Appunti di lettura: ESPERIA di Graziano Graziani

E’ una scrittura piacevolmente fuori moda quella di Graziano Graziani, uomo di teatro al suo debutto narrativo: elegante, sorvegliata anche nel registro colloquiale, evocatrice di un “fantastico” ben radicato nell’osservazione della realtà. L’Esperia del titolo è una città immaginaria, indefinita, inquietante, l’esplorazione dei cui “viscidi” confini è l’oggetto di un trattatello che, riproponendo un classico espediente, Graziani finge di avere trovato su un treno notturno, dopo che l’avrebbe lì smarrito un misterioso professore. La struttura è dunque quella di un saggio, ironico e solo in apparenza divagante, sul mondo comico e perturbante che ci si dischiude quando vacillano le quotidiane coordinate della nostra percezione del tempo e dello spazio: lì allignano popolazioni infide e sfuggenti come i Pixeliti, i Replèiadi o gli Allorquando; alle descrizioni dei loro bizzarri costumi si alternano storie esemplari di gente comune “sconfinata” dall’altra parte – insomma di lunatici, per usare un termine caro a Ermanno Cavazzoni. Di fatto, il libro è composto da una trentina di racconti brevi, in sé conchiusi ma ricchi di reciproci rimandi. Leggendolo, mi è successo di pensare a certo Calvino, al Cavazzoni di Cirenaica, al Fosco Maraini della Gnosi delle Fànfole (per le poesie-nonsense in chiusura di volume): sono tutti dei gran bei pensieri, ed è per questo che consiglio questo libro a chi cerchi un po’ di respiro dalla sciatteria stilistica di gran parte della nostra “nuova” narrativa. Esperia è pubblicato da Gaffi, una piccola casa editrice di Roma.

zeropuntotre

In tempi di crisi economica, prendere posizione contro i tagli dei fondi pubblici alla cultura e allo spettacolo può apparire una sterile lamentela o una forma di autodifesa corporativa. Ma zeropuntotre, un collettivo di artisti e tecnici formatosi a Roma un anno fa, non si limita alla protesta: ha creato una piattaforma aperta di discussione sul modo in cui tali fondi vengono impiegati e, più in generale, sulle prospettive del settore teatrale alla vigilia della possibile approvazione di una “legge-quadro”. Anche a Milano si sta formando un gruppo di lavoro su questi temi, con particolare attenzione agli sviluppi della politica culturale in Lombardia. Dopo due riunioni informali a Teatro ì e Teatro Officina, è previsto un nuovo incontro in gennaio (data ancora da definire).

Nuova drammaturgia a Torino

Ecco il programma completo delle due serate ideate da Valentina Diana per l’associazione 15 febbraio.

18 e 19 DICEMBRE- una stanza per la drammaturgia
IL TESTO PRE-BIOTICO
Letture e mise en espace di testi per il teatro.

Autori: Renato Gabrielli, Andrea Roncaglione, Elena Pugliese, Vittoria Tambasco, Erik Sogno, Simona Barbero, Olivia Manescalchi, Manlio Marinelli, Orlando Manfredi.

luogo: sede 15febbraio via Baretti 31/a, Torino
Orari: venerdi 18 dalle 18.30
sabato 19 dalle 19 in poi
Ingresso libero, riservato ai soci
(Tessera associativa € 5)

Per prenotarsi scrivere a info@15febbraio.com o telefonate al numero 011- 6503096

ATTORI
(che hanno fornito la propria prestazione gratuita e senza i quali questa operazione non sarebbe stata possibile)
Claudio Orlotti Maurizio Pellegrino Roberto Pitta Claudia Penone G.Battista Storti Giancarlo Judica Cordiglia Lorenzo Fontana Antonio Tarantino Vittoria Tambasco Valentina Diana Lorenzo Fontana

