mi sconnetto

da tutto e spengo

 

4

una raccomandazione

dal buio dal silenzio al cesso

violentato da un freddo biancore

il passo è breve

ci sono dentro e fisso

la tazza spalancata come se mi aspettassi qualcosa

di ricevere qualcosa

dopo avere dato tanto

che qualcosa qualcuno

si manifesti dal profondo

risalga e mi soccorra

dall’inconscio di questa città

labirinto di tubature incrostate

di sogni da lì vien su

lui come se nulla

fosse disinvolto

sammy

è già seduto sulla tazza

accavalla le gambe s’annoia

il viscido sammy

che malgrado tutto

nonostante le sue origini sostanzialmente

fognarie non puzza affatto

non è sporco semmai

shabby chic

studiatamente trascurato

trasuda artificio nella sciatteria

quella giacchetta floscia

quel morbido mocassino sul piede ignudo

caviglia pelosa a vista

o sammy

qual buon vento

a cosa devo l’onore

domande sceme sono io

che l’ho chiamato

mi sbadiglia in faccia si gratta

l’inguine con ironia

ostentata poi si pulisce

l’interstizio tra due molari

con un mignolo dall’unghia lunga e bigia

strizzando l’occhio a un pubblico

immaginario può non piacere

sammy

ma è viscido per un motivo

o forse molti

in quell’ambiente

lì sotto

c’è tanta roba

da farsi scivolare addosso

e lui conosce uno a uno

e non gli mordono la viscida mano

i topi di fogna del potere

per cui lo so lo so che lui all’ente

conosce qualcuno

o più di qualcuno potente

all’ennesima potenza

plenipotenziaria sul bando

o sammy ti prego

mettici tu una buona

viscida parola

io lo so l’ho imparato dalla vita

che avere i requisiti non basta

e che l’eccellenza nuoce

sicché faccio quel che farebbero tutti

o forse già lo stanno facendo

ciascuno nel biancore disperante

del suo cesso

sammy non fa una piega

non si sbilancia non si scompone non mi considera

eleganza esistenziale della sua noia

auto-schifata

con languido gesto srotola

due rettangoli d’igienica

carta e me li porge

non posso fare niente

odio quei qualcuno dell’ente

disprezzo i topi di fogna

del potere comunque

scrivi qua non si sa mai

sintesi mi raccomando

il tuo progetto in breve in brief

un pitch

che faccia colpo

in che senso

cos’è un pitch

non glielo chiedo nemmeno

non mi risponderebbe

risprofonda assorto nella contemplazione

dei germi tra le piastrelle

con infinita delicatezza

tra indice e pollice reggendo

quel velo di carta sottile e fragile

come la mia speranza

m’allontano

dalla sua viscida presenza

aspettami sammy

scrivo e torno

ma cosa scrivo

 

5

preghiera all’ente

ma come faccio

in così poco spazio

un progetto così complesso

culturalmente

socialmente

finanziariamente

il lucido sogno d’una vita

quattrocentosette pagine trentaquattro file

allegati esclusi

come lo riassumo

in due rettangolini di carta

anzi uno

dato che il primo è già

fini /

………………….

oh tu che ci sei

perché se non ci fossi

cosa mai ci sarebbe

tremo a pensarlo

ENTE

ho paura

mi fa paura quest’idea e non solo

e infatti

il mio progetto

finanziariamente

socialmente

culturalmente

ha come oggetto

nient’altro che la /

……………….

finita la carta

me lo scrivo sulla mano

PAURA

con un taglierino m’incido

sulla pelle il testo

di questa preghiera

che ti manderò più tardi

a pezzi

di corpo via via amputati

e affidati a sammy

finanzia finanzia finanziami ti scongiuro

dammi dammi dammi ti imploro

punteggio

un bonus per ogni centimetro di tagli

in questa carne fedele

ai dettami del tuo bando

solo io solo il mio progetto

ridurrà globalmente la paura

con azioni culturali mirate

finanziarie sostenibili

sociali encomiabili

obiettivo due per cento

di decremento della paura mondiale

in cinque anni sembra poco

è un’enormità

ma insieme ce la possiamo fare

due per cento due per cento

tanto per cominciare

prova a immaginare

come sarebbe il mondo

non dico senza paura eh

basterebbe un po’ meno e

vivremmo decisamente meglio

più leggeri e perfino tu

ente

potresti risparmiarti la fatica

d’esserci per sempre

 

6

2:45 a.m.

un senso di vuoto sopra

la tazza l’aleggiare di un’assenza

ma sammy dov’è

sarà già tornato di sotto

son bastati due minuti

giusto il tempo di

vergarlo col sangue

degli incubi e

il mio messaggio non sarà mai consegnato

giù giù scruto

il buco il passaggio la soglia che gorgoglia

con occhio lento però inquieto

d’indagatore insonne

mai e poi mai arriverà la mia preghiera

alle bassissime altissime sfere

dell’ente

anche stavolta

lo so lo so già che non vincerò

il bando

e potrei rilassarmi

dunque tornare a letto

nel disfatto conforto

delle lenzuola senonché

non dormo non ci riesco

mi spalanca a forza le palpebre

nel buio l’ovvio pensiero

la domanda a quando

il prossimo

tra un anno sei mesi due

minuti un lustro un evo

è la scadenza la scadenza

di un bando nuovo

che mi terrà ancora desto e vivo

appeso a un filo

di terrore nel respiro

 

Mendìco mutante

Il suo progetto non è svuotarti il portafoglio, ma l’anima.

A questo scopo ti aspetta dove te l’aspetti, come davanti alla chiesa o all’angolo del supermercato o nel bel mezzo del vagone della metropolitana (e suona o canta o cantilena o si trascina su arti tronchi), oppure no. Da un’altra parte, imprevedibile – e non è detto che aspetti proprio te, o te soltanto.

Potrebbe ad esempio fare finta di aspettare qualcun altro.

In linea teorica, diciamo.

O di non aspettare nessuno.

Ma lui, o lei, lo sappiamo benissimo, aspetta sempre qualcuno. Te.

Consideriamo il suo berretto, dato che non puoi fare a meno di pensare al suo berretto, ne sei lievemente ossessionato, e con qualche ragione, siccome parecchie volte, circa due su tre, c’è di mezzo il suo berretto. Blu o nero o bianco panna sporco, di solito, ed estivo, leggero, dalla visiera lunga. Te lo porge, te lo allunga, se lo pone di lato o davanti, lo lascia penzolare stanco tra due dita mentre appoggia la schiena al muro nel tratto di via Nitti tra la tintoria e il negozio di biciclette, guardando altrove, ma sempre a tuo beneficio, per così dire, per te…

Il berretto, insomma, quel berretto. Chi porge il berretto è di carnagione scura, il che lo fa somigliare ad altri della sua razza, sia detto senza razzismo. Perché? – ti chiedi in modo lievemente ossessivo, senza ottenere altro che una reiterazione della domanda. Nel tempo, col ripercorrere al mattino la stessa strada, ti è venuto perfino il sospetto che non sia lo stesso individuo di carnagione scura a porgerti o farsi penzolare davanti il berretto, ma un altro come lui o lei – o forse è lui o lei che si traveste o impercettibilmente si trasforma?

Dov’è, com’è, chi è quel, quella mendicante quando non ti molesta, esplicitamente o con subdola noncuranza, tramite il suo berretto? Non potendo saperlo, non puoi che fare, non puoi non fare tormentose congetture. Sarà stato forse lo stesso, la stessa diventata bianca per l’occasione, troppo bianca, e con un neonato al collo invece del berretto, nel vicolo dietro la banca, quando te la sei vista emergere dalla penombra, faccia a faccia all’improvviso, ma con la faccia per un istante preceduta dall’odore primitivo e insinuante di povertà e d’infanzia? Te n’è rimasto ancora qualche granello nel naso, di quel fetore ricattatorio. Il mendicante ti ricatta sempre, è chiaro, sia detto senza correttezza politica, ma spingersi fino a diventare una donna, una donna con bambino, o bambina… Latte, piscio, sudore. Una puzza che ricatta e non si toglie dalle narici.