TESTI
MARIA FARRAR
di Manlio Marinelli

INDOLENZA / DISCORSO
di Renato Gabrielli

NON E’MALE
di Olivia Manescalchi

IL BARBONE
di Elena Pugliese

GLI ILLUMINATI
di Vittoria Tambasco

SPAZIO D’ARIA – LA CITTADELLA DELL’OMBRA [fase1]
di Simona Barbero

FINISCE CON MATITE
di Andrea Roncaglione

ENTE CONNI
di Erik Sogno

L’amara lezione della Paolo Grassi

“Che cosa è successo alla Paolo Grassi?”. Davide Pansera si assume il difficile compito di riassumere le tappe principali di una crisi complessa, che ha investito tra il luglio e l’ottobre ’09 una delle più importanti scuole di teatro italiane e il cui esito risulta davvero di difficile interpretazione per chi non l’abbia vissuta dall’interno. Lo fa in un articolo assai ben documentato, sul sito di ateatro. Sono stato coordinatore del corso di drammaturgia di quella scuola e in larga parte condivido la ricostruzione dei fatti di Pansera; ritengo però che lasci in ombra alcuni errori commessi da noi docenti e dagli studenti nel corso del duro confronto con la Fondazione delle Scuole Civiche, da cui la Paolo Grassi dipende. Tali errori (di cui mi sono assunto una parte di responsabilità rinunciando al mio incarico) sono stati di merito e di metodo. Nel merito: abbiamo sostenuto la ricandidatura del direttore uscente Maurizio Schmidt, che dopo due anni di mandato non era stato confermato, con una decisione legittima, ma repentina e non formalmente giustificata; ma soprattutto abbiamo chiesto di avere voce in capitolo sulle prospettive della scuola, alle prese con l’esigenza di integrarsi maggiormente con le consorelle della Fondazione (Cinema, Musica, Lingue) – il che crea preoccupazioni sulla sua futura autonomia – e di riformare la propria struttura didattica per adeguarsi a un progetto di parificazione con le università. Purtroppo, e malgrado le intenzioni dello stesso Schmidt, la battaglia sul suo nome ha “rubato la scena” all’altra; sicché la sconfitta della sua candidatura ha inevitabilmente coinciso con una sconfitta collettiva, togliendoci ogni margine di manovra per interloquire con la Fondazione. Nel metodo: la protesta è stata altamente spettacolarizzata (documenti inviati alle istituzioni cittadine, raccolte di firme, “festival delle preoccupazioni”, presidi e manifestazioni), ma ai toni accesi non corrispondeva un’adeguata consapevolezza della propria condizione. Chi sta fuori dalla Paolo Grassi si chiede, perplesso, che cosa mai sia successo laggiù, dato che la perentoria visibilità delle iniziative da noi prese lasciava presupporre passi ulteriori, concreti e radicali, mentre alla fin fine l’attività scolastica è ripresa regolarmente. Il punto è che l’ipotesi di uno sciopero o di un’occupazione non è mai stata seriamente in campo. Il corpo insegnante è in larga parte precario e disomogeneo. Gli studenti sono per lo più di estrazione medio-borghese, scarsamente politicizzati e precipuamente interessati – com’è comprensibile – ad avviare le proprie carriere individuali. Nulla d’immorale, in tutto ciò; ma è stato uno sbaglio alzare i toni senza tener conto della nostra effettiva debolezza. E’ infatti debole una comunità in cui non si possono mettere a rischio gli interessi singoli per ottenere un obiettivo condiviso. E se alle parole – magari belle e ben dette – non seguono i fatti, si finisce per perdere credibilità e diventare ancora più deboli. La mia speranza per la Paolo Grassi è che vi si recuperi il filo di una dialettica interna sobria e sensata. Ma l’amara lezione, utile anche per altre analoghe situazioni, resta: nella tutela della dignità e dell’autonomia del lavoro culturale, il primo nemico da battere è sempre la tentazione della retorica.

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