Allora cerchi di non pensarci e ti rechi in luoghi caratterizzati da forti odori piacevoli, come un ristorante orientale di alto profilo sotto i portici di via Marconi. Ci vai con tua moglie, o tuo marito, perché un marito o una moglie tu ce l’hai, per fortuna, e una casa, o persino due. Una situazione fortunata, ma anche meritata, perché ci vuole un po’ di fortuna per meritarsi le cose belle, e viceversa. E tu fortunatamente ti meriti tua moglie o tuo marito, e viceversa. Il rapporto si è un po’ allentato negli ultimi tempi, tempi lunghi, come accade per tutti o quasi i rapporti lunghi. Cosa di meglio, per stringere i bulloni del rapporto, per così dire, di una cena di coppia al ristorante orientale di alto profilo? E dunque vi vestite bene, separatamente, per stupirvi un minimo a vicenda, come ai tempi che nemmeno ricordate, e camminate a braccetto, piano, assaporando il contatto nella sua qualità inconsueta. Non potete sapere cosa, chi vi aspetta sulla strada, a pochi passi da quel paradiso di profumi, sapori, rinnovati sguardi. O meglio: potreste saperlo, immaginarlo, ma le vostre menti sono distratte dalla magia sospesa degli avambracci intrecciati.

È sempre lui, o forse lei, ma in questo caso direi lui, che, steso sul marciapiede sotto il portico all’altezza del bar/latteria da Rossella, grasso, ronfante, ti tende un agguato involontario. Inciampando nel grottesco fagotto che gli funge da armadio, quasi finisci disteso in avanti, a faccia in giù. Il tuo consorte ti trattiene e sorregge, ma l’incanto è rotto, l’aura di fetore e degrado in cui per fatale distrazione siete penetrati vi rovina la serata. Irrevocabilmente. Basta un cenno d’intesa (quell’intesa che tra voi non è mai mancata ed è indispensabile, se non per la vita, per la sopravvivenza) e fate marcia indietro, inseguiti dal rantolo analfabeta del mendicante che, essendosi svegliato, ne approfitta per implorare o rampognare. Tornando a casa, non vi toccate più. Avete perso ogni appetito. Questa sera vi farete andar bene una tisana.

Di notte, dopo un’esperienza così, non riesci a dormire. E come potresti?

Ripensi, o pensi per la prima volta a te stessa, a te stesso, e ciò ti spinge ai margini del letto, lontano dal corpo di chi lo condivide, poi fuori dal conforto della camera, in sala da pranzo o in cucina, su una sedia, con la testa tra le mani. Troppe immagini attraversano la testa perché tu possa anche solo sperare di prendere sonno. Immagini della tua vita vista da fuori, come un brutto film già finito, ma che si proietta ancora e poi ancora, si ripete insieme alla tua condanna ad assistervi. Nulla può essere cambiato, come se tu fossi saldamente nelle mani della morte, ma cosciente in pieno, respirando. Perfino un incubo, in queste circostanze, ti sarebbe di sollievo. Oppure sapere almeno – poter attribuire a qualcuno la colpa di una tale ingiusta sofferenza.

Per esempio, a quel mendicante.

Cosa c’entra, il mendicante? Razionalmente, logicamente non lo sapresti spiegare, ma in qualche maniera c’entra, sottopelle lo senti, non può essere un caso che proprio stanotte, dopo l’incidente sotto i portici… Proprio tu, che hai sempre dormito il sonno roccioso del giusto… No, non può essere un caso. Tra le tempie premute, scariche improvvise di lucidità febbrile ti rendono chiaro quel che dovresti aver capito fin dall’inizio, anni, decenni fa, cioè che non si mira al tuo portafoglio, bensì alla tua anima. E in effetti ti senti l’anima risucchiata fuori, in questo assaggio notturno di morte in vita: un’anima a cui non avevi mai fatto caso, ma ora ti accorgi di averla avuta, adesso che è lontana, rubata da lei o lui – il mendicante.

La tua rabbia è più che legittima, e cresce insieme al giustificato senso d’impotenza. Non sai come difenderti, come nasconderti, come sfuggirgli o sfuggirle, data la sua diabolica capacità di travestirsi o mimetizzarsi. Allora, fantasticando sempre di più man mano che t’inoltri nell’insonnia, immagini gesti estremi, azioni non da te, di cui ti pentiresti – e in effetti ti pentirai di averle anche solo pensate. Certo, l’eliminazione fisica del nemico questuante, sotto qualunque forma si presenti la prossima volta, sarebbe una soluzione, forse l’unica, perché in un colpo li liquideresti tutti e saresti sicuro, sicura che ti tornerebbe l’anima: sì, ma in quale stato? No, non è da te l’ammazzare. Respiri a fondo, ti stropicci il volto, s’è fatta mattina. Provi a iniziare la nuova giornata con un pensiero positivo. Ti auguri di cuore di non incontrarlo più, che sparisca dalla tua vita per sempre, il mendicante, ma non perché morto in circostanze misteriose e sospette, atrocemente. Quanto sarebbe bello sapere che lei, o lui, se ne sta tranquilla e distante a casa sua, in una casa bella quasi come la tua.

E in effetti…

Intercettati da divinità beffarde, certi desideri si avverano, con modalità miracolose e paradossali.

In effetti, il pensiero positivo sembra funzionare. Ti lavi e vesti in fretta, ingolli mezzo caffè, cerchi di trasformare l’agitazione sonnolenta in dinamismo. Sulla soglia baci il consorte, velocemente ma sulla bocca. Riprendi un ritmo, ti affidi alla normalità rassicurante del ritmo mattutino, meccanico, delle solite azioni. Dunque esci per andare al lavoro, camminando fino al metrò lungo il percorso che incrocia viale Nitti e ti aspetti il mendicante all’angolo Nitti – Europa, vuoi che non ci sia ma te l’aspetti – ed ecco, non c’è.

Non c’è, in nessuna forma, di nessun sesso. Per lo stupore rallenti, quasi ti blocchi, ma non vuoi dare nell’occhio, allora prosegui, aspettandoti che di certo sia piazzato a due passi dall’edicola di piazza Fonte, però nemmeno lì c’è. Dove sarà finito? – ti domandi, con una punta d’ansia nuova, perché non ci puoi credere, che sia scomparso sul serio. Cominci a sospettare che si sia mescolato alla folla che cammina nella tua stessa direzione, verso la fermata della metro. Scruti a destra e sinistra, inquieto. Niente, nessuno, solo gente come te, per così dire normale. Ma non puoi escludere che in questa mattina così diversa dalle altre, e in apparenza così uguale, stia avvenendo un salto di qualità, sofisticato e surreale, nella tattica d’accattonaggio: che lui, lei si sia travestita da persona normale. Ma perché? Non ha senso. Cerchi di non pensarci. Poi, scendendo le scale della fermata della metropolitana, torni a pensarci. Intorno a te, a pensarci bene, c’è parecchia gente che non ti convince affatto. Forse non sono davvero normali. Può darsi che nascondano qualcosa, qualcuno d’imprevisto, sotto quella bella giacca alla moda, sotto quell’impermeabile immacolato. Probabilmente lì sotto, da qualche parte, c’è povertà, puzza, contagio, il tremito di una richiesta d’aiuto imminente.

Ma tu – per dirla senza  benigna ipocrisia – non ne puoi più di richieste d’aiuto. Hai già dato: non soldi ma occhio, orecchio, attesa, pensieri a frammenti, pezzi d’anima, la tua anima a pezzi. Non ci cascherai, in quest’ultima trappola, in quest’inganno contorto ed estremo. Pur di non sbagliare, non avrai più pietà, o anche solo attenzione, per nessuno.

Ed ecco che il tizio alto e un po’ curvo seduto di fronte a te, che stai in piedi, nella carrozza piuttosto affollata della metropolitana, solleva lo sguardo dallo smartphone… Perché? Vuole qualcosa? Da te? In un codice silenzioso che starebbe a te decifrare? Nel dubbio ti chiudi in te stesso di più, per così dire a doppia mandata, serri le labbra, ti stringi nelle spalle, fissi gli occhi nello squallore del soffitto illuminato a neon. In compenso l’avversità ti ha reso tanto scaltro da non pensare più che il mendicante si travisi, banalmente, da mendicante. Non credi, per esempio, al tizio mutilato che si trascina sul pavimento lercio della vettura, alla cantante gitana stonata che amplifica con una cassa portatile il suo strazio musicale. Non è lui, non è lei.

Chi, allora? Dove?

Sulla strada per l’ufficio (dato che, sia detto senza troppe certezze, hai ancora un ufficio, ben arredato) segui o precedi o t’affiancano sfioradoti o ti vengono incontro decine d’insospettabili inquietanti – troppi. Troppe informazioni ambigue intasano il tuo apparato sensoriale eccitato ed estenuato dall’insonnia. Tra l’uscita del metrò e la grande vetrata con porte scorrevole a pianoterra acceleri a scatti e scarti, occhi al marciapiede, fin quasi alla corsa. Ti senti in salvo per qualche respiro. Ti dirigi verso gli ascensori. Ti giunge, come ovattato, il suono del tuo cognome. A sinistra, dalla reception, il portiere, che conosci bene, alla reception da dodici anni e due mesi, ti richiama col movimento di un braccio. Scarti di lato e lo raggiungi. Ti porge una busta formato A4 e nel fatto in sé parrebbe non esserci nulla di strano – sono anni e anni che ti allunga pacchi o buste, di svariate dimensioni. Il problema non è certo la busta, ma il come te la porge. C’è una falsa umiltà che non riconosci, mai vista in Oreste, nell’inclinazione obliqua, viscida, del collo, del gomito, del polso che regge la busta: ogni articolazione tra le ossa di quell’uomo un tempo fin troppo compatto pare farti un inchino. E gli occhi. Non avevi mai notato che i suoi occhi fossero tanto acquosi e spalancati all’interno su un dolore. La busta penzola a novanta gradi, quasi fosse un berretto. Uno di quei berretti.

Cosa ti sta chiedendo Oreste, cosa vuole da te?

E chi è Oreste, davvero?

È molto tempo, troppo secondo gli standard aziendali, che stai lì impalato davanti a lui, che non prendi la maledetta busta. Ma è un tempo sufficiente per capire fin dove e dentro a chi si è insinuato il tuo avversario, contro le cui manovre senti che ti stanno per mancare le forze. Senti che potrebbe essere il momento della resa. Del tentativo (comunque inutile, comunque impotente) di levartelo dai piedi dandogli dei soldi. Non hai mai fatto la carità, non per scelta ma perché troppo impegnato a farti domande. Stavolta, però, con mano tremante, estrai da una tasca posteriore dei calzoni il portafoglio. L’Oreste-non-Oreste ti guarda stupito. Com’è bravo a fingere stupore!

Non sai come comportarti.

Il portafoglio ti cade per terra. Non lo raccogli; neppure lui lo raccoglie, come bloccato nel fermo immagine della sua innocenza artefatta. Giri sui tacchi e scappi, con impeto disperato e giovanile, come ringiovanendo per la disperazione, senza mai voltarti indietro: non hai mai corso così veloce in vita tua.

È passato del tempo, oggettivamente non molto, ma ti sembra una vita e la vita non ti sembra più tua. Ti ritrovi a casa ad aspettare tua moglie, o tuo marito. Conti sul ricordo vago, remoto di un conforto di coppia, della coppia come legame di conforto, e a cosa serve, se no? – ti chiedi. Stare in coppia. Non ti rispondi, ma speri. E quando, per un istante, smetti di pensarci, lui o lei, diciamo lei, è già lì, forse era a casa già da un pezzo.

Da quand’è che sei qui?

Vorresti chiederle, ma ti rendi conto che la domanda suonerebbe strana; invece protendi le dita fino a sfiorarle una guancia, poi il collo, per sentire se è la sua, quella di sempre, quella che ti ha fatto innamorare, la morbida consistenza della pelle – sì. Sì, pure la dolce piega delle occhiaie, la peluria trasparente sopra il labbro, la bocca sovente semichiusa, il suono intermittente e leggero del respiro – è tutto suo.

Un’imitazione perfetta!

Pensi – poi ti chiedi perché l’hai pensato. Se l’hai pensato, ci dev’essere un motivo, che ha a che vedere con una sensazione inequivocabile, anzi con la certezza sottopelle che, malgrado una somiglianza fisica che si spinge fino ai minimi dettagli, questa non è tua moglie. Non la riconosci. Cioè: riconosci tutto del corpo, della voce, ma qualcosa d’indefinibile, da dentro, è stato espropriato. Manca. E’ diventato altro.

E allora –

Cosa vuole da te, diciamo tua moglie (ma potrebbe essere tuo marito)? Perché ti accarezza il volto, ti chiede cosa c’è che non va, come se non sapesse perfettamente che è lei che non va? Le sue carezze, i suoi sospiri, come rimbocca le lenzuola, come t’aggiusta il colletto, come si siede accanto a te, coscia contro coscia, sul divano: ogni suo piccolo gesto lo scomponi, rallenti, analizzi, ci scopri dentro il respiro buio di una domanda illimitata.

Cosa vuole, cosa, da te?

Non riesci più a nascondere la rabbia e il terrore.

Con una spinta brutale l’allontani.

Stai urlando, non riesci a smettere di urlare.

Le rivolgi (non a lei! al mendìco!) parole tremende e irrevocabili, definitive.

Si chiude a chiave in camera da letto, piangendo. Per la prima volta nella storia del vostro matrimonio (non più vostro! non più lei!) dormirete separati. A te tocca sdraiarti sul divano, ma la scomodità non ti dispiace. Almeno adesso è tutto chiaro. Non appena allunghi le gambe, rilassando la nuca su un morbido bracciolo, ecco la spasmodica tensione di questi ultimi giorni d’un colpo ti abbandona, ti s’abbassano le palpebre come un sipario polveroso e sei già dall’altra parte, nel mondo reale dei sogni.

Nello specchio reale di un sogno che si interpreta da solo vedi come tua la faccia grassa, tuoi i capelli ricci e sporchi dello zingaro ubriaco che s’apposta di frequente davanti all’ingresso del grande supermercato di viale Pannonia; ma il petto – quando scendi con lo sguardo lungo la tua immagine riflessa – il petto non è dello zingaro, è più gonfio, di donna, fragile, esposto, ferito.

Attraverso lo specchio cerchi di venderti un fiore, con insistenza molesta te lo porgi nel vuoto – cadrà lentamente nel tuo buio senza fondo.

Ce li hai venti centesimi?

Cinque? Due?

Per il latte. Per un pezzo di pane. L’ultima immagine è quella di un bambino e se volessi descriverla (ma non vuoi) ti mancherebbero le parole.

Ti risvegli con la violenza di un infarto imminente, ti sei già alzato dal divano, premi entrambe le mani contro il cuore, è il tuo cuore, sbattendo le caviglie contro ostacoli domestici ti precipiti in bagno a controllarti la faccia, nello specchio del bagno c’è la tua faccia, quella di prima, senza falsa modestia ancora presentabile, insomma.

Respiri a fondo. Il battito del cuore rallenta. La tua faccia è ancora lì, nello specchio del bagno. Ma l’odore –

Lo respiri –

Quell’odore d’infanzia e di bisogno del mendìco ti è rimasto addosso e nulla, da oggi all’ultimo dei tuoi puliti giorni, te ne potrà liberare.

